Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

GIALLO: L’usuraio #15/18

21 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #15

Lunedì, in ufficio, avevano poca voglia di fare, sia Renzi che Jacopetti. Aprivano i fascicoli, e sfogliavano distrattamente. Il tempo non passava mai. Renzi pensava di uscire, di andarsi a fare una bevutina al bar. Chiamò Jacopetti.
«Io esco. Mi fermo al bar.»
«Vada tranquillo, commissario. Resto io. Torni quando vuole.»
«Stamani non me la sento.»
«Non sarà mica per la sconfitta di ieri a carte, dica la verità.»
«Mi ci hai abituato, oramai.»
«Ieri stava per vincere, però. C’è mancato un pelo. È stata l’ultima mano che ha deciso, mi sono venute le carte. Se venivano a lei, avrei perso. A carte, conta la fortuna.»
«No no, sei più bravo di me.»
«Troppo buono, commissario.» Sarebbe servito per la promozione?
«Allora vado.»
«Vada, e stia tranquillo.»
In città, entrava a piedi. Erano proprio due passi, e gli facevano bene.
«Più cammina a piedi, e meglio è» gli aveva raccomandato il dottore.
La porta sud che dà accesso alla città, mostra in alto, scritta a caratteri grandi, la parola Libertas, cara ai lucchesi, che l’hanno pagata non con il sangue, come si potrebbe pensare, ma con i denari della loro proverbiale ricchezza. Non li stimava molto i lucchesi Cosimo dei Medici, e li trattava con sufficienza, facendo attendere a bella posta i suoi ambasciatori. “A cotesti cittadini pare di essere tanto ricchi che non pensano per li lor tanti denari nissuno li possa nuocere“[1]. Ma i lucchesi sono sempre stati accorti e sanno come vanno le cose di questo mondo, e che il denaro, se non è la felicità, vi conduce. Se lo potessero fare, anche oggi la riscatterebbero la libertà, come già fecero nel lontano passato, e si metterebbero per conto proprio, e certamente farebbero meglio del governo di Roma. Scrive Silone: “quando arrivarono i Piemontesi: ogni giorno fecero una nuova legge, ogni giorno crearono un nuovo ufficio; e affinché ognuno potesse raccapezzarvisi furono necessari gli avvocati.” Renzi aveva letto più d’una volta “Fontamara” e trovava che niente era mutato. Giravano tanti Don Circostanza e Don Pazienza tra gli avvocati, e tra i giudici si annidavano molti responsabili del degrado. Quando in un Paese si manda in malora la giustizia, si vive soltanto nella barbarie, anche se in casa abbiamo tutte le modernità possibili. La giustizia non si compra al supermercato, ma alberga nelle coscienze, e se un Paese non la stima, è perduto.
Renzi era convinto che se qualcuno fosse riuscito ad affondare le mani in questa anarchia che stava dentro l’amministrazione della giustizia, anche le altre cose avrebbero preso una strada migliore.
Al bar ordinò un caffè, lo bevve, uscì e si diresse verso piazza San Michele, come faceva da qualche tempo. Si appoggiò ad una delle colonnine di marmo e si mise a spiare i passanti. Vide spuntare il direttore della banca, che faceva anche lui il solito giro per raccogliere informazioni. Raccogliere notizie, voci, dicerie, per un direttore di banca spesso è come raccogliere soldi. Quando lo vide, il direttore si fermò a salutarlo.
«Ha visto che bel lavoro hanno fatto su questa piazza?» Avevano ripulito i marmi della chiesa e del campanile, che apparivano candidi come neve.
«Sono spariti i segni del tempo» rispose il commissario.
«Una patina, la si può notare ancora qua e là, non vede?»
«È un lavoro, comunque, che si doveva fare.»
«Lo sa chi glieli ha dati, al Comune, i soldi?» Era una domanda retorica.
«La sua banca, certo.»
«Proprio così. Oggi per affrontare certe spese, che non sono spiccioli, si deve ricorrere alla generosità delle banche. E fra tutte, la più generosa è la nostra, che qui ha le sue radici. La gente lo sa, e ci ricompensa con la fiducia.»
«Anch’io sono riconoscente, anche se sono un modesto risparmiatore.»
«E fa bene a risparmiare. La conosce, vero, la storia della cicala e della formica? Passano gli anni, passeranno i secoli, ma questa resta una grande verità.»
«Conviene davvero risparmiarli, i soldi, quando si sa che vanno in fumo, per via dell’inflazione?» Si sperava, però, che con l’Euro – la nuova moneta europea – l’inflazione si potesse tenere meglio sotto controllo.
«Se tutti la pensassero come lei, noi banche non si servirebbe a niente. Il risparmio è importante per il Paese, e noi banche serviamo a indirizzarlo verso gli investimenti migliori. Noi diamo i soldi a chi ha idee.»
«E garanzie… Se un poveraccio ha soltanto una buona idea, col cavolo che gli date i soldi. Non è così?»
«Lei depositerebbe i soldi nella mia banca, se sapesse che li presta senza garanzie? No che non li depositerebbe. La qualità dell’investimento crea la fiducia attorno ad una banca. La gente fa presto a spargere chiacchiere, però i soldi li porta alla banca che sa meglio conservarli.»
«Ma i soldi ce li avete anche per conto vostro. Mi riferivo soprattutto a questo.»
«E sbaglia. Il nostro capitale è importante, ma non basta. Occorrono anche i soldi dei risparmiatori per soddisfare le esigenze di finanziamento delle attività produttive. E i soldi arrivano se noi dimostriamo di saperli impiegare oculatamente, senza perdite cioè, salvo quelle fisiologiche, che appartengono ad un normale rischio d’impresa.»
«Immagino che oggi le cose non vadano bene da questo punto di vista.»
«Vanno malissimo, anzi, ma non per questa o quella banca, per tutto il sistema. Ecco perché anche nel mondo della finanza, la politica gioca un ruolo determinante. Le scelte di un governo non sono mai neutrali, e ciò vale soprattutto per il mondo della finanza, dove le sensibilità sono enormi. Se le scelte di un governo colpiscono in qualche modo l’economia, le banche devono fare i conti con le inevitabili difficoltà delle imprese, e se debbono fare i conti le banche, significa che li debbono fare anche i risparmiatori.»
«Voi fate presto a mettere a posto i bilanci. Paga sempre Pantalone, cioè noi cittadini, sia quando è lo Stato ad agire in prima persona, sia quando siete voi banche. Non si muove foglia, se non si mette in mezzo il cittadino qualunque che paga. Voi fate le scelte, lo Stato fa le scelte, e chi paga gli errori è il cittadino. Bel modo di agire, non le sembra?»
«Le banche devono essere sane, sempre. Minuto per minuto si devono esaminare i segnali di pericolo, e subito eliminarli.»
«A spese del cittadino.»
«Ma se le cose vanno bene alla banca, vanno bene per tutti, perché la banca, anche se indirettamente, crea posti di lavoro allo stesso modo delle imprese. Quando sui giornali si legge che sono stati creati nuovi posti di lavoro, si fanno i nomi delle imprese che assumono, e non si ricorda mai che è stata la banca ad aiutarne lo sviluppo. Anche se le scelte di un governo fossero le migliori possibili, le più azzeccate, esse sarebbero sterili senza il concorso delle banche.»
Passavano due vistose ragazze; da come apparivano truccate, si capiva che erano prostitute d’alto bordo. A Renzi scappò detto:
«Quelle sì che sono banche!» e avrebbe voluto avere accanto a sé Jacopetti, anziché il direttore, il quale, invece di sorprendersi, tenne bordone.
«Con quelle donne, si fanno giri di miliardi. E senza rischio d’impresa.» Fece una bella risata, che sorprese il commissario.
«Sono delle disgraziate, però.»
«Sono contente di farlo.»
«Una volta entrate nel giro, non se n’esce più. Si rischia la vita, se ci si ribella.»
«Toccherebbe allo Stato intervenire, mettendo tutto alla luce del sole un po’ meglio di quanto è stato fatto finora. Oggi  non fa scandalo se una si prostituisce. Fa scandalo tutto ciò che di torbido ed irregolare vi gira intorno. Si metta tutto alla luce del sole, e diventerà un mestiere come un altro. Non crede, commissario?»
«Ci sono troppi interessi di mezzo. Quello che lei dice è ovvio, perché non si debba condividere. Ma è difficile andare contro certi interessi.»
«Non dovrei dirlo proprio io, ma il denaro è la causa prima di ogni fatto criminale, e intorbida le coscienze. Dove va il denaro porta benessere, ma in taluni casi, insieme col benessere, guasta le coscienze.»
Quel poco di sole che aveva intiepidito la piazza scomparve dietro un nuvolone grigio. Anche senza il sole, la piazza manteneva intatta la sua bellezza. Dietro ai due, stavano alcune mamme con le carrozzine. Ce n’erano di giovanissime, e certune parevano le sorelle dei ragazzini che stavano giocando coi piccioni. L’orologio segnava le undici.
«Il lunedì è sempre un giorno pesante. Dopo la domenica, ci vorrebbe un giorno di riposo, non è d’accordo, commissario?»
«Se penso che devo arrivare a sabato, e c’è tutta la settimana da passare…»
Nei negozi che stavano aperti davanti a loro, entrava poca gente, ne entrava di più in farmacia o al bar che sta di fianco alla piazza. Il direttore di banca era questo che voleva controllare, ed ora aveva preso per un braccio il commissario, e insieme facevano il giro, lemmi lemmi.
«Quando un’impresa lavora poco, sa che devo fare io?»
«Le toglie il fido, lo so.»
«È una regola. Prima si cerca di aiutarla, per un certo tempo, e poi, avanti che si arrivi al punto che non ci restituisce più i soldi, si richiede indietro il fido.»
«Non è una bella cosa quella che fate. Dei disgraziati sono finiti da me, per colpa delle banche, e da onesti commercianti che erano, sono stati sbattuti in galera.»
«Sono le regole. Si usa tanto parlare di regole, ma quando si scrivono, possono anche produrre ingiustizia. Io non ci posso fare niente. Anzi, se cerco di aiutare più del dovuto, mi si ferma, perché non rispetto le regole. Le regole, nel nostro mestiere, vanno avanti al cuore. Sa, non posso farci nulla, e divento cinico, intransigente, per via delle regole. Per noi della banca, sono un’ossessione. Regole, regole, principi, e così via. La banca è un tempio che ne ha più severe di una religione, regole che aborriscono i sentimenti. La ragione si può decodificare, e capirla, non così i sentimenti, che sfuggono alle regole. Quando un direttore di banca commette l’errore di farsi trascinare da un sentimento, anche il più modesto, la sua carriera è finita, perché si è mostrato vulnerabile.»
Anche gli altri negozi avevano pochi clienti, ma si sapeva che affluivano soprattutto nel pomeriggio, seppure non numerosi come nel passato. Le commesse spesso stavano appoggiate al bancone, in attesa. Qualcuna sistemava la merce nelle vetrine, la metteva meglio in vista. Talune erano davvero carine. In negozio, la commessa spesso arricchisce il padrone.
Renzi guardò l’orologio. Era arrivato il momento di rientrare. La conversazione con il direttore era durata più del previsto. Quando s’incontravano, su per giù dicevano sempre le stesse cose. Ma non solo loro. Gli uomini conversavano più o meno tutti così. Quando ci si incontrava, e si aveva voglia di rilassarsi dalle incombenze del lavoro, non si faticava molto a trovare gli argomenti. Quelli sulla politica, sugli affari, l’economia, le tasse, le belle donne, la squadra di calcio, erano sempre a portata di mano, pronti ad offrire una distrazione. Il guaio era che alle lamentele non seguivano i fatti, e tutto correva allo stesso modo da millenni.

[1] Marino Berengo: “Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento”, Giulio Einaudi editore, 1965, “reprints”, pag. 180.


Letto 1431 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart