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Giallo: I coniugi Materazzo #4/13

3 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #4

Invece, ci andò a casa per il pranzo. L’accompagnò come al solito Jacopetti, che abitava poco distante e ormai era diventato il suo autista. Stavano dalle parti di Porta San Donato.
  «Vieni a riprendermi alle tre.» Salì le scale. Era già tutto apparecchiato. Maria era precisa in queste cose, e quando arrivava lui, era pronta a calare la pasta. Se non veniva, invece, il commissario telefonava sempre, per non farli aspettare.
  Appena lo sentirono entrare, i due figli uscirono dalle loro camerette, dove studiavano.
  «Allora, che ne dici della macchina?» domandò a Alberto.
  «È una cannonata.»
  «Ha cinque marce, hai visto?»
  «Certo. È una marcia in più che ci farà risparmiare benzina.»
  «E l’esame? Quando ce l’hai?»
  «Il 28.» Mancava una quindicina di giorni. Si era di Maggio.
  «Sei preparato?»
  «Da rivedere qualche piccola cosa, ma mi sento pronto.»
  «E tu Manuela?» Si erano avviati in sala da pranzo e ora si stavano mettendo a sedere.
  «C’è tempo alla fine di giugno per me.» Non gli davano pensiero, i figli. Una vera fortuna. Sentiva dire dai colleghi che mandavano i loro figli a lezione, e non ce la facevano con quel modesto stipendio a tirare avanti fino alla fine del mese. Lui non aveva mai avuto di questi problemi. Se l’erano sempre cavata da soli. Se lo meritavano proprio un lavoro. Ricordava i discorsi fatti quella mattina con Jacopetti.
  «Stamani abbiamo arrestato uno spacciatore. Ha su per giù la vostra età. Mi ha detto che lo fa per soldi. Ha abbandonato gli studi, perché non ci sono prospettive. E lo spaccio gli assicura invece un guadagno.»
  «Non è solo lui, babbo, a pensarla così. Molti si sono incattiviti, e ce l’hanno con tutti. I più deboli si mettono in mano ai delinquenti.»
  «Ma arrivare a spacciare droga. Arrivare a fare del male agli altri…»
  «È un gesto di ribellione, babbo, non lo capisci?»
  «E noi donne invece si finisce prostitute. Che bella prospettiva!»
  Entrò Maria con la zuppiera di spaghetti.
  «Lasciate stare questi discorsi. Mi mettono tristezza.»
  «Non voglio mangiare molto. Per via della cena col Capo.»
  «Chissà che discorsi farete…» A Manuela piaceva prendere un po’ in giro il babbo.
  «Sono discorsi che lasciano il tempo che trovano» fece lui, scuotendo la testa.
  «Non lo dire!» rincarò la dose Manuela.
  «No no, è proprio così.»
  «Cos’è che non va?» disse Maria. «Oggi abbiamo incignato la macchina nuova. Si deve essere allegri. Ho preparato anche lo spumante. Non voglio vedere musi lunghi.»
  «Scusami, ma quel giovane spacciatore mi ha messo di malumore. Qualcuno però ce l’ha la colpa di queste cose. Non accadono solo perché devono accadere.»
  «Qualcuno vuole che vadano in questo modo, babbo.» Era Alberto.
  «La pensi così, tu?»
  «Non sono il solo.»
  «Anch’io sono d’accordo» disse Manuela.
  «Ma se ci fossero leggi più severe, finirebbe la violenza. Bisogna spaventarli, i criminali. Ecco cosa penso» disse Renzi.
  «E come?»
  «Mettendoli in galera, ma non in celle grandi e comode. In celle piccole, alte un metro e mezzo, da starci sempre chinati, un metro e mezzo di altezza e due metri di lato, non di più. E lasciarceli per tutto il tempo della pena, senza possibilità di sconti. E a pane e acqua.»
  «Sono esseri umani anche loro.»
  «Ma se le regole vengono stabilite prima, tutto diventa giusto. I criminali lo devono sapere prima a cosa vanno incontro. E se decidono di rischiare, se perdono, scontano il carcere fino in fondo.»
  «Allora non sarebbe meglio la pena di morte? Così non ci costerebbero nemmeno il pane e l’acqua.» Era Maria a parlare così.
  «In certi casi sarebbe giusta anche quella. Casi gravi, naturalmente, e quando il criminale è preso con le mani nel sacco, senza possibilità di errore.»
  Ci fu la sorpresa del dolce; Maria non aveva voluto dirglielo che c’era anche il dolce, ma il commissario, per via della cena che doveva avere col Capo, ne assaggiò appena una fettina, a malincuore, poiché era goloso. Toccò ad Alberto aprire la bottiglia di spumante. Il tappo rimbalzò sulla testa del commissario.
  «Porta fortuna» disse la moglie. «Avrai una giornata fortunata.»
  «La fortuna è quella di avere una bella famiglia come voi. A volte, mi verrebbe voglia di piantare tutto e rinchiudermi tra queste mura, e non mettere più il naso fuori della finestra.»
  «Eh no» intervenne Maria. «Ora non lo puoi più fare. Abbiamo le rate della macchina che ci aspettano tutti i mesi, non lo ricordi?»
  Risero tutti.
  «Eppoi se ci si chiude tra quattro mura, come si fa a cambiare il mondo?» Era Alberto.
  «Ma tu, Alberto, ci credi davvero che si possa cambiare il mondo?»
  «Sì.»
  «Guarda che io sono più vecchio di te. Ne ho viste di tutti i colori. Qualche anno fa si pensava che tutto dovesse cambiare, e si potesse ricominciare da capo. Invece nulla.»
  «Ma te, babbo, sei davvero convinto che noi giovani si lasci marcire tutto così? Lasciaci il tempo, e saranno i giovani a cambiare il mondo. Noi abbiamo più rabbia dei vecchi, e più rabbia di coloro che vorrebbero comandarci.»
  «Vuoi un’altra fetta di torta?» domandò Maria.
  «No no, non mi tentare. Stasera voglio sentirmi in forma, in mezzo a quelli là.»
  «Stai attento a come parli, ci sono spie dappertutto.»
  «Spie e leccapiedi» aggiunse lui.
  Puntuale come un orologio svizzero, Jacopetti suonò il campanello. Le tre spaccate. Renzi rispose al citofono.
  «Vuoi salire, Jacopetti? C’è un bicchiere di spumante anche per te.»
  «Ha festeggiato la macchina, eh, commissario? Ma meglio di no. Lo sa che a me gira subito la testa. Faccia con comodo, io aspetto giù.»
  «Sono già pronto, allora. Scendo subito.» Posò la cornetta e andò a prendere la giacca.
  «Buon lavoro, babbo.» Gli strizzò l’occhio, Alberto, mentre lui apriva la porta. Accanto ci aveva anche Manuela: «Va là, babbo, che ci penserà Alberto a sistemare le cose.»
  «E tu?»
  «Sarò al suo fianco, diamine. Anzi, io sarò una nuova Giovanna d’Arco.»
  «Non ci scherzate su queste cose.»
  Maria li guardava dalla porta del salotto, contenta.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart