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GIALLO: L’usuraio #14/18

20 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #14

La Lucchese stava vincendo 1 a 0. Renzi e Jacopetti non erano dei veri tifosi, la partita serviva soprattutto ad ingannare il tempo. Abituati all’agire, la domenica rappresentava per loro un giorno pesante da trascorrere. La squadra faceva penare i suoi fans; mai che una volta li lasciasse assistere tranquilli, col risultato già sicuro in tasca. No, fino all’ultimo li doveva tenere col fiato sospeso. Per molti era un ulteriore motivo di stress, dopo la settimana trascorsa al lavoro, per alcuni, come i nostri due poliziotti, era una buona cosa, perché lasciava scorrere il tempo senza che se ne accorgessero, presi dall’emozione, ed era ciò che volevano. Jacopetti aveva fatto accomodare Renzi sulla poltrona, sulla quale di solito sedeva lui, e si era sistemato sul divano. Su di un piccolo mobile era collocato lo stereo, da cui i coniugi Jacopetti spesso ascoltavano nastri e compact disc di musica classica, da camera e sinfonica soprattutto, quando non avevano voglia di accendere il televisore. Davanti al quale stavano ora le due donne. Mentre guardavano, chiacchieravano. Non vi era molta distanza tra le due coppie e così qualche volta Renzi e Jacopetti, nell’ascoltare la radio, si lamentavano del chiacchiericcio.
«Vogliono comandare sempre loro» brontolò Esterina.
«Cosa ci troveranno mai di così eccitante in una partita di calcio. Valli a capire gli uomini.»
«Sono dei citrulli» bisbigliò Esterina.
«Cosa?» fece Jacopetti, che l’udito ce lo aveva fino, anzi finissimo.
«Si parla delle nostre faccende. Vuoi ficcare il naso anche lì?» Si voltò tutta impermalita Esterina.
«Ripeti cosa hai detto. Io ho capito bene, sai.»
«E allora se hai capito bene, perché devo ripetere?»
«Hai detto che siamo citrulli.»
«E non è così?» Era Maria, che interveniva in solido con Esterina.
«E perché siamo stupidi? Perché ascoltiamo la partita? Allora la maggior parte degli uomini è stupida.»
«Ci sei arrivato, finalmente!»
«Ho l’impressione che le nostre donne ci prendano in giro, commissario. Lei non dice nulla?»
La Lucchese stava subendo un attacco. Già due volte il portiere era intervenuto facendo miracoli. La difesa stava cedendo. Buttavano i palloni a casaccio, pur di liberarsi della pressione avversaria.
«È un brutto momento, Jacopetti. Questa volta segnano, me lo sento.»
«Segnano le nostre donne, se non le rintuzziamo. Quelle mettono la cresta, e se continua così noi uomini ci ritroveremo col grembiule davanti, a rigovernare i piatti. Sono brutti tempi, e si rischia, se non si reagisce.»
«Guarda che ci sono uomini che le fanno, le faccende di casa, senza la puzza al naso come voialtri.» Esterina si stava riprendendo dal suo malumore. Le discussioni di questo tipo la eccitavano sempre. In ogni occasione si batteva per affermare la supremazia della donna sull’uomo. Quando non faceva così, significava che stava veramente male. Tutto sommato, Jacopetti era contento di vederla aggressiva. Per due motivi, primo, perché voleva dire che stava bene di salute, secondo, perché il commissario poteva rendersi conto di quale strega avesse sposato.
«Un uomo non è nato per certe faccende. Voi le dovete fare, perché è Dio che vi ha fatto per queste cose.»
«Siete così buffi, sbracati su quelle poltrone…» Si mise la mano alla bocca, per non ridere apertamente, Esterina. Buffo non era Jacopetti, però, che aveva infilato, per la verità, le lunghe gambe sotto il piccolo tavolino, ma soprattutto Renzi, i cui piedi apparivano grossi come una coscia. Teneva le gambe aperte, e si vedeva un po’ di pancia pendergli giù.
«Sei brutto!» gli disse Maria. «Guarda come ti sei fatto grasso. Stasera mangi solo mozzarella, e guai a te se mi chiedi dell’altro.»
«Dell’altro cosa?» fece maliziosamente Jacopetti.
«Tu stai zitto!» prese al volo, Esterina.
«No no, lascialo dire. Quella cosa lì, che intende lei, Jacopetti, è un pezzo che mio marito non me la chiede.»
«Ma la sente, commissario? La sente cosa s’inventa Maria?» Andava in brodo di giuggiole, Jacopetti.
«Io non mi invento mai nulla. Se lo dico, vuol dire che è la verità.»
«Non ti perdere dietro le chiacchiere di mia moglie, Jacopetti. Non l’hai ancora capito come sono fatte le donne? Più dài, più pretendono. Oh, ma che si vuole da me? Non sono mica una macchina, io.»
«Beh, detta così, la cosa ora è diversa. È lei, Maria, che esagera. Noi lavoriamo sodo tutto il giorno, e quando torniamo a casa, mica possiamo sempre metterci a vostra disposizione.» In realtà, Maria, da quando Renzi faceva ginnastica, era contenta di essere lasciata in pace. A volte esagerava il marito, altro che lei!, la quale, allorché faceva all’amore, non vedeva l’ora di sbrigarsi. L’amore va bene i primi tempi, ma poi diventa una noia per una donna, che quando va a letto ha bisogno piuttosto di dormire e di riposare. Un’altra cosa è invece prendersi una bella vacanza, come fanno le donne ricche, e allora sì che ci può essere sugo a fare all’amore. Ma così, dopo una giornata di fatica, me lo dite voi come si può avere il ghiribizzo e la fantasia di fare all’amore? Sì, Dio prima ha creato l’uomo, e poi s’è ricordato che aveva bisogno di una schiava, per non faticare, e così ha pensato alla donna. Maria non le disse ad alta voce queste cose, ma le pensò, mentre Renzi parlava e parlava.
La Lucchese prese il goal. Un attimo prima, Renzi aveva dato un colpo ai fianchi di Jacopetti, perché smettesse di parlare.
«Oddio, oddio, oddio, ecco, ecco, ora lo fanno, ora lo fanno. Goal. Maledizione. Goal.» Poi stette zitto per qualche secondo. Anche Jacopetti non fiatava.
«È la volta che si perde» disse Renzi.
«Si mette male davvero» aiutò a commentare, Jacopetti.
«E voi ve la prendete per una stupidaggine simile. Che cosa volete che succeda, se la Lucchese perde.» Era Esterina.
«Chetati, gallinaccia!» Era Jacopetti.
Dieci minuti dopo, la Lucchese tornò in vantaggio.
«Bravi! Questo sì che è giocare.» Era Renzi.
«Se vincono, stasera, vedrai, ti farà contenta il tuo Lucianino.» Si capiva che Esterina aveva voglia lei di fare all’amore.
«Chi se lo prenderebbe uno come lui.»
«Guardi Maria, che noi nel nostro lavoro, di occasioni ne abbiamo quante se ne vuole. Vero, commissario? Basterebbe schioccare le dita.» Aveva sentito, Jacopetti, e prendeva le difese di Renzi.
«Lasciala dire, Jacopetti.»
«Io quasi quasi, commissario, gliele racconterei quelle che ci capitano. Vorrei vedere la loro faccia. Ci credono davvero dei citrulli. Alla prossima occasione, me ne ricorderò.»
«E che ti vuoi ricordare! Provaci a toccare un’altra donna, e ti faccio passare i guai dell’inferno.» Esterina aveva recuperato tutto il suo vigore. Jacopetti ammutolì.
La Lucchese si fece più aggressiva. La squadra avversaria non superava più la metà campo. La vittoria pareva sicura, perciò, ma lo scarto di un solo goal lasciava molta tensione nell’aria. Mancava un quarto d’ora alla fine.
«Se si vince, si esce dalla zona bassa della classifica, e si può stare un po’ più tranquilli. Ci vuole questa vittoria. Domenica prossima, chissà se vinceremo.» Li attendeva una partita che si prevedeva perduta in partenza. L’altra squadra era la prima in classifica e camminava con un ruolino di marcia da far invidia, un solo pareggio fuori casa e il resto tutte vittorie meritatissime. Un vero panzer.
Esterina si alzò per preparare il tè. Lo faceva sempre, quando aveva ospiti. Offriva anche dei biscottini che preparava lei stessa, con una ricetta appresa dalla mamma, e che aveva insegnato pure a Maria. A Maria, però, i biscotti non venivano così buoni come a Esterina.
Andò anche Maria in cucina. Lasciarono il televisore acceso. Si erano sintonizzate su di una rete privata, dove trasmettevano una telenovela. Se ne vedevano ancora. Dopo decenni, la gente non s’era stufata. Rincretinivano, abituavano a sognare, anziché a tenere i piedi per terra. Ma i telespettatori scrivevano che volevano ancora telenovele. E se ne fabbricavano a centinaia in tutto il mondo, sempre con lo stesso armamentario, e le stesse sdolcinature che piacevano specialmente alle donne. Esterina non mancava una puntata, e tutti gli orari di casa avevano subìto una variazione, in conseguenza degli orari delle telenovele. Anche Maria era un’assidua, ma erano più assidui i figli Alberto e Manuela. Renzi se la prendeva con Alberto.
«E tu vorresti diventare un avvocato…»
«Proprio per questo le guardo.» Le trame prevedevano sempre separazioni e riconciliazioni tra coniugi, amanti, e così via. Gli avvocati facevano soldi sugli screzi matrimoniali. Alberto non aveva ancora un’idea precisa del suo avvenire, ma non gli sarebbe dispiaciuta una specializzazione in divorzi e separazioni. Erano cose lisce, tranquille, e si guadagnava bene.
Esterina servì il tè. Renzi allungò la mano per prendere un biscotto.
«Non esagerare» disse subito Maria.
«Non ti mettere in mezzo» rispose lui.
«Fanno male ai trigliceridi, lo sai.»
«Una volta che posso mangiare un biscotto come si deve, lasciamelo godere in pace, senza i tuoi sermoni.»
«Ti dico solo di non esagerare.»
«Per fortuna che non li fai così buoni, i biscotti, altrimenti a quest’ora, sai a quanto li avrei i trigliceridi.»
«Bugiardo. Invece te li mangi sempre uno dietro l’altro.»
«I tuoi sembrano sassi.»
«Se non ti piacciono, la prossima volta te li fai da te. Voi uomini, non lo immaginate nemmeno quello che si ammattisce in cucina. Voi la considerate una cosa da nulla. Invece, è un lavoro che richiede attenzione, gusto, ed esattezza.»
«Ecco perché a te non viene mai buono nulla. Sei sempre con la testa per aria, a curiosare. Per la casa e anche dalla finestra. A te, non ti sfugge nulla di quel che succede in strada. Avresti fatto il poliziotto meglio di me, cara Maria.»
«Non sarebbe stato difficile. Sei un piedipiatti rammollito.»
«No, questo non lo deve dire, Maria.» Era Jacopetti.
«Sì che lo dico, perché è la verità. Voi due vi credete di essere Sherlock Holmes e il dottor Watson, e invece siete una copia riuscita malissimo. Voi l’assassino non lo vedete nemmeno se vi sta sotto gli occhi, e vi ammicca di guardare dalla sua parte.»
«E allora quelli che abbiamo messo in galera, chi li ha presi? Non siamo stati forse noi?»
«Avete una gran fortuna dalla vostra parte, questo sì. Forse siete sotto la protezione del Padreterno.»
«Lo credo anch’io» fece subito Jacopetti. «Il Padreterno ci ha dato voi per condanna, e così qualche volta, per compenso, ci fa scoprire l’assassino.»
«Se non vi sposavamo noi, sareste stati due scapoli senza arte né parte.» Era ancora Maria.
«Ah, ah, ah, questa poi me la devi ripetere. Che scapoli saremmo stati?»
«Ancora più cretini. Quel poco di sale in zucca che ci avete, ce lo abbiamo messo noi.»
«Grazie, allora» fece Renzi.
«Non c’è di che» rispose Maria.
La Lucchese vinse 2 a 1. Renzi e Jacopetti tirarono un sospiro di sollievo. Maria e Esterina si ritrovarono a seguire una scena della telenovela, e siccome era emozionante, secondo il loro punto di vista, si appiccicarono alla tv, senza più fiatare.
«Con questo silenzio di tomba, si potrebbe fare una partita a carte» propose Renzi.
«È un’idea stupenda!» esclamò Jacopetti. A carte vinceva quasi sempre lui. Si alzò, si diresse verso la libreria, aprì un cassetto e tutto contento si voltò verso Renzi.
«Eccole qua» disse «le mie belle carte.» Le baciò e fece schioccare le labbra.
«Sono il tuo pollo, di’ la verità, Jacopetti.»
«Ma che dice, commissario. Scommetto che questa volta vince lei.»
Esordiva sempre così. Nella stanza, in certi momenti, piombava il silenzio, poi ritornava la voce della televisione, e ogni tanto si sentiva il piccolo rumore che facevano le mani quando calavano la carta.
Tutt’a un tratto, la conversazione si spense. Fuori era buio. Si diffuse a poco a poco in tutta la casa la malinconia di un altro giorno che stava morendo.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart