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Giallo: I coniugi Materazzo #7/13

6 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #7

Alberto, il figlio del commissario Renzi, il 28 dette l’esame all’università. Prese 27. Era contento. A pranzo non la finiva di parlare. Parlava e si riempiva la bocca con tutto quel che gli passava Maria, che sembrava contenta più di lui.
  «Sai, babbo, che cosa avrei avuto voglia di rispondergli quando mi ha chiesto dello Stato di diritto?»
  «Me lo immagino.»
  «Mi sono venuti in mente tutti i tuoi discorsi, e le tante cose che non vanno. Me lo trovi lei, gli avrei voluto dire, lo Stato di diritto qui in Italia. Che cosa si conta noi elettori? Meno che zero. Non bastano nemmeno le leggi a garantire il cittadino.»
  «Dici bene. Che gliene frega ai politici di come vive il cittadino. Pensano solo a star bene, e a far soldi.»
  «E poi si pigliano anche la pensione, dopo qualche anno che fanno il parlamentare. Una pensione che te non la vedi nemmeno a sessant’anni suonati, dopo quarant’anni di servizio. Si fa politica per diventare ricchi, hai proprio ragione tu, babbo.» Era Manuela.
  «Per fortuna, te le sei tenute per te queste cose.»
  «Oh, ma la voglia ce l’avevo di dirgliele, caro babbino.»
  «Fai attenzione, perché ti segnano sul quaderno nero, i professori, eppoi son guai per tutta la vita.»
  «Te ne intendi, eh, babbo, di queste faccende.»
  «Non me ne intendo, ma le vedo, purtroppo.»
  «Lo sai che si parla male della polizia?»
  «Se n’è sempre parlato male.»
  «Si dice che è marcia, rovinata dai servizi segreti.»
  «Cerco di starci lontano, io, dalla politica. Voglio solo fare bene il mio mestiere.»
  «Mi viene tristezza a pensare a queste miserie.» Era ancora Manuela.
  «Ti ci devi abituare, invece. Nel tuo lavoro non potrai sempre chiudere gli occhi.» Era Alberto.
  «Chissà se lo trovo un lavoro.»
  «Se studi bene, lo troverai. Non è vero che non si può trovare lavoro. Certo, non è facile, ma per i giovani come noi che hanno voglia di fare c’è qualche speranza.»
  Poi Alberto si rivolse al babbo: «Il 10 giugno viene a Lucca un giovane parlamentare. Voglio andarlo a sentire. Sembra che a Roma stia mettendo sotto sopra tutto il vecchio, e il marcio viene a galla. La gente comincia a crederci che ce la possa fare. Non è più solo, e anche dei giovani magistrati sono dalla sua parte. Si dice che quei nuovi scandali che sono apparsi alla tv e sui giornali, sia stato lui a sollevarli. Certo che se va avanti così, quel deputato la riaccende la speranza, soprattutto tra noi giovani, che abbiamo bisogno di qualcuno come lui che ci aiuti a credere.»
  «Che ne sai di questo deputato?» Il commissario si ricordava di quanto gli era stato detto dal dottor Materazzo.
  «Come!? Non lo conosci, babbo?» Era Manuela.
  «Se ne parla anche all’università» disse Alberto.
  «All’università!?»
  «Sarà anche un covo di spie, l’università, babbo, ma si dà il caso che sono i giovani a frequentarla. E noi giovani le vogliamo cambiare le cose. Se scocca la scintilla giusta, vedrai come li sistemiamo quelli che impestano il Paese.»
  Nelle università ci si cominciava a ribellare, e non si voleva più subire con rassegnazione. Si lanciavano segnali di consenso e di solidarietà a quei pochi politici che si mettevano in prima linea per far sorgere il nuovo che era sempre stato promesso, ma che non compariva mai.
  «E tu, babbo, da che parte starai?» Manuela gli rivolse la domanda senza pensarci su.
  «Già» brontolò lui.
  «Al comizio ci verranno molti giovani. Il teatro del Giglio non basterà e metteranno anche degli altoparlanti nella piazza.»
  «Speriamo che non nasca qualche complicazione» disse Renzi. «Se volete andarci, mi raccomando la prudenza. Ci sono sempre delle teste calde in giro.»
  «Noi a casa non ci possiamo restare. Dobbiamo dimostrarglielo che i giovani sono tutti con lui.»
  «Ci sono voci che si voglia fare un attentato.» Non era il commissario a parlare, ma Alberto.
  Il babbo rimase a bocca aperta.
  «Chi te le ha dette queste cose?»
  «Lo sanno tutti in città. È per questo che noi giovani saremo presenti. Vengono anche da Pisa, da Firenze e da Siena, per darci una mano.»
  Il commissario non ascoltava più. Perché i suoi zelanti informatori gli avevano riferito che la città era tranquilla?
  «Hai qualche preoccupazione, babbo?»
  «Questa storia dell’attentato è una balla. Ad ogni modo, ci sarò anch’io il 10 giugno. E non succederà nulla.»
  «Meglio così. Perché altrimenti potrebbe scapparci una vera rivoluzione, questa volta.»
  «Sono parole grosse, quelle che dici, Alberto.»
  «Non ci sono parole grosse quando si deve fare in fretta a cambiare una società che ci sta soffocando.»
  Erano le tre. Jacopetti suonò il campanello.
  «Scendo» rispose il commissario.
  Mentre Maria l’aiutava ad infilarsi la giacca, sollevò lo sguardo verso di lei.
  «Sono dei ragazzi in gamba i nostri figli» disse.
  «Sono il tuo ritratto spiccicato.»
  «Davvero?»
  «Io ti conosco bene, caro Lucianino.»
  Gli aprì la porta e restò a vederlo scendere le scale, con quei suoi piedi larghi, rassicuranti. Giunto sul primo pianerottolo, lui si voltò a guardarla ancora, ma non disse niente, questa volta. 

  In macchina si confidò con l’amico Jacopetti.
  «Anche mia moglie lo sa» rispose subito lui, facendo restare senza fiato il commissario.
  «Ma come te lo spieghi?»
  «Qui c’è lo zampino di qualcuno.»
  «Di chi?»
  «Qualcuno che vuole attirare l’attenzione sul comizio. Vuole che la gente scenda in piazza a fare un po’ di confusione.»
  «Per poi sparargli addosso?» Il commissario aveva pronunciato queste parole senza crederci.
  «E perché no?» gli fece eco Jacopetti.
  «Ma è un atto scellerato.»
  «Non è il primo, commissario. E poi di questi tempi, non è proprio il caso di meravigliarsi.» Presi da quella sciagurata conversazione non si accorsero di un vecchio che stava attraversando la strada. Jacopetti frenò, ma ci fu lo stesso un urto leggero. Il vecchio finì a terra.
  Scesero subito di macchina. Non si era fatto niente. Inveiva contro di loro.
  «Venga, l’accompagniamo a casa.»
  «Siete della polizia. Ce l’avete scritto in faccia. Voi pensate di fare tutto quel che vi pare. Anche investire la gente. Siete peggio della peste, voi.»
  Lo fecero salire a forza.
  «Su, la smetta di gridare. Ci dica piuttosto dove abita.» L’avevano fatto accomodare sul sedile posteriore. Continuava ad inveire.
  «Ringrazi il cielo che non si è fatto niente.»
  «Io non devo ringraziare il cielo, e nemmeno il Padreterno, se lo vuol sapere.»
  «Sono cavoli suoi.»
  «Ecco, ha detto bene. Cavoli miei. Ma lo sa quanti anni ha questo vecchio rincucchito?»
  «Non si lamenti, che sembra sempre un giovanotto.» Glielo dicevano per fargli sbollire la rabbia.
  «Ne ho sessantacinque. Ebbe’, non dite nulla?» Non se l’aspettavano che avesse quell’età. Lo pensavano più vecchio.
  «Ah, ora ci credete, eh, che non devo ringraziare il Padreterno. È lui che mi deve chiedere scusa d’avermi messo al mondo a questo modo. Che diritto ha di giocare con la vita degli altri?»
  «Su, non se la prenda.» Il commissario non aveva ancora compiuto sessant’anni, ma pareva un ragazzino a confronto di quel vecchio, che non aveva molti più anni di lui.
  Ci fu un momento di silenzio. Jacopetti, anche lui guidava soprappensiero. Fu il vecchio a rianimare la conversazione.
  «Sì, vi ci porto a casa mia. Così lo vedete dove mi costringono a vivere.»
  «Chi vi costringe?»
  «Prendete a destra, e poi subito a sinistra.»
  «Abitate sul fiume?»
  «Quasi.» Il commissario non se la sentiva di domandargli che cosa gli fosse capitato nella vita per ridursi a quel modo.
  «Da quanto tempo siete in pensione?» chiese invece Jacopetti. Girava intanto a destra, secondo le indicazioni ricevute dal vecchio.
  «Io non so nemmeno che cosa sia la pensione.»
  «Non avete lavorato?»
  «Quand’ero più giovane. Fino a trent’anni. Poi c’è stata la prima crisi, e mi hanno licenziato. E quando ci ho riprovato a lavorare, trovavano la scusa che ero vecchio. Vecchio a quarant’anni, dicevano. È una vita che non la si deve augurare neanche ai cani.» Il vecchio aveva la barba incolta, ed era vestito con abiti che certamente aveva ricevuti da qualche pia associazione. Giacca e pantaloni scompagnati e di taglia diversa. Aveva frequentato l’università e si era laureato con ottimi voti. Lo disse con un certo orgoglio. Era professore di lettere. Aveva insegnato, poi era stato cacciato, disse proprio così: cacciato, perché lo Stato non aveva più soldi per pagare gli stipendi. I soldi se l’erano rubati quelli che comandavano, che si erano costruite ville miliardarie e avevano depositi in banca da far invidia ad uno sceicco del Kuwait. E nel rubare i soldi s’erano fregata anche la sua vita, disse. Di questo non s’erano nemmeno accorti.
  «Spero che prima di morire ci sia un modo per vendicarmi.»
  «E così finisce in galera.»
  «Prenda a sinistra, ora.» Accompagnava le parole con il gesto del braccio.
  «Ci sono già stato in galera. Per accattonaggio. Ma ci voglio tornare in cella, questa volta però per qualcosa di più importante.»
  «Dia retta a me. Non ci pensi a queste cose, perché passerà guai peggiori. Non le basta quel che gli è già capitato?»
  «Ma lei che crede, che nella miseria non ci si senta più uomini? Ascolti che le dico, che non c’è orgoglio più forte di quello che avvelena l’anima nella miseria. Io sono di quelli che covano la vendetta. Bastonatemi, fatemi leccare le vostre scarpe con la prepotenza. Ma io l’aspetto il momento che ve la farò pagare.» Aveva cambiato tono, ed era ritornato ad inveire contro di loro.
  «Perché ce l’ha tanto con noi?»
  «Perché voi la servite, la corruzione.»
  Jacopetti si risentì prima del commissario. Ma il vecchio era arrivato, e non gli rispose.
  «Eccola la mia casa. Io sto qua.»
  «Dove?» domandò Jacopetti, che non vedeva niente. Il commissario invece sì, che aveva visto. Era scavato sul primo grande argine che protegge la città dalle inondazioni del Serchio, un grosso buco, un’apertura.
  «Sì, commissario. Ha visto proprio bene. Quel buco è la mia casa. Qui sono finiti i miei sogni di studente, qui mi ha portato quella laurea di cui fui così orgoglioso.»
  «Ma lei non può stare qui.» Scesero tutti di macchina. Il commissario si affacciò all’interno dell’apertura. Era proprio un buco di terra, come una tana di cinghiale, di volpe, di lupo. Era buia, disteso al suolo c’era un vecchio materasso sdrucito e rugginoso, e in un angolo una borsa dove certamente conservava le poche cose personali, forse anche quella laurea che non gli era servita a niente.
  «Qui vengo solo la notte, per starmene in pace.» Il commissario non parlava più. Nei suoi occhi si leggeva tutta la sua vergogna.
  «Se c’è Dio, commissario, me la deve concedere la vendetta, e non occhio per occhio, dente per dente, perché non mi accontento. Si deve moltiplicare la mia vendetta, e io non ce la voglio avere nel cuore la pietà. Altrimenti è anche contro Dio che alzerò il braccio.»
  Come si era potuti arrivare a quel punto? Tuttavia, Renzi avvertiva che ogni rivolta non era scoppiata per nulla, ed era stata come le piccole scosse di un terremoto, o il brontolio di un vulcano, e sarebbe infine arrivato il boato terribile, che avrebbe mandato a gambe all’aria almeno diecimila anni di storia dell’uomo.
  «Io qui non ce la lascio.»
  «Ma dove mai vuol portarmi, commissario? Io gliela risparmio la sua pietà. Che crede, che sia il solo? In questa città, ce ne sono almeno altre migliaia che soffrono i miei stessi patimenti. Molti di loro hanno studiato come me, avevano la testa piena di sogni, proprio come me. Maledetta giovinezza. Ecco che cosa sono costretto a dire. Mi lasci qui, commissario, e se ne vada, se ne vada, perché nulla potrà mutare il mio disprezzo anche per quelli come lei.»
  «Vedrà che qualcosa si potrà fare.» Balbettava. «Mi dica come si chiama, almeno.» Lo sguardo duro, risentito del vecchio lo fece desistere.
  «Si ricordi, commissario, non è della carità che quelli come me hanno bisogno. Noi aspettiamo solo il tempo della vendetta. Non lo dimentichi, commissario.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart