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GIALLO: L’usuraio #4/18

10 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #4

«Sunta, dormi?»
«Ora mi hai svegliato.» Olimpio si era infilato nel letto, prima di chiamarla.
«Non riesco a dormire, Sunta.»
«E così non lasci dormire neanche me.»
«Scusami.»
«Stasera ho dovuto serrare io la casa. Ma a che ora sei rientrato?»
«Eri andata appena a letto. Ho visto dalla strada che spengevi la luce.»
«Ti avrei sentito.»
«È che il fatto accaduto a don Saverio mi ha scombussolato.»
«Sono cose che succedono. Dormi. Non dimenticare che domattina dobbiamo alzarci presto.» Avevano deciso di raccogliere il granturco. I campi li avevano tutti dietro casa, salvo un paio che correvano lungo l’argine del fiume.
«Tu sapessi quel che ho sentito raccontare stasera al bar.»
«Me lo immagino. Fortunati voi uomini, che avete tempo di spassarvela al bar. Ce le vedi mai, tu, le donne al bar?»
«O Sunta, ma si sgobba tutto il giorno… Non sarà la fine del mondo, se si chiacchiera un po’ tra noi uomini.»
«Voi lo guastate il mondo con le vostre chiacchiere. Sarebbe meglio che badaste solo a lavorare.» Era un modo di pensare che si andava diffondendo. C’era bisogno di produrre ricchezza nel paese, e la televisione, oltre a trasmettere telenovelas, non perdeva occasione di ricordarlo. Gli uomini sbuffavano, e dicevano che era l’ora di finirla con quelle prediche del governo, ma le donne erano d’accordo, di ciance ne avevano fatte sempre poche nel corso dei secoli, e pareva loro che finalmente governasse qualcuno con un po’ di sale nella zucca, e così in famiglia facevano di tutto perché si pensasse solo al lavoro. In politica, se si hanno le donne come alleate, si può governare all’infinito. Solo che le donne sono giudici più severi degli uomini, e bisogna governare bene.
«Ma si lavora anche troppo, e in tasca non ci resta un soldo. Da quanto tempo non si fa una vacanza? Te la ricordi l’ultima? I nostri figli andavano alle medie, e ora fanno l’università.»
«C’è da pensare a loro, ora, a farli studiare.» Le tasse scolastiche erano triplicate, e non era più tanto vero che potevano studiare anche i poveri. Si dovevano fare grossi sacrifici per mantenere i figli allo studio, e privarsi di molte comodità a cui si era abituati.
«Al bar, qualcuno dice che quel ch’è successo a don Saverio, è colpa delle donne.» Sunta si voltò dalla sua parte. Parve fulminarlo con gli occhi.
«E tu, che sei il solito babbeo, l’hai bevuta.»
«L’avresti bevuta anche te. Sapessi quel che ho sentito, con queste orecchie.»
«Sono stupidaggini.»
«Ma era Bastianino che le raccontava.»
«Chi, l’ingegnere?»
«Proprio lui.»
«Era un bravo ragazzo, da piccolo, con quei riccioli biondi. È sempre stato un bel giovine. Ma s’è guastato con gli anni. Prima discorreva poco, e ora ha una chiacchiera che incanta le donne. Pensi invece a far felice sua moglie, che se lo merita, ed è diventata malinconica, mentre prima metteva allegria solo a guardarla.»
«Ma è proprio vero che Bastianino le fa le corna?»
«È vero sì. Ma te in che mondo vivi? Possibile che non ti accorgi di nulla?»
«E con chi gliele mette le corna?»
«Con tutte. Basta che veda una sottana, e le corre dietro. Ce n’è in paese, sai, di donne che non aspettano altro.»
«Lui dice che è un’ipotesi molto probabile, e don Saverio c’è andato da solo a Rupecava perché aveva appuntamento con una donna. Nasone la pensa allo stesso modo.»
«Iiiihh, Nasone! Eccone un altro sempre pronto a guardare in casa degli altri. Lui li rovina, gli altri, lo sai o no?»
«Questo lo so anch’io.»
«E bravo! E lo sai che quando ha preso qualcuno per il collo, prima di strozzarlo, gli cava anche le ossa.»
«Che vuoi dire?»
«Che pretende di portarsi a letto la moglie, e anche le figlie, se sono grandi e carine.»
«Questo lo dici te.»
«È la verità. E quando s’è goduto la moglie e le figlie, invece di avere riguardo per il disgraziato, gli assesta la botta finale. Gli ruba tutto quel che ha. Andrebbe ammazzato Nasone, e tu stai a bocca aperta a sentire le sue ciance.»
«Io sapevo che era uno strozzino, ma non che approfittasse anche delle donne.»
«Ne approfitta, eccome, parola di Sunta.»
«Tu non ci credi, allora, che don Saverio se la intende con una donna?»
«Don Saverio avrà tanti difetti, ma è un prete vero, ancora giovane e pieno di orgoglio, questo sì, ma di quelli di una volta, dalla volontà di ferro.»
«Che ne sai tu, di come erano i preti una volta?» Sunta aveva avuto invece un prozio prete, alla cui memoria era legata, anche se lei non era bigotta come il marito.
«Io non ci giuro su tutti i preti di oggi, perché ce ne sono pochi che hanno la fede e credono al Vangelo. I più sono chiacchieroni, e vogliono solo mettersi in mostra. Manca l’umiltà ai preti di oggi. Ma quelli di una volta, erano preti veri.»
«Allora ascolta quello che ha raccontato stasera Bastianino.»
«Purché tu non la faccia troppo lunga. Avevo sonno, e me l’hai guastato. Lo sai che poi ho difficoltà a riaddormentarmi.»
«Quando avrai sentito ciò che ho da raccontarti, non dormirai più, questo è sicuro.»
«Allora raccontamelo domattina.»
«No, ora. Se no non dormo io.»
«Sbrigati.» Olimpio le raccontò per filo e per segno la storia dei preti e delle monache che facevano all’amore nei conventi, e la storia di Lucrezia Buonvisi. Sunta teneva gli occhi spalancati, e si capiva che non aveva più sonno. Alla fine Olimpio si sentì soddisfatto.
«Che ne pensi, Sunta? Questa è storia vera. Si legge sui libri. I preti li hanno avuti anche nel passato questi mancamenti.»
«Il mio prozio no. Altrimenti lo avrei rinvenuto.»
«Da chi?»
«Insomma, qualcuno me lo avrebbe detto, se anche lui ci aveva le donne.»
«Io, i preti li ho sempre rispettati, ma ti devo confessare che dopo aver sentito queste storie, ora non ci ho più tanta fiducia.»
«E questo è un bene, e potrei anche essere contenta, perché te, Olimpio, sei troppo credulone, e un prete ti potrebbe portar via anche la casa, e tu non apriresti bocca. C’è differenza, lo vuoi capire una buona volta, tra Dio e un prete.»
«Allora che ne pensi di don Saverio? Sei sempre convinta che non ce l’ha una donna?»
«Sono un po’ meno convinta ora, e più mi ci fai pensare, più mi ricredo, e la cosa sarebbe possibile. È un bell’uomo, e qui in paese ce ne sono di sottane che se lo porterebbero a letto volentieri.»
«Come mi devo comportare con lui?»
«Per carità! Come sempre. Questi sono solo discorsi, e le chiacchiere le porta via il vento. Prove ci vogliono, prima di condannare un uomo. La maldicenza uccide quanto un colpo di pistola.»
«Hai ragione Sunta. Farò come dici. Ma se venissero fuori delle prove, allora voglio dirglielo in faccia io, a don Saverio, che è un farabutto più degli altri, e si merita di andare all’inferno.»
«Se c’è l’inferno.»
«Perché? Dici che non c’è?»
«Per conto mio, non c’è neanche il paradiso.»
«Alla faccia del prozio prete! Ma tu le dici sul serio queste cose?»
«Proprio sul serio no, ma basterebbe poco per convincermene. Per esempio, se vedessi don Saverio trafficare con una donna.»
«Speriamo che non succeda. Si sarebbe dei disgraziati, se non ci fosse più il conforto della fede. Che si potrebbe dire ai nostri figli? Come si potrebbe nutrirla la speranza, se tutti perdessimo la fede? Oh, Dio non voglia che accada mai una cosa così terribile!»
«Prima bisogna vedere se c’è  questo Dio. Perché ci sono troppe domande importanti a cui Dio non risponde mai, anche se dovrebbe.»
«Te Sunta, stai per diventare atea, fai attenzione. Se si diventa atei, si torna ad essere bestie.»
«Ah, perché sei convinto che siamo davvero esseri umani? Solo pochi diventano esseri umani, quelli ricchi, quelli che non hanno le preoccupazioni di noi povera gente. Tutti gli altri restano bestie.»
Olimpio si fece il segno della croce, gli era venuta la paura, e se lo fece anche Sunta, perché pensò che forse aveva bestemmiato. Olimpio si girò dall’altra parte, e dopo poco si addormentò. Cominciò a russare, era un suo vizio, ma Sunta ci si era abituata; e anche lei, dopo che ebbe ripensato alle storie di quei preti e di quelle monache narrate da Olimpio, sentì che il sonno stava arrivando. Fu contenta, perché aveva già messo in conto che quella notte l’avrebbe passata sveglia.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart