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GIALLO: L’usuraio #6/18

12 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #6

Quando Marisa giunse al negozio, trovò il babbo su tutte le furie. Aveva in mano una cartolina della banca e l’agitava in aria.
«A quest’ora vieni, tu!»
«Ma te lo avevo detto che dovevo prima studiare. O babbo, ma che cosa devo fare, allora? Io non posso studiare e lavorare contemporaneamente.»
«Stamani il postino mi ha portato questa cartolina. Sono agitato. Voglio andare subito in banca. Ma me lo immagino, sai, di che si tratta. Non c’è più pace nel nostro mestiere. Lo Stato ci rovina con le tasse, e le banche, invece di aiutarci, ci dànno il colpo di grazia. Oh, Marisa, ti auguro di sposarti con uno che abbia tanti soldi, ma tanti tanti, perché oggi contano solo quelli. Se ce li hai, hai diritto di vivere, se non li hai devi solo crepare, perché si dà fastidio. Il mondo è fatto per i ricchi e non per i poveri. Chi dice che il mondo è per tutti, è un imbecille, e se me lo ritrovo davanti, lo vedi questo qui? Ecco, gli do un cazzotto in mezzo agli occhi, e se uno non basta, gliene do mille.» E fece il gesto, poiché in negozio non c’era nessuno. Continuò. «Ora che sei arrivata, posso andare. So quel che mi aspetta, e quando tornerò non sarò più come prima.» Marisa sapeva che gli affari non andavano bene, erano rimasti indietro con il mutuo. Ora erano arretrati di quattro rate. Un livello di guardia. La banca pressava. Non era la prima volta che il babbo era stato chiamato. Ma che potevano fare di più? Lavoravano da mattina a sera. Anche la mamma veniva in negozio, quando lei doveva studiare e aveva vicino un esame. Poi tornava a casa per le faccende. Una vita da cani, sempre di corsa. E quando il babbo aveva lei o la mamma in negozio, passava il tempo in banca, a sorbirsi le prediche del direttore, a racimolare soldi per fare i versamenti, e coprire così gli assegni che rientravano sempre nei momenti peggiori. Quando il commercio prende una brutta piega, per raddrizzarlo ci vogliono solo miracoli, perché le fatiche dell’uomo non bastano più.
«Venendo qui, ho incontrato Domenico Santo.»
«Chi?» fece il babbo.
«Nasone. Stava sull’uscio del negozio. A lui gli affari, devono andare a gonfie vele.»
«È pieno di soldi. Vedi, i soldi vanno a chi non ha scrupoli.»
«Con me è stato molto gentile. È anche simpatico.»
«Stai alla larga. È una tarantola.»
«Mi ha detto che se hai un minuto, vorrebbe parlarti.»
«E di che?»
«Non lo so. Si è solo raccomandato che me ne ricordassi.»
Possibile che Nasone sapesse qualcosa dei suoi affari? Che fosse già al corrente delle sue difficoltà? Quello strozzino aveva buoni informatori, perdio! se lo chiamava per questo.
Con un diavolo per capello, Ubaldo Torreggiani lasciò la figlia in negozio e si avviò alla volta della banca.
Le banche sono il tempio del denaro, si sa; quando si entra tutto è lustro e pulito come in una chiesa, e vi è anche una buona dose di silenzio. Mai si grida o si parla ad alta voce. Anche l’uomo rozzo, appena vi mette piede, ne subisce la suggestione e si adegua. Quasi cammina in punta di piedi, e bisbiglia le sue cose all’impiegato. Dietro l’apparenza, però, corre un fervore di attività che non ha eguale, si lavora sul denaro, sul re incontrastato dei nostri tempi, dispensatore di illusoria felicità. È come una cascata d’acqua, il denaro, che si frange in mille rivoli, e si deve cercare che almeno uno di questi passi vicino a casa nostra. O altrimenti bisogna correre e raggiungerlo in fretta, prima che vi arrivino altri ad impossessarsene. Senza denaro non vive la società, né il singolo. È acqua e ossigeno insieme, il denaro.
Ubaldo Torreggiani lo sapeva bene, a sue spese. Da quando non ce l’aveva fatta la prima volta a pagare la rata del mutuo, si sentiva soffocare. Camminava e gli veniva l’affanno, anche se non aveva fretta. La mente si era rinserrata, e aveva un solo pensiero dominante: trovare denaro, fare denaro. Le giornate in cui non riusciva a vendere, gli procuravano il batticuore. Le notti erano divenute insonni. I rapporti in famiglia si erano incruditi. Senza denaro, scompaiono per primi i buoni sentimenti. Andava in banca come un cane bastonato. Entrò, si diresse verso l’ufficio del direttore. La saletta d’attesa era già occupata da due persone. C’era da aspettare. Si mise seduto. Una delle due persone era un’anziana donna, che teneva un libretto di risparmio tra le mani.
«Se è qui per gli interessi, deve andare là, in quell’altra stanza.» Lo disse sperando che in questo modo si liberasse il posto.
«La ringrazio, ma io voglio parlare col direttore.»
Persistevano queste abitudini sbagliate, che recavano intralcio alla funzionalità degli uffici. Molti pensavano di avere più sicurezza se parlavano col direttore, e così si allungava la fila davanti alla sua porta. Riguardo agli interessi sul deposito, si aveva la convinzione che parlando con il direttore si potesse strappare un tasso più elevato. Soprattutto gli anziani mantenevano questa abitudine. I giovani avevano imparato, e si recavano nell’ufficio apposito, dove la faccenda veniva sbrigata rapidamente, e non si formavano file, come invece accadeva davanti alla porta del direttore, da cui si recavano anche persone con problemi più complessi. Com’era il caso di Ubaldo, e forse di quell’altro signore, che stava con gli occhi abbassati sul pavimento, e non diceva una parola.
Entrò lui, prima dell’anziana signora. Il direttore salutò Ubaldo, e lo pregò di pazientare. Non ci avrebbe messo molto a riceverlo. L’anziana signora guardava Ubaldo con una certa irritazione. Non era rimasta bene per quella intrusione. Che gliene importava a quello lì, di ciò che faceva lei? Era un maleducato, ecco cos’era.
Ubaldo la guardava di sottecchi, e soprattutto sbirciava il libretto. Era una donna elegante, chissà quanti soldi aveva in banca. Cento milioni, duecento? Se andava a parlare direttamente con il direttore, non poteva trattarsi di spiccioli. Aveva arguito questo anche dal fatto che un impiegato era passato di lì, e si era premurato di salutarla. Aveva salutato anche lui, ma con meno calore, forse anche con meno rispetto. Su quest’ultima ipotesi non ci poteva giurare, e probabilmente dipendeva dal suo stato d’animo. Si sentiva sull’orlo di un precipizio, e gli pareva di aver perduto anche la dignità. Può succedere quando il debito ci assilla, e non abbiamo la forza sufficiente per considerarlo una delle tante evenienze probabili nella nostra vita, come può essere una polmonite, la frattura a una gamba, una lite con i figli o con la moglie. Il debito non ha niente a che fare con la dignità. Si può non riuscire a pagare un debito alla scadenza, e rimanere onesti, ed è l’onestà soprattutto che misura il valore della nostra dignità. Uscì il primo cliente, ed entrò la signora. Il direttore le fece un bel sorriso, ma lo fece anche ad Ubaldo. Che significava? Forse non erano brutte le notizie che si preparava a ricevere. Certo che era arrivato a quattro rate scadute. Il mutuo l’aveva contratto sei anni prima, quando aveva ristrutturato la vecchia casa che aveva al paese, ereditata dai suoi. L’aveva ingrandita, anche se aveva una figlia sola, e ammobiliata con gusto per far piacere a Marisa, che ogni tanto, per via degli studi, portava in casa qualche compagna, ed anche qualche compagno. Marisa era una bella ragazza, simpatica, svelta, furba più di lui. Una casa adeguata poteva aiutarla a trovare un partito che le assicurasse una vita senza preoccupazioni, come meritava. Era stata la moglie a mettergli in testa quest’idea, se no non ci avrebbe mai pensato. Ma le donne hanno malizia da vendere, e così lui si era lasciato convincere e aveva contratto il prestito: 100 milioni da restituire in 10 anni, con una rata semestrale, al tasso variabile dell’11%, di £.8.367.933. Questa cifra non gli usciva più dalla mente, soprattutto da quando era diventata insostenibile. I primi tempi, poiché andavano bene gli affari, si compiaceva di aver dato ascolto alla moglie, e si godeva la casa come se gli fosse capitato di vivere in paradiso. Poi, col sopraggiungere della crisi economica, erano arrivati i guai. Finché, dopo sei rate pagate senza fatica, e altre due con affanno, alla nona rata si era dovuto arrendere. La banca lo aveva chiamato e lui aveva promesso di onorare la scadenza con versamenti mensili. Poi era sopravvenuta, quando ancora stava in arretrato con la nona, la decima rata. Altra chiamata, altro impegno; aveva aumentato il versamento mensile, ma egli stesso si rendeva conto che era assolutamente insufficiente. Così era giunta la undicesima, ed infine a giugno, la dodicesima rata, che l’aveva messo K.O. Il direttore lo aveva ammonito che se non si metteva in pari, era a rischio anche il fido bancario di 50 milioni, che lui adoperava per le esigenze del negozio, e che da qualche tempo ormai era utilizzato al massimo. Ogni tre mesi doveva fare miracoli anche per rientrare degli interessi su questo scoperto, che stava diventando una piaga purulenta. Non erano uno scherzo: al 14% facevano una bella cifra trimestrale vicina ai 2 milioni. Così ogni tre mesi aveva l’appuntamento dei 2 milioni e ogni sei mesi quello di oltre 8 milioni. Insomma, ogni sei mesi avrebbe dovuto dare alla banca, se avesse pagato regolarmente, circa 12 milioni! Ma dove poteva trovarli quei soldi, con la crisi economica che perdurava, e che si sarebbe protratta ancora per un po’, almeno nel suo settore, dove c’era una concorrenza spietata, e le grandi catene commerciali la facevano da padrone? La gente andava là a comperare, dove poteva ottenere qualche risparmio. Le grandi catene commerciali  riuscivano a sopravvivere e fagocitavano quei pochi affari che si poteva ancora racimolare. Il denaro andava a premiare chi aveva già denaro, come sempre del resto, e lasciava chi ne aveva poco a bocca asciutta.
La signora anziana uscì, finalmente, e ora toccava a lui.
«Entri, Torreggiani. Sono a sua disposizione.» Era un modo cortese per scodellargli il piatto amaro. Lui se lo sentiva che da quella conversazione non sarebbe uscito lo stesso di prima.
Si mise a sedere, e così fece il direttore.
«Immaginerà per quale motivo l’ho fatta chiamare.»
«Sì.»
«La situazione dell’arretrato si fa insostenibile. Lo sa a quanto ammonta attualmente, senza considerare gli interessi di mora? Quasi trenta milioni. Mi dica che cosa conta di fare.»
«Li ha considerati gli acconti che ho versato?»
«Certamente, ma lo sa meglio di me che sono poca cosa. Poco più di due milioni. Noi credevamo che lei riuscisse a fare di più.»
«È una crisi maledetta, questa, e non finisce mai.»
«Lo so. Sono problemi anche per la banca. Lei non è il solo a trovarsi in difficoltà. È in buona compagnia. Commercio, industria, artigianato, tutti sentono la crisi. Ma noi che si può fare? Quando la gente non paga, la banca non può stare con le mani in mano. Noi, vede, amministriamo denaro dei depositanti, e abbiamo delle responsabilità. Chi ci affida denaro, sa che quando ne ha bisogno noi possiamo restituirglielo. E per fare ciò, dobbiamo stare attenti a chi lo imprestiamo. Mi capisce? Ed essere pronti a recuperarlo se le cose non vanno bene.»
«Ma se uno non ha colpa di quello che succede, e si danna l’anima per far fronte agli impegni, questo non conta niente?»
«Certo che conta. E noi lo apprezziamo. Ma nel suo caso, vede, gli sforzi sono troppo modesti. Se lasciamo scivolare le cose, lei fra poco si troverà con un debito da capogiro, e non avrà più alcuna speranza di farvi fronte.»
«Che cosa dovrei fare, allora…»
«Vede, ciò che le sto per dire, è per il suo bene. Forse non le sembrerà così, ma la banca ha esperienza in queste faccende, e sa ormai come vanno a finire le cose, se non si interviene a tempo. Nel suo caso, la banca le ha già offerto una prima opportunità, quando le ha lasciato in mora le rate scadute. Ma dalla sua difficoltà a farvi fronte in tempi accettabili, deriva la certezza che lei si trova in una situazione di grave illiquidità. Non è così?»
«Mi dia del tempo, e vedrà che ce la farò. Non durerà per tutta la vita questa crisi.»
«E gli interessi? Gli interessi sono una brutta bestia, non bisogna sottovalutarli. No, lei a questo punto non ce la può fare. Mi scusi, ma devo metterla di fronte alla realtà. Non deve illudersi.»
«Ma se le dico che posso…» Si sentiva punto nell’orgoglio. Quanto più intuiva che il direttore aveva ragione, tanto più si sforzava di non riconoscere la verità che gli sbatteva in faccia. Aveva lavorato sodo per tutta la vita. Non aveva mai imbrogliato nessuno. Camminava a testa alta. Godeva del rispetto della gente per la sua onestà e la posizione che era riuscito a conquistarsi. Al suo paese, era una delle persone più in vista. Come era potuto accadere che ora si ritrovasse in tali difficoltà, e che uno gli potesse parlare in questo modo? Era un sogno?
«Mi dica come pensa di potervi far fronte» si sentì domandare.
«Lei mi dia tempo, e io glieli trovo i soldi.»
«Come?»
Questa volta non rispose. Il direttore allora continuò. «Lei dovrebbe vendere la casa. Questa è la soluzione giusta per risolvere i suoi problemi. Se lei vende la casa, potrà mettersi a posto con la banca e con i fornitori.»
«I fornitori sono in pari… o quasi» aggiunse. «Qualcuno mi è venuto incontro con qualche proroga, perché ha ancora fiducia in me. Al contrario della banca.»
«Non è vero. La banca la sta aiutando. Con questi consigli, la sta aiutando. Lei ora mi detesta, ma, mi creda, tutto ciò che dico è per il suo bene. La direzione generale mi ha comunicato che anche il fido bancario di 50 milioni, per via della situazione di morosità che si è creata col mutuo, deve essere revocato. Sono regole generali, che valgono per tutti, quindi anche per lei. E quando si arriva a questo punto, l’unica soluzione possibile, allorché si hanno delle proprietà, è di venderle, per saldare i conti e ricominciare da capo, sul pulito. Lei è fortunato perché può farlo, e la casa che vende, domani, in una situazione diversa, potrà anche ricomprarsela. Ma ci sono casi assai più disperati, mi creda.»
«Non la venderò mai la casa. Era di mio padre, e prima di lui di mio nonno. Non la venderò.»
«Lo faremo noi. Se non lo farà lei, lo faremo noi. Ma le costerà caro, perché noi venderemo senza l’attenzione che potrebbe avere lei per le sue cose.»
«Ma se io non voglio, non venderete nemmeno voi.»
«Iscriveremo ipoteca giudiciale, come prescrive la legge.»
«La legge consente questo, di privare una famiglia della sua casa?»
«È così.»
«Mi lasci ancora qualche giorno per riflettere.»
«Le posso concedere pochi giorni, però. Dopodiché dovremo avviare le procedure.»
«Vede, io non ho altri debiti importanti. Ho solo questa banca, lei lo sa. Le chiedo solo un po’ di pazienza. Sono tanti anni che mi servo da voi, e non è mai successo niente. Anzi, ci sono stati momenti che lavoravo col mio denaro, ed eravate voi a pagarmi gli interessi. Se lo ricorda questo?»
«Cambiano i tempi.»
«Se non avessi dato retta a mia moglie, non sarei arrivato a questo punto. Lo sa quanto ho speso per ingrandire la casa? 200 milioni! Senza quei lavori, ora sarei un signore, e potrei affrontare questa lunga crisi con serenità. Nel commercio, si attraversano ogni tanto momenti di crisi, ma con un po’ di prudenza e di accortezza si superano. La mia disgrazia è stata quella di farmi convincere da mia moglie, e di avere speso nel momento sbagliato. Non me l’aspettavo che fosse così terribile questa lunga crisi.»
«Ha trovato impreparati molti altri, mi creda. Eravamo abituati male, in Italia, si spendeva con leggerezza. La crisi è stata come una piena che ha sorpreso degli incauti pescatori in mezzo all’acqua.»
«La casa è stata la mia rovina.»
«E sarà anche la sua salvezza.»
«Non voglio venderla, e se lei avrà un po’ di pazienza, io le salderò il debito arretrato. Mi dica di quanto ha bisogno perché io possa continuare il mio rapporto con la banca.»
«Non basta solo mettersi in pari con le rate scadute.»
«Perché?»
«Perché deve rientrare anche del fido. Le ho già detto che è una regola generale, nei casi di perdurante insolvenza.»
«Ma lei mi sta trattando come un farabutto.»
«Non è così. È un compito ingrato il mio, lo so.»
«Capisco che la sua direzione generale le ingiunga di applicare le regole, ma lei mi conosce bene, sa chi sono, conosce la mia onestà. Intervenga in mio favore, la prego. Parli coi superiori. Durante tutti questi anni, non le ho mai chiesto niente. Non mi sono lamentato neppure dei tassi di interesse. Voi avete chiesto, e io ho pagato senza battere ciglio. Non è così? E allora? Oggi mi deve aiutare. Che cos’è altrimenti un cliente, per voi? Uno da sfruttare e basta? La banca mi deve aiutare, è un suo dovere, quando si è stati clienti avveduti per così tanti anni, e si chiede aiuto per la prima volta. Che cosa costa alla banca aiutarmi?»
«Si dovrebbe aiutare tutti, allora. Ma non è possibile.»
«Non dovete aiutare i disonesti, ma gli onesti sì!»
«Vedrò se posso lasciarle un fido di 30 milioni. Ma non prometto niente. Non dipende solo da me. Dovrò sentire i superiori. Ma lei deve dirmi di quanto tempo ha bisogno per mettersi in pari con le rate del mutuo.»
«Quanto tempo può concedermi?»
«Una settimana.»
«Non di più?»
«Le ho detto il massimo che posso fare.»
«Va bene. E che versamento occorre?»
«Basta fare la somma. Tutte le rate del mutuo scadute, più gli interessi di mora e i venti milioni della riduzione del fido. Pensa di poterli raccogliere 50/60 milioni? Non è una piccola cifra…»
«Ci proverò.»
«Se non ce la farà, pensi al consiglio che le ho dato. Metta in vendita la casa. È ancora la cosa migliore che può fare. Vendendo la casa realizzerà una bella somma, che la metterà al sicuro da ogni preoccupazione. Potrà tornare a lavorare con denaro suo, e non pagare più gli interessi alla banca. Stia attento a non mettersi nei pasticci, però, mi raccomando. Io non le chiedo dove troverà i soldi, ma badi a quello che fa.» Il direttore alludeva agli usurai. Molti erano ricorsi a loro, per sistemare i debiti, ed erano finiti dalla padella nella brace. In poco tempo, per gli esosi interessi, si erano rovinati, e avevano dovuto cedere allo strozzino la loro attività. In questo enorme giro di affari che si era creato, era entrata anche la mafia, quando aveva sentito odore di grossi guadagni, ed ora si diceva che era essa a gestire le operazioni più importanti. La mafia di soldi ne ha più di tutte le banche messe insieme, soldi ricavati dalla prostituzione, dalla droga, dal traffico di armi e da altre imprese illegali e criminali. Finiscono nelle sue grinfie intere fabbriche, negozi, holding finanziarie. Attraverso queste nuove attività, esse ripuliscono il denaro cosiddetto sporco.
La mafia non era solo in Italia, e non era solo italiana, ormai era diffusa nel mondo e apparteneva a molti popoli, e diventava sempre più difficile venirne a capo.
Ubaldo non rispose, si alzò, ringraziò e uscì.
Quando passò questa volta davanti al negozio di Nasone, questi stava di nuovo sull’uscio a curiosare. Lo vide e lo chiamò. Ubaldo si era dimenticato dell’imbasciata che gli aveva fatta Marisa.
«Qualche preoccupazione, Ubaldo?»
«Lo sai anche te, che gli affari non vanno bene. Non mi dire che a te vanno bene, perché non ci credo.»
«E infatti vanno male anche a me, ma sai che faccio io? Scaccio il pensiero. Quando in negozio non viene nessuno, io mi metto qua, e guardo passare le belle ragazze. È passata anche la tua Marisa. Si fa proprio una bella ragazza. Lo sai che si fermano a guardarla? Hai fatto proprio una bella femmina, Ubaldo mio.»
«Spero che trovi un buon partito, se lo merita.»
«Se lo merita perché è figlia tua, ma anche perché è bella. Le donne belle non si devono condannare a fare una vita di stenti. Sarebbe sprecata la loro bellezza, anche di fronte a Dio. Non sei d’accordo?»
«Spero che trovi la persona giusta.»
«La troverà, la troverà. E tu, come te la passi. Scacci i pensieri come me?»
«Magari! A me i pensieri si ficcano in testa e non se ne vanno più.» Accennò a sorridere, ma non gli venne bene. Non se la sentiva proprio. Non riusciva a nascondere la sua malinconia.
«Oooh, Ubaldo… Se hai bisogno di aiuto, non devi fare i complimenti con me, non devi fare altro che dirmelo. Siamo amici no?» In realtà, Nasone non aiutava volentieri quelli del suo paese, salvo che non si trattasse di qualche grosso affare. Non voleva complicazioni. Preferiva rispondere che non poteva, che erano dicerie quelle che giravano sul suo conto, che lui cioè avesse molto denaro e aiutasse chi aveva bisogno. Nessuno osava dirgli in faccia che era uno strozzino. Ma per Ubaldo Torreggiani si sentiva di poter fare un’eccezione. Infatti, aveva un disegno per la testa che riguardava non Ubaldo, ma Marisa, che gli piaceva, e avrebbe fatto carte false per conquistarla. C’era differenza di età. Lui aveva cinquant’anni, era coniugato. Ma poteva anche divorziare e prendersela in casa. Che c’era di male? Non era la prima volta che succedevano queste cose. Era un buon partito, come desiderava Ubaldo, e poi, a parte il naso, era ancora un bell’uomo, piacente e robusto. Lo capiva dalle donne che andavano con lui. E se non fosse riuscito a sposarla, almeno portarsela a letto, questo doveva tentarlo. E l’occasione gliela offriva su di un piatto d’argento proprio il padre Ubaldo. Nasone lo sapeva da tempo che era in difficoltà con la banca. Le banche, senza volerlo naturalmente, sono anche ruffiane, e spesso gli strozzini ottengono ciò che vogliono grazie alla loro involontaria complicità.
«Non ho bisogno di niente, grazie. Ma se occorrerà, approfitterò.»
«Pensavo a questo, quando ti ho mandato l’imbasciata da Marisa. Volevo essere sicuro che non hai bisogno di aiuto, e che se lo avrai, verrai a chiederlo a me. Me lo prometti?»
«Sei troppo buono.»
«Io lo so quando si ha davanti una persona onesta, e riconoscente, che non se lo scorda l’aiuto che riceve, e se un domani hai bisogno tu di lui, è pronto a contraccambiarti. Non è così?»
«Sono fatto a questo modo, io. E se oggi tu aiuti me, io domani, se posso, aiuto te.»
«Non mi sbaglio, allora.»
«Non ti sbagli.»
«Posso offrirti un caffè?»
«Lo prendo volentieri.»
Nasone gli mise una mano sulla spalla. Il bar era proprio a fianco. Non chiuse nemmeno il negozio. Non gli fregava un bel nulla se qualcuno avesse rubato qualcosa, perché lui ora ce lo aveva tra le mani un affare davvero interessante.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart