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GIALLO: L’usuraio #12/18

18 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #12

II

Settembre era volato via. Si erano concluse le varie manifestazioni che arricchiscono a Lucca l’ultimo mese dell’estate. Si era ai primi di ottobre. Le giornate erano belle, con un sole tiepido, che spesso allieta più di quello torrido di agosto. La natura già cominciava a prendere gli stupefacenti colori dell’autunno.
Il commissario Luciano Renzi faceva footing sulle Mura. Era domenica. Il medico l’aveva trovato un po’ ingrassato. Aveva straviziato durante l’estate. Era pieno di trigliceridi. Doveva smaltire. Che cosa c’era di meglio di qualche giro di Mura? Aveva praticamente costretto Jacopetti a fargli compagnia. Erano andati insieme a comprare le tute. Il rosso predominava in quella del commissario, l’azzurro in quella di Jacopetti. Renzi aveva faticato a trovare le giuste scarpe da ginnastica. I suoi piedi larghi, a barca, facevano ammattire più di una commessa. Non bastava il numero grande, il 45, occorreva che anche la forma fosse larga, e soprattutto fosse larga la punta, che doveva essere molto, molto rotonda. Jacopetti ne avrebbe fatto a meno, sia di quella spesa, che di trovarsi lì sulle Mura, esposto alle risatine dei compagni. Si sapeva che anche taluni colleghi avevano preso l’abitudine di frequentare di più le Mura, dal momento che avevano saputo che lui e il commissario vi andavano a fare il footing. Renzi era ridicolo. Massiccio e un po’ pancione, si muoveva come un pachiderma. Strascicava i piedi, non riusciva proprio ad alzarli. Jacopetti era più bravo, sapeva armonizzare il movimento delle braccia con quello delle lunghe gambe. Renzi, le braccia le teneva ferme all’altezza del petto, e quando, certe volte, prendeva a muoverle, sembravano andare per conto loro. Renzi era proprio una frana, e Jacopetti non capiva come un imbranato simile avesse scelto una tuta dove predominava il rosso, un colore che attirava l’attenzione di tutti. Entrambi ansimavano, avevano il fiato corto. Giunsero sudati davanti all’Orto botanico. A quell’ora del primo mattino le panchine sono quasi tutte libere. Scelsero quella che dava sul laghetto della leggenda. Si narra che lì precipitasse all’inferno con la sua carrozza la bella Lucida Mansi, allo scadere del patto stipulato col diavolo, che l’aveva lasciata giovane e bella per trent’anni. Si sedettero. Non ce la facevano a parlare. Presero fiato. Jacopetti fu il primo a riprendersi.
«Ci viene un infarto, se continuiamo così.»
«Non gufare, Jacopetti.»
«Dico sul serio. Sento che il cuore mi batte a mille. Pare impazzito. E il suo?»
«Cuore o non cuore, dobbiamo fare tre giri di Mura. Ora ci riposiamo cinque minuti, e poi si riparte. La colpa è anche un po’ tua se mi ritrovo così.»
«Mia!? Questa è bella, commissario. E perché mia?»
«Perché camminiamo sempre in macchina. Sei troppo pigro, tu. Quante volte ti ho invitato a fare due passi, ma tu, se non hai la macchina, non ti muovi. Anche quando c’è da fare due salti in città. D’ora in poi, però, farai a modo mio.»
«Certe volte, è andato in città da solo, a piedi, commissario. Dia retta a me, non è colpa della macchina.»
«E di che, allora?»
«Dell’età. I grassi si smaltiscono meno con l’età, perché tutto è vecchio e arrugginito dentro di noi. Anche la mia Esterina me lo dice, quando mi lamento. “Invecchi Sandrino” mi dice, ed io le do ragione, perché, anche se nello spirito mi sento un ragazzino, nel corpo la sento la fatica. Lei non ci crederà, ma io, appena l’anno scorso, i tre giri di Mura, me li facevo senza fermarmi mai, e ora invece, se non mi fermo, scoppio.»
La loro attenzione si era posata finalmente sul laghetto.
«Bisognerebbe farlo anche noi il patto col diavolo, Jacopetti.»
«Così si finisce all’inferno.»
«Ma almeno ce la godiamo per altri trent’anni.»
«È troppo tardi per fare il patto col diavolo. Lo rifiuterebbe il patto con noi, il diavolo.»
«Non gli parrebbe vero, invece. Lui prende tutto, pur di popolare l’inferno.»
«Allora gli si dovrebbe chiedere di farci prima ringiovanire, perché campare altri trent’anni conciati come siamo, servirebbe a poco.»
«Pensi sempre alle donne, non è così?»
«E a cosa devo pensare, se no? Che me ne faccio di altri trent’anni, se non posso scapricciarmi con le donne. Eppoi, quei patti lì, vanno bene per le donne, che restano belle e desiderabili, non per noi uomini. A noi la bellezza serve a poco.»
«Lo dici te.» Renzi ricordava in gioventù qualche occasione persa a vantaggio di amici più belli di lui.
«Più che la bellezza, a noi uomini serve la virilità. Si può essere bruttini, non brutti brutti, perché allora ha ragione lei, ma se si è appena appena bruttini, come possiamo esserlo noi due…»
«Parla per te.»
«Beh, insomma, commissario, belli non siamo. Però…»
«Però?»
«Virili sì!» Restò in attesa, Jacopetti.
«Ma cosa mai vuoi essere virile, con quelle due donne che ci ritroviamo tra le mani.»
«Ma se capitasse una come m’intendo io… Non c’è uomo bello che potrebbe battermi.»
«Sarà bene che ci riposiamo un altro po’, Jacopetti, perché la fatica ci ha rimbambito il cervello.»
«Per me va benissimo, commissario, io di qui non mi muoverei più. Se penso che dentro quel laghetto ogni tanto appare il viso della bella Lucida…»
«Son chiacchiere della gente, Jacopetti. Io non l’ho visto mai. La gente è credulona, e basta mettere in giro una bella storia, che subito diventa leggenda, tutti ci credono. Come te lo spieghi, se no, che i furbi fan sempre i soldi, e la maggior parte della gente resta fregata. Col popolo, se si sa usare il cervello, ci si arricchisce.»
«Sì, ma non mi pare giusto approfittare della credulità della povera gente.»
«C’è chi ne approfitta, lo sai meglio di me. Qualche volta riusciamo a metterlo in galera, ma spesso i furbi in galera ci mettono noi, nel senso che comandano loro, e noi si deve solo ubbidire.» Jacopetti aveva disteso le lunghe gambe, ed ora stava sbracato sulla panchina. Discorreva volentieri. Aveva ripreso fiato, e anche il commissario si era dimenticato di trovarsi lì per una ragione precisa, e cioè smaltire i trigliceridi; per quello scopo aveva indossato la tuta rossa. Chissà se se lo ricordava di essere in tuta da ginnastica. Lui poggiava la schiena ben aderente alla spalliera. I piedi, li teneva aperti, come al solito. I lacci bianchi delle scarpe avevano il fiocco molto largo, che quasi toccava terra. Sotto di loro, qualche turista, in visita all’Orto botanico, si era avvicinato al laghetto, che in mezzo ha un vecchio albero. L’acqua era ricoperta di foglie verdissime e grandi. Una turista si chinò ad osservare.
«Cerca la nostra bella Lucida, la tedeschina. Vedi, Jacopetti, quanta gente crede alle fesserie. Quelli sono venuti apposta per vedere Lucida. Hanno speso soldi per venire qui.»
«Mica sono venuti per Lucida. Sono venuti per la città. Non sono i soli a venire. Lucca ormai è famosa nel mondo. Sono contento, perché se lo merita.»
Nel girarsi verso il viale delle Mura, al quale davano le spalle, Jacopetti si avvide che passava un collega della buoncostume, in compagnia della moglie. Si fece piccino piccino per non farsi notare, e avvertì il commissario.
«Non si volti, per carità. Non si volti.» E fece il nome del collega, un pettegolo, che avrebbe messo in piazza la circostanza. Anche se quasi tutti ormai sapevano.
Il collega li aveva visti, e andò a salutarli. Quando si furono allontanati, Jacopetti volle dire la sua.
«Lo ha fatto apposta. Sono sicuro che l’ha fatto apposta, commissario.»
«Certo che l’ha fatto apposta. Lo conosci anche tu. Quello lo racconta anche al Questore, e si faranno due belle risate alle nostre spalle.»
«Certo, commissario, che per via dei suoi trigliceridi, tocca fare anche a me di queste figurette. Non abbiamo il fisico atletico, ecco la verità, e le tute addosso a noi sono come il topless sulle nostri mogli. Ho reso l’idea?»
«L’hai resa sì, ma guarda che non è un bel complimento da sbattere in faccia al tuo commissario.» Jacopetti ci aveva pensato anche questa volta alla promozione, e perciò aveva voluto mettere in risalto il sacrificio che sopportava per accontentare il suo superiore. Non immaginava di aver fatto una gaffe.
«Sarà tempo di muoversi, Jacopetti. Ci siamo riposati abbastanza.»
«A quando la prossima sosta?»
«Al Villaggio del fanciullo, forse.» Il Villaggio del fanciullo è un edificio che ospita giovani bisognosi; era a meno di un chilometro da lì.
Si alzarono, si stirarono la blusa, e come se nulla fosse, con la più grande naturalezza, come atleti veri, ripresero a correre. Jacopetti passò di slancio avanti al commissario, aveva le gambe più lunghe, ma si accorse di aver commesso un’altra fesseria, così rallentò, e fece in modo che Renzi lo raggiungesse. Lo sentiva già ansimare.
Gli alberi delle Mura erano stati colpiti qualche anno prima da una grave malattia, che l’ignavia dell’uomo, come spesso accade, aveva lasciato peggiorare. Infine erano stati abbattuti gli alberi malati e si erano piantati i nuovi. Renzi e Jacopetti stavano passando sotto i nuovi, i quali ancora non davano ombra, e parevano cuccioli impauriti. Lucca è un piccolo mondo chiuso dentro le sue Mura. Esse sono il suo biglietto da visita. Chi la scorge da lontano, prima dei tetti vede i campanili, le torri e le Mura. Le Mura sono il suo nastro verde di speranza.
Poco prima del Villaggio del fanciullo, il commissario volle fare una nuova sosta. Si sentiva affaticato.
«Stamani non carburo. Ho i muscoli indolenziti, Jacopetti.» Si sedette su di una panchina.
«Beh, fino a qui ci siamo arrivati. Avevamo detto al Villaggio del fanciullo, e questo è il Villaggio del fanciullo. Ci mancano solo pochi metri. Siamo in pari con la tabella di marcia, commissario. Allegria.» Jacopetti non sentiva la fatica come Renzi, per via della sua complessione, più leggera e longilinea. Dietro avevano lo stadio comunale, dove nel pomeriggio avrebbe giocato la Lucchese. Jacopetti salì sul poggio della cortina per guardare.
«Oggi, là dentro ci sarà baraonda. Io non capisco come si possa mutare davanti a un pallone. Vede, su quella panchina dove si è seduto lei, stamani si può godere un po’ di tranquillità, ma oggi da lì si sentirà l’inferno. Si scatenano peggio che se fossero ad una guerra.» C’erano stati disordini, una delle domeniche prima, ed alcuni poliziotti erano stati feriti. Anche per questa domenica si prevedevano incidenti, dato che era ospite una squadra ostica per il Porta Elisa.
«Io farei come i musulmani. Al responsabile degli incidenti, gli taglierei la mano. Tutto tornerebbe a posto in quattro e quattr’otto.»
«A Lucca si vedrebbero solo monchi, allora.» Lucca era un po’ cambiata. Erano cambiate anche le altre città, ma a Lucca la violenza era penetrata attraverso le sue Mura, che sembravano predestinate a proteggerla contro tutti i mali della Terra. Invece, la sua inviolabilità era caduta, e la violenza strisciava alle porte delle case come l’angelo della morte. Occorreva una grande forza morale per reagire, e si sperava che Lucca l’avesse. Jacopetti si era messo a sedere accanto al commissario.
«Tutto tornerà a posto, giusto in tempo perché ci si possa godere la nostra pensione.» Al commissario non mancavano molti anni.
«Chissà se è proprio dietro l’angolo la mia pensione, Jacopetti.» Aveva disteso le braccia sullo schienale della panchina. «Hanno rubato e siamo noi disgraziati che si deve pagare. Prima hanno aumentato le tasse, e ora che non abbiamo più soldi, hanno avuto quest’altra pensata, e ci costringono a lavorare di più. Risparmiano sulla nostra pelle, Jacopetti. Altro che tasse! Qui si prendono la nostra vita, invece che il denaro! Uno fa dei progetti, immagina di godersi un po’ di vecchiaia, e tac, ecco la fregatura, e quando si andrà in pensione, si andrà solo per morire. Qui ci vuole una bella rivoluzione, Jacopetti, ecco che ti dico, una bella rivoluzione, e basta con le chiacchiere. Ne abbiamo fatte abbastanza e non sono mai servite a nulla.»
«Se si fa la rivoluzione, commissario, ci vengo anch’io a Roma, e vedrà che ci viene anche il Questore.»
«Dicono che non ci sono più soldi. E perché non ci sono più soldi nessuno se lo domanda. Dobbiamo pagare con la vita le loro ruberie.»
Il commissario andava dritto per la sua strada. «Si possono sopportare sacrifici di ogni tipo, ma questo è troppo. Questo non è giusto. L’uomo non cammina attraverso i millenni per indietreggiare, ma per andare avanti.»
Diventava rosso di rabbia.
«Che si fa, commissario? Restiamo qui tutta la mattina?»
«Hai ragione, Jacopetti. Me la prendo troppo.»
Si alzò. Si stirò la blusa. Aveva un po’ di pancia, il dottore aveva ragione. Ma fino a quando doveva durare quel rito sulle Mura? Invece di sentirsi meglio, gli pareva di essere peggiorato. Più correva, e più le gambe diventavano molli. Al contrario di quanto accadeva a Jacopetti, che diceva di sentirsi tornato giovane, e che dentro ci aveva una forza da leone.
«La ginnastica, a te, ti ha ringalluzzito, Jacopetti.»
«Lo può dire piano e forte, commissario. Da quando vengo a correre con lei, mi sento un altro. Giovane e forte. E anche quello lì, mi capisce non è vero?, è sempre pronto, ed Esterina protesta che non la lascio più in pace, e che non sono comportamenti da tenere con la propria moglie, che fatica tutto il giorno, e la notte ha il diritto di dormire. La ginnastica mi ha fatto bene a tutto, commissario.»
«A me, ha levato le forze, invece, e Maria è più contenta. Si può permettere certe dormite che prima nemmeno si sognava. È ringiovanita, lei, e vedessi come mi manda volentieri a correre la domenica. Non le interessa più fare la gita in macchina con me. Preferisce farmi correre. Capisci che strega?»
«Forse non la lasciava in pace, prima, ed ora si prende la rivincita.»
«Beh, ad essere sincero, non perdo molto, Jacopetti.»
«Non dica così, commissario, che mi fa pensare a mia moglie. Io il vigore che mi nasce dalla ginnastica lo scarico sulla povera Esterina, ma mi meriterei qualcosa di meglio. Sono in gran forma, le dico, commissario, e quando leggo sui giornali che certe belle donne hanno uno straccio di marito, io mi mordo le mani, e penso che mi meritavo una sorte migliore.»
«Calmati, Jacopetti, altrimenti ti viene l’infarto, e addio pensione: se la godrà la tua Esterina.»
«Se gliela dànno la pensione… mica è sicuro che gliela dànno, alle vedove, o se gliela dànno, sarà proprio uno straccio di pensione, che le costringerà a lavorare o a fare le mignotte.»
«Cosa dici, Jacopetti! Esterina mignotta! Ma va là…»
«Ma se non hanno da mangiare, queste donne, cosa possono fare? Il lavoro in fabbrica non c’è per tutti, manca per gli uomini, figuriamoci per le donne.»
«Maria non lo farebbe mai!»
«Non voglio deluderla, commissario, ma le donne sono come le bestie. Fiutano la vita meglio di noi. Sono meno romantiche e hanno meno poesia di noi uomini, anche se sembra il contrario. Ha visto? Tra gli animali sono più le femmine che i maschi che si adoperano per le cose pratiche della vita. A caccia per procurarsi il cibo, vanno le femmine, più che i maschi. Stanno coi piedi per terra le donne, creda a me. E sono pronte ad adattarsi a tutto, pur di riuscire a campare.»
«Ma fare quel mestiere, Jacopetti… Su, non mettermi di malumore. Prima ero arrabbiato per colpa delle pensioni, ora mi è passata, e tu mi ficchi in testa questa corbelleria.»
«Bisognerebbe morire e mettersi a spiare le nostre donne, commissario. Allora si toccherebbe con mano che quel che dico non è una fesseria. Le donne sopravvivono sempre, se restano sole. Sono gli uomini che muoiono, sempre, anche quando a morire è una donna.»
«Stamani mi confondi, Jacopetti. Ti sei alzato con la chiacchiera, vedo.»
«No, stamani ho il cervello che funziona al 100% e se avessi un’indagine tra le mani, sarei capace di scoprire l’assassino in un minuto. Vuol dire tanto avere il cervello efficiente al 100%. Invece, succede che non ce l’abbiamo quasi mai, non è così?»
«Parla per te.»
«Mi riferivo all’uomo in generale, commissario, non certo a noi due.»
«Non fare il furbo con me.»
«Non me lo permetterei mai.»
«Mica sono ancora rimbambito.»
«Lei non sarà mai un rimbambito. Neanche quando sarà in pensione. Sono contento di lavorare con lei, lo sa, vero?»
«Ma che mi fai, Jacopetti, una sviolinata?»
«Dico solo la verità, commissario.»
«Su su, basta con queste baggianate.»
«Che si fa, commissario? Si torna a casa?»
«Dobbiamo percorrere ancora due giri e mezzo.»
«Ma li vuol fare davvero?»
«Diamine.»
«E allora che si fa, si va?»
«La prossima sosta la facciamo al baluardo di Santa Croce.»
«O.K., commissario.» Jacopetti fu il primo a partire. Renzi si era chinato ad allacciarsi una scarpa. Se ne accorse e tornò indietro. Davanti a lui continuava a tenere le gambe in movimento, un due, un due, un due, si aiutava con la voce. Il commissario alzò la testa.
«O Jacopetti, che fai? Che ti sei messo in testa, di vincere un’olimpiade?»
«Con la forza che mi sento dentro, potrei vincere un’olimpiade e un campionato del mondo insieme. Io stamani sono imbattibile, commissario.»
Muoveva ancora le gambe. Il commissario, che si era inginocchiato, si alzò, si stirò la blusa un’altra volta, e accennò a partire. Jacopetti si mosse come un felino. Al primo passo che fecero, lo distanziò di mezzo metro, al secondo c’erano già cinque figure di distanza, dopo qualche passo, non sentiva più addosso il fiato del commissario.
«Se fai così, Jacopetti, io mi fermo.»
«Mi creda, non m’ero accorto di andare così forte. Ora rallento e vengo con lei. Sto al suo passo.»
«Non mi credere tanto vecchio, Jacopetti. È perché stamani non sono in vena, ci ho della rabbia in corpo. Altrimenti, non faresti tutta quell’esibizione. Quando sono in forma, io ti batto, Jacopetti. Tu lo sai bene, fai finta di nulla, ma lo sai che posso batterti, se sono in forma.»
«Certo che lo so, commissario.» Jacopetti non se lo scordava mai che dipendeva anche dal commissario la sua promozione.
Affiancati l’uno all’altro passarono davanti al Villaggio del fanciullo, attraversarono il baluardo di San Martino e, questa volta, sembravano leggeri come farfalle. 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart