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Giallo: I coniugi Materazzo #9/13

8 Gennaio 2009

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

I coniugi Materazzo #9

Sin dalle prime ore del mattino, piazza Grande andò riempiendosi di gente. Come aveva detto Alberto, il figlio del commissario, si vedevano moltissimi giovani, soprattutto studenti, di ogni età; parecchi erano universitari. Gruppi di loro presidiavano gli angoli della piazza e certi altri punti da dove poteva giungere una minaccia per il giovane deputato. Non si fidavano della polizia, e qualcuno lo andava dicendo ad alta voce. Nel pomeriggio, qualche ora prima dell’inizio del comizio, fissato per le 18, giunsero anche molti operai, taluni avevano ancora indosso la tuta da lavoro. Alle 17 furono aperte le porte del teatro del Giglio e la folla faceva fatica ad entrare. Si davano spintoni, si sentivano delle imprecazioni. Anche il loggione nel giro di mezz’ora fu strapieno, come se invece della politica stesse per andare in scena un’opera di Puccini. Il commissario seppe per via radio che il deputato stava per arrivare in piazza, scortato da due auto della polizia. Avvertì i suoi agenti di stare in guardia, e si avvicinò alla porta laterale di servizio: sarebbe entrato da lì il deputato. Jacopetti teneva sotto controllo l’ingresso principale. Arrivarono le tre auto. Il deputato scese solo quando i poliziotti furono vicino a lui, a fargli da scudo. Così era stato disposto. Salutò la folla, che rispose con un’acclamazione. Qualcuno riuscì anche a farsi sentire da lui:
  «Siamo con te. Fagliela vedere, a quei ladroni. Mandali tutti a casa.»
  La polizia lo spinse dentro il teatro. Al tavolo preparato sul palco stavano già seduti i compagni di quel nuovo partito e talune autorità. Li salutò ad uno ad uno andando a stringere loro le mani. Da ogni ordine di posti scrosciavano gli applausi.
  Toccò a lui, infine, parlare. Si avvicinò alla tribunetta. Si aggiustò il microfono. Cominciò il suo discorso. Non volava una mosca. Poi ogni tanto grida e battimani, e di nuovo silenzio. Le sue frasi calavano nel teatro come colpi di pietra. Ora si accingeva a dire ciò per cui era venuto, ciò per cui i giornali si erano tanto interessati alla sua visita a Lucca.
  «Ed ora ascoltatemi bene, perché quello che devo dirvi sembrerà un’enormità.» Non lo fecero finire. Scrosciò un applauso fragoroso. Alcuni gridavano:
  «Non ci meravigliamo più di niente.»
  «Non ci fidiamo nemmeno del presidente della repubblica. Figuriamoci degli altri.»
  «Sputa il rospo. Noi siamo con te. E se si deve fare, noi si fa un’altra marcia su Roma, ma alla rovescia questa volta. Non ce li mandiamo i ladroni, ma veniamo a stanarli.»
  Non si accorsero lì per lì che il giovane deputato aveva poggiato il capo sul leggìo della tribunetta. Fu uno di quelli seduti al tavolo, che si alzò per andare a vedere. Il pubblico si chetò di botto.
  «È morto» disse, voltandosi verso il tavolo.  Poi si girò a guardare il pubblico, e ripeté: «È morto.» Allora si scatenò la furia. Dai palchetti più bassi la gente si precipitò in platea urlando. Dal loggione e dalla galleria, e dai palchetti più alti la gente si riversò nei corridoi. Tutti imprecavano, pieni di livore, esasperati. La massa che si trovava già in platea prese a scardinare le poltroncine e le scagliò contro il tavolo, dalla parte dove stavano sedute le autorità. Qualcuno salì sul palco e cominciò a menare le mani. La polizia usava i manganelli, poi lanciò qualche lacrimogeno. La notizia era arrivata anche nelle piazza, dove avevano ascoltato tutto per via degli altoparlanti. La folla si avventò su ogni cosa per scaricare la propria rabbia. Furono infrante le vetrine di molti negozi, rovesciati pullman e auto che sostavano nel parcheggio. Gruppi si diressero anche nelle principali strade della città, urlando la propria collera. La gente si affacciava alla finestra e domandava. Qualcuno scendeva in strada e si univa agli altri.
  «Ma da dove hanno sparato?» chiedeva continuamente Jacopetti al commissario.
  «È impossibile. Non ci posso credere. L’hanno ammazzato davvero.» Il commissario non riusciva ancora a persuadersi. Era salito sul palco. Il medico stava gridando che non era ancora morto, si doveva far presto a trasferirlo all’ospedale. Arrivò infine l’ambulanza, la folla si aprì. Dopo poco uscì la lettiga con il deputato coperto di sangue.
  «L’hanno colpito alla testa, ma è ancora vivo.»
  Il commissario incaricò Jacopetti di richiedere altri rinforzi; quel subbuglio andava sedato prima che potesse trasformarsi in una vera e propria rivolta. Lui sarebbe salito sull’ambulanza.
  «Non stia a preoccuparsi, commissario. Vada, vada. La raggiungerò in ospedale.»
  L’ambulanza partì di corsa a sirena spiegata. All’ospedale tutto era già pronto per l’intervento. Il commissario attese nel corridoio. Erano giunti anche il Questore, il Prefetto, il Sindaco ed altre autorità. Tra i primi, era accorso il dottor Materazzo.
  «Ma com’è potuto succedere.» Domandavano a lui, che non aveva parole da dire. Il Questore era su tutte le furie.
  «Un attentato annunciato. E non si è stati capaci di impedirlo. Qualcuno dovrà rendermene conto.»
  «È un’umiliazione per la città» disse il Sindaco. Nel giro di qualche minuto le agenzie di stampa avevano già diramato la notizia, che fece il giro del mondo. All’ospedale giunsero giornalisti da ogni parte. Riuscirono a bloccarli nell’atrio. Le guardie ebbero l’ordine di non far passare nessuno.
  «Nessuno! O guai a voi» disse Renzi. «Ne abbiamo avuto abbastanza.» I giardini dell’ospedale si riempirono di folla. Anche fuori dei muri di cinta erano in attesa.
  Per la città, intanto, non si era ancora quietata la furia e alcuni riferivano che c’erano stati scontri con la polizia, e si contavano numerosi feriti da una parte e dall’altra.
  «Se il deputato muore, scoppia una rivoluzione.»
  «Sono stati i servizi segreti.» Era più d’uno a sostenerlo.
  «Hanno sempre comandato loro in Italia.»
  «Li hanno riformati un sacco di volte, ma sono rimasti gli stessi. Sono loro a fare il bello e il cattivo tempo.»
  «Non si accontentano di arricchirsi alle spalle della povera gente. Ladri e assassini, sono. I peggiori criminali sulla faccia della Terra.»
  «Come si fa a cambiare le cose, se la politica è assassina.»
  «A noi, ci hanno sempre governato degli assassini. Questa è la verità. Non siamo capaci di estirparla questa mala pianta.»
  Si era fatto buio. L’intervento durava da due ore e nessuno era ancora uscito a dare notizie. Verso le undici si affacciò un medico.
  «Allora, dottore.» Era il Questore che domandava. Accanto aveva il Prefetto.
  «Si sta tentando di salvargli la vita, ma non ci sono molte speranze. La pallottola ha toccato il cervello. Non sappiamo i danni che può avere provocato.»
  L’intervento si concluse verso mezzanotte e il chirurgo confermò quanto era stato detto dal collega. Si doveva solo confidare che il proiettile non avesse fatto danni irreparabili. Ma non si dovevano nutrire molte speranze.
  Poco dopo comparve il lettino, spinto da un infermiere. Altri stavano attorno. Il commissario si vide passare davanti il poveretto, coperto da un lenzuolo, fuorché il viso, che era ancora più bianco. Lo seguì, insieme col dottor Materazzo.
  «Se la caverà, Renzi?»
  «Chi può dirlo.»
  «Si è fatta pericolosa la politica di questi tempi.»
  «È un giovane pieno di coraggio.»
  «Chi gliel’ha fatto fare.»
  «Siamo diventati tutti vigliacchi. Non si può andare avanti così.»
  «Non dica queste cose, Renzi. Noi si deve restare sopra le parti, lo rammenti.»
  «Ma lei crede proprio che noi della polizia siamo neutrali? Non lo siamo mai stati.» Ricordò le parole di Jacopetti. Aveva ragione lui. La polizia, l’esercito, tutte le forze armate non è vero che stanno lì a difendere la Costituzione. Esse sono sempre schierate dalla parte del potere e non del popolo. Non si controllava più, Renzi.
  «Su su, finiamola, Renzi. Non aggiungiamo altri guai a quelli che ci cadranno addosso.»
  «Io ho fatto il mio dovere.»
  «L’ha sentito il Questore? E anche il Prefetto è rimasto deluso di noi. La mia testa sta per cadere, Renzi.»
  «A me di quel che succede alle nostre teste, importa poco, ora. Vorrei che campasse, quel poveretto.» Avevano disposto una stretta sorveglianza davanti alla cameretta del deputato.
  «Non fate passare nessuno senza mio ordine» disse Renzi.
  «Io torno a casa» si congedò il dottor Materazzo. «Se ci sono novità, m’informi subito.»
  Il commissario guardò il suo superiore allontanarsi. Aveva pena anche per lui. Chissà quante ne avrebbe passate. Avvicinò una sedia alla porta della cameretta e si sedette. Giunse Jacopetti. Appena lo vide, accelerò il passo.
  «C’è molta tensione in città. Ora, però, tutto sembra sotto controllo.» Era contento di recargli una buona notizia.
  «Ci sono stati morti?»
  «Solo feriti e contusi. Ma nulla di grave. Come sta l’onorevole?»
  «È più morto che vivo.»
  «Se la caverà?»
  «Ci vorrebbe un miracolo.» 

  Il commissario aveva dormito solo un paio d’ore, in una cameretta messagli a disposizione dall’ospedale. Al mattino presto era già in piedi. Ma non ci furono novità in tutta la giornata. Si era potuto appena affacciare. Aveva visto il deputato ricoperto di fili da tutte le parti. Aveva una grande fasciatura alla testa, gli occhi erano chiusi.
  «Si continua a sperare» gli aveva detto il medico.
  «Ci sono probabilità che riprenda conoscenza?»
  Aveva scosso la testa, ma non lo aveva escluso.
  Passò allo stesso modo anche il secondo giorno. Le poche volte che il commissario aveva il permesso di entrare, accadeva che il ferito aprisse per un istante gli occhi. Muoveva la bocca a fatica, ma poi tornava a dormire. Il medico diceva che in realtà quelli non rappresentavano segni di effettivo miglioramento. Si doveva ancora aspettare. Il mattino del terzo giorno, non erano ancora le sette, Jacopetti si presentò tutto trafelato davanti al commissario.
  «È accaduta una cosa incredibile.» Non ce la faceva a parlare. «Deve venire subito via con me, commissario.»
  «Ma cos’è successo, Jacopetti? Su, parla.»
  «Una strage, commissario. Hanno trovato nell’ufficio del Prefetto il dottor Materazzo e sua moglie. Morti. E anche il Prefetto l’hanno trovato morto, in fondo alla scalinata.»
  Imprecò. Era andato a prendere la giacca e ora si stava avviando con lui verso l’ascensore dell’ospedale.
  «Raccontami tutto per filo e per segno.»
  «Se n’è accorta la donna delle pulizie. È entrata nell’ufficio, come fa tutte le mattine, e ha visto i corpi dei coniugi Materazzo a terra, davanti alla scrivania, uno accanto all’altro, coperti di sangue. Si è messa a strillare, e allora è venuto l’agente di guardia e ha dato l’allarme. Il Prefetto l’hanno trovato dopo. Anche lui giaceva a terra in una pozza di sangue, in fondo alla bella scalinata.» 
  Giunsero nel Cortile degli Svizzeri[1]. Videro il corpo del Prefetto. Stavano facendo i rilievi.
  «La morte risale a ieri sera, tra le venti e le ventuno. E anche quella del dottor Materazzo e di sua moglie.» Era il medico legale che parlava.
  «Ma che ci facevano tutti e tre in Prefettura a quell’ora? Che ci faceva soprattutto la signora Materazzo?»
  «Pare che il Prefetto si sia suicidato.»
  Salirono la scalinata ed entrarono nella stanza del Prefetto. I coniugi Materazzo giacevano a terra uno vicino all’altro. Anche qui c’erano poliziotti e tecnici che facevano rilievi. Tre colpi erano stati sparati al commissario capo, di cui quello mortale in mezzo alla fronte. Due colpi alla signora Materazzo, uno all’addome e uno al cuore.
  «Sono stati ammazzati. Non ci sono dubbi.» Il medico legale era salito con loro, e nelle sue parole c’era molta tristezza.
  «Resta solo da verificare se si tratti della stessa pistola» aggiunse.
  «Fra quanto potremo saperlo?»
  «Entro due ore, ma penso anche prima.»
  Renzi ridiscese le scale con Jacopetti a fianco. Rividero il corpo del Prefetto. Lo stavano sollevando per deporlo nella bara metallica.
  «Che brutta fine, poveretto.»
  «L’ha voluta lui, commissario. È un delitto passionale, le dico. È stato lui ad uccidere i coniugi Materazzo.»
  «Tu corri troppo, Jacopetti. Ad ogni modo, ora verrà fuori tutta questa porcheria. Mi dispiace tanto per la vedova, che è una così brava signora.»
  «Le donne sono più forti degli uomini.»
  «Ma non lo meritava.»
  Tornarono in ufficio. Il Questore stava rinchiuso nella sua stanza. Il commissario entrò e si sedette di fronte a lui. Non sapeva che dirgli.
  «Sull’onorevole non ci sono molte speranze, purtroppo, signor Questore. E ora questa tragedia.»
  «Ma lei lo sapeva, della relazione tra la signora Materazzo e il Prefetto?»
  «Tutti lo sapevano.»
  «Ma che sfociasse in una tragedia simile… Sono stato dalla povera vedova. È una donna distrutta. Lei non immagina niente. È convinta che sia stato ammazzato. E ora salterà fuori quest’altra umiliazione.»
  Nel pomeriggio arrivò la notizia che anche l’onorevole era morto. 

[1] All’interno di palazzo Ducale.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart