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GIALLO: L’usuraio #7/18

13 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #7

La mattinata scorreva lentamente. Erano passate da poco le undici e mezzo. Don Saverio era restato in casa un altro po’, secondo il consiglio del dottore, ma ora si sentiva perfettamente a posto. Aveva fatto anche della ginnastica per verificare le sue condizioni di salute. La testa non gli girava, segno che ormai il colpo era stato smaltito. Non aveva niente da fare. Dalla finestra vide Olimpio che lavorava ancora nel campo, con Sunta e i figli. Per la verità Angela e Faustino stavano venendo via. Come aveva già fatto in altre occasioni, pensò di dar loro una mano. Per via della posizione dei campi, ai quali si accedeva attraverso una strettoia, Olimpio non poteva approfittare delle macchine, e doveva raccogliere il granturco come si usava fare una volta. Si portava dietro un barroccino, che guidava a mano, e passava da Sunta e dai figli a raccogliere le pannocchie. Era stato sfortunato anche in questo, pensava don Saverio. L’altra sfortuna era stata quella di vivere i tempi che non erano i suoi, e lui non reggeva la velocità dell’agire moderno. Si inquietava. I figli lo amavano, ma sapevano con chi avevano a che fare e qualche volta non obbedivano ai suoi consigli. Davano ascolto di più alla mamma, che era risoluta e pratica, come sono quasi tutte le donne. Faustino era il figlio che lo preoccupava di più, soprattutto da quando aveva preteso la motocicletta, e spesso rincasava tardi, e gli dava pensiero. Invece frequentavano con profitto la scuola, e questa non era cosa da poco, dato che mantenere i figli agli studi costava molto denaro.
Don Saverio uscì di corsa, e fece in tempo ad incontrare Angela e Faustino.
«Lo lasciate solo, vostro padre?»
«Abbiamo lavorato abbastanza» rispose Faustino. «Antonietta è arrivata dopo di noi, ed ora tocca a lei sgobbare un po’. Noi ce la filiamo.»
«Bel modo di ragionare. Più siete, prima finite il lavoro, e vostro padre può prendersi un po’ di respiro.»
«E tu ci credi, Saverio, che nostro padre si prenda un po’ di respiro? Quello, finito un lavoro, ne comincia subito un altro. È fatto così, se non lavora muore.» Era don Saverio che voleva che i giovani lo chiamassero con il solo nome di battesimo, senza anteporre il don. Non era il solo tra i preti. Si pensava, forse, che in questo modo si potesse ottenere più confidenza ed entrare in amicizia coi giovani. Il mondo era fatto già di troppe barriere, perché avesse un senso mantenere anche questa, così pensava don Saverio. Qualcuno dei giovani, come appunto Faustino, gli dava anche del tu.
«È stato sfortunato vostro padre a dover coltivare questa proprietà, che ha quel dannato accesso. Avrebbe potuto utilizzare le macchine, altrimenti.» La posizione dei campi di Olimpio era straordinariamente infelice. Vi si accedeva da una strettoia che si apriva tra la casa di Olimpio e quella di un vicino, e non c’era alcuna possibilità di ampliarla. Olimpio si era rassegnato. Del resto aveva visto coltivare quei campi allo stesso modo da suo padre, e prima ancora da suo nonno. Non conosceva i vantaggi della macchina, ed era uomo da non curarsene nemmeno.
«Vado io a dargli una mano» aggiunse. «Ma con voi due, si farebbe prima.»
«Io ci verrei,» disse Angela «ma sono stanca morta. Non è lavoro per me, quello.»
«Bada che potresti sposarlo anche tu un contadino, e allora dovresti fare come tua madre.»
«Piuttosto mi ammazzo.»
«Ricordati che è un lavoro che l’uomo ha fatto per millenni, e gli ha dato da vivere.»
«Ora invece non ci si vive» disse Faustino. «Con questo lavoro, si patisce la fame.» Non era del tutto vero. L’agricoltura stava riprendendo, perché si era capito che l’Italia poteva tornare ad essere un Paese prospero, anche grazie allo sviluppo agricolo. Il clima rendeva i nostri prodotti incomparabilmente migliori. Perché, aveva sostenuto qualcuno, non sfruttare questa risorsa che manca agli altri Paesi? Un ragionamento che non faceva una grinza, ma c’erano voluti degli anni perché tornasse ad affermarsi.
«Patisci forse la fame, tu?»
«Non volevo dire questo.»
«Tuo padre e tua madre sgobbano dalla mattina alla sera, e vedo che non solo ti mantengono agli studi, ma ti hanno comprato anche la moto. Bel ringraziamento che gli dài.»
«La moto, l’ha pretesa lui. Babbo non gliela voleva comprare. È troppo pericolosa, diceva.»
«Non ha torto. Tu, Faustino, ci vai a rotta di collo su quella moto.»
«Che me ne faccio della moto, se non ci corro un po’. Eppoi, se mi rompo l’osso del collo, son fatti miei.»
«Lo dici tu, che son fatti tuoi. Se fossero fatti soltanto tuoi, allora avresti ragione di pretendere la tua libertà. Ma lo sai che non è così. Se ti capita una disgrazia, sono i tuoi a patirne con te. A questo, voi giovani non ci pensate mai.»
«Stamani non me ne va bene una. Primo, mi sono alzato presto; secondo, mi sono ammazzato di fatica a cogliere le pannocchie nel campo; terzo, mi tocca di sentire una predica a domicilio. Te, Saverio, le prediche le fai per vocazione, ma io non ce l’ho la vocazione di starle a sentire.»
«Lo so che non ce l’hai. Me ne sono accorto che ora salti anche la Messa.»
«Per carità,» disse subito Angela «non lo dica a babbo, se no l’ammazza di botte. Lo sappiamo solo Antonietta ed io, che da qualche tempo non viene in chiesa. Babbo, questa non la sopporterebbe.»
«E tu, Angela, cosa hai fatto per convincere tuo fratello a non mancare alla Messa?»
«Gliel’ho detto mille volte. Ho anche minacciato di fare la spia al babbo. Ma lui lo sa che la spia io non la faccio.»
«Vuol dire che la farò io, la spia. Se non torni alla Messa, dovrò dirglielo io, a tuo padre.»
«Voi preti siete degli spioni.»
«Ma tu ci credi in Dio?»
«Bella domanda!» fece subito Faustino.
«Ci credi o no?»
«E come si fa a rispondere. È una domanda idiota.»
«Non dire così, che ti do un ceffone.»
«In fatto di fede, un prete è sempre intollerante.»
«Se non ci fosse Dio, non ci saresti nemmeno tu!»
«Io ci credo» disse all’improvviso Angela, forse per smorzare quell’atmosfera pesante che si stava creando.
«Senza la presenza di Dio, le stelle non si reggerebbero nell’universo, e tu non avresti l’intelligenza.» Era ancora il prete.
«Mio fratello non sa neppure dove sta di casa l’intelligenza» disse Angela. Faustino le fece la boccaccia.
«Va bene,» disse rivolto al prete «torno nel campo, però non lo devi dire a babbo che non vengo più alla Messa. Se non ci vengo, vuol dire che ho le mie ragioni, e anche un prete le deve rispettare.»
«Qui ti sbagli. Io non lo dico a tuo padre, ma non mi darò per vinto finché non ti vedrò tornare in chiesa.»
«Se hai tempo da perdere con me, accomodati pure. È fatica sprecata, però.»
«Lo vedremo. Vieni anche tu, Angela?»
«Ho la spina spezzata. Non ce la faccio proprio.»
«Allora, andremo Faustino ed io ad aiutare tuo padre.»
«È un’opera buona che fai, Faustino» disse sorridendo Angela, rivolta al fratello. «Dio te ne renderà merito, non è vero, Saverio?»
«Dio segna sul suo libro ogni istante della nostra vita.»
«Anche questa è una bella panzana. Ma com’è possibile che Dio si metta a fare di queste sciocchezze?»
«Su su, finiamola, se no te lo mollo davvero un ceffone.»
Non si usava più portare la tonaca. Don Saverio era vestito come un qualunque altro paesano. Si chinò, si rivoltò in fondo i pantaloni, si rimboccò le maniche, prese sottobraccio Faustino, e insieme si avviarono incontro a Olimpio, che aveva svuotato in cantina il barroccio, ed ora stava ritornando nel campo. Sull’uscio della cantina, seduto su di una sedia, stava Matteo, il padre di Olimpio.
«Come state, Matteo? Scoppiate di salute, mi pare.»
«Voi, don Saverio, avete sempre voglia di scherzare. Ma aspettate di avere i miei anni, e vi passerà. La vecchiaia, si ha un bel dire, ma è peggiore della morte.»
«Non dite così, Matteo. Anche la vecchiaia è un dono di Dio.»
«Se Dio fa di questi regali, quando comparirò davanti a lui, glielo voglio spiattellare io, ignorante come sono, che noi di questi presenti non ne vogliamo. A volte, don Saverio, mi pare di essere più savi noi del Padreterno.»
«Non vi mettete a bestemmiare.»
«Mi dovete spiegare che ci faccio io seduto tutto il giorno a guardare il mio Olimpio che fatica come un somaro, e non posso fare nulla per lui. È una tortura questa, e la vecchiaia è l’anticamera dell’inferno.»
«Allora si va tutti all’inferno, perché tocca a tutti la vecchiaia.»
«Non a tutti, c’è chi muore giovane, e questi vanno in paradiso, mica all’inferno. Se s’invecchia, vuol dire che Dio non ci vuole, e ci manda all’inferno. Quelli che vanno in paradiso, Dio se li prende subito, da giovani. Mica è cretino.»
«Allora, caro Matteo, anche il Padreterno è intelligente.»
«Questa non è intelligenza, è furbizia matricolata. Dev’essere cresciuto qui da noi, in Toscana, il Padreterno.»
«Magari a casa vostra, Matteo.»
«Non erano molti quelli che riuscivano a imbrogliarmi.»
«Lo so, lo so. Ai vostri tempi ce n’erano pochi, furbi come voi.»
«In paese, nessuno.» Don Saverio fece un saluto con la mano e si diresse incontro a Olimpio.
«Son venuto a darti una mano, Olimpio, e vedi chi c’è con me?»
«Non ci posso credere.»
«E invece credici pure. Non è vero, Faustino, che sei tornato per aiutare tuo padre?»
Faustino disse un sì che era un sibilo, ed aveva tutta l’aria di minacciare tempesta, ma bastò un’occhiata di don Saverio perché la furia rientrasse.
«Da dove si comincia?» domandò don Saverio.
«Da dove vuole lei. Spazio ce n’è per tutti. Si accomodi.» Sunta si accorse che c’era anche Faustino col prete.
«E tu, non ci vai a studiare?»
«Aiuto babbo»
«Che sei, diventato un santo?»
«Mi va così, stamani.»
«Si vede che è la sua presenza a fargli bene, don Saverio.»
«Lo credo anch’io» disse il prete.
Sunta porse due secchi a don Saverio, mentre Faustino andò a prendere quelli che aveva lasciati poco prima.
«Si metta là, su quel solco. Siamo stati disgraziati, noi, con questa proprietà. Per via di quella maledetta strettoia dobbiamo fare tutto a mano, come cento anni fa. Per noi non cambierà mai nulla.»
«È meglio così, Sunta» intervenne Olimpio, che aveva lasciato il barroccino fuori dai solchi ed ora veniva a rovesciarvi i suoi due secchi di pannocchie. «Tanto a noi, quello che facciamo ci basta. Bisogna sapersi accontentare, non è vero, don Saverio? Il progresso non è tutto quel bene che ci vogliono lasciar credere.»
«Sunta ha ragione. Risparmiereste un po’ di fatica.»
«Ma soluzioni non ce n’è. Non si possono mica tirar giù i muri della casa per far passare le macchine.»
«E perché no?»
«Non scherzi, don Saverio. Ci sono le camere dei figlioli da quella parte. E dall’altra c’è la casa di Nandino, e anche lui ci ha sotto la cucina e sopra due camerette. Mi dica se si possono rovesciare due case per cogliere il granturco con le macchine. Ma io lo colgo così come han sempre fatto i miei, e i figlioli, se gli andrà, faranno come me, se no venderanno tutto, e buonanotte.»
Stava venendo verso il barroccino anche Antonietta, che portava un secchio solo.
«Si venderà tutto, babbo, perché noi non la vogliamo fare questa vitaccia.»
«Ma anche in fabbrica non è tutto rose e fiori.»
«Ma io voglio lavorare in ufficio» disse subito Antonietta.
«In ufficio… Non volare troppo, Antonietta» sorrise don Saverio. «Tu non hai ancora idea di cosa ti aspetta. Tutti vogliono un posto in ufficio, e i posti in ufficio oggi sono pochi. Ci sono i computers che fanno il lavoro dell’impiegato, sono più precisi, non hanno orario, non si stancano mai, e sono più veloci. Si pensava che la tecnologia aiutasse l’uomo, invece aiuta soprattutto i ricchi, e i poveri restano senza lavoro. Tientelo caro, questo campo, Antonietta, e gli altri che possiede tuo padre, perché chissà che non saranno proprio questi campi a sfamarvi.»
«Ma non ci si può mica campare in tre famiglie!» Era Faustino.
«In quattro» precisò Olimpio. «Perché finché il Padreterno mi lascia vivere, mi ci devo sfamare anch’io, e tua madre, e tuo nonno.»
Era vero che la tecnologia introdotta dappertutto non aveva fatto quei miracoli che ci si attendeva. Si sperava che liberasse l’uomo dalla schiavitù del lavoro, ma l’uomo ha ricevuto dalla tecnologia la peggiore delle libertà, la libertà del disoccupato, ossia la libertà che non dà salario, e dà, invece, tanta disperazione. I dati dell’economia confermavano che tutto andava per il meglio. La produzione era di qualità e si vendeva bene nel mondo, ma nessuno riusciva a trovare la soluzione più importante, la più attesa, che era quella di dare un lavoro alla gente. La tecnologia, il progresso, mentre arricchivano il Paese e favorivano i pochi che avevano lavoro, trascinavano nella miseria i molti altri che appartenevano al popolo. Si stava formando, cioè, una nuova aristocrazia, prodotta dalla scienza, la quale era in grado di risolvere i problemi della bilancia commerciale, ma non quelli dei cittadini.
Per i giovani come Faustino, Angela, Antonietta, l’incognita della vita era trovare il posto di lavoro. Trovatolo, solo allora si poteva nutrire qualche speranza di vivere da cristiani. Altrimenti c’era posto soltanto per rabbia e disperazione.
Qualche sera prima, si era tenuta nella città la millenaria processione detta della “Luminara”. Vi era stato il solito accorrere di gente, la solita confusione di popolo, ma dentro la Cattedrale si era potuta misurare visibilmente la differenza tra lo splendore degli addobbi e delle luci e l’opacità grigia del popolo, che aveva fede, ma non il sorriso. Si andava alla cappella del Volto Santo e si attendeva che il grande crocifisso nero lasciasse andare ancora una volta la sua scarpetta d’oro ai poveri. Qualcuno forse ci sperava nel nuovo miracolo e restava lì a pregare, perché quella fortuna toccasse a lui. Ma non erano più quei tempi, e Dio avrebbe dovuto fare un miracolo diverso, che portasse la grazia a tutti, e non più ad uno solo. Il miracolo non stava più nella scarpetta offerta al povero, ma nel riuscire a far conciliare nell’uomo la tecnologia e la scienza con l’amore verso il prossimo. Le macchine, invece, indurivano il cuore dell’uomo, e lo trasformavano in un nuovo più spietato barbaro.
I giovani come Faustino perdevano la fede. Se esisteva un Dio, non poteva acconsentire che il mondo prendesse quella strada seminata soltanto di violenza. I preti, per questo non godevano più del rispetto di una volta. Chi studiava, si rendeva conto che nel corso dei millenni non c’era mai stata tregua per i deboli, ed ora si stava peggiorando.
Faustino lo ripeté con astio a don Saverio, e il prete si adirò, come gli accadeva sempre quando si tirava in ballo la presunta indifferenza di Dio nei confronti del destino degli uomini.
«Non è vero che si è peggiorati. Non ci sono più le crudeltà di una volta. Oggi nessuno muore di fame.»
«Qui da noi, forse, ma non nel mondo.» Faustino si era fermato e non raccoglieva più le pannocchie. Lui ci si ficcava con tutto l’animo in discussioni come questa, e covava dell’odio, che forse arrivava fino a Dio.
«Tu sei cieco, Faustino. Anche la miseria si è ridotta nel mondo.»
«Ma perché ci deve essere miseria? Io questo non lo capisco. Che ci vuole, a Dio, a dare un po’ di serenità agli uomini?»
«Tu dimentichi il peccato originale.»
«Sono balle.»
«Faustino!» esclamò subito Sunta.
«Bada a come parli!» aggiunse con espressione severa Olimpio.
«Anche i preti hanno la colpa di come va il mondo. Ce l’ha Dio la colpa, soprattutto, ma subito dopo ce l’hanno i preti, che ci riempiono di illusioni.»
«Finiscila, Faustino!» Era ancora Olimpio.
«Lascialo parlare» lo interruppe il prete.
Antonietta aveva sentito tutto.
«Se nessuno lavora più, smetto anch’io e torno a studiare.»
«Resta lì» disse Olimpio. E poi, rivolto al prete: «Lasci perdere don Saverio, quel figliolo metterà la testa a posto, lo conosco, io. Ora ha rabbia in corpo, perché è giovane, e i giovani se lo possono permettere, ma è come me, e anche lui baderà a fare il proprio dovere.»
«Ma me lo vuoi dire, babbo, qual è il mio dovere?»
«Finire gli studi, trovare un lavoro e mettere su famiglia. E rispettare la Chiesa, che ha attraversato i millenni, e porta con sé la saggezza di Dio.»
«Ma non lo capisci, babbo, che la Chiesa non ha fatto niente per noi? Dai tempi di Caino e Abele, è ancora Caino che vince, e si deve stare dalla sua parte per sopravvivere.»
«Sei miope, Faustino, e non riesci a vedere se non attraverso il tuo orgoglio smisurato. Vorresti che il mondo fosse come lo vuoi tu. Ma non è così.»
«Dio poteva fare a meno di mettermici, in un mondo come questo. Che diritto ha di farmi questa violenza?»
«È frutto dell’amore di Dio, la tua vita. Il fatto di essere nato, ti pone tra gli eletti di Dio. Ti sembra poco?»
«Anche se faccio del male, sono un eletto di Dio?»
«Lo resterai per sempre, perché sei frutto del suo amore. Dio non decide mai sbagliando, ma tutto ciò che fa, anche tu, anche gli altri, e anche l’universo intero, è frutto del suo amore, e solo alla fine del mondo si potrà vedere e capire a cosa è servita la Creazione. Tu pretendi di capire, miseri come siamo noi mortali, il disegno di Dio! Non è smisurato orgoglio, questo?»
«Penso di avere diritto di conoscere perché sono al mondo.»
«Che ne sai tu di quale sia il tuo diritto, e se non sia unicamente, invece, quello di accettare la vita, e di viverla. Che ne sai tu di che cosa sia realmente l’uomo?»
«Io sono un uomo! Chi può saperlo meglio di me?»
«Dio, che ti ha creato. Solo lui sa di che cosa sei realmente fatto. Eppure conosci anche te che non c’è grande scienziato che sappia rispondere ai molti misteri che sono racchiusi nell’uomo. E tu, vuoi saperlo tu chi sei?»
«Anche questa è violenza. Perché io ho il diritto di sapere chi sono e come sono, e perché vivo.»
«Tu ragioni con una intelligenza che non è l’intelligenza di Dio.»
«Dio allora doveva darmi la sua intelligenza, insieme con la vita.»
«Non bestemmiare, Faustino!» Sunta si era avvicinata e gli aveva dato uno schiaffo. Faustino ebbe un moto di stizza, che trattenne.
«Non è colpa mia se sono fatto così.»
«Vuoi dire che è mia la colpa?» domandò serio Olimpio.
«Io non lo so di chi sia la colpa. Ma non si può creare l’uomo e riempire la sua vita di mistero. Io non sono sicuro che sia giusto comportarsi così, anche se è Dio a fare questo.»
Cercò di confortarlo, don Saverio. «Tu credi che un prete non ti capisca? Sono un uomo come te, anch’io, e certi giorni tremo per lo spavento che mi dà la vita. Ma io credo fermamente in Dio, e quando mi rifugio in questo pensiero, allora torna la serenità. È come se Dio venisse dentro di me, attraverso il mio pensiero. Provaci, qualche volta. E pensa a Dio come a colui che ti ha inspirato la vita, ti ha scelto, e ti ha donato il suo amore. Ci penso anch’io tante volte all’odio che è sparso nel mondo, e mi meraviglio di come esso possa resistere e sopravvivere ad un tale atto di amore. Allora mi rammento del peccato originale, e mi convinco che la nostra vita è una severa espiazione, un duro cammino, al termine del quale, però, ci attende l’amore di Dio. Egli, cioè, ci fa vivere nel mistero, ma si offre come ricompensa suprema, dopo questa dura prova della vita.»
Antonietta era stufa di essere rimasta la sola che andava in su e giù col secchio pieno di pannocchie. Andò dalla mamma a protestare.
«Io smetto. Voi ve ne state lì a perdere tempo con le vostre chiacchiere. Allora preferisco tornare a casa a studiare.»
«Don Saverio, smettiamola con questi discorsi, e mettiamoci a lavorare tutti. Lo sente come brontola questa qui?» Era Sunta. Don Saverio raccolse i suoi secchi e di nuovo si mise a cogliere pannocchie. Invece Antonietta e Faustino, dopo aver brontolato un po’ col babbo, tornarono a casa.
«Noi abbiamo lavorato abbastanza» dissero, e buttarono i secchi per terra.
«Non so come ve la caverete nella vita. Io non camperò eterno, e ve la dovrete sbrigare da soli.»
«Faremo come hanno fatto gli altri prima di noi.»
«Vede, don Saverio, questo è il ringraziamento per tutti i sacrifici che facciamo, Sunta ed io. È proprio vero che non c’è da aspettarsi niente di buono dai figli. Sanno solo prendere, e il dare li affatica. Ma oggi, don Saverio, lei sarà nostro ospite a pranzo, così mi perdonerà di questi figlioli che mi sono nati» disse Olimpio.
«I figli, sono sempre figli del nostro tempo, più che delle nostre viscere» rispose il prete, e aggiunse sorridendo: «Lo sai, Olimpio, che vengo sempre volentieri a casa tua, perché Sunta è una cuoca speciale.»
«Oggi c’è zuppa di verdura. Lei è fortunato, don Saverio. Perché è proprio il piatto che preferisce, non è così?» Don Saverio aveva insistito molte volte perché anche Sunta e Olimpio gli dessero del tu, come molti facevano in paese, ma Olimpio aveva sempre rifiutato. «Un prete è un prete. Lei è ministro di Dio, ed io sono un povero cafone.» Aveva faticato per nulla don Saverio a spiegar loro che erano cambiati i tempi anche in queste cose, ed ora un prete non stava più in alto, sopra il popolo, ma ci stava dentro, ed era uno di loro. Era stato un bene questo cambiamento, diceva; ma Olimpio non era d’accordo. Sunta, invece, avrebbe voluto darglielo, il tu, ma per via di Olimpio si era risolta a comportarsi allo stesso modo del marito.
«Non solo mangio bene, Sunta, ma risparmio anche un po’ di fatica. A me non piace stare intorno ai fornelli, e mi adatto malvolentieri. Preferisco trovarmi in mezzo ad una baruffa, piuttosto che cucinare.»
«Lei pensa che sono lavori da donna, non è vero?»
«Confesso che credo alle differenze tra uomo e donna, e se è giusto che nella società si abbiano gli stessi diritti e gli stessi doveri, penso che si debbano anche rispettare le tendenze della natura, e l’uomo, al contrario della donna, non è fatto per certe cose.»
«Non ne sono proprio convinta,» rispose Sunta «ma se lo dice lei, sarà così.»
«Beh, oggi se la risparmia questa sofferenza, don Saverio» disse Olimpio.
«Ed io ve ne sono grato.»
«Bene,» disse Sunta «ancora un quarto d’ora e poi s’interrompe. D’accordo, Olimpio?»
« D’accordo, Sunta.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart