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GIALLO: L’usuraio #16/18

22 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #16

Jacopetti fece il nome del paese dove era accaduto il delitto. Avevano telefonato un minuto prima che Renzi rientrasse. Scesero le scale di corsa e Jacopetti, salito in macchina, aprì dall’interno la portiera per far accomodare il commissario. Partì di gran corsa.
«Si tratta di un uomo. L’hanno trovato dietro il cimitero.»
Domenico Santo detto Nasone, l’usuraio, era disteso a terra, immerso in una pozza di sangue. Intorno, i poliziotti impedivano ai curiosi di avvicinarsi. Quelli della Scientifica scattavano foto e raccoglievano probabili indizi. Il medico legale stava ultimando la visita sul cadavere.
«La morte risale a molte ore fa. Intorno alle tre del mattino.»
«La causa della morte?» domandò Renzi.
«Una coltellata al cuore.»
«Suicidio o omicidio?»
«Omicidio, non ci sono dubbi. Manca il portafoglio. Forse si tratta di una rapina.»
Olimpio era stato uno dei primi ad accorrere. Aveva sentito le grida di un contadino che passando dietro il cimitero aveva scoperto il cadavere.
«Dev’essere successa una disgrazia» aveva detto a Sunta. «Corro a vedere.»
«Vengo con te» rispose lei, che aveva lasciato cadere la zappetta, così come Olimpio. Dietro di loro corsero anche i figli Angela e Antonietta. Non era in casa, invece, Faustino.
«Ma è Nasone!» esclamò, quando vide il morto.
«Già» fece il contadino. «Chi lo avrà ammazzato?»
«Se l’è cercata la morte» disse Olimpio.
«Col mestiere che faceva, se l’è proprio cercata.» Era arrivata altra gente, che commentava allo stesso modo. Uno dei curiosi cercò di chinarsi sul cadavere.
«Non lo toccare» disse subito Olimpio. «Si deve chiamare la polizia. Vado ad avvertire don Saverio, se è in casa.»
«Lui saprà cosa fare.»
Don Saverio stava telefonando, quando giunse Olimpio. Aveva interrotto la conversazione per andare ad aprire.
«Che c’è Olimpio?»
«Una disgrazia, pievano.»
Don Saverio corse al telefono e si scusò con l’interlocutore. Poi fece il numero della polizia. Dopo neanche dieci minuti, la polizia era sul posto. Poco più tardi arrivò il commissario.
«Che ci faceva alle tre di notte quest’uomo dietro il cimitero?» Se lo domandò a voce alta, Renzi, in modo che tutti udissero.
«Gli piacevano le donne» brontolò un’anziana. «Era un sudicione. Ci ha portato una delle sue baldracche qua dietro.»
«Era un uomo ricco. Poteva permettersi una camera d’albergo.»
«Era un sudicione, un pervertito. Gli piacevano queste cose. Dietro il cimitero è meglio che in una camera d’albergo. Gli uomini come lui cercano questi posti per le loro sudicerie.» Era ancora l’anziana donna.
«Qualcuno l’ha ucciso. Non si tratta solo di sudicerie.»
«È un marito cornuto che gli ha fatto la festa.»
L’anziana donna non parlò più, anche perché era giunta la moglie della vittima. La polizia la fece passare. Pianse, ma non si gettò sul corpo per abbracciarlo. Restò in piedi. Il suo dolore fu contenuto.
Un’altra vecchia bisbigliò: «Ora che è morto, sarà contenta. Gli restano tutti i soldi, e non avrà più le corna. Anzi, ora gliele metterà lei al marito.»
Il cadavere di Nasone fu portato via con l’ambulanza. La moglie desiderava salirvi, ma il commissario la trattenne.
«L’accompagno a casa. È meglio così.» Cercò Jacopetti, che s’era infilato in mezzo alla gente e discorreva con tutti. Lo chiamò e insieme accompagnarono la donna a casa, che era proprio dietro il cimitero, isolata dalle altre, un casale che era stato ristrutturato e ora faceva una bella figura sulla riva dell’Ozzeri.
«Devo farle qualche domanda» disse il commissario, quando fu entrato. Sull’uscio sostavano dei curiosi, ma Jacopetti riuscì ad allontanarli.
Si sedettero tutti e tre in salotto. Era una casa spaziosa, molto ben arredata.
«Ma lei, signora, non si è accorta che suo marito non era in casa stanotte?» Si capiva che la donna non aveva piacere di raccontare la storia della sua vita. Dovevano essere vere le chiacchiere di quella vecchia.
«Lei, signora, deve collaborare con la polizia, se vuole che scopriamo l’assassino di suo marito.»
«Mi deve lasciare in pace, commissario.»
«Eh no, lei deve dirmi tutto ciò che sa. Un assassino libero è un pericolo per tutti. Se non vuole farlo per suo marito, lo deve fare per gli altri.»
«Nessuno merita qualcosa da me.»
La donna era magrissima, non molto alta. Il suo viso appariva sofferente per una lunga pena che forse le aveva incancrenito il cuore. Non era la morte del marito che la faceva soffrire, bensì un dolore che stava in lei da molto tempo.
«Sono vere le chiacchiere della gente?»
«Quali chiacchiere.»
«Che a suo marito piacevano le donne.»
«A tutti gli uomini piacciono. Tutti gli uomini non hanno rispetto per le proprie mogli.»
«E suo marito?»
«Era come gli altri.»
«Aveva un’amante?»
«Ne aveva mille.» Jacopetti dette un’occhiata al commissario. Era una storia che prometteva molto bene.
«È morto a due passi da qui. E stanotte non ha dormito nel suo letto. Lo faceva spesso di lasciarla sola, la notte?»
«Sì.»
«Quando si è accorta che suo marito non era rientrato?»
«Verso le due.»
«E allora?»
«Allora cosa?»
«Non si è alzata per vedere se era in casa?»
«No.»
«Perché?»
«Perché ormai le so queste cose. Se mio marito non rientrava per le due, era a fare le sue porcherie. Mi sono girata dall’altra parte, e ho fatto finta di niente, come le altre volte.»
«Sembra che suo marito sia stato ucciso intorno alle tre del mattino. Non ha sentito niente?»
«No.»
«Chi poteva odiare suo marito fino al punto di ucciderlo?»
«Ne aveva tanti, che lo odiavano.»
«Lei conosce qualcuna delle sue amanti?»
«Le aveva da ogni parte. Chi poteva conoscerle tutte?»
«Ma almeno qualcuna. Ne aveva in paese?»
«Non lo so.»
«Deve dirmi la verità.»
«Non mi interessava più niente di quel che faceva mio marito. I primi tempi mi sono dannata il sangue, ma poi ho lasciato correre.»
«Ha figli?»
«No. È stata la mia condanna.»
«Ha mai detto a suo marito che sapeva dei suoi tradimenti?»
«Sì. I primi anni del nostro matrimonio.»
«E lui?»
«E lui che cosa?»
«Che le rispondeva.»
«Che era un uomo, e tutti gli uomini hanno più di una donna.»
«Ma lei, prima di sposarlo, non conosceva suo marito, non sapeva che era fatto così?»
«Era ricco, ed io mi ero illusa di cambiarlo.»
«Su queste cose, non si cambiano gli uomini, purtroppo.» Non era il commissario, ma Jacopetti. E quel purtroppo gli era scappato per riguardo alla signora.
Fecero altre domande alla vedova, ma non ne cavarono molto di più. Quando uscirono, si diressero verso la canonica.
«Che ne pensi, Jacopetti?»
«Che lei ha fatto centro.»
«Non dire idiozie. Siamo appena agli inizi.»
«Sì, ma la pista è quella. Si deve cercare qualche marito offeso. È una vendetta.»
«E tu, la escluderesti la moglie?»
«È una disgraziata, poverina.»
«È una donna umiliata. Ricordati che non tutte le donne sopportano l’umiliazione. Ci sono di quelle che l’avvertono come una coltellata, e reagiscono, si difendono.»
«E come potrebbe essere accaduto?»
«Bada, è solo un’ipotesi.»
«Non sono un pivellino, commissario. Insieme ne abbiamo viste di tutti i colori.»
«La donna può avere studiato a lungo il piano. E quando è arrivato il momento ha agito.»
«E cioè?»
«Probabilmente, quel luogo era consueto alla vittima, che vi consumava qualcuno dei suoi tradimenti. La moglie deve averlo scoperto, o glielo hanno riferito, chissà. Io penso che qualche volta abbia anche spiato il marito, e l’abbia sorpreso con l’amante. Questo per sincerarsi che il fatto fosse vero. Poi, quando non ce l’ha fatta più a sopportare, ha progettato il delitto.»
«E come?» Jacopetti, mentre camminavano, si voltava a guardare il commissario, pendeva dalle sue labbra. Quella storia narrata così bene dal suo superiore, che ci sapeva fare a raccontare, non per nulla aveva quella passionaccia di scrivere, gli ricordava le serate d’inverno trascorse vicino al fuoco, quando la sua mamma gli inventava delle storie crude, per divertirsi a vederlo impaurito. Certe mamme lo fanno.
«Alle due si è svegliata. Ha constatato che il marito non era in casa. Ha spiato dalla finestra e ha visto un’ombra dietro il cimitero. Ha riconosciuto che era quella di suo marito in attesa dell’amante. Si è armata di coltello. Lo ha nascosto da qualche parte, per esempio nella tasca del vestito, ed è uscita per incontrarlo.»
«Non regge, commissario. E se in quel momento arrivava anche l’amante?»
«Ha rischiato. Doveva rischiare.»
«Ma il marito non avrebbe sospettato, vedendola?»
«La donna deve aver trovato una scusa, che ha convinto il marito. Si è avvicinata, ha finto di aver bisogno di lui a casa. Il marito si è riavuto dalla sorpresa, magari si è accinto a seguirla, ed è a questo punto che la donna lo ha sorpreso con la coltellata. Dritta al cuore. Studiata chissà da quanto tempo. Poi è fuggita via. Ci sono pochi minuti dal cimitero alla sua casa. Si è dileguata in un lampo.»
«E l’amante che doveva venire all’appuntamento?»
«È venuta. Ma ha trovato il corpo della vittima, e tu lo sai come vanno queste cose. Zitta zitta, dopo essersi guardata in giro, è scappata.»
«Magari è una delle donne che poco fa erano presenti al ritrovamento del cadavere.»
«O anche una di fuori, che non si farà più vedere da queste parti, stanne certo. Ma anche una del paese, come dici tu. E forse non lo sapremo mai.»
«E perché non potrebbe essere stata, invece, una delle amanti? Proprio quella donna che suppone lei, commissario. Ha subito un torto, e ha approfittato dell’appuntamento per ucciderlo.»
«È un’ipotesi anche questa.» Camminava contento, ora, Jacopetti. Bussarono alla porta della canonica. Don Saverio era già rientrato, e si aspettava quella visita. Aveva saputo che il commissario si era intrattenuto con la vedova Santo, e stava raccogliendo notizie. Lui era il parroco della comunità. Sarebbe venuto senz’altro a casa sua. Si accomodarono.
«Che può dirmi di quel Santo.»
«Che non era affatto un santo. Mi perdoni la battuta, commissario.»
«Perché?»
«In primo luogo, perché faceva soffrire la moglie. Si dice che la picchiasse anche. Per via che non gli aveva dato figlioli. Si può sentire una simile sciocchezza. Che colpa ha una donna se non nascono figlioli. Mica era lei a non volerli. Si vede che la sua natura non glielo consentiva. Eppoi, non si è mai saputo di chi fosse la responsabilità. Poteva dipendere dal marito, anziché dalla moglie. Sono frequenti questi casi, e subito si pensa ad una mancanza della donna, quando invece è il seme del marito che non ha fertilità, o la sua impotenza.»
«Ma Santo aveva delle amanti. Quindi non era impotente.»
«Suppongo di no. Ma aveva anche molti soldi, e certe donne cercano quelli, invece del sesso, e non importa se l’amante è incapace, basta che paghi, e le colmi di regali. I rapporti umani sono diventati spregevoli, da quando il denaro ha preso il posto di Dio.»
«Continui, la prego.»
«In secondo luogo, la tradiva con molte donne, in modo sfacciato, e lo sapevano tutti in paese, coprendo quella disgraziata di ridicolo e di profonda umiliazione.»
«Potrebbe essere stata la moglie ad ucciderlo. Per vendicarsi.»
«È una donna molto religiosa.»
«La gelosia, e soprattutto l’odio, accecano.»
«Non penso che sia stata lei.»
«Potrebbe essere stata una delle amanti.»
«È probabile. Secondo me, si tratta di donne senza scrupoli, interessate al denaro, e  non ai sentimenti.»
«Non era uomo da buttare, però.»
«Tutto è possibile. Anche che sia stato ucciso dalla sua amante per gelosia. Però, io credo più per denaro.»
«Che cosa glielo fa pensare?»
«Ne aveva troppe di amanti per suscitare gelosie. Chi si metteva con lui, lo sapeva di non essere la sola. Ci si metteva per denaro, e non per passione, le dico. E poi c’è il terzo motivo, di cui si vergognava la moglie.»
«Me lo dica.»
«Davvero non lo sa?»
«Io non so niente.»
«Lo sa come ha fatto la sua fortuna?»
«No.»
«Con l’usura. Sua moglie non lo sopportava. Ha sempre rifiutato il lusso, la signora, per questo motivo, che si vergognava di come il marito faceva i soldi. Aveva provato anche a cambiarlo, senza riuscirci, però.»
L’usura apriva una pista sterminata. Ne succedono di tutti i colori, quando c’è di mezzo l’usura. Era divenuta la piaga della società, e la colpa era anche delle banche, che non aiutavano come dovevano chi si trovava in difficoltà. Invece di soccorrerlo, al contrario, le banche diventavano spietate nei suoi confronti, e in pratica lo costringevano a ricorrere agli usurai. Si doveva cambiare qualcosa anche nelle regole delle banche. Queste regole avevano fatto prosperare gli usurai, quindi non dovevano essere così buone come si credeva. Renzi si mostrava interessato, però, soprattutto alla storia delle amanti, e anche Jacopetti, che glielo faceva capire con frequenti occhiate.
«Aveva qualche amante qui in paese?»
«Solo voci, nessuna certezza.»
«E la moglie ne conosce i nomi?»
«Suppongo di sì.»
«Lei li conosce?»
Il prete fece qualche nome, quando il commissario ribadì che fare quei nomi era un servizio che si rendeva alla giustizia e alla verità, e un prete doveva saperlo meglio degli altri. Le donne in paese erano tre, tutte sposate. Ma forse non erano le sole, però erano quelle di cui sapeva il prete, e anche il paese. Con discrezione il commissario andò a far loro visita. Si mostrarono irritate, giurarono che erano calunnie, e il marito le avrebbe uccise, se quelle chiacchiere si fossero diffuse. Il commissario precisò che erano voci di popolo, e tutto il paese sparlava di loro. Avevano un alibi per quella notte? Tutte avevano dormito nel proprio letto, dissero, ma supplicarono di non aprire bocca coi mariti. Il commissario non promise niente, e rispose che se fosse stato necessario, avrebbe parlato anche con loro. Si era al principio delle indagini, disse, e si sarebbe visto in seguito se occorreva ascoltare anche i mariti. Jacopetti era in brodo di giuggiole. Quelle donne, si vedeva che erano amanti. Tornati in strada, il commissario si mise a ridere.
«Per te, tutte le donne sono amanti.»
«Le donne che tradiscono i mariti, ce l’hanno scritto in faccia.»
«Che cosa ci hanno scritto?»
«Ti guardano in modo che te lo fanno capire che sono delle amanti, e che sanno dare la felicità agli uomini.»
«Guarda che la felicità non ha niente a che vedere con il sesso.»
«Ma vi ha gran parte, commissario. Lo deve riconoscere che una donna che ci sa fare con un uomo, lo mette perlomeno sulla strada della felicità. Una donna la fa e la disfà la felicità di un uomo. Soprattutto con l’amore.»
«Secondo te, potrebbero avere ucciso quel Santo?»
«Penso di sì.»
«Per gelosia?»
«No. Sono puttane. Chi l’ha ucciso, lo ha fatto per soldi.»
«Una promessa di denaro non mantenuta?»
«Forse.»
Nel pomeriggio, furono occupati dall’interrogatorio di alcuni ladruncoli che avevano scassinato un negozio nel centro della città. Erano stati presi con le mani nel sacco, e quindi non ci volle molto a farli confessare, ma il commissario ogni volta cercava di carpire qualche notizia che lo mettesse sulla strada dell’organizzazione criminale che si serviva di questi disgraziati, che vivevano sulla strada, a causa della disoccupazione. A Lucca, come in tutte le città d’Italia, ma anche del mondo, oramai, prosperava la criminalità organizzata, che stava diventando forte come uno Stato, se non di più, e per il momento tutti i tentavi di sconfiggerla erano andati a vuoto. Renzi, per ciò che gli competeva, desiderava fare la sua piccola parte, e in ogni occasione tentava di scoprire i capi dell’organizzazione che prosperava nella sua città. Ma non ci riusciva.
Al mattino, si concesse una pausa, lasciando Jacopetti in ufficio e andando a respirare una boccata d’aria in piazza San Michele, non prima però di essersi bevuta la consueta tazzina di caffè. Incontrò il direttore della banca, e si salutarono. Il direttore si fermò.
«Ho saputo che ha per le mani un delitto orrendo.»
«Conosceva la vittima?» Un direttore di banca conosce sempre chi ha soldi, pensò.
«Non era mio cliente. Ma si sapeva quel che faceva.»
«E cioè?»
«Che fa, commissario, mi interroga?»
«È colpa di questo brutto mestiere.»
«Era uno strozzino. Aveva fatto fortuna grazie alla sua abilità. Ci era portato per i soldi, e io dico anche per lo strozzinaggio. Perché si deve avere una vocazione per fare quel lavoro sordido.»
«Voi banche pensate di non avere nessuna colpa, se prosperano gli usurai?»
«Che c’entrano le banche!»
«Io dico che c’entrano, eccome.»
«Stamani, commissario, è di cattivo umore. Ce l’ha con noi. Noi facciamo solo del bene alla gente.»
«Anche quando si trova in difficoltà, e vi chiede aiuto?»
«Ne abbiamo aiutati molti.»
«Avete aiutato tutti?»
«Tutti non è possibile. Alcuni non lo meritano.»
«E chi stabilisce che non lo meritano?»
«Non è facile come dire che due più due fanno quattro. Lo stabiliamo noi, sperando di non sbagliare.»
«Non è tutto rose e fiori come dice lei, direttore. Io so che qualche volta non aiutate chi lo merita, e che se uno è stato preciso e puntuale per anni, e per colpa non sua si trova momentaneamente in difficoltà, voi gli sbattete la porta in faccia.»
Il direttore sapeva dove era accaduto il delitto, e pensò che il commissario conoscesse, chissà per quali vie, la storia di Ubaldo Torreggiani, il commerciante di elettrodomestici che era compaesano della vittima.
«Ma anche con Ubaldo Torreggiani ci siamo comportati bene. È lui chi vi ha raccontato queste sciocchezze? Noi glielo abbiamo concesso il tempo necessario per restituirci i nostri soldi. Eppoi, non glieli abbiamo chiesti tutti. Ha ancora il fido con noi. Lui però ha voluto restituirceli subito, anche se non occorreva.» Il commissario non sapeva chi fosse Ubaldo Torreggiani, ma fece finta di conoscerlo.
«E se era in difficoltà, dove li ha potuti trovare i soldi, secondo lei?»
«Ah, questo non lo so. Perché non lo chiede direttamente a lui, visto che gli ha parlato. A noi non interessa dove uno prende i soldi.»
«È proprio questo lo sbaglio, che le banche si interessano solo dei soldi, ma delle miserie che i soldi provocano sulla gente, questo alle banche non importa. Chiudono gli occhi.» Il direttore si rese conto di avere incontrato Renzi in una mattinata pessima, in cui era collerico e scorbutico, e forse anche intollerante. Zitto zitto stava per battere in ritirata. Renzi pensò bene di approfittare ancora un po’ della sua bugia.
«Dov’è che ha il negozio il Torreggiani?»
«Lo trova proprio a due passi da qui. Là, al numero 57.»
Da Ubaldo Torreggiani ci andò più tardi, con Jacopetti, che fu contento di quella nuova pista, che lo appassionava quanto l’altra delle donne, le quali, però, non lo nascondeva, gli avrebbero procurato più emozioni. Nell’interrogare il commerciante, Renzi partì alla larga, per non smascherare la sua fonte, alla quale aveva carpito con l’inganno quell’informazione.
Nel negozio non c’erano clienti. Ogni giorno era così, ma non solo per Ubaldo Torreggiani. Per riaversi dalla crisi economica, avrebbero dovuto trascorrere chissà quanti anni. Eccoli, i guasti della corruzione.
«È vero che Domenico Santo le ha prestato dei soldi?» Gettò l’amo, Renzi.
«Sì.»
«Che somma le ha prestato.»
«50 milioni.»
«Che ne ha fatto dei soldi.»
«Diamine, li ho dati alla banca! Se non li portavo entro una settimana, la banca avrebbe venduto la mia casa.» Continuò: «Non me l’aspettavo questo sgarbo dalla mia banca. Lei non ci crederà, ma io sono sempre stato puntuale con la banca. Mai un ritardo. Soltanto, come facevo in questi ultimi tempi a far fronte agli impegni del mutuo che ho sulla casa, se qui non viene più nessuno? Non solo da me, intendo, ma anche negli altri negozi. Non si comprano elettrodomestici, ma nemmeno scarpe, vestiti. Rispetto a una volta, la gente compra solo quando il vecchio diventa inservibile. Non sta più dietro alla moda. E non ha torto. Siamo stati spremuti a causa delle ruberie di chi ci ha governato, e non si hanno più risparmi.»
«Lei conosceva bene Domenico Santo?»
«Certo che lo conoscevo, altrimenti non me li avrebbe prestati, i soldi.»
«Sapeva quel che faceva?»
«Sì.»
«E cioè?»
«Lo strozzino. Si parlava male di lui, so anche questo, ma è stato lui a farsi avanti. Non c’erano alternative, altrimenti lo avrei evitato. Sono stato dai vecchi amici, ma lo sa anche lei come vanno queste cose. Gli amici si dileguano quando ne hai bisogno, ma si moltiplicano quando stai bene e potresti farne anche a meno. È strano il mondo, commissario, e più strana ancora è la nostra natura. Chi lo sa davvero come siamo fatti noi uomini.»
«Quando ci si mette nelle mani di uno strozzino, è la fine, lo sa questo?»
«Certo che lo so, ma Nasone… »
«Chi è Nasone?»
«Ah, forse non glielo hanno detto, ma Nasone era il nomignolo che la gente dava a Domenico Santo. Per via del suo naso, che era grande e grosso, proprio come lui, che sembrava un bestione.»
«Non glieli avrebbe mai potuti restituire i soldi a Nasone. Invece della banca, gliela avrebbe portata via lui la sua casa.»
«Ma Nasone non si è approfittato di me. Anch’io sono rimasto stupito. Ma lui mi ha battuto una mano sulla spalla, e mi ha detto che ero un suo compaesano, e voleva aiutarmi. Lei non ci crederà, ma mi ha prestato 50 milioni, che non è una piccola somma, al tasso annuo del 15%, quando la mia banca, con la quale ho rapporti da moltissimi anni, mi prende il 14%, più le spese. Meno di un punto di differenza, lo capisce? Con me non si è comportato da strozzino. E sa quando li devo restituire i soldi? Quando posso. Proprio così. L’avrebbe mai fatto una banca?»
«Che significa: quando può?»
«Quello che intende lei, commissario. Non si erano fissate scadenze per le rate. Glieli potevo dare quando volevo io, quando mi tornava comodo. Non è stata fissata una rata precisa, né una scadenza precisa. Insomma, con me Nasone si è comportato da galantuomo.»
«Ha firmato delle cambiali?»
«Macché. Nemmeno quelle ha voluto. Ho firmato un foglio di carta, un foglio qualsiasi, che lui ha strappato da un taccuino. Con la sua calligrafia, davanti a me, ha scritto le cose che le ho raccontato.»
«Ha una copia di questo foglio?»
«Che dice, commissario. Non si rilasciano copie in affari come questi. C’è un solo originale, e deve averlo Nasone. Ne ha parlato con la moglie? Provi a domandare a lei.»
«Ha già restituito qualche rata?»
«Scherzerà, commissario. Quei soldi li ho avuti appena pochi giorni fa. E dove li avrei potuti trovare per pagare la rata? Ci ho la banca che mi sta alle costole, e visto che Nasone mi ha concesso tutta l’elasticità possibile, prima cerco di accontentare la banca, che è viscida più di una serpe, e mi aspetta al varco, per darmi il colpo mortale.»
«Dove si trovava lei la notte dell’omicidio, intorno alle tre del mattino?»
«Dove vuole che mi trovassi. A letto con mia moglie. Non ce l’ho, io, il tempo per svagarmi. La testa è piena di pensieri, e coi pensieri non si sogna, si resta attaccati alla terra.»
Entrarono due signore, che fecero il giro del negozio, guardando soprattutto i nuovi modelli di televisori. Dovevano essere madre e figlia. Ubaldo Torreggiani chiese il permesso al commissario e andò a rispondere ad alcune domande della signorina, che volle esaminare acceso un nuovo modello. Chiese il prezzo e disse che ci avrebbe pensato sopra. Uscirono e Ubaldo Torreggiani tornò dal commissario. Jacopetti si era avvicinato al televisore.
«È un bellissimo modello, però è troppo caro.»
«Non è colpa mia, è un modello che viene dalla Germania. La colpa è stata della svalutazione della lira, che ha fatto salire i prezzi. Però è un gran televisore, e i tedeschi li sanno costruire bene. Durano anni e anni. Se proprio le interessa, posso farle un prezzo speciale, anche se ho poco margine. Anche a lei, naturalmente, commissario.»
«Quello che ho mi basta e avanza, e deve durare ancora qualche annuccio. Ho comprato da poco l’auto nuova e ho i miei problemi, mi creda. Forse Jacopetti… Faglielo, Jacopetti, un bel regalo alla tua Esterina.»
«È un’idea che ho nella testa da un bel po’, commissario. Così la sera, se non ci troviamo d’accordo sui programmi, ognuno si mette per conto suo. Se mi fa un bello sconto, compro proprio questo, che mi piace.»
«Glielo faccio portare a casa in giornata, e lei mi paga quando le torna comodo.»
«Prima deve dirmi quanto me lo mette.» Il commerciante aprì il listino e cercò il modello che interessava a Jacopetti. Batté sulla calcolatrice e tirò giù la somma scontata. Era ancora troppo per Jacopetti. Il commerciante fece un ulteriore ribasso, e Jacopetti accettò l’offerta.
«Lo vuole subito a casa?»
«È possibile averlo per l’ora di pranzo, intorno all’una? Così anch’io sarò a casa, e lo sistemiamo subito dove intendo io.»
«Guarda che questo non è tuo, ma di Esterina. A te toccherà il vecchio televisore.» Si mise a ridere il commissario, perché sembrava che Jacopetti lo avesse già dimenticato che il nuovo televisore era un regalo per Esterina, e quindi spettava a lei decidere dove collocarlo.
«All’ora di pranzo è l’ideale anche per me. Chiudo il negozio, e prima di tornare a casa, passo da lei. Mi vuol dare il suo indirizzo?» Lo scrisse e si mostrò tutto contento dell’affare.
Il commissario riprese il discorso interrotto.
«Secondo lei, perché è stato ucciso Domenico Santo?»
«Nemici ne aveva a decine, se non a centinaia. Era usuraio, ma anche donnaiolo.»
«Potrebbe essere stato un suo debitore che, uccidendolo, si sbarazzava dell’obbligo di restituire i soldi. Immagino che Santo prestasse anche cifre più consistenti di quella concessa a lei.»
«Non c’era cifra che lo spaventasse. Naturalmente, ci dovevano essere le adeguate garanzie. Prestava anche a industriali, e si prendeva la fabbrica come garanzia. E in questo caso, si trattava di centinaia di milioni. Nasone possedeva un’enorme fortuna, accumulata con lo strozzinaggio. Era nato per questo mestiere.»
«Lei conosce qualcuno dei suoi clienti?»
«No. Non mi interessavano queste cose, prima che avessi bisogno di lui. Ma se chiederà in giro, vedrà che i nomi verranno fuori. Però, secondo me, si tratta di donne, o di qualcosa del genere.»
«Perché pensa alle donne?»
«Stravedeva per le sottane, e per qualsiasi altra cosa che avesse a che fare con il sesso.»
«Che vuol dire?»
«Ho una mia idea sull’omicidio.»
«Sentiamola.»
«Nasone è stato trovato dietro il cimitero, non è vero?»
«Ci incontrava qualcuna delle sue donne, forse.»
«Si dice. Ma vede, io so anche un’altra cosa, che scoprii per caso. E la sa anche don Saverio, perché gliene ho parlato e ci siamo stati insieme. Lei, lo ha già sentito don Saverio?»
«Sì, ma in fretta e furia. Dovrò ritornare a parlarci.» Lo disse soprattutto per non mostrarsi un dilettante, dato che non aveva saputo cavare questa informazione dal prete.
«Bene, una sera che ritornavo a casa intorno alla mezzanotte, sento venire dei rumori da dietro il cimitero. Io, deve sapere, non sto molto lontano dal cimitero, e nemmeno dalla casa di Domenico Santo, che è proprio a due passi dal cimitero. Piano piano mi dirigo là, e che vedo? Una decina di ragazzi e di ragazze se ne stanno nudi, e tengono un cappuccio in testa. E le ragazze sono sdraiate a terra e fanno all’amore coi maschi. Alle pareti sono appesi dei crocifissi rovesciati. Mi rendo subito conto che si tratta di un rito satanico, di quelli che vanno di moda oggi. Mai avrei pensato che se ne celebrassero anche in paese. Una cosa è sentirle raccontare certe cose, commissario, e un’altra è trovarcisi per davvero. Altroché. Corro a chiamare don Saverio, che prende un bastone e viene anche lui. Deve sapere che don Saverio era stato aggredito il giorno prima a Rupecava, dove era andato a far visita, come ogni anno, al Santuario. Lo avevano aggredito quattro sciagurati che lui aveva visto aggirarsi intorno ai ruderi dell’antico convento. Collegò subito le due cose, visto che gli avevano rubato il piccolo crocifisso che porta all’occhiello. Ci armammo di un bastone e ci recammo dietro il cimitero. Dentro, non si vedeva più nessuno, e non si fece in tempo a guardarci in faccia, che comparvero alle spalle i ragazzi, incappucciati e nudi come li avevo visti prima, e ci stordirono con pugni e calci. Quando ci risvegliammo, intorno all’una, non c’era più nessuno. Nasone potrebbe essere incappato, per i suoi appuntamenti galanti, in una di queste sedute sataniche. Ha sentito i rumori e si è messo a curiosare. A noi toccarono le bastonate, e a lui invece è andata peggio. Ci ha lasciato la pelle. Per me le cose sono andate così. Si deve cercare quei ragazzi.»
«Lei li ha visti. Ne ha riconosciuto qualcuno?»
«Sì. Faustino, il figlio di Olimpio, il sagrestano.»
«Pensa che sia stato lui?»
«Questo non posso dirlo. Faustino ci aveva litigato con Nasone, al bar, e tutti li hanno visti fare a botte. Faustino è un ragazzo che non sa perdonare.»
Jacopetti uscì dal negozio che non stava più nella pelle. C’era mescolato di tutto in quell’omicidio, e uno come lui poteva anche impazzire.
Tornato a casa, però, litigò con Esterina, alla quale anticipò la notizia del nuovo televisore.
«Non lo voglio. Che ti è venuto in mente. Non siamo dei signori. I soldi ci bastano appena per mangiare e per l’affitto. Un televisore è sufficiente e avanza. Renzi non lo ha mica comprato, non è uno stupido come te. Lui ci pensa alla famiglia. Lui non la fa tribolare come te sua moglie.»
«Ma via, che non è la fine del mondo. Siamo io e te soli. Non ci abbiamo le spese dei figli, come il commissario. Un televisore in più ci fa comodo. Si smette di litigare, e si andrà più d’accordo. Lo sai che mi intristisco quando litigo con te. Il televisore è una piccola spesa, che ci possiamo permettere, e ci aiuterà a non litigare. Ti sembra poco?»
Bussarono che stavano ancora brontolando, ma Esterina era lì lì per cedere. In fin dei conti, lo aveva desiderato anche lei un nuovo televisore. Eppoi, ormai non si poteva tornare indietro. Non se la sentiva di far fare una figuraccia al suo Sandruccio, restituendo l’elettrodomestico.
«E va bene,» disse «farò come vuoi tu, però ricordalo che subisco una prepotenza.» Quando aprì, si era messa già l’animo in pace e, senza darlo a vedere, era contenta della decisione presa dal marito. In più, il televisore fece colpo su di lei. Era davvero bello, e decise di tenerlo al posto del vecchio, che fu trasferito in cucina. Jacopetti prese il blocchetto degli assegni, ma il commerciante alzò la mano in segno di diniego.
«Pagherà con comodo, quando vorrà.»
Ciò colpì la vanità di Esterina, e la persuase che il suo Sandruccio era una persona rispettata, e perciò non poteva che aver fatto un buon affare. A pranzo, andarono che erano passate le due. Esterina non vedeva l’ora di mettersi seduta davanti al nuovo televisore, a guardare la puntata della sua telenovela preferita. Mangiò alla svelta, e uscì da tavola molto prima di Jacopetti. Anzi, gli mise fretta, e quasi quasi gli levava il piatto di sotto.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart