Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

GIALLO: L’usuraio #18/18

24 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #18

All’apertura del negozio, l’indomani, mercoledì, andarono a far visita ad Ubaldo Torreggiani. Anche questa volta non c’era nessun cliente.
«È stata contenta sua moglie del televisore?»
Jacopetti estrasse il blocchetto degli assegni.
«Ma che fa? Pagherà con comodo.»
«Desidero pagare ora. Mi dica quant’è.» Lo disse in modo che anche il commerciante capì che qualcosa non andava per il verso giusto quella mattina. Si avvicinò alla calcolatrice e fece i conti.
«L’ho trattato proprio bene, guardi» e gli mostrò il calcolo. «È uno sconto che non faccio a nessuno.» Rispetto alla cifra concordata la volta precedente, aveva abbassato ancora il prezzo.
Jacopetti riempì l’assegno e lo consegnò al commerciante, che lo ripose nel cassetto, dopo avergli rilasciato la ricevuta.
«Lei ha ucciso Domenico Santo» disse Renzi, quando Ubaldo Torreggiani alzò di nuovo lo sguardo su di lui.
Trasecolò.
«Ma vuol scherzare, commissario?»
«Non scherzo affatto.»
«E perché avrei dovuto ucciderlo?»
«Diamine. Perché approfittava di sua figlia, e lei si è vendicato uccidendolo.» Sbiancò ancora di più. Balbettava.
«Chi gliele ha dette queste cose?»
«Non è forse vero che Domenico Santo approfittava di sua figlia, ricattandola a causa del prestito che lei aveva ricevuto dalla vittima?»
«Sono menzogne. Mia figlia non ha mai fatto porcherie simili. È una brava ragazza, mia figlia.»
«Ah, non ne faceva di porcherie, lei dice. E quelle che commetteva dietro il cimitero con altri compagni, come le chiama lei: buone azioni? Atti di carità cristiana? Sua figlia praticava il sesso con Nasone, ma anche coi compagni che frequentava, e chissà con quanti altri. Ma questi sono cavoli suoi. A me interessa scoprire chi ha ucciso Nasone, e lo ha ucciso lei.»
«Ci vogliono prove per condannarmi, non chiacchiere, e lei, commissario, sta facendo solo chiacchiere.»
«Lei ha sorpreso sua figlia dietro il cimitero, e ha visto quello che faceva. A casa l’ha riempita di botte, non è vero nemmeno questo?»
«E con ciò? Non devo rendere conto a lei di quel che faccio a mia figlia.»
«L’ha sorpresa o non l’ha sorpresa dietro il cimitero? Voglio una risposta precisa.»
«Sì, l’ho sorpresa che faceva all’amore con uno di quei ragazzi.»
«È vero o non è vero che l’ha picchiata e riempita di lividi, tanto che sua figlia è rimasta chiusa in casa per una settimana?»
«Ma chi gliele ha raccontate queste cose?»
«Mi risponda. È vero o non è vero?» Jacopetti ammirava questo serrate finale del suo commissario. Non gli lasciava prendere fiato, a quel poveretto, che stava per crollare, si vedeva. Ma il commissario aveva ancora in serbo altre munizioni, che l’avrebbero steso a terra.
«Sì, l’ho picchiata. Che altro potevo fare? Ero sconvolto. Si metta nei mie panni. Consideravo mia figlia una ragazza modello, una santa; tutto studio e casa, e veniva anche ad aiutarmi in negozio. Si può immaginare che cosa ho provato quando l’ho vista in quella posizione sconcia, come una sgualdrina. Sono tornato sul posto più di una volta, perché non credevo ai miei occhi, ma una sera non ho avuto dubbi. L’ho vista levarsi il cappuccio, e l’ho riconosciuta. Era meglio se morivo all’istante. È una punizione che non merito. Sono sempre stato una persona perbene, io. Perché Dio ha voluto punirmi a questo modo?»
«E sua figlia, la sera che l’ha picchiata, le ha confessato del ricatto che subiva da Domenico Santo, per via del prestito. Non è così?»
«Sì, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Avevo creduto che Nasone mi avesse riservato un trattamento speciale, perché ero un compaesano, come aveva detto. Ci sono cascato come un principiante. Che stupido, che stupido!» Si batté più volte la mano sulla fronte. «Non esistono usurai galantuomini. Sono marci, sono figli del diavolo.»
«E del denaro. Sono il prodotto della nostra società, in cui domina il denaro.»
«Mi ero illuso che avesse provato un po’ di compassione per me. Sono stato un cretino. Che avevo io di così speciale da meritare le attenzioni di Nasone? Nulla, nulla.»
«E invece lei aveva sua figlia. A Nasone piaceva Marisa. E il prestito lo aveva combinato per ricattare Marisa. Sua figlia le vuole bene, e se ha subito il ricatto è perché non voleva farla soffrire.»
«Se non voleva farmi soffrire, non doveva farle, quelle porcherie. Mi creda, commissario, io non so più chi è mia figlia.»
«È un mondo schifoso, capace di guastare le cose più belle. Ma uccidere un uomo non è fare giustizia.»
«Non ci ho visto più. È stata un’umiliazione troppo grande. Quel Nasone si era preso gioco di me, e si portava a letto mia figlia. Non li aveva voluti gli interessi da usuraio, però si era presa mia figlia. Che cosa dovevo fare, me lo dica lei?»
Jacopetti apprezzava il modo in cui il commissario tirava la sua rete, e stava ad ascoltare a bocca aperta.
«Come ha fatto a sapere che quella notte Domenico Santo si trovava dietro il cimitero?»
«Mi ero accorto che mia figlia stava preparandosi per andare all’appuntamento. L’avevo sentita alzarsi dal letto, indugiare nel bagno. Erano passate da poco le due. Ho capito che aveva appuntamento con quel maiale.»
«Poteva andare ad una di quelle adunanze… »
«No, così tardi non era successo mai. Alle adunanze andava poco prima di mezzanotte. A quell’ora, non potevano esserci dubbi, si recava all’appuntamento con Nasone.»
«Allora lei si è alzato e zitto zitto l’ha preceduta, non è così? Non si è accorta di nulla sua moglie?»
«Mia moglie, al momento di coricarsi, prende un sonnifero, e non si sveglia prima delle sette, e qualche volta anche le otto. Non sentirebbe una cannonata.»
«Ha trovato già sul posto Nasone?»
«Ho fatto capolino da dietro il muro laterale, e ho visto che passeggiava in su e giù. Aveva l’atteggiamento soddisfatto, spavaldo, come di uno che ha il mondo ai suoi piedi. Avevo poco tempo a disposizione, dato che di lì a poco sarebbe arrivata mia figlia, ed io volevo fare presto, anche perché avevo speranza di ritornare a casa prima che Marisa uscisse, e avrei fatto finta di sorprenderla, e le avrei impedito di andare all’appuntamento. Purtroppo non è stato così, mentre tornavo a casa, ho visto lungo la strada Marisa. Allora mi sono nascosto e l’ho lasciata passare.»
«Poteva fermarla, e impedirle lo stesso di andare all’appuntamento.»
«Quando si fosse scoperto il cadavere, avrebbe sospettato di me, che non faccio quasi mai le ore piccole, salvo qualche eccezione. Vede, io, al massimo a mezzanotte sono a letto. È raro che sia alzato alle due di notte. No, Marisa, vedendomi, si sarebbe insospettita, e il giorno dopo avrebbe pensato che Nasone lo avevo ucciso io. L’ho lasciata passare, perciò, e sono tornato a casa.»
«Come ha ucciso Nasone?»
«Avevo portato il coltello con me, un coltello raccolto in fretta e furia in cucina. Quando mi si è avvicinato con quella sua andatura spavalda, gli sono balzato davanti, e senza pensarci su due volte gliel’ho ficcato nel cuore. Gli ho detto: “Questo è per Marisa.” Ha spalancato gli occhi più per la meraviglia che per il dolore. Non se l’aspettava di finire a quel modo. Non mi pento di averlo ucciso, anche se ora dovrò lasciare soli mia moglie, poverina, e Marisa, che chissà quale destino l’aspetta.»
«Non doveva ucciderlo. Lei avrebbe dovuto denunciare Nasone a noi della polizia. Lo avremmo messo in carcere, e ora invece in carcere dobbiamo portarci lei.»
«Chiamo mia figlia, se mi permette, commissario. Le lascerò le chiavi del negozio.»
«Possiamo consegnargliele noi» disse Jacopetti.
«Non posso venir via senza dare una spiegazione ai miei. Mi faccia telefonare a mia figlia. In meno di un quarto d’ora sarà qui. Posso, commissario?» Si avvicinò alla cornetta del telefono e aspettò il sì del commissario.
«Telefoni, ma non stia a spiegare niente. Ci penseremo noi, quando sarà qui. Le dica di far presto.»
Si capì dalla conversazione che Marisa non voleva venire, che doveva studiare ed era nel mezzo di un capitolo che stava ripassando. Lasciarlo a quel punto, significava dover ricominciare da capo.
«Vieni. È una cosa della massima importanza. Altrimenti non insisterei. Ti prego, non farmi perdere altro tempo.» Così convinse Marisa, che infatti, un quarto d’ora dopo era sulla soglia del negozio. Ebbe conferma di quanto aveva intuito al telefono, e cioè di avere a che fare con la polizia. Il padre glieli presentò.
«Questi è il commissario Renzi, e questi è il suo collaboratore Jacopetti.»
«È successo qualcosa, babbo?»
«Suo padre è in arresto. Dobbiamo portarlo via.»
«In arresto!? E per quale ragione.»
«Ho ucciso Domenico Santo» disse rapido il padre. La ragazza lo fu altrettanto nella risposta: «Non gli creda, commissario. Domenico Santo l’ho ucciso io!»
A Jacopetti scivolò di mano il taccuino, che cadde a terra. Non si chinò a raccoglierlo, era troppo stordito per farlo. Guardava il commissario e aspettava una sua reazione.
«Se cerca di coprire suo padre, l’avverto che è un reato. Lei intralcia il corso della giustizia.»
La ragazza non si scompose. Si capì che era venuta già sospettando quello che stava accadendo a suo padre. Aprì la borsetta che aveva portato con sé e cavò fuori un coltello da cucina e un portafoglio.
«Lei non mi crede. Allora guardi questi. Li riconosce?» Erano senza dubbio il coltello usato per l’omicidio e il portafoglio di Domenico Santo. Marisa aprì quest’ultimo ed estrasse il pezzo di carta su cui stava scritto l’impegno assunto da suo padre, relativo al prestito dei 50 milioni.
«Nasone, ogni volta che cercavo di ribellarmi, prendeva il portafoglio, ne estraeva questo foglietto, e me lo sbatteva in faccia. “Se stasera non fai all’amore con me, domani tuo padre avrà una brutta sorpresa.” Più o meno mi diceva così, e allora io andavo con lui. Qualche volta si faceva all’amore nel campo, anche dietro il cimitero, più spesso mi portava fuori città, in un appartamento che possedeva. Quell’uomo era diventato la mia ossessione. Non sopportavo che mi ricattasse, né che si prendesse gioco di me e di mio padre. Ho sopportato finché ho potuto. Poi quando, per rabbia, mentre mio padre mi picchiava, gli ho confessato il ricatto che subivo da Nasone, e ho visto salire la sua collera, ho deciso che non potevo continuare e dovevo ucciderlo. Così all’appuntamento quella notte sono andata con un coltello, e allorché lui, come al solito, si è avvicinato per abbracciarmi, gliel’ho piantato nel cuore. Poi mi sono ricordata del portafoglio, e che lì stava conservato il pezzetto di carta con cui mi ricattava. Prendendolo, mi sarei liberata della sua prepotenza, e avrei liberato anche mio padre dal suo debito. Con quell’omicidio, io facevo del bene, commissario, del bene a me e a mio padre. Ma ho cambiato idea, e invece del solo pezzetto di carta, mi sono preso tutto il portafoglio, pensando che la polizia avrebbe potuto supporre un omicidio per rapina, da parte di qualcuno o qualcuna che aveva dato l’appuntamento a Nasone per rubargli i soldi.»
Il commissario prese un sacchetto di nylon che gli offerse Ubaldo Torreggiani e vi depose il coltello e il portafoglio.
«Non si prenda gioco di noi, signorina» disse.
«Lei non crederà alle parole di mia figlia» gridò Torreggiani, andando fin sotto il viso del commissario. «Quando mia figlia è arrivata all’appuntamento, Nasone era già morto. Perché lo avevo ucciso io!»
«Tu non hai ucciso un bel niente, babbo. Semplicemente perché sul coltello ci sono le mie impronte e non le tue. E anche sul portafoglio.»
«Tu le hai cancellate! Non incolparti, Marisa, di un delitto così orrendo. Non farlo, ti supplico. Tu sei giovane, mentre io ho ancora poco da vivere. È giusto che vada io in carcere e non tu, che sei innocente.»
«Lo sente, commissario? Mio padre sta proclamando la verità, quando dice che preferisce andare lui in carcere, perché io sono giovane. È per questo che si è accusato dell’omicidio, per salvare me. Ma io non ho paura del carcere, perché so di aver fatto una cosa giusta, e Dio mi perdonerà.»
«Dio deve perdonarle troppe cose, Marisa, e non so se ne avrà la forza. Lei ha buttato via la sua vita, con questo omicidio.»
«L’avevo già buttata la mia vita, commissario. Noi giovani non abbiamo speranza.»
«Le daranno l’ergastolo per questo omicidio.»
«Sono pronta.»
«Non è stata lei! Non è stata lei!» continuava a gridare Ubaldo Torreggiani.
Il commissario prese sottobraccio Marisa e uscì, seguito da Jacopetti.
«Siamo sicuri di non fare uno sbaglio?» disse sottovoce Jacopetti.
«Ubaldo Torreggiani sapeva che era stata Marisa. Quella notte si era svegliato, e l’aveva sentita andare all’appuntamento. La sua confessione è fasulla. Abile, ma fasulla. Intendeva coprire la figlia.»
«Nessuno ce la può fare con lei, eh?, commissario.»
«È così, Jacopetti.»
La figlia aveva ascoltato. Non disse una parola.
Nel pomeriggio si sarebbero celebrati i funerali di Domenico Santo, detto Nasone. Renzi era su di giri, il caso si era concluso in quattro e quattr’otto, e giustizia era stata fatta. Camminava e si pavoneggiava.
Si portava in carcere Marisa, però, anziché Ubaldo Torreggiani.

(fine)


Letto 1797 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart