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GIALLO: L’usuraio #10/18

16 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #10

La mattina dopo era una giornata chiarissima. Si scorgeva dal paese nitidamente la bella vetta della Pania della Croce. Ubaldo si fermò a guardarla, come aveva fatto tante altre volte. Andava in negozio con la speranza che quella fosse una giornata buona anche per lui, e quasi quasi dimenticava ciò che gli era accaduto la notte. Un duro colpo gli avevano assestato, e anche a don Saverio, che non aveva fatto in tempo a rimettersi dal precedente.
«Se continua così, a don Saverio la testa gli diventerà un bernoccolaio.»
Il mattino ha con sé la speranza. La Pania della Croce si stagliava sul paese come a rassicurare che nulla delle cose che importano nell’universo erano mutate. Il resto apparteneva al mondo piccino piccino degli uomini, e bastava rendersene conto e fare la proporzione. L’universo è altra cosa, più seria degli uomini. Che cosa conta l’uomo a paragone della perfezione di tutto il resto? Il cielo aveva quel colore blu intenso che rende belle tutte le cose del Creato. La Pania appariva superba. Ubaldo salì in macchina e lungo il tragitto che lo portava alla città murata, ogni tanto si volgeva ad ammirare le colline e le montagne, che quella mattina parevano conversare con l’uomo.
Tirò su la saracinesca del negozio. Alle undici sarebbe arrivata Marisa a dargli il cambio, e lui si sarebbe recato a concludere l’affare con Nasone. Per le strade c’era già gente; il settembre lucchese attira come il miele cittadini di altre città, e molti stranieri anche; Ubaldo si mise sull’uscio. Lo facevano in molti, ed era occasione per i commercianti di salutarsi e di fare un po’ di conversazione sulle novità. Anche tra loro si parlava in quei giorni di politica. Contrariamente alle promesse, il governo aveva aumentato le tasse; in un primo tempo aveva cercato di evitarlo, ma il fallimento di alcune previsioni, e la pesantezza del debito pubblico, lo avevano costretto ad assumere la nuova risoluzione impopolare. Si era rimangiata la promessa, e questo la gente non lo perdonava. Non cambiavano i metodi del governo, di qualunque colore fosse. Un governo ha sempre della tirannia e della spregiudicatezza nei suoi comportamenti. Ignazio Silone, nel bel libro “Vino e pane”, lo aveva scritto a chiare lettere: chi governa è e sarà sempre un’inquisizione[1]. Del resto la Storia è maestra. Sotto qualsiasi politica, liberale o socialista, repubblicana o monarchica, oligarchica o popolare, l’analisi della società rivela sempre le stesse piaghe, dai tempi dell’Egitto a quelli della Grecia e di Roma, al medioevo, all’era moderna, a quella dei nostri giorni: le classi povere si possono alternare, ma ci sarà sempre una classe di derelitti, e nessun potere, di qualunque colore, ingaggia una battaglia per aiutarli. La voce dei ricchi, e delle classi tempo per tempo dominanti, è sirena irresistibile, e prima o poi chi governa vi cede.
Il commerciante con il quale parlava Ubaldo fumava una sigaretta e ogni tanto tossiva.
«Ne fumi troppe.»
«Non fare come mia moglie.»
«Finirai al cimitero, se continui così.»
«Che ci devo fare, è un vizio. Come le donne.» Avevano riaperto le case chiuse, non come una volta, ma una specie di eros center, gestiti dalle donne e controllati dal punto di visto dell’igiene, onde evitare, come accadeva quando il meretricio si esercitava sulla strada, la contrazione di gravi malattie, tra cui l’Aids. Quel commerciante si vantava di frequentarli assiduamente, e di non mancare alle novità. La conversazione sulle donne era la sola che tenesse testa alla politica in quegli anni.
Poco prima delle undici, arrivò Marisa. Aveva ragione Nasone, era una bella ragazza, avrebbe potuto far felice un uomo da ogni punto di vista. Belle gambe, bel viso, un seno rotondo, sodo. Ubaldo pensò che forse gli avrebbe sistemato le cose, un giorno, se avesse sposato un riccone. Giovane come lei, però, perché ci teneva alla felicità della figlia. Meglio povera che infelice. Ma se fosse capitato un giovane piacente e ricco, che poteva desiderare di più? La fortuna di Marisa, forse sarebbe potuta diventare anche la sua fortuna. Marisa era per lui come una cartella della lotteria che teneva in tasca in attesa del giorno dell’estrazione.
«Torno subito» le disse. Marisa non chiese dove andasse, perché già altre volte ci aveva provato, ma Ubaldo faceva finta di non sentire.
Prima di entrare da Nasone, aspettò che rimanesse solo. Aveva una cliente, alla quale mostrava alcuni tessuti. Piegò la stoffa acquistata, la incartò, riscosse la somma, batté lo scontrino, salutò con un sorriso largo, come sapeva fare quando riscuoteva denaro. Fece anche un piccolo inchino.
«Vieni vieni, entra, carissimo.» Era raro che dicesse carissimo a qualcuno. «Raccontami per filo e per segno.»
«Lo sai come sono le banche…» principiò.
«Non me ne parlare. Ti dànno l’ombrello quando c’è il sole e te lo tolgono quando piove. Lo fanno con tutti. È il loro modo di prenderci per i fondelli.» Non diceva invece che così facendo, le banche avevano costruito la sua fortuna.
«E allora?» Lo incitava a continuare l’esposizione dei fatti.
«Lo sai anche te che il commercio non è più come una volta. Non si guadagna e quel poco serve in famiglia. Così, non si possono pagare i debiti…»
«La famiglia prima di tutto. Tu hai una moglie malata, e prima vengono gli obblighi verso di lei. E poi hai anche Marisa a cui pensare. Non devi farle mancare niente, perché è una bella figliola, e sarà la tua fortuna. Quella non lo sposa un poveraccio, stanne sicuro. Sposa un riccone, e ricoprirà di denaro anche te.» Gli piaceva sentirselo dire, e che Nasone, uno che del mondo se n’intendeva, avesse i suoi stessi pensieri sul futuro di Marisa.
«Marisa deve sposare uno che la faccia felice. Prima nei sentimenti, e poi se ci saranno anche i soldi, meglio ancora. Ma prima il sentimento. Desidero tanto che Marisa sia felice con l’uomo che sposa.» Era Ubaldo.
«Insomma, prima di tutto vuoi che si trovi bene a letto… non è così? E io ti do ragione, Ubaldo. Una donna, soprattutto se è bella come Marisa, ha il diritto di essere amata, amata anche a letto, voglio dire. Se no a che serve la bellezza, se si tiene in vetrina e non la si tocca, non sei d’accordo?»
«Anche questo, sì. Ma non solo questo…»
«I matrimoni, se sono felici o no, si decidono a letto, ricordalo, e dillo anche a Marisa.»
«Non ci parlo di queste cose con Marisa.»
«Ci devi parlare, invece. La sua bellezza la espone a tutti i rischi. Ed è bene che sappia come deve comportarsi, per servirsene bene, voglio dire, per la sua completa felicità.»
«Tu non hai figli, e non sai che oggi è difficile parlare con loro. Si credono già esperti in tutto, e che la vita non ha trappole.»
«Anche Marisa è così?»
«È sicura di sé.»
«Se ha cervello per conto suo, è meglio.»
Ubaldo tornò alla ragione di quell’incontro.
«Sono arretrato con il mutuo, e la banca non vuole più aspettare.»
«Quanto ti occorre.»
«Non si tratta solo delle rate, ma per via della mia insolvenza, mi riduce anche il fido.»
«Sono come iene, e più uno ha bisogno di aiuto, più si accaniscono contro di lui.»
«Ho bisogno di 50 milioni.»
«Una bella somma.»
«Puoi aiutarmi?»
«Sì che posso. Ma come pensi di restituirmeli?»
«Dimmelo tu, come vorresti.»
«Se fosse per me, li rivorrei domani. Ma devi essere proprio in cattive acque.»
«Se no, non ci venivo da te.»
«Hai fatto bene a venire, invece. Non sai quanto hai fatto bene. Siamo o non siamo paesani. Io ce li ho i cinquanta milioni. Eccoli qua.» Tirò fuori il blocchetto degli assegni. Ubaldo si meravigliò, perché di solito in queste tristi faccende si opera  con il contante.
«Mi vuoi dare un assegno?»
«Vado in banca a ritirare il denaro, mica sono scemo. Tu ti fai un giretto e torni qui fra mezz’ora.»
«Ma a quali condizioni mi presti il denaro?»
«Ti ho promesso che ti avrei aiutato, no? Ci metteremo d’accordo. Non sono come le banche, io.»
Chiuse il negozio e mise il cartello “Torno subito”.
«Vengo con te» si offerse Ubaldo.
«In banca ci vado da solo. Torna tra mezz’ora.»
La banca non era la stessa di Ubaldo. Si trovava a pochi passi. Ubaldo lo vide entrare. Si allontanò in direzione di piazza San Michele. La chiesa e il campanile erano stati ripuliti da poco. I marmi erano bianchi come la neve, e il sole di quella splendida mattina vi si rifletteva dando luminosità all’antica piazza. Come al solito, c’erano le giovani mamme con le carrozzine, e i bimbi giocavano coi piccioni. Quando qualcuno mostrava una manciata di riso, dai cornicioni della chiesa, dai tetti delle case circostanti, piombavano giù con frenetico movimento di ali. I bimbi lì per lì s’impaurivano, ma poi si disponevano al gioco. Si fermò a guardare la scena. Dopo un po’, l’orologio del campanile suonò le undici e mezzo. Volarono via i piccioni che si trovavano intorno alla cella campanaria. Altro fremito d’ali. I bimbi levarono gli sguardi lassù, agitando le braccine. Si può dire che sia la più bella piazza della città, e forse una delle più belle d’Italia. Ha grazia, eleganza, e classe, tali che la si guarda con rispetto e ammirazione. Di sera aggiunge una calda intimità, che la rende affascinante. Intorno alla piazza sorgono le più importanti banche della città. Al contrario, quella di Ubaldo è appartata. Ma è la banca dei lucchesi, schiva come loro. Tornò da Nasone.
«Ecco qua i soldi.» Nasone gli mostrò il pacchetto. Cinquanta milioni in contanti, nuovi nuovi.
«Non voglio prenderli, se prima non mi dici a quali condizioni.»
«Hai paura di me?»
«Che dici. Solo, lo devo sapere, almeno per organizzarmi. Cinquanta milioni non sono uno scherzo. Dovrò rivedere e pianificare le mie abitudini.»
«Non dire sciocchezze. Ci metteremo d’accordo in modo che tu non faccia soffrire nessuno a casa tua. Né tua moglie, né Marisa. E nemmeno tu devi soffrire, voglio che tu non abbia pensieri per questo denaro che ti presto.»
«E come posso non averceli i pensieri?»
«Senti come facciamo. Quanto prende la banca da te per gli interessi. Il 12, il 13, il 14%? Quanto ti prende?»
«Il 14%»
«Poi ci sono le commissioni di massimo scoperto, l’extrafido, le spese di gestione, eccetera eccetera. Facciamo il 15%.»
«Sì.»
«Allora io ti prendo il 15% di interessi, non una lira di più. Sei contento?»
«Non ci credo. Dove sta il trucco?»
«Il trucco? Il 15% è il 15%, mica ci sono trucchi. E il rientro lo farai quando puoi. Io non ti chiedo, perciò, che tu mi paghi ogni mese, o ogni due, o tre o sei. I soldi me li darai quando ne avrai disponibilità. Ti va, così?»
«Mi sembra di sognare.»
«E invece non sogni.»
«Non avrei mai creduto…»
«Corrono brutte voci sul mio conto, lo so. Ma sono pettegolezzi. Di gente che non ha avuto il mio aiuto, perché non lo meritava. Questa è la verità.»
«Non so come ringraziarti.»
«Però una carta me la devi firmare. Non una cambiale, bada. Non voglio che tu firmi una cambiale. Solo un foglio di carta, dove scriviamo che io ti ho dato questi cinquanta milioni e tu mi corrispondi un interesse annuo del 15%.»
«Scriviamo anche che i soldi te li restituisco a mio comodo.»
«No, questo no. Questo resta tra noi, a parole. Qui scriviamo che tu i soldi me li rendi in tre anni. Altrimenti potrei rimetterci io, e questo non  mi pare giusto. Però tu hai la mia parola. Potevo non aiutarti, lo capisci? Ed invece ho deciso di farlo, e tu devi fidarti di me.»
Ubaldo fece rapidamente una valutazione di quell’offerta e si rese conto che era ottima, anche ponendo la scadenza dei tre anni. Si ricordava che la banca gli aveva dato una settimana di tempo, e poi avrebbe iscritto ipoteca giudiciale sulla casa. Quella era una rapina, mentre Nasone si mostrava un amico comprensivo. Nasone scrisse l’impegno e Ubaldo lo firmò. Prese il denaro, ringraziò il suo benefattore e uscì per recarsi subito a depositarlo in banca.
Il direttore lo vide affacciarsi sulla porta. Capì al volo che il suo cliente portava una bella notizia.
«Venga, signor Torreggiani.»
«Ho con me quel denaro.»
«Bene, bene.» Non chiese come lo avesse avuto.
«Lo accompagno alla cassa, e farà il versamento. Quanto è riuscito a trovare?» Non pensava che avesse già con sé l’intera somma.
Ubaldo mise il contante sul tavolo, e cavò dal portafoglio l’assegno ricevuto ad Altopascio.
«Sono sessanta milioni.»
«Meglio chiamare qui l’impiegato» disse allora il direttore. Alzò il telefono, poco dopo entrò un contabile.
«Prenda l’assegno e controlli il contante. In tutto, dovrebbero essere sessanta milioni. Prenda le ricevute arretrate del mutuo del signor Torreggiani e le saldi aggiungendo gli interessi di mora. Quello che resta, lo versi sul conto.»
L’impiegato controllò, radunò il tutto e uscì. Il direttore prese di nuovo il telefono e pregò un impiegato dell’ufficio segreteria di venire da lui. Si presentò immediatamente, recando i moduli richiesti.
«Li faccia firmare e istruisca la pratica per richiedere il mantenimento del fido, limitatamente alla cifra di 30 milioni. Infine porti la pratica qui da me. Penserò io a trasmetterla.» Dicendo questo, guardò Ubaldo.
«Come le ho promesso, farò di tutto per mantenerle un fido di 30 milioni. Curerò personalmente la sua pratica.»
«Gliene sono grato» sussurrò Ubaldo.
Di lì a poco, tornò il primo impiegato con le ricevute relative alle rate del mutuo scadute e al versamento sul conto corrente. Le porse prima al direttore, che controllò.
«Tutto a posto, allora. Ecco a lei.» Consegnò le ricevute ad Ubaldo, che le piegò e le mise nel portafoglio.
«D’ora in avanti toccherà a lei di continuare a meritare la nostra fiducia. Mi raccomando, non resti più indietro con il mutuo, e si ricordi che ora il fido è di 30 milioni. Se non ci saranno insolvenze o sconfinamenti del fido, lei non sarà più disturbato dalla banca. E col tempo ci ringrazierà per ciò che abbiamo fatto. Glielo dico per esperienza. Lei oggi ce l’ha con noi, non è vero?, ma col tempo ci darà ragione, vedrà.» Il direttore si alzò, e anche Ubaldo. Si salutarono. Il direttore era contento, si vedeva.

[1] Al cap. XVIII.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart