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GIALLO: L’usuraio #11/18

17 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #11

Quella sera, al bar, la discussione sulla politica fu particolarmente animata. Soprattutto perché ci si erano messi di mezzo anche i giovani. Oltre al dottore e all’ingegnere, che spesso tenevano banco, si era surriscaldato il gruppo dei giovani, che di solito si radunava per conto suo, nelle stanze della parrocchia, prevalentemente. La parrocchia, nei piccoli paesi era un punto di riferimento per tutti, anche per gli atei, e manteneva una sua funzione specifica rivolta ai giovani, che venivano in questo modo incoraggiati a stare insieme e a ragionare. Ancora oggi è così, e forse lo sarà sempre. Crescendo, ciascuno, poi, prende la sua strada, a volte anche contro la Chiesa.
I giovani non se la intendevano più con i grandi, che consideravano, per la negligenza e l’inanità dimostrate, responsabili del degrado a cui era pervenuto il Paese, da cui si stentava a venir fuori, nonostante tutte le autorevoli dichiarazioni di buona volontà e di impegno. I limiti, secondo i giovani, stavano dentro la coscienza, che lungo i secoli aveva sedimentato corruzione ed egoismo. Come si doveva fare, allora, per sperare in una convivenza migliore? I giovani avevano una loro ricetta, liberarsi della politica che era diventata una piaga sociale. E come si governa una società? rispondevano gli adulti. E li tacciavano di illusi, e acchiappanuvole.
Quella sera, i giovani, erano andati al bar per fare una bevuta collettiva, e festeggiare il compleanno di uno di loro, che compiva diciotto anni, e diventava maggiorenne.
Riccardo, Giuseppe e Faustino, il figlio di Olimpio, erano i più accesi. C’era anche Antonietta che interveniva e diceva la sua senza alcun timore verso gli adulti.
«Se disertate la politica, voi giovani, allora ve ne accorgerete dove si va a finire.» Era Angelino, il dottore. «La politica è necessaria, perché l’uomo è iniquo, ribelle, assassino, parricida, matricida, fornicatore, spergiuro, sacrilego. Non lo dico io. Lo dice San Paolo[1]. E io aggiungo: egoista, superbo, avido, invidioso, e chi più ne ha più ne metta. È la politica che fa le leggi. Senza la politica non c’è legge, e senza la legge, il mondo è dominato dal male.»
«Ben detto» Era Sebastiano, l’ingegnere. «La politica è per un laico ciò che la religione è per un credente. Ma io ti capisco, Faustino. Tu hai sperato nel cambiamento. Ci contavi. Pensavi che fosse possibile. Noi invece siamo esperti, oramai. Esperti e vaccinati, nostro malgrado. Anche la Chiesa è stata malata. Per secoli, e non per anni. Eppure è guarita. E guarirà anche la nostra repubblica, che è ancora giovane. Come si è salvata la Chiesa, così si salverà anche la politica.»
«Bisogna fare tabula rasa, invece» disse Riccardo.
«E poi?» Era entrato don Saverio. Veniva a festeggiare anche lui. Al solito era vestito come un uomo qualunque, senza l’abito talare.
«Glielo dica lei» intervenne Nasone «che sono idee pericolose, quelle che hanno in testa. Che cosa vogliono fare? La rivoluzione? Ma ce ne sono state di ogni specie, e le rivoluzioni che cosa hanno cambiato? Solo quelli che comandano, hanno cambiato. E non sono state capaci nemmeno esse di fare tabula rasa. Per la semplice ragione che fare tabula rasa per davvero, senza compromessi, significa una cosa sola, far scomparire l’uomo dalla faccia della Terra. Angelino citava San Paolo. Io non me ne intendo di queste faccende, ma so come va il mondo, e non ci sono differenze tra come si viveva duemila anni fa e come si vive oggi. Ci sono e ci saranno sempre i gonzi che si lasciano fregare, e ci saranno sempre i furbi e i prepotenti pronti a farlo. Non si comportano così gli animali? E noi che siamo? Animali anche noi, siamo.»
«Sei te un animale» disse Faustino. «Ti credi furbo, e noi ci prendi per gonzi, non è così? Hai ricordato San Paolo? Allora io, a te, Nasone, te lo sbatto in faccia, San Paolo. Sai cosa dice San Paolo di quelli come te?»
«Perché, che cosa sono io?» Si adombrò subito, Nasone.
«Sei uno che è attaccato al denaro, e dove passa Nasone non cresce più l’erba. Dice così la gente. Lo sanno tutti come ti arricchisci, e che la bottega è una mascheratura. Allora comincia te a dare l’esempio, invece di far chiacchiere.»
Nasone era avvampato. Grande e grosso, stava per lanciarsi su Faustino.
«Fatela finita.» Si mise tra i due, don Saverio.
«Non mi faccio offendere da un moccioso.»
«Lei, don Saverio, badi a questi giovani. Hanno accumulato troppa rabbia.» Era Sebastiano. «Devono imparare che si può discutere anche senza offendere.»
«Nasone è un galantuomo» disse Ubaldo.
«Galantuomo un accidente. Vallo a chiedere in città, chi è Nasone.»
«Ora finiscila» disse don Saverio, e afferrò per le spalle Faustino, e lo trascinò in disparte.
«Mi vuoi dire che ti prende?» bisbigliò. «Guarda che vado a chiamare tuo padre.»
«Vai a chiamare chi ti pare.»
«Sei diventato troppo cattivo, da qualche tempo.»
«Non sono cattivo io, è cattivo il mondo.»
«Ma che ti ha fatto Nasone, per insultarlo a quel modo?»
«Niente.»
«E allora?»
«E allora son fatti miei.»
«Non mi rispondere così.»
«Non t’impicciare.»
Faustino con una spallata si liberò di don Saverio, e tornò a discutere e a insultare. Ce n’era per tutti, non solo per Nasone. Parlava con rabbia. Don Saverio lo ascoltò inveire, e non disse più niente. Non era il solo a comportarsi così. Anche i suoi compagni avevano la rabbia in corpo, si vedeva, e si gettavano nella discussione come se affrontassero una guerra. Tra le due generazioni, ormai, si frapponeva un’animosità sorda, cupa, preconcetta. Don Saverio non sapeva che fare. Quei giovani si sarebbero rivoltati anche contro di lui.
«Bel compleanno che siete venuti a festeggiare!» disse a Antonietta. La ragazza ci fece sopra una risata.
«Era tanto tempo che gliene volevamo dire quattro, a questi vigliacchi. Non ci poteva essere modo migliore per festeggiarlo.»
«Ma perché la cattiveria?»
«È la sola arma che ci resta. Ci hanno spogliato di tutto.»
«Andiamocene» esortò il prete.
Antonietta non diede ascolto. Allora don Saverio si avvicinò a Riccardo.
«Pensaci tu. Andiamo via, prima che succeda qualcosa.» Faustino era tornato ad insultare Nasone, il quale questa volta reagì colpendolo al viso con un pugno. Faustino cadde a gambe levate. Sanguinava dal naso. Antonietta si lanciò contro Nasone. I suoi pugnini battevano inutilmente sul petto dell’avversario, troppo grosso per lei.
«Quando ci vuole, ci vuole» disse Nasone, non curandosi dei colpi che riceveva da Antonietta. «Una volta va bene, passi pure, ma ora te la sei proprio cercata, Faustino.»
Il ragazzo si era alzato, intanto, ma, con sorpresa di tutti, non reagì. Don Saverio colse al volo quell’opportunità e gli andò vicino.
«Andiamo via» disse. Poi, rivolto agli altri giovani: «Andiamocene» ripeté. Questa volta tutti gli ubbidirono. Solo Giuseppe rimase a discutere con il dottore, ma don Saverio lo chiamò: «Anche te, Giuseppe, vieni via. Facciamola finita.» Sentiva di potersela permettere, ora, questa autorità.
Nasone scoppiò a ridere, nel mentre li guardava uscire.
«Ecco. Se li porti via, don Saverio, ma gli insegni anche a stare al mondo. Sono troppo arrabbiati per stare al mondo. Combineranno dei guai, e allora sì che sarà tabula rasa per loro. Stiano attenti a misurarsi coi grandi. Noi non siamo vigliacchi, come credono, ma siamo diventati forti a forza di umiliazioni. Glielo dica a quei mocciosi. Non se lo devono dimenticare che noi siamo sopravvissuti alle umiliazioni.»
La mattina dopo, don Saverio bussò alla porta di Olimpio. Erano le dieci circa, e voleva parlare con Faustino. Non c’era. Aveva preso il motore ed era uscito molto presto. Forse era andato in città, ma non aveva lasciato detto niente, come faceva da qualche tempo. Allora domandò delle sorelle. Sì, loro erano in casa. Stavano già sui libri.
«È successo qualcosa?» domandò Sunta. Matteo, il suocero, era ancora nel letto. Olimpio era nel campo. Si accorse che don Saverio batteva all’uscio di casa. Quando vide che Sunta gli aveva aperto, tornò alle sue occupazioni.
«Sei sempre sul chi va là, nevvero Sunta? Ma cosa vuoi che succeda in questo paese…»
«E invece no. Di cose ne succedono anche troppe. Che crede, che siccome sono una contadina che non ha studiato come lei, e sono ignorante, vuole che non me ne accorga della confusione che c’è in giro, e nella testa della gente? Io vedo tutto, don Saverio, tutto, e spesso mi conviene stare zitta.»
«Lo so, lo so, che sei attenta, Sunta, anche più di Olimpio. A fartela, a te, bisogna essere nati con due teste, perché un cervello solo non basta. Non è così?»
«È proprio così.» Lo fece entrare e chiamò le figliole, che comparvero in salotto.
«Ora te, Sunta, ci lasci soli. Che io voglio fare due chiacchiere con queste belle figliole.» Belle lo erano, anche se non come Marisa. Don Saverio si mise a sedere, e così fecero subito dopo le ragazze, mentre Sunta tornava in cucina. Sulla porta, brontolò. «Non ho studiato, mentre potevo. Ora mi tocca faticare tutti i giorni. Sa dove vado, ora? In cucina a sbucciare le patate, e poi devo correre da Olimpio, che ha bisogno di me. Queste signorine, con la scusa dello studio, se ne lavano le mani, e per ottenere un aiuto, bisogna chiederglielo in ginocchio. Il loro babbo si rompe le ossa per farle studiare. E loro? Neanche un po’ di riconoscenza.» Le ultime parole si sentirono appena, perché era già arrivata in cucina.
«Brutta razza, la gioventù, non è vero, Antonietta?»
«E perché guarda me?»
«Io guardo te, perché ieri sera c’eri te nella confusione, e non Angela.»
«Se c’era, faceva lo stesso anche lei. Sa tutto, Angela, e condivide.»
«È così Angela?»
«Come vuole che sia. La croce addosso la portiamo noi giovani, e non Nasone o l’ingegnere, o il dottore, che il lavoro ce l’hanno. L’hanno tolta a noi questa possibilità.»
«Non ci si può rimboccare tutti insieme le maniche, e dimenticare, e ricominciare da capo?»
«Per ricominciare da capo, si deve eliminare la zizzania. Non lo ha letto, lei, il vangelo?»
«Non prenderti gioco di me.»
«E allora lei non ce li faccia questi discorsi cretini.» Era Antonietta.
«Bada a come parli.»
«È lei che ci offende.»
«Io voglio capire da dove viene tanta violenza. Come si può crescere con tutto quell’odio che avete dentro. Nemmeno un animale può odiare a questo modo.»
«Ma l’uomo odia di più, perché ha l’intelligenza a disposizione. Dio l’ha fatto a sua immagine e somiglianza.»
«Mi pare di sentir parlare Faustino, e non te, Antonietta. Bada a non bestemmiare. Stai prendendo una brutta strada. In testa a una ragazza, queste idee portano alla rovina.»
«Vede,» disse Angela, che aveva meno rabbia della sorella «noi non riusciamo a vedere il nostro futuro. Non abbiamo speranza. È per questo che accumuliamo risentimento. Si studia, si fatica, ma non sappiamo che cosa ci attende; nemmeno se vivremo ancora in una società come questa. Potrebbe succedere di tutto, tra qui a qualche anno.»
«Di tutto, che cosa?»
«Non si è accorto, lei che ha studiato come noi, che in questo mondo, tutto si ripete allo stesso modo da secoli? I mali denunciati mille, duemila, tremila anni fa, sono identici a quelli di oggi. Ne scrivevano i greci, gli egiziani, i romani. Nemmeno Cristo né i Santi sono riusciti a mutare il corso delle cose.»
«Vuoi riuscirci tu, allora?»
«Siamo stufi, perché ora abbiamo toccato il fondo. Ci è stata tolta la speranza.»
«Non è vero che il mondo non è mutato. Si sono fatti passi giganteschi. Possibile che dimentichi la schiavitù, o la miseria nera che opprimeva la maggior parte degli uomini?»
«Si è spostata, la miseria, non è più in Occidente, questo solo è  cambiato, ma si è accresciuta ovunque.»
«E tu come la vorresti sconfiggere?»
«Si pensava con l’amore. Ma è debole, non può farcela. Nemmeno quello di Cristo è bastato.»
«E allora?»
«Faustino dice che occorre esplorare il male, conoscerlo a fondo. Perché è il male il vero padrone della nostra esistenza. Il male è nel Creato, lo ha permeato di sé.»
«Chi vi ha messo in testa queste sciocchezze?» Don Saverio fece un balzo dalla poltrona, e si piantò in piedi davanti alle ragazze, che restavano sedute.
«Non si scaldi tanto» disse Antonietta.
«Io voglio sapere chi vi ha messo in testa queste cose.» Urlava.
Angela si alzò.
«Nessuno ce le ha messe in testa. Sono idee che corrono tra noi giovani. E Faustino è convinto che si deve percorrere anche questa strada.»
«E voi? Siete convinte anche voi?»
«Sì.»
Don Saverio tornò in canonica più abbattuto che mai. Doveva fare un salto in Curia, ma vi rinunciò. Si mise seduto davanti alla finestra e attese il ritorno di Faustino.
Non ci credeva che i giovani la pensassero in quel modo. Però Angela e Antonietta erano ragazze piene di giudizio, sicuramente tra le migliori del paese. Non avevano parlato tanto per dire, o mostrarsi. Quelle idee, le avevano in testa. Avevano ragione, almeno in parte, quando affermavano che la sofferenza e la miseria c’erano state sempre nel mondo, che pareva diviso in due: coloro che soffrivano e coloro che godevano dei piaceri della vita. Il progresso che si era compiuto grazie anche alla scienza era consistito nell’inserire qualche addendo in più nella somma di coloro che comandavano e si arricchivano, poca cosa davvero, se si considerava che la popolazione era enormemente accresciuta. Non c’era quindi motivo di gioire, neanche per un prete, se un povero era passato dalla parte dei ricchi. Faticava la giustizia a farsi strada nel mondo. Dove se n’era andato Dio? Aveva dimenticato il mondo? E perché dimenticava i preti, quelli come lui che avrebbero bruciato in un attimo la loro vita, se ciò poteva servire al bene degli uomini? Col pensiero riandava indietro nei secoli. Quanti preti migliori di lui, quanti Santi lo avevano preceduto. Che cosa restava di essi? Ebbe paura. Fermò il pensiero per non approfondire. Lui non era prete a caso. Si ricordava di averlo desiderato con tutte le sue forze; non era più un ragazzo quando avvertì la vocazione, conosceva già il mondo, la cattiveria che vi dominava, ma aveva scoperto anche i piccoli segni del bene, che stanno nascosti nel cuore degli uomini. Nasceva da lì la sua vocazione. Il suo lavoro era diverso da quello della scienza. Il povero che si arricchiva non faceva parte della sua missione, egli doveva scavare nelle coscienze, dar luce, ossigeno al bene.
Sentì il rombo della moto di Faustino. Era soprappensiero. Si scosse. Corse alla porta, uscì dal cancello della canonica. Lo vide appena in tempo, mentre Faustino stava per chiudere l’uscio di casa. Il ragazzo parve contrariato da quell’incontro.
«Non ho voglia di prediche, stamani.»
«Fra poco ricomincerà la scuola, e avremo poco tempo per parlare.»
«Meglio così. Lo sai che non le sopporto le prediche. Eppoi le conosco, le tue. Sono chiacchiere piene di vento. Non servono a niente. Voi preti siete tutti uguali, fatti con lo stampino. Non portate più la tonaca, perché basta starvi a sentire per capire che siete preti.»
«Che cosa facciamo di male?»
«Io non ce l’ho con te, Saverio. Forse sei migliore di tanti altri preti. Ma voi non servite a niente. Siete solo dei pacieri, dei mediatori, che cercano di far camminare le cose senza scossoni, ma non producete nessun cambiamento.»
«Quanti di noi si sono ribellati al potere per riscattare i deboli, e sono morti! Dove c’è la miseria, là trovi la Chiesa, schierata dalla sua parte. La Chiesa ha sbagliato, è stata coi ricchi per tanti secoli, ha protetto l’egoismo e l’avidità, ma ora non puoi dire che la Chiesa non sta dalla parte dei deboli.» Faustino si era messo a seguire don Saverio, che tornava alla canonica, contento che Faustino lo stesse a sentire. Non era cattivo, pensò.
«Dimmelo tu che cosa vuoi da noi preti.»
«Non voglio niente. Non voglio niente, per la semplice ragione che non potete darmi niente di ciò che mi serve.»
«E cosa ti serve.»
«Il male si combatte con il male, non con il bene. Il bene è debole. Lo è sempre stato. I buoni sono degli sconfitti. Nel mondo governerà sempre il male. Bisogna conoscere il male per fare una nuova rivoluzione, diversa dalle altre, che bandisca la pietà dalla faccia della Terra.»
«Se è vero quello che dici, come te lo spieghi l’amore? Ciò che senti verso i tuoi genitori, le tue sorelle, gli amici, le ragazze che ti piacciono, non nasce dal male. Sono sentimenti che ti dànno gioia, felicità, li vorresti avere sempre dentro di te. Essi non hanno la prepotenza del male, e sono più forti del male.»
«E allora perché non vincono?»
«Perché l’amore è anche carità, e non tutti gli uomini sono pronti.»
«Ma pronti a che cosa? Se Dio voleva far vincere il bene, non gli mancava certo il modo. L’amore è una piccola cosa rispetto alle vere ragioni dell’esistenza, che sono tutte ragioni del male, le ragioni del più forte, le ragioni della lotta per la sopravvivenza.»
Sulla porta della canonica, Faustino si fermò.
«Ne ho piene le scatole di questi discorsi. Torno a casa.»
«Non so più che dirti, Faustino. L’evidenza è contro di me. Tu gridi, ed io non posso opporti che le parole che noi preti diciamo da secoli. Sono parole consumate, piene di vento, tu dici, ma sono le parole che abbiamo ricevute da Cristo, più di duemila anni fa. Noi le diremo fino alla fine del mondo, moriremo per esse, perché sappiamo che sono la verità.»
«Se non riescono a cambiare il mondo, allora significa che anche la verità non serve a niente.»
Aveva già ridisceso gli scalini della canonica, Faustino. Don Saverio non si voltò nemmeno a guardarlo allontanarsi. Si sentiva sconfitto, come gli era successo un’infinità di altre volte. Sarebbe stato bello vincere, ma era un prete, e un prete deve portare, come Cristo, la croce del mondo su di sé. Serrò la porta, e gli sembrò di rinchiudersi dentro una tomba.
Non passò molto tempo che sentì bussare. Era lontano coi pensieri. A fatica andò ad aprire. Era di nuovo Faustino.
«Dev’essere tua, questa» gli disse, aprendo il palmo della mano. Sopra vi stava la crocetta che don Saverio aveva smarrito a Rupecava.
«Come l’hai avuta? Sì, è mia, è la mia croce. Dimmi come l’hai avuta!» Aveva paura però di quello che Faustino poteva rispondergli.
«Ce l’ho e basta» disse Faustino.
«Tu eri là, quella sera.»
«E allora?»
«Ma come allora! Tu hai colpito me! Hai cercato di spegnere la mia speranza. Oh, Faustino, Faustino…»
Ma Faustino se n’era già andato.

[1] Nelle due lettere a Timoteo, e in particolare nella prima.


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Bart