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GIALLO: L’usuraio #5/18

11 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #5

A settembre, Lucca indossa l’abito migliore. Per tutto il mese è un rincorrersi di feste, e vengono da fuori, dal contado, ma anche da altre provincie, e dall’estero perfino, per assistervi. Da qualche anno la città incontra  una notorietà che merita, e che nel passato le era stata preclusa. La luminara di Santa Croce e l’esposizione ai fedeli, in Cattedrale, del Volto Santo, il re dei lucchesi, ne costituiscono il culmine. Guglielmo il conquistatore giurava sul Volto Santo di Lucca, la cui fama si perde nei secoli più lontani.
Nasone stava sull’uscio della sua bottega a curiosare. La sera prima aveva fatto quelle chiacchiere al bar, ed ora ammirava le belle ragazze intente al passeggio. Pensava ai preti e alle monache.
«Se potessero, i preti ne farebbero un boccone delle donne.»
Passò una che conosceva, del suo paese. La chiamò. Era ben fatta, fresca, giovane. La ragazza si avvicinò e fece un sorriso.
«Sei sempre più bella, Marisa. Chissà quanti giovanotti!»
«Stamani non mi va di scherzare.»
«Non mi dire che alla tua età hai qualche preoccupazione. Una ragazza bella come te non deve averne.»
«E invece sì.» Poiché aveva una figura slanciata, indossava una minigonna molto corta, che metteva in risalto le lunghe gambe. Qualche passante la sbirciava.
«La gente ti guarda. Ti piace?»
«Ho ben altro a cui pensare.»
«Ai giovanotti ci penserai…»
«Nemmeno a quelli.»
«Uuuhm, come sei nera, stamani. Posso fare qualcosa per te?»
«È mio padre che mi mette di malumore. Io ho da studiare. Sono indietro con gli esami, e invece di recuperare, faccio come i gamberi. Ma è mio padre che non mi lascia in pace. Ha sempre bisogno che gli dia una mano in negozio. Io glielo dico, che se ha bisogno di aiuto, non deve contare su di me. Io non posso. O lo studio o il lavoro. Non sono di quelle che possono fare entrambe le cose. Invece lui non lo capisce questo, e vuole forzarmi. Dice che una commessa costa troppo. Che c’è crisi, e nessuno compra più come una volta.» Il padre era Ubaldo Torreggiani, un uomo tarchiato, di carnato scuro, bassa statura. Gestiva un negozio di elettrodomestici.
«Ha ragione tuo padre. Ancora la gente non si decide a comprare, e quei pochi soldi che ha, li tiene in banca. Anche da me si vende poco. Vestiti e stoffe ne vendo sì e no un capo alla settimana. La gente non sta più dietro la moda, e compra solo quando ha consumato il vecchio. Si tiene i soldi per paura di tempi peggiori. Ha la memoria dell’elefante, la gente, e si ricorda della miseria che ci ha colpito anni fa.»
«Ma io ce lo avrò il diritto di studiare. Non voglio fare la commessa, io.»
«E che vorresti fare?»
«Studio giurisprudenza, mi piace.»
«Dovresti fare la modella, invece. E non perderesti tempo sui libri. Si guadagna bene, e ci si diverte.»
«Se ne intende lei, di queste cose…»
«Dài retta a me. Lascia i libri, e fai la modella. Lo vedi che piaci alla gente? Non c’è passante che non ti spogli con gli occhi.»
«Si figuri se mio padre mi lascerebbe fare la modella!»
«Ci parlerei io con tuo padre.»
«Non lo faccia, per carità. Mi chiuderebbe in casa, e mi picchierebbe anche.»
«Non mi dire che Ubaldo ti picchia.» La ragazza arrossì.
«Qualche volta, quando non vado al negozio.»
«Andavi al negozio, ora?»
«Sì.»
«Allora di’ a tuo padre che gli voglio parlare.»
«Mica gli va a raccontare la storia della modella, però. Guardi che io non ci penso nemmeno.»
Nasone fece una risatina.
«Non devi avere così paura di tuo padre. Ubaldo è una brava persona, e io so come prenderlo. A me dà retta, sai; siamo in buona confidenza.»
«Ma lei lasci perdere la storia della modella. Me lo prometta.» Nasone rise di nuovo.
«Sta’ tranquilla. E ora va, se no rischi di buscarti una bella ramanzina. Ma ricordati di dire a tuo padre, che appena ha un minuto l’aspetto in negozio. Tanto stamani io resto qua, a vedermi il passeggio delle ragazze belle come te.»
«Non le farà male?…»
«Marisa… Marisa… Allora sei già birbante.»
Marisa non rispose, fece un sorriso, e se ne andò. Nasone la guardò soddisfatto di quella conversazione. Non parlava da molto tempo con la ragazza, l’ultima volta gli era sembrata ancora una bambina, e ora invece profumava di donna.
Suppergiù alla stessa ora, erano passate da poco le dieci, Angelino Brigante, il dottore, suonò a casa di don Saverio. Olimpio lo vide dai campi mentre si avviava sul vialetto della canonica. Lo disse a Sunta che accanto a lui, sull’altro solco, coglieva il granturco. Erano riusciti a portare con sé, questa volta, i figli Faustino e Angela, la più grande. Antonietta non ne aveva voluto sapere di alzarsi così presto. Li avrebbe raggiunti più tardi.
«È bravo, Angelino. Non si è dimenticato di far visita a don Saverio.»
«Sei bravo anche te, allora, perché stamani per prima cosa sei passato a trovarlo. Chissà se agli altri paesani interessa la salute del nostro parroco. Tu sei troppo esagerato per la Chiesa, questo è vero, ma agli altri non importa proprio niente né del prete né del Padreterno.»
Angela, la figlia più grande, sbuffava, stava dietro la madre.
«Io ci ho da studiare, babbo. E poi sono già stanca.» Non aveva molta salute, ma Olimpio pensava con la testa di una volta, e cioè che certi lavori manuali rinforzano il fisico e fanno meglio delle medicine.
«Sei arrivata ora, e già ti lamenti» la rimproverò la madre. «Devi sforzarti di più, e vincere la tua pigrizia. Quando sarai sposata, non avrai molto tempo per le lagne. Ci penserà tuo marito a levartele dalla testa.» Sebbene le donne avessero fatto progressi nella conquista dei diritti civili, i pantaloni in casa li portava ancora l’uomo, ed era lui il padrone, anche se il suo trono, lo si capiva da molti segni, stava vacillando. Prima o poi sarebbero state le donne a comandare, una specie di rivincita che sarebbe durata qualche millennio.
«E se io non mi sposo?»
«Peggio, allora invece di uno, ne avrai mille di padroni. Non fare questo sbaglio, Angela. Sposatene uno, non dico il primo che capita, ma accanto alla laurea, metti in conto anche un marito.»
«Con la scusa di chiacchierare, mi fate faticare tutto a me.» Era Faustino, che si trovava davanti a tutti, tre solchi distante, e aveva raccolto già molto. Lui, di salute, ne aveva da vendere, e anche un caratterino pungente, ribelle, che non somigliava a quello del padre, e nemmeno della madre, anche se era difficile pestare i piedi a Sunta. Ma Faustino aveva in più un’autorità naturale, che incuteva rispetto.
«Te sei un uomo, ed è giusto che fatichi di più» gli rispose Angela.
«Se veniva anche Antonietta, si faceva prima, babbo.»
«Chetati Faustino, risparmia il fiato. Antonietta verrà, stai tranquillo, e le faremo rimettere il tempo perso. Lei crede che tirandosi indietro, risparmia fatica. Ma stamani la faccio lavorare più di tutti voi.» Antonietta era più robusta di Angela, ma odiava i comandi, e non obbediva subito. Olimpio la conosceva, e le lasciava sbollire l’orgoglio, poi quando mogia mogia si presentava al lavoro, la faceva sgobbare più degli altri. Litigavano spesso, quando Angela e Faustino tornavano a casa, e lei doveva restare ancora. Trovava la scusa che era stanca, ma Olimpio da quell’orecchio non ci sentiva.
«Tornerai a casa quando avrai lavorato quanto gli altri.»
«Se l’esame mi va male, sarà colpa tua.»
«Peggio per te, se ti va male. Dovrai ridarlo, e sarà tempo perso.» Sapeva che Antonietta ci teneva a finire presto gli studi. Prima finiva, prima poteva cercare lavoro. Non era facile trovarne, e passava qualche anno prima di sistemarsi.
Sunta riprese in mano il discorso avviato col marito.
«Non c’è da preoccuparsi per don Saverio, vero Olimpio?»
«Stamani stava già meglio. Ha un bernoccolo sulla testa, ma per il resto è tornato come prima.»
«Che delinquenti, però! Che fa di male un prete, perché si debba bastonarlo.»
«Bastonarlo… Gli hanno dato un colpo sulla testa. Un colpo solo, ma è bastato.»
«Se non l’hanno derubato, che cosa cercavano da un prete?» Era Angela.
«C’è chi pensa che aggredire un prete sia una grande impresa, da vantarsene» disse Sunta.
Faustino aveva sentito che parlavano di don Saverio, si era girato dalla parte dei genitori.
«Io dico che non li troveranno mai, i colpevoli.»
«E dici bene. La polizia ha ben altro a cui pensare. E poi chi sa se don Saverio farà la denuncia.» Era Olimpio.
«Dovrebbe farla invece,» disse Angela «così vedrebbe come funziona la giustizia nel nostro Paese. Si può ammazzare la gente, ma sono pochi i giudici che condannano un assassino. La giustizia, per il modo come viene amministrata in Italia, è una specie di mafia, e chi ha bisogno di giustizia, quella vera, non la deve cercare nella nostra magistratura.»
Qualche anno prima, c’era stato un sussulto della magistratura. Finalmente si aveva avuto un po’ di coraggio e qualche giudice aveva fatto il suo dovere, e la gente aveva sperato che fosse il principio di un rinnovamento atteso, che contrastasse la corruzione della politica. Poi tutto era passato in un lampo, come un sasso nello stagno, e di nuovo non c’era giustizia in Italia.
Stava arrivando Antonietta. Era immusonita.
«Vieni vieni, sorellina» disse Angela, sfregandosi le mani. «Vieni a prendere il mio posto.»
«Se vai via, torno a casa con te.»
«Oh bella. Ma io son qui da due ore. L’hai sentita anche te, babbo?»
«L’ho sentita sì. Te Antonietta va laggiù e comincia a lavorare. E te Angela, non hai ancora finito.»
«Ma io sono stanca.»
«Tutti siamo stanchi.»
«Anch’io sono stanco» disse subito Faustino.
«Non ci credo» ribatté Angela, e gli fece la linguaccia. Antonietta era ancora ferma.
«Allora Antonietta?» le fece Olimpio, per sollecitarla.
«Io torno a casa.»
«Guarda che ne buschi.»
«Meglio buscarne che lavorare.»
«Cominciamo male» sbuffò Sunta, e si avvicinò a Antonietta.
«Tuo padre dice sul serio. Non puoi fare la lavativa, quando i tuoi fratelli sono qui a sgobbare da più di due ore.»
«Intanto non sono i miei fratelli, ma mio fratello e mia sorella.» Antonietta ce l’aveva col dominio dei maschi nella società, e per questo se la prendeva anche con la grammatica, che favoriva gli uomini e trattava le donne come se fossero delle nullità.
«Va bene. Tuo fratello e tua sorella, allora, come vuoi tu» precisò Sunta, che non si intendeva di grammatica, ma voleva che Antonietta si spicciasse a lavorare. Olimpio le dette un’occhiataccia.
«Non tirare la corda, Antonietta, che non è mattinata.»
Antonietta fece un gesto di stizza, ci fu un momento che non si capì che cosa realmente volesse fare. Sunta e Olimpio stettero in silenzio, e anche Faustino e Angela non si mossero. Poi Antonietta, si vede che pensò alle busse, e che Olimpio aveva le mani pesanti. Solo per questa ragione fece violenza alle proprie convinzioni e si diresse verso i solchi assegnati. Olimpio si sentì soddisfatto. Si guardò intorno, si compiacque che tutto fosse ritornato sotto il suo dominio.
Angelino era ancora in casa del prete. Lo aveva visitato e trovato bene. Non c’era bisogno di fare radiografie. Si trattava di un bel bernoccolo, questo sì, ma senza complicazioni. Invece lo aveva trovato giù di corda, e si tratteneva per dargli coraggio. Si erano seduti intorno al tavolo di cucina. Don Saverio aveva preparato il caffè. Sapeva che Angelino ne andava matto, e non si controllava, anche se era un dottore, e avrebbe dovuto farlo. Soffriva di pressione alta e di colesterolo. Era anche grasso più del dovuto, e calvo.
«Non è per la colpitura, Angelino, ma per la croce che mi hanno rubata. È una croce che non vale niente, non si vende, ma vale per un sacerdote, perché è come se non fossi stato capace di difendere il mio Dio.»
«Esageri, Saverio. Dio non giudica un sacerdote da queste sciocchezze.» Era invalsa in taluni l’abitudine di dare del tu al proprio parroco, anche i giovani glielo davano. E anche il parroco dava del tu ai propri paesani, salvo qualche eccezione, naturalmente. Era anche questo un segno dei mutamenti avvenuti nella Chiesa. Era un bene? Era un male? Ci sarebbero voluti ancora molti anni per capire le conseguenze prodotte da questa confidenza nuova, sconosciuta da intere generazioni.
Il dottore, invece, non sapeva che da qualche tempo don Saverio era macerato da dubbi sulla propria fede. Vedeva che nel mondo Dio stava scomparendo. Vinceva Satana, e non poteva crederci. Cercava di reagire. E così pensava che forse era la sua indegnità a mostrargli le cose in questo modo. Dio vinceva, ed era lui che si trovava dalla parte sbagliata, coperta alla visione di Dio. Allora, se era così, com’era capitato da quella parte? C’era qualcosa in lui che non piaceva a Dio? Si stava convincendo di questo. E anche che forse Satana, in qualche modo che non sapeva, si stava impadronendo della sua anima, e gli nascondeva Dio. Come poteva confidare queste cose ad Angelino? Può un laico, forse un miscredente – perché si può venire in chiesa e non credere in Dio – supporre che il Padreterno possa provocare delle ferite così profonde nella coscienza di un prete?
«Perché sei voluto andare da solo? Lo sai che non sono tempi da fidarsi degli altri. Eppure li leggi i giornali. Lo vedi da te che ne succedono di cose terribili. Il mondo, la convivenza, sono peggiorati.»
«Ma non ci ho nemmeno pensato, Angelino. Avevo tanto desiderio di fare una camminata tutto solo, verso il Santuario. Come potevo credere che proprio lassù, nella cappellina consacrata, qualcuno mi aggredisse, sotto gli occhi di Dio!»
«Se Dio esiste, devi ammettere che egli pretende dall’uomo un vigore e una resistenza  che pochi hanno. Forse si avvicina la fine del mondo, e Dio ha meno pietà di noi. Si sta per aprire il grande giudizio universale, e non c’è più tempo per la misericordia di Dio.»
«Vedi a chi va bene? A Olimpio» aggiunse, andando verso la finestra, da dove si vedeva il sagrestano che discuteva con Sunta e i suoi ragazzi. «Lui ha più fede di me. Penso che sia anche l’istruzione a toglierci la fede. Più si è ignoranti e più si crede in Dio. Questa potrebbe essere una chiave per arrivare a dimostrare la inesistenza di Dio, non credi?»
«Ci sono degli scienziati che dicono il contrario, caro Angelino, e dei matematici hanno scritto che la soluzione a molti problemi, si può avere solo ipotizzando l’esistenza di Dio. Dio esiste, Angelino. La disperazione di noi uomini deriva dalla circostanza che spesso non riusciamo ad incontrarlo.»
«E come si incontra Dio? Sono chiacchiere quelle che dici, Saverio. Perché qualcuno può incontrare Dio, e altri ne devono restare esclusi? Ti sembra giusto un Dio così?»
«La verità è che Dio sta dentro ciascuno di noi. Non solo nel mondo, ma dentro ciascuno di noi, dentro ogni molecola della nostra carne, ogni pensiero della nostra mente. Solo che dobbiamo dedicargli un istante della nostra vita; bada, dico un istante e non un minuto, un giorno, un mese, un anno, dieci anni, dico un istante, anche il più infinitesimale possibile, in cui si desideri veramente d’incontrarlo. È poca cosa, vedi? Eppure molti di noi sono incapaci di dedicargli quell’istante. La croce che mi è stata rubata rappresenta per me una grande sconfitta, un’umiliazione, e sai perché? Perché, essendo prete, mi sono distratto da Dio.»
«Vuoi dire che se si ritrovasse quella croce, tutto tornerebbe a posto nella tua coscienza?»
«No. Forse col tempo. Ma Dio ora non può essere contento di me.»
«Se hai ancora del caffè, ne prenderei volentieri. E poi me ne vado. Tolgo il disturbo.» Sorrise. Don Saverio andò al fornello e prese la caffettiera. Ne era rimasto un po’, non molto, mezza tazzina.
«Va bene lo stesso. Devo affrontare una giornataccia, e se prendo un po’ di caffè, tutto mi sembra più facile. Il caffè non mi dà solo energia, mi dà anche coraggio.» Don Saverio glielo versò nella tazzina. Angelino la prese, e cominciò a sorseggiare.
«È ancora caldo.»
«Ci sono uomini che il coraggio non lo trovano mai. Restano vigliacchi per tutta la vita.»
«Lo so» disse Angelino, e il suo viso divenne di colpo pensieroso. Tante volte aveva immaginato che le cose del mondo potevano andare meglio, se ciascuno metteva un po’ del proprio coraggio. Non ne occorreva molto, non c’erano grossi sacrifici o sforzi sovrumani da compiere. Al mondo, alla società civile, bastava un piccolo gesto di coraggio fatto da ciascuno. Nessuno doveva tirarsi indietro. Se invece erano molti coloro che non offrivano questa piccola dose di coraggio, allora quelli che restavano non ce l’avrebbero mai potuta fare a colmare la differenza. Ecco perché il mondo ancora non girava a dovere, e distribuiva sofferenza anziché felicità.
«Vuoi che torni stasera a trovarti?»
«No. Fra qualche giorno sparirà anche questo bernoccolo.» Se lo tastò, e si mise a ridere. Rise anche Angelino, e continuò a farlo lungo il vialetto, finché arrivò alla macchina, vi salì, e mise in moto, diretto in città.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart