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GIALLO: L’usuraio #13/18

19 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #13

A casa, Renzi si diresse subito verso la doccia. Naturalmente quell’obbligo di fare ginnastica tutte le sante mattine di domenica procurava un po’ di confusione in famiglia. La doccia serviva anche ai figli, e siccome erano due, e tre con Maria, che però badava a levarsi presto di mezzo, poteva capitare che il commissario la trovasse occupata. Questa volta c’era Manuela, la figlia più grande. Dentro la doccia canticchiava, e si capiva che aveva tutta l’intenzione di prendersela con comodo. A Renzi, ogni intoppo lo infastidiva. Cercò di trattenersi. Per compenso si mise ad andare avanti e indietro davanti alla porta del bagno. Maria se ne accorse, passando di lì.
«Ti sei messo a fare il guardiano? Lasciala in pace quella poverina.» I figlioli erano sempre poverini e degni della massima considerazione, lui era invece sempre un importuno, uno che lo faceva apposta di dar fastidio ai figli.
«Lo sapevi che sarei tornato a quest’ora. Perché non lo hai detto a Manuela? Senti come canta. Quella ci fa il tócco lì dentro.»
«La domenica è l’unico giorno che possono stare un po’ di più a letto, i nostri figli. Possibile che non hai un po’ di amore per loro?» Era vero che negli altri giorni si alzavano presto per mettersi a studiare. Si comportavano come soldati. Alle otto si trovavano già sui libri, e continuavano così per tutto il giorno, salvo qualche pausa di svago, ridotta ai minimi termini. Con gli esami all’università erano in pari, e ottenevano buoni voti. Ne erano fieri entrambi i genitori; sapevano che in altre famiglie i figli costituivano una preoccupazione in più. Loro invece erano stati fortunati. Da chi avevano preso? Se lo domandavano, perché né Luciano né Maria si sentivano aquile.
«Da te e da tuo padre non hanno preso di sicuro» diceva certi giorni Maria. «Tu hai il cervello del contadino, duro come un guscio di tartaruga. Sarebbero stati due cretini, se avessero preso dalla tua razza.»
«Sentila lei, figlia di Einstein. A scuola sei passata sempre per il rotto della cuffia. Furba sei, quello sì, ma l’intelligenza è un’altra cosa.»
«In quanto a intelligenza, fate una bella coppia te e Jacopetti. Avete la fortuna dalla vostra parte, ecco perché certe volte riuscite a mettere qualcuno in galera. Senza di quella, vi avrebbero già mandato in pensione.»
«Lascia stare la pensione, per carità. Non farmi andare in bestia.» Maria era riuscita ad allontanarlo dalla doccia ed ora, come sapeva fare soltanto lei, aveva preso a stuzzicarlo, per distrarlo un po’. Talvolta considerava Renzi come un ragazzino, impaziente e pieno di bizze. L’aveva portato in cucina. Stava preparando il sugo per i tortelli, di cui andavano matti un po’ tutti in casa, ma soprattutto il marito.
«Vedi che ti sto preparando?» Renzi si muoveva come un elefante, e i piedi sbattevano sempre contro qualcosa. Si era tolta la tuta e stava con l’accappatoio. Teneva l’asciugamano sulle spalle.
«Fammi assaggiare.» Affondò il mestolo nel tegame.
«Non esagerare» disse subito Maria, trattenendogli il braccio.
Tirò su il mestolo, e siccome il sugo bruciava, assaggiò lentamente.
«Mi pare buono.»
«E perché non dovrebbe essere buono?»
«Può succedere.»
«A me, non è mai successo.»
«Oooh, non sei mica il Padreterno.»
Maria sbirciò dalla parte del bagno. Che grazia le avrebbe fatto Manuela, se fosse uscita e le avesse levato di torno quell’impiccione. Voleva anche intendersi di cucina, lui che non sapeva cuocere neppure un uovo. Se la sbrigavano meglio i figli, che qualche volta, quando lei si era ammalata, si arrostivano la carne da soli. Non solo Manuela, ma anche Alberto, che era un tesoro di ragazzo, e avrebbe fatto la fortuna della donna che se lo fosse sposato. Non si trovava in casa, Alberto, perché era andato a Messa. Sarebbe ritornato per l’ora di pranzo. Dopo la Messa, si tratteneva con gli amici.
Renzi aveva ripreso a sbuffare.
«La colpa è tua. Lo sapevi che avrei fatto la doccia. Tu pensi prima ai figli, e poi a me.»
«Non ricominciare con questa storia. Mi pare che non ti manchi nulla. O hai da lamentarti?»
«Lo sai quel proverbio cinese?»
«Quale proverbio.»
«Me lo ha raccontato Jacopetti.»
«Allora deve esserselo inventato.»
«Perché dici così.»
«Perché è un burlone, e non si sa mai quando fa sul serio.»
«Voi donne avete la lingua troppo lunga.»
«Anche questo è un discorso vecchio. Dimmi una cosa alla volta. Comincia col proverbio cinese.»
«Ma davvero non lo sai?»
«No, non lo so.»
«Non ci credo.»
«Guarda che sei curioso. Dici che non ci credi, e io non so nemmeno di cosa mi vuoi parlare. Non ce n’è mica uno solo, di proverbi cinesi. Qual è il tuo?»
«Che un marito, quando entra in casa, per prima cosa deve picchiare la moglie. Senza chiederle nulla, la deve picchiare. Perché c’è sempre un motivo giusto per farlo.»
«E questo lo chiami proverbio?»
«Si vede che i cinesi fanno così.»
«E lo sai te, quell’altro proverbio, italiano però.»
«Quale proverbio?»
«Che se un marito ti picchia, tu fagli le corna.»
«Questo non è un proverbio.»
«Nooo? Ma tu prova a picchiarmi, e io ti metto due corna lunghe lunghe che qui in casa non passi più dalla porta.»
«Lo faresti?»
«Lo farei sì.»
«Ma chi vuoi che ti prenda. Giusto io mi sono innamorato di te.»
«Guarda che non devo andare molto lontano per trovarne uno. In questa strada ce ne sono di bellimbusti che si farebbero in quattro per me.»
«Ma ti sei vista allo specchio?»
«Sì, e sono ancora carina.»
«Ma lo sai quanti anni hai?» Aveva dieci anni meno di Renzi, la stessa età di Esterina e di Jacopetti, non toccava i cinquant’anni. Un po’ grassoccia, poteva ancora piacere agli uomini, che quando si tratta di andare a donne, non vanno tanto per il sottile, sono cacciatori di qualunque preda. Ma Maria, quando voleva, sapeva farsi bella, come del resto san fare tutte le donne del mondo.
«E dei figlioli, te lo scordi?»
«Tu picchiami, e vedrai che i figlioli si mettono dalla mia parte.» Non ne dubitava, Renzi. I figli restano mammoni, anche quando sono adulti, figuriamoci da ragazzini. Insomma, se lo avesse fatto cornuto, avrebbe avuto torto lui e non lei. Così si sarebbero messe le cose. Hanno una lingua, le donne, e una capacità di convincimento in grado di battere qualsiasi testa d’uovo che porti i pantaloni. Quando l’apostolo Giacomo, nella lettera che gli è attribuita, parla della lingua, – “è un piccolo membro” scrive “e vanta grandi cose! Vedete un piccolo fuoco quale grande foresta incendia!” – pensava non alla lingua degli uomini, bensì a quella delle donne.
Renzi batté in ritirata. La conversazione prendeva una piega bruttina bruttina. Un po’ geloso della moglie lo era, e parlare di corna con lei lo metteva a disagio e di malumore. Tornò davanti alla porta del bagno. Cominciò a passeggiare in su e giù. Manuela canticchiava ancora, ma si capiva che questa volta era alla fine.
«Quanto ci hai ancora?» domandò.
«Sei tu, babbo?»
«E chi, se no, Mosè?»
«Devi venire qui?»
«No. Devo andare a Parigi.»
«Fra un minuto sono fuori.»
«Sbrigati. È mezz’ora che aspetto.» Non ce la fece più a contenere la sua impazienza. La colpa era di Maria, questa volta, che non era stata brava come nelle altre occasioni, e l’aveva fatto arrabbiare.
Ma le sorprese non erano ancora finite.
«Nel pomeriggio, andiamo a far visita a Esterina. Mi ha telefonato stamani, quando tu eri a bighellonare sulle Mura, a fare il campione, tutto bello mascherato, con quella tuta rossa. Rossa poi, ma come hai potuto scegliere un colore come quello?»
«Non mi sfottere.»
«Quando ci vuole, ci vuole. Tu con quella tuta fai ridere. Chissà come se la spassano alle tue spalle, i carissimi colleghi.»
«Me ne infischio.»
«Sei diventato la loro cuccagna.»
«Che dicevi di Esterina?»
«Mi pare un po’ depressa. Mi ha chiesto se oggi possiamo stare qualche ora insieme. Non ho potuto dire di no. È nostra amica, oltre che la moglie del tuo collega Jacopetti.»
«Per la verità, avevo fatto tutto un altro programma. Si stava in casa, sbracati sulla poltrona, tu a guardare la televisione, ed io a leggere, o anche a scrivere, se mi va.»
Stavano pranzando. I figli avevano la testa per conto loro, non li ascoltavano. Parlottavano di discoteche, nelle quali da sempre accadevano cose da turchi. Manuela fece in tempo però a sentire.
«Bravi,» esclamò «così oggi la macchina la prendo io!»
«E no, serve a me. Pensavo di prenderla io, invece.»
«Hai fatto i conti senza l’oste, Albertuccio mio. Dove devi andare?»
«Da Marco.»
«E poi?»
«Usciamo insieme.»
«Allora, da Marco ti ci accompagno io.»
«Ma io voglio la macchina.»
Si mise in mezzo Renzi.
 «Di macchine ce n’è una sola, ed io non posso permettermene un’altra.»
Manuela smorzò subito il vento di tempesta.
«Alberto ed io ci mettiamo sempre d’accordo, non è vero, Alberto?»
«Sì» fece lui. I figli tornarono a chiacchierare di discoteche, ma Renzi aveva voglia di dire la sua anche su quello.
«Fateci attenzione alle discoteche. L’altro giorno c’è stata una retata e sono finiti in carcere spacciatori e drogati, tutti pescati nelle vostre belle discoteche.»
«Non siamo più dei ragazzini. Sappiamo badare a noi stessi.»
«Dicono tutti così. Noi genitori non si conta più per i figli.»
«Guarda che i nostri figli, non sono mica come gli altri. Non devi parlare così di loro. Ti hanno mai dato occasione di lamentarti?» Aveva toccato i figli, e Maria lo aggrediva un’altra volta.
«Oh, ma non posso dire più niente in questa casa?»
«Sbrigati a mangiare, che poi tocca a me di fare le pulizie. E per le quattro ho promesso a Esterina di essere da lei.»
«Anche te, quando ti viene in mente una cosa… Lo sapevi che stamani facevo ginnastica e che nel pomeriggio mi andava di riposarmi.»
«Mica potevo dire di no a Esterina.»
«Vai da sola, allora.»
«Ah, questo no. Ci rimarrebbe male, se non ti vedesse. Penserebbe che non ci vai volentieri da lei.»
«Ma se ci siamo andati un sacco di volte.»
«Insomma, ci devi venire anche te, perché mi pare una cosa ben fatta. Esterina sarà contenta di vederci insieme.»
«Volevo ascoltare la partita alla radio.»
«L’ascolterai insieme con Jacopetti.»
«E come ci si va da Jacopetti, se la macchina serve a Manuela?»
«Ci accompagna Manuela.»
«E chi torna a prenderci?»
«Ci porterà Jacopetti. Lui è sempre così gentile con te.»
«Lo so io perché è gentile.»
«È una brava persona. Non dirne male. Cuciti la bocca, piuttosto.»
«Non mi poteva capitare collaboratore migliore.»
«Ecco, bravo. Anche se voi due insieme…»
«Che vorresti dire?»
«Che siete due sciabigotti.»
«Bada, eh.»
«Noi donne si capisce al volo come siete fatti voi uomini.»
«E allora perché mi hai sposato, se mi credi uno sciabigotto?»
«Non c’entra niente l’intelligenza con l’amore.»
«Allora ti piaccio?»
«Potevo scegliere molti altri partiti migliori di te.»
«Ma non l’hai fatto. Sei stata fortunata, invece, a sposare uno come me. Bisbetica come sei, trovare uno che ti sopporta dalla mattina alla sera, è stato un terno al lotto.»
«Mi sarebbe piaciuto avere in casa un poliziotto un po’ più brillante di te, questo sì.»
«Guardi troppo la televisione. Quei poliziotti non esistono. Li hanno inventati per incantare le sempliciotte come te. Ma quando vi svegliate, voi donne?»
«Ah sì? E allora rispondimi. Chi ci bada alla casa? Chi lo fa quadrare il bilancio alla fine del mese, con quella miseria di stipendio che porti?»
«Ah, ci sputi sopra, al mio stipendio. Bada a sputarci sopra, perché, anche se non è molto, ci dà da mangiare e da vestire.» Vestire, per la verità, solo per i figli, perché, da quando avevano da pagare la rata della macchina nuova[1], loro, di vestiti, non ne avevano comprato più uno. Nemmeno scarpe avevano comperato, e un paio di Maria e un paio di Renzi erano state risuolate.
«Via non te la prendere, Luciano. Dicevo per scherzare. Fai anche troppo. Ce ne fossero di mariti e di padri come te, non è vero, figlioli?»
Alzarono la testa dal piatto.
«Parole sante, mamma» disse Manuela.
«Si dovrebbe ricoprire d’oro un babbo così» disse Alberto.
«Dio lo volesse. Si diventerebbe ricchi.» Era Maria. Pesava quasi novanta chili negli ultimi tempi, Renzi.
«Non ha nessun vizio, vostro padre. Non fuma, non va a giocare a carte, non beve, non ha grilli per la testa. E a un commissario se ne offrono di occasioni, non è così, Lucianino?» Era evidente che pensava alle donne, e a Renzi fece piacere che Maria intuisse queste opportunità che gli capitavano.
Manuela e Alberto si alzarono da tavola. Alberto andò a telefonare a Marco. Manuela si avvicinò al padre.
«Allora, alle quattro porto voi due da Jacopetti, e Alberto da Marco. Occhei?»
«Sei un tesoro» disse Maria.
«Grazie» disse Renzi. 

[1] Episodio narrato nel giallo “I coniugi Materazzo”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart