Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

GIALLO: L’usuraio #17/18

23 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #17

«È rimasta contenta Esterina?» gli domandò il commissario, quando Jacopetti andò a prenderlo alle tre precise, come al solito.
«Per poco mi ammazzava.»
«Non ci credo.»
«Doveva esserci, a sentirla strillare. Me la sono vista brutta, commissario.»
«Ma vedo che sei sempre vivo.»
«Un giorno la strozzo, e lei mi porterà in carcere, ma dovrà dirlo al giudice quanto mi faceva patire.»
«Va là che le vuoi bene.»
«Le voglio bene sì, ma avrei voluto bene anche a un’altra donna, magari più bella, semmai.»
«Sìiii, ora le donne belle si accontenterebbero di due sgorbi come noi, morti di fame, per giunta.»
«Ci sono colleghi che hanno mogli più belle delle nostre.»
«Ci avranno anche le corna, allora. Non è la tua teoria?»
«Ma almeno la notte fanno faville.»
«Mica è detto che una donna bella sa fare all’amore. A volte si trova più sugo con una donna brutta. Fare all’amore è arte, Jacopetti, e non tutte le donne la possiedono, anche se sono belle.»
«Ma la possiedo io, l’arte di fare all’amore, commissario, e con una donna bella, mi si moltiplica. Vuol mettere, avere davanti una donna con un bel viso, con un bel seno, con delle gambe da mozzare il fiato, e tutta lì, pronta per l’amore. Ah, commissario, io darei dieci anni della mia vita, per una donna così. Invece mi tocca guardarle al cinema, o nelle riviste, e avvelenarmi il sangue, per questa sfortuna.»
«Ci pensi troppo tu, alle donne.»
«Lo so, è una malattia, commissario. Ma che ci posso fare. Meglio se ero un animale, che alle femmine ci pensa solo nella stagione degli amori, e per il resto dell’anno sta in pace. Quella sì che è libertà, mica la nostra che è condizionata dalle donne. Perché vede, è vero che io ci penso tutti i giorni alle donne, ma tutti gli uomini ci pensano, anche lei, commissario, sebbene non esageri come faccio io. Mi dica se quando le passa davanti una bella donna, lei non ci fa sopra un pensierino, e magari non si sente rodere dentro, e la paragona a sua moglie, e si morde le labbra perché quella bella donna è toccata a un altro uomo. Non è vero che le succede così? Dio ci ha inguaiato con le donne, e ci ha fatto diversi dagli animali anche in questo, oltre che per l’intelligenza.»
«Non ti do torto. Quel Domenico Santo è morto a causa di una donna, e forse è stata proprio una donna a ucciderlo. Me lo sento. Le donne, le fanno scontare le gioie che ci procurano a letto. Più si sta bene la notte, più ci tormentano di giorno. Una volta dicesti che sono figlie del diavolo. Lo sai che non me lo levo più dalla testa. Quando sento la mia Maria che comincia a brontolare, così per una sciocchezza da niente, mi vieni in mente tu, e ciò che mi dicesti sul diavolo. È sopportare una donna, la prova che dobbiamo superare per goderci l’aldilà, caro Jacopetti. Vedi, tu le hai regalato il televisore, una sorpresa straordinaria, un atto di generosità e di amore, e che cosa ne è sortito, che il diavolo che sta dentro di lei non lo ha sopportato, ed Esterina si è messa a strillare, anziché ringraziarti e farti magari qualche coccola.»
«Le donne sono tentatrici come il diavolo, e se ti accalappiano, ti trascinano all’inferno.»
Quel pomeriggio di martedì non passavano dall’ufficio, ma andavano direttamente nel paese dove era accaduto il delitto. L’informazione ricevuta da Ubaldo Torreggiani non si poteva trascurare, ora che si era sempre all’inizio delle indagini, e occorreva battere ogni pista. Anche Ubaldo Torreggiani, però, poteva essere l’assassino. Il movente c’era, eccome, uno di quelli classici, che di delitti non ne fanno commettere uno, ma anche due, e dieci e mille, perché c’è di mezzo il denaro, che è anch’esso figlio di satana. Ubaldo Torreggiani dove li avrebbe potuti trovare i soldi per pagare le rate all’usuraio, se faticava a trovarli per pagare la banca?
«Così ha pensato di liberarsi di Nasone, e far scomparire il debito.»
«Non regge, commissario.»
«E perché? Non ti pare che questo sia un movente coi fiocchi?»
«Lei dimentica che Nasone aveva da qualche parte la ricevuta dei 50 milioni. E questo avrebbe inchiodato l’assassino.»
«Non c’è solo la ricevuta del prestito a Torreggiani, ma chissà quante altre ricevute sono state conservate, e l’assassino si crede coperto dai molti clienti che la vittima aveva.»
«Ubaldo Torreggiani non poteva lamentarsi del prestito ricevuto. Gli sono state fatte delle condizioni eccezionali. I soldi poteva restituirli con comodo, non lo ricorda?»
«Già, questo è un punto che si dovrebbe chiarire. Per quale motivo la vittima ha ritenuto di fare un trattamento speciale a Torreggiani?»
«Erano compaesani, così ha detto.»
«Non è questo il motivo. Un usuraio ci sputa sui sentimenti.»
«Però, le donne gli piacevano, segno che i sentimenti gli riscaldavano il sangue; non ce lo aveva freddo come quello dei serpenti.»
Giunsero in paese. Lasciarono la macchina sul piazzale della chiesa e si diressero alla casa di Olimpio per interrogare Faustino. Olimpio era nel campo e li vide arrivare. Stava chinato sui solchi, aiutato da Sunta.
«Guarda là, Sunta, abbiamo visite.»
«Gesù, Giuseppe e Maria!» fece lei, segnandosi con la croce. «I commissari sono come i preti. Quando entrano in una casa, portano disgrazie.»
Olimpio si meravigliò di sentirla parlare così. Anche Renzi li aveva visti e andò verso il campo, seguito da Jacopetti. Si presentò.
«Non ce n’è bisogno» disse subito Olimpio. «Dopo il fatto, la conosciamo tutti qui in paese. Ci sono novità?»
«Vorrei parlare con suo figlio Faustino.» Olimpio si agitò, mentre a Sunta scappò un «Mamma mia!» e si mise una mano alla bocca. «Che disgrazia, che disgrazia» aggiunse visibilmente spaventata.
«Non deve preoccuparsi, signora. È una cosa assolutamente normale che noi interroghiamo tutti coloro che possono aiutarci. Faustino potrebbe darci delle notizie utili, ecco perché siamo qui. Potrebbe aiutare la giustizia, suo figlio.»
«Studia. È in casa che studia» rispose torvo Olimpio. «Accompagnali tu, Sunta.» Sunta si pulì le mani al grembiule e si avviò verso casa, seguita dallo sguardo di Olimpio.
Sull’uscio trovarono seduto Matteo.
«Chi è questo bel giovanotto?» disse, indicando il commissario. Jacopetti stava per scoppiare a ridere.
«Grazie per il giovanotto, buon uomo, ma ce l’ho anch’io i miei anni. E mi pesano, sapete.»
«Mai come a me. Se penso a chi ero, e ora mi tocca star qui seduto tutto il giorno a contare le penne alle galline.»
«Chissà se ci arriverò alla vostra età. Voi siete fortunato, credetemi.»
«Non mi prenda in giro. La chiami fortuna questa. Ma lo sa chi ero io? Ero il galletto di questo paese, e non me ne scappava una. Bei tempi, quelli sì, giovanotto.»
«Almeno voi ve le siete levate le soddisfazioni. Io solo nei sogni, e anche questo mio collega, se le leva solo nei sogni le soddisfazioni. Voi siete fortunato, perché ce li avete dei buoni ricordi da tenervi compagnia.»
«Sono proprio quelli che mi fanno dannare, e mi rendono lunghe le giornate.»
«O Matteo, che son discorsi da fare al commissario?» Era Sunta, che voleva sbrigarsi.
«Commissario? E commissario di che?»
«Su, non ci fate perdere tempo. Finitela con le vostre domande.» Era ancora Sunta.
«Allora lo so perché siete qui, voi due. Cercate l’assassino. Ma non lo trovate mica in casa nostra l’assassino, commissario. Avete sbagliato porta.»
«E perché, a quale porta dovremmo bussare?»
«Ah, io non lo so. Ma non a questa. Che è abitata da galantuomini.»
«Il commissario non è venuto da noi per arrestare l’assassino, Matteo, ma per fare qualche domanda a Faustino.»
«E che c’entra Faustino.»
«Vostro nipote non ha fatto nulla, tranquillizzatevi. Devo solo fargli qualche domanda a cui può rispondere soltanto lui. Dovete stare in pace, non arresto nessuno di questa casa.»
«E fate bene, e si vede allora che siete galantuomini anche voi.»
«Ora lasciateci passare, Matteo» disse Sunta, che entrò e fece accomodare nell’ingresso il commissario e Jacopetti.
Faustino stava studiando nella sua cameretta, al piano di sopra. Sunta non salì. Lo chiamò gridando. Il ragazzo si affacciò sulla rampa delle scale.
«C’è il commissario che vuole parlarti.»
«E che vuole?»
«Posso salire?» fece Renzi.
«Si accomodi pure» rispose Faustino, rientrando nella sua cameretta.
«Vengo su con lei» disse Sunta.
«No. Desidero parlargli a quattr’occhi.»
«Sono la sua mamma.»
«Devo vederlo da solo.» Stava già salendo le scale, il commissario. Sunta era rimasta immobile davanti al primo scalino. Voleva e non voleva salire. Poi disse: «Faustino è un bravo ragazzo. Non ha fatto niente di male.»
«Lo sappiamo anche noi» disse tanto per dire qualcosa, Jacopetti, e la donna parve rassicurata. Se ne andò. Faustino era andato a prendere altre sedie e invitò i due poliziotti a sedersi.
«Ho fatto qualcosa che non va?»
«Hai la coscienza tranquilla?» disse Renzi.
«Con la mia coscienza ci si va dritti in paradiso.»
«Tu credi al paradiso?»
«Lei ci crede?»
«Le domande le faccio io, se permetti.»
«Non le sembra una prepotenza?»
«È la legge.»
«È che cos’è la legge? Una prepotenza dei più forti.»
«Chi te le ha insegnate queste sciocchezze.»
«Non sono sciocchezze, è la verità.»
«La verità, la verità… Non lo so nemmeno io che cos’è la verità, che potrei essere tuo padre.»
«La verità è quella dei deboli. Voi della polizia non la conoscete questa verità. Voi conoscete solo la verità che vi hanno insegnato quelli che comandano, quelli che si arricchiscono alle nostre spalle.»
«Così vorresti fare la rivoluzione…»
«Ne sono state fatte tante di rivoluzioni. Quelle rivoluzioni lì non servono a niente. Hanno sempre generato padroni, e mantenuto la schiavitù dei deboli.»
«Che rivoluzione vorresti fare, allora?»
«Tutto il male che c’è nel mondo, si deve rovesciare addosso ai potenti. Questa è la nuova rivoluzione. Non con la bandiera della giustizia si deve fare, ma con quella del male.»
«Gesù, il figlio di Dio, ha fatto una grande rivoluzione con la bandiera dell’amore, non lo ricordi?» Decise di battere questo tasto, il commissario.
«Non è servita a niente, è stata una rivoluzione come le altre. Anzi, la Chiesa se n’è appropriata e l’ha trasformata in un’alleanza col potere.»
«Una volta. Ma oggi la Chiesa è coi poveri. Come puoi dire una tale sciocchezza?»
«Chi ha tradito una volta, tradisce sempre, quando fa comodo.»
«Così, tu li detesti i preti.»
«Con le loro chiacchiere, impediscono la rivoluzione.»
«Ma come possono accettare la rivoluzione che auspichi tu, una rivoluzione che si serve del male? Se si oppongono a te, è perché credono nella rivoluzione dell’amore, quella voluta da Cristo.»
«I preti si dovrebbero bruciare, come un tempo si bruciavano le streghe.»
«Cosa cerchi, una rivincita per ciò che è stato fatto alle streghe?» Intanto, Jacopetti prendeva appunti con molta solerzia. Non c’era niente di cui sorridere, però. Le cose che ascoltavano erano terribili. La politica aveva distrutto ogni barlume di coscienza. Non si aveva più fede nei valori positivi, e la si cercava chissà dove.
«Tu fai parte di una setta, non è così?»
«È vero.»
«Potrei arrestarti.»
«Lei parla con il linguaggio della legge, che è prepotenza.»
«Finiscila di dire stupidaggini. Se continuerai su questa strada, finirai molto male, figliolo.»
«Io non sono suo figlio. Il mio nome è Faustino, e mio padre si chiama Olimpio.»
«Vi incontrate dietro il cimitero per le vostre adunanze, qualcuno vi ha visti.»
«Peggio per lui.»
«Perché dici peggio per lui.» Il commissario ricordava che don Saverio e Ubaldo Torreggiani avevano rimediato delle bastonate per averli spiati.
«Lo so io perché.» Pensava davvero a quelle bastonate, perché levò un ghigno.
«Siete stati voi a bastonare don Saverio e Ubaldo Torreggiani?»
«Ah, non gli è bastata la lezione. Hanno fatto anche la spia. Don Saverio ha la testa dura, ma a forza di bastonate gliela spaccheremo.»
«Allora sei stato tu a bastonarlo anche a Rupecava.»
«È un vigliacco e una spia, un pusillanime come tutti i preti.»
«Ce n’è abbastanza per portarti al fresco.» Faustino era ancora minorenne. Il commissario lo sapeva, ma cercava di intimorirlo.
Siccome il ragazzo aveva alzato un po’ il tono della voce, si affacciarono insieme le due sorelle Angela e Antonietta.
Faustino sembrò accoglierle di buon grado.
«Il commissario vorrebbe confessarmi, come fanno i preti.»
«Non caverà niente da noi, se si comporta come un prete» disse Angela.
«Ah, così anche voi ce l’avete coi preti» disse Renzi.
«Noi non ce l’abbiamo con nessuno. È la società che ce l’ha coi giovani. Noi ci difendiamo. È un nostro diritto.»
«Anche bastonare la gente, è un vostro diritto?»
«Noi ci difendiamo» ribadì Antonietta.
Sunta si affacciò in fondo alle scale.
«Cosa c’è, figliole, qualcosa che non va?»
«Non devi preoccuparti, mamma, stiamo discutendo col commissario. Nulla di importante.»
«Mi raccomando a te, Angela» rispose Sunta, allontanandosi.
«Sapete nulla dell’omicidio di Domenico Santo?»
«Quello che sanno tutti» rispose Faustino. «Che l’hanno ammazzato.»
«E tu non c’entri niente?»
«Se la meritava quella morte.»
«Uccidere non è fare giustizia.»
«Certa gente la cerca con le sue mani, la morte. Nasone aveva nemici dappertutto per via del mestieraccio che faceva, e perché gli piacevano le donne. Perché avrei dovuto ammazzarlo io? Toccava agli altri, prima che a me.»
«Vuoi sapere com’è andata? Voi stavate facendo le vostre porcherie là dentro, e Nasone vi ha visto, a meno che non fosse anche lui uno dei vostri. È così?»
«Non era uno dei nostri.» Lo disse Antonietta, e poi si morse le labbra, dopo che Angela le ebbe dato una gomitata ai fianchi. Ma ormai era troppo tardi.
«Così anche voi due fate parte della congrega. Ma vostro padre le sa queste cose?»
«Non c’entriamo niente con la morte di Nasone. Qualche volta ci aveva spiato, è vero. Lo sapeva che ci si riuniva dietro il cimitero. Era venuto anche a parlarmi un giorno, e voleva essere ammesso anche lui, ma era uno sporcaccione, non gli interessava niente dei nostri ideali.» Era Angela che parlava, ma Renzi la interruppe.
«Non usare la parola ideali per queste sozzerie. Voi avete inventato la setta per fare sozzerie, altro che ideali. E così Nasone ha continuato a spiarvi, e voi alla fine ve ne siete sbarazzati.»
«Quante volte glielo dobbiamo dire che non siamo stati noi. Quella sera non ci siamo nemmeno riuniti. Noi le riunioni non le facciamo mica tutte le sere, a volte passa anche una settimana prima che ci incontriamo.»
«Io vi porto al fresco, se non mi dite chi ha ucciso Domenico Santo.»
«Provi a chiedere a Ubaldo Torreggiani, quello spione. Può anche essere stato lui, o il prete.»
«Non vi prendete gioco di me.»
«I preti sono capaci di tutto, ma forse don Saverio è troppo buono per compiere un delitto. Ubaldo Torreggiani, invece, doveva dei soldi a Nasone, lo sa questo? I debiti sono un buon motivo per uccidere. Eppoi abitano uno vicino all’altro, e dopo averlo ucciso, è corso subito a casa sua, e chi s’è visto s’è visto. Non fa una grinza.»
«Lo avete visto voi, uccidere Nasone?»
«Non s’è visto niente, per la semplice ragione che noi quella notte s’era qui a casa, a dormire. Se lo domanda a nostro padre, glielo confermerà.»
«Perché pensate a Ubaldo Torreggiani? Non mi pare un uomo che possa uccidere. Voi invece, con le vostre idee… »
«Potrà succedere che con le nostre idee prima o poi si ammazzi qualcuno, ma per il momento abbiamo le mani pulite, e se lei insiste su di noi, commissario, perde il suo tempo. Ubaldo Torreggiani è uomo che può uccidere. Aveva più di un motivo per farlo.»
«Se sai qualcosa, Faustino» disse subito Renzi «questo è il momento di parlare, perché altrimenti finisci in galera, te e le tue sorelle. Quelle riunioni sono contro la legge, ma io posso anche chiudere un occhio, se mi dici tutto ciò che sai, e mi promettete che non ne farete più di quelle adunanze scellerate. Così non lo cambiate il mondo. Non sono nate oggi le sètte, tutti i secoli le hanno avute, e che cosa è cambiato? Niente. Per cambiare il mondo si deve cambiare prima dentro di noi. Se si riversa altro odio e altra violenza, si fa un nuovo big bang, ma di quelli che non generano la vita, ma la distruggono per sempre.» Era partito con una delle sue tirate, il commissario.
«Meglio un big bang che distrugge, piuttosto che tirare avanti così.»
«È facile rifugiarsi nelle sètte, e fare le porcherie che fate voi. Piacerebbe anche a me distrarmi a questo modo. E piacerebbe anche al mio collega, non è vero, Jacopetti?»
«Altroché. Voi fate sesso e basta. I vostri ragionamenti sono aria fritta e non portano a niente di buono.»
«Che cosa sai, Faustino?» incalzò il commissario.
«Ubaldo Torreggiani, dopo quella sera che lo sorprendemmo con don Saverio, è venuto altre volte a spiare. In questi giorni ci siamo riuniti più spesso; però il giorno del delitto non ci siamo visti, mi deve credere, commissario. Ci siamo accorti che ci spiava, ma lo abbiamo lasciato fare.»
«Perché?»
«Per dargli una lezione. Ma una di quelle che non avrebbe dimenticato.»
«E cioè?»
«Glielo devo dire?» Faustino, prima di continuare, guardò le sorelle.
«Diglielo pure, tanto a questo punto non abbiamo niente da perdere.»
«Perché l’altra ragazza che stava con noi era Marisa, sua figlia. Forse lui veniva ad appostarsi perché voleva accertarsene. Forse l’aveva riconosciuta durante una delle sue prime spiate, ma tornava per esserne sicuro, e così noi si faceva di tutto per tenerlo sulla corda, finché una notte abbiamo fatto in modo che non avesse più dubbi.»
«Cos’è successo?»
«Abbiamo levato il cappuccio a Marisa.»
«E lui?»
«Lì per lì niente. Se n’è andato zitto zitto com’era venuto. Ma il giorno dopo Marisa era piena di lividi, ed è rimasta segregata in casa per una settimana. Quando l’abbiamo incontrata ci ha raccontato tutto. Suo padre era fuori di sé. L’aveva vista anche mentre uno di noi le stava sopra e ci faceva le porcherie. Allora Marisa, mentre lui la picchiava, gli ha detto un’altra cosa che lo ha  mandato in bestia.» Fece una pausa, e ancora una volta guardò le sorelle.
«Continua» gli disse Angela.
«Che Domenico Santo s’incontrava con lei.»
Jacopetti alzò la testa dal taccuino, sul quale aveva scritto un’infinità di parole. Teneva la bocca spalancata e aspettava che il commissario incalzasse con qualche domanda delle sue, di quelle che puntano dritte dritte alla verità.
«Non mi stai prendendo in giro?» disse invece, con un fil di voce. Anche lui, evidentemente, si era lasciato sorprendere da quella storia maledetta.
«E perché dovrei farlo?»
«Se mi racconti delle balle, te e le tue sorelle finite in galera.»
«Basta che lei parli con Marisa, e le confermerà che certe notti si alzava all’insaputa dei suoi per andare all’appuntamento con Nasone. Nasone la ricattava per via del prestito che aveva fatto a suo padre. Minacciava di richiedere indietro i soldi, se lei non ci stava. E così Marisa aveva iniziato quella relazione.»
«Potreste essere stati voi ad uccidere Nasone, invece, per liberare Marisa dalla sua prepotenza.»
«Se lei insiste, è libero di farlo, commissario, ma le ho già detto che perde il suo tempo. Non siamo stati noi. Mi pare che ora il nome dell’assassino glielo abbiamo messo su di un piatto d’argento. Torni da Ubaldo Torreggiani, e gli ripeta la storia che ha saputo da noi. Poi ci dirà se non è un uomo capace di commettere un omicidio.»
«E sta bene. Ma badate a voi. Quando sarò uscito da questa casa, non avrete più tempo per ritrattare. Se mi avete mentito, vi farò maledire il giorno che siete nati.»
«Scenda tranquillo le scale, commissario, e vada dritto dritto da Ubaldo Torreggiani, e stasera potrà portarci il vero assassino in carcere, e non noialtri.»
In fondo alle scale, era tornata Sunta, che aveva sentito muovere le sedie e aveva capito che il commissario se ne stava andando.
«Tutto bene, commissario?»
«Grazie, signora, tutto bene.»
«Sono dei bravi ragazzi, i miei figli, non è così?»
«I giovani d’oggi, lei lo sa meglio di me, non sono quelli dei nostri tempi.»
«Ha ragione, commissario. Invece di progredire in meglio, si peggiora. Io non capisco perché Dio faccia girare a questo modo il mondo. Non lo capisco davvero.»
«Chi capisce Dio è fortunato, ma si contano sulla dita di una mano.»
«Mio marito è come un santo. Fa il sagrestano, quando ha un po’ di tempo libero. Dio ci proteggerà, gli dico qualche volta, per quello che fai per la Chiesa. Io ci credo alla riconoscenza di Dio.»
Il commissario non le rispose, abbozzò un sorriso e uscì in strada, seguito da Jacopetti.
Videro don Saverio sulle scale della canonica.
«Che dici, Jacopetti, ci facciamo due chiacchiere col prete?»
«Oramai sappiamo che è stato quel Torreggiani. Se ne potrebbe fare anche a meno.»
«Ci ha visti. È meglio andargli incontro.»
«Ci fa entrare, don Saverio?»
«Vuole parlare con me?»
«Due minuti soltanto.» Entrarono e si accomodarono nello studio.
«Lei ha idea di quel che succede in paese?»
«Cioè?»
«Ci sono giovani che si radunano dietro il cimitero a fare porcherie.»
«Chi glielo ha detto?»
«Non importa chi me lo ha detto. Lei le sa queste cose?»
«Sì, purtroppo.»
«E perché non me ne ha parlato?»
«È una vergogna per il paese.»
«Ma anche il delitto è una vergogna. Lei doveva parlarmi di ciò che succede dietro il cimitero.»
«Sono stati quei ragazzi a uccidere Nasone?»
«Certamente sono stati loro a bastonare lei e Ubaldo Torreggiani. Perché non me ne ha voluto parlare?»
«Gliel’ho già detto, è una vergogna per il paese.»
«Ma è una vergogna che sanno tutti. Lo sapeva anche Domenico Santo.»
«Allora lei pensa che siano stati quei ragazzi a ucciderlo. O mamma mia! O mamma mia!»
«Che cosa pensa del figlio di Olimpio?»
«È un ragazzo confuso, come tutti i ragazzi di oggi, che non hanno più speranza, e si rifugiano nel male.»
«Lo sa che è stato lui, insieme con alcuni compagni, a bastonarla a Rupecava?»
«Sì, lo so. Me lo ha fatto capire lui stesso, riportandomi la croce che mi era stata rubata.»
«È un ragazzo violento.»
«Ma non può essere un assassino.»
«Perché?»
«Vede, quel gesto di riportarmi la croce, mi ha fatto piangere. Al fondo dell’uomo, non c’è la cattiveria, ma la bontà, e sarà quella a prevalere, quando questi terribili momenti saranno passati.»
«Io la invidio per la sua fede. Se facesse il mio mestiere, la penserebbe diversamente.»
«Anche nel mio mestiere, vedo come va il mondo, commissario.»
«E di quell’Ubaldo Torreggiani, che ne pensa?»
«È un uomo sfortunato. Ha patito tanti sacrifici e non si meritava di trovarsi pieno di debiti.»
«Lei sa chi gli ha prestato il denaro?»
«Lo sanno tutti in paese.»
«Chi glielo ha prestato?»
«Domenico Santo.»
«E non potrebbe quindi averlo ucciso, per non restituire il suo debito?»
«È una persona perbene, anche se ora è in difficoltà. No, non è uomo da commettere un omicidio per denaro.»
«E per rabbia?»
«Perché doveva aver rabbia. I soldi Nasone glieli aveva prestati, e doveva nutrire, anzi, della riconoscenza.»
«Conosce bene Marisa?»
«È una ragazza con la testa sulle spalle.»
«Che significa?»
«Che è piena di giudizio.»
Uscirono e pensarono di fare un salto dalla vedova Santo. Era tornata da poco dall’obitorio. Il funerale si sarebbe tenuto l’indomani, mercoledì, nel pomeriggio.
«È importante conoscere il nome dei debitori di suo marito.»
«Non parlava mai con me di queste cose. Sapeva che detestavo il suo lavoro.»
«Eppure deve avere da qualche parte un’agenda, un elenco. Avrà avuto delle cambiali da conservare.»
La signora li guidò nello studio del morto.
«Quella è la sua scrivania. Guardi pure. Io non ho mai aperto un cassetto. Non ho idea di ciò che potrà trovarci.»
Jacopetti s’incaricò di fare l’ispezione. Trovarono appiccicate sul lato interno di un cassetto la combinazione della cassaforte e la chiave.
«Sa dov’è la cassaforte?»
«No.»
La scoprirono dove stanno di solito tutte le casseforti a muro, dietro un quadro. L’aprirono e si trovarono di fronte ad una montagna di cambiali. Pacchi su pacchi. Non c’era nessuna agenda e nessun elenco. Le firme sulle cambiali erano illeggibili, scarabocchi. Solo la vittima poteva riconoscerle. Un lavoro immane se avessero dovuto decifrarle. Non trovarono invece alcun foglietto che riportasse l’impegno relativo ai 50 milioni contratto da Ubaldo Torreggiani, al quale la vittima non aveva fatto firmare cambiali, almeno così il padre di Marisa aveva raccontato. Jacopetti rammentò che, al momento della scoperta del cadavere, non era stato rinvenuto il portafoglio della vittima. Lo bisbigliò al commissario, che domandò alla vedova. La quale non sapeva dove potesse essere. Cercarono insieme. Lei andò anche in camera a controllare, oltre che nel resto della casa, ma niente.
«Allora, il portafoglio è stato sottratto dall’assassino» disse Jacopetti.
«Già» fece il commissario, il quale tornò a rivolgersi alla signora Santo.
«Avrà un bel daffare per riscuotere questi crediti, se non conosce i debitori di suo marito.»
«Quando avrete trovato l’assassino, ne farò un falò. Non li voglio quei soldi. Sarà la mia offerta a Dio per riscattarmi dai miei peccati, e da quelli di mio marito. Non si rendeva conto di essersi ridotto peggio di un animale. Glielo dicevo che col denaro che aveva accumulato doveva fare del bene, per farsi perdonare, ma lui l’aveva nel sangue e godeva a rovinare la gente. Ha fatto tanto male, pace all’anima sua.»
«Queste cambiali le ritiriamo noi, le rilasceremo una ricevuta. Ha nulla in contrario, signora?»
«Per me, fate pure.»
Fu un lavoro da certosini. Impiegarono più di due ore, cercando di sintetizzare al massimo. Jacopetti andò in macchina a prendere due borse, la sua e quella del commissario, e vi deposero le cambiali. Quando uscirono era già buio.
«Che si fa?» domandò Jacopetti.
«Che ne dici se andiamo a berci qualcosa, qui, al bar del paese?»
«Non mi par vero, commissario. Ho la gola secca.»
«Guarda che hai fatto scena muta, oggi. Casomai son io che ho la gola secca. Si va a bere, ma paghi tu. Mi pare giusto. Sei d’accordo?»
Al bar c’era la solita confusione, ma questa volta non parlavano solo di politica, ma anche dell’omicidio, e del fiume che era gonfio per le piogge e minacciava di rompere gli argini. Da qualche parte era successo. Il fiume riportava in ballo la politica. Ne dicevano di tutti i colori contro gli Amministratori, sia locali che nazionali, che avevano distrutto la natura e avevano trasformato i corsi d’acqua in bombe ad orologeria, pronte ad esplodere quando la pioggia si faceva insistente.
Appena li videro, gli avventori si accalcarono intorno.
«La vuol sapere la verità, commissario? Nasone era uno del paese, ma con la sua morte si fa contenta molta gente, lei mi capisce, non è vero?»
«I debiti andranno pagati lo stesso, alla vedova.»
«Ma senza i tassi d’usura, commissario, e questo vuol dire dimezzare il debito, e forse anche di più. C’è gente che ha vinto una lotteria con la morte di Nasone, e bacerebbe le mani a chi l’ha ucciso.»
Jacopetti notò che tra i presenti mancava Ubaldo Torreggiani, ma anche il commissario se ne accorse. Angelino Brigante, il dottore, si avvicinò al commissario.
«La coltellata gli ha spaccato il cuore. Un colpo sicuro, pensato, non è vero?»
«A volte si riesce dove non si pensa.»
«Questo non è un delitto casuale. Chi è andato dietro il cimitero, è andato per uccidere Domenico Santo.»
«Che cosa glielo fa pensare.»
«Dietro il cimitero ci si fa all’amore, non ci si uccide, commissario.»
«Se conosce il nome dell’assassino, sa che è suo dovere di rivelarlo alla polizia.»
«Io non so niente. Voglio solo aiutarla. Come uomo e come medico, ma soprattutto come uomo, che vive da queste parti e conosce tutto del paese, persone e luoghi. Chi è andato all’appuntamento, voleva uccidere, e ha portato con sé il coltello.»
Bevvero in fretta, e siccome c’era troppa ressa intorno a loro, e non gli davano tregua, pensarono di battere in ritirata. Qualcuno continuò a seguirli fino alla macchina.
«Lo trovi l’assassino, commissario. Anche se quel Santo era un disgraziato, non si meritava di morire così.»
«Fosse stato anche il diavolo in persona, la giustizia farà il suo corso, e l’assassino finirà in galera.» Lo disse con tono perentorio, e Jacopetti annuì, prima di mettere in moto. Si affacciò anche lui al finestrino.
«Con il commissario non si scherza. Se qualcuno s’illude di farla franca, ha sbagliato i suoi conti. Tenga pronto spazzolino e pigiama, perché ha le ore contate.»
Appena fuori del paese, Renzi gli domandò a bruciapelo.
«Secondo te chi è l’assassino?»
Jacopetti dette al commissario una sbirciata, sorridendo.
«Questa volta andiamo sul velluto, commissario. Alla vittima è sparito il portafoglio, se lo ricorda? E nella cassaforte mancava proprio l’impegno sottoscritto da Ubaldo Torreggiani. Che doveva essere nel portafoglio, non si scappa.»
«E perché doveva tenerlo nel portafoglio?» Non lo fece finire, Renzi. Giocavano al gatto e al topo. Ma non ci stava Jacopetti a fare il topo.
«Perché lo sbatteva in faccia a Marisa ogni volta che tentava di respingerlo. Ecco perché lo teneva a portata di mano, nel portafoglio.» Era tutto contento.
«Bravo Jacopetti. Avresti fatto bene anche senza di me.» Un complimento così non lo aveva mai ricevuto. Era un buon punto messo a segno per la sua promozione.
«Allora, indovina che cosa facciamo per prima cosa domani.»
«Torniamo da Ubaldo Torreggiani, e mettiamo la parola fine a questo caso. Ho indovinato?»
«Hai fatto centro, Jacopetti.»
«Grazie, commissario. Non ne dubitavo.»


Letto 1758 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart