Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

GIALLO: L’usuraio #9/18

15 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio #9

Chiuso il negozio, Ubaldo Torreggiani, invece di tornare a casa, come faceva quasi tutti i giorni, prese l’automobile e si diresse verso Altopascio, dove aveva qualche amico. Nella telefonata fatta alla moglie, perché non si preoccupasse se faceva un po’ tardi, non lasciò trapelare il vero motivo di quel viaggio. Le disse soltanto che doveva verificare una partita di televisori che gli veniva offerta a buon mercato.
«Stai attento che non si tratti di merce rubata.»
«Non sono un pivellino. Non ti preoccupare. È tornata Marisa?»
«È ancora da Antonietta.»
«Ci vediamo stasera. Se tardo, cenate pure da sole.» Marisa era l’unica figlia. Avrebbe voluto anche un maschio, ma non erano venuti altri figli, e a un certo punto non ne voleva più, per via della situazione finanziaria che era peggiorata. La moglie si era anche ammalata, e su lei il negozio non poteva contare come una volta. Ogni tanto, ci provava ad aiutare il marito, ma proprio non era tagliata per quel lavoro, e si stancava presto.
Ubaldo per tutto il pomeriggio aveva avuto nella mente i discorsi fattigli dal direttore della banca. Guidava e pensava a quelli, anche ora. Era facile dire quelle brutte cose da parte di chi non aveva alcuna preoccupazione, e bastava che si sedesse alla scrivania ed aveva risolto i problemi del guadagnare. Altra faccenda era starle a sentire, quelle brutte cose, quando non si sapeva più da che parte rigirarsi, e i soldi che s’incassava se ne andavano tutti nei debiti, e non bastavano nemmeno per quelli; e a casa la moglie e la figlia non dicevano niente per non mortificarlo. Facevano i sacrifici in silenzio, senza che lui le sentisse lamentare. Anche questo gli procurava rabbia, di vedere sacrificate due brave donne, che meritavano molto di più dalla vita. Ma la vita premiava invece chi aveva meno meriti, e che campava sulla disonestà e sull’egoismo.
Ad Altopascio giravano molti soldi. Era divenuto sempre di più un nodo stradale importante, per via dell’autostrada e per il fatto che si trova al confine di ben quattro provincie: Pisa, Firenze, Pistoia, oltre che Lucca, naturalmente. Aveva un amico molto ricco, e anche un altro che non si poteva lamentare, perché gli affari gli andavano così e così, e questo era un buon segno per quei tempi. I sessanta milioni necessari a soddisfare la banca li avrebbe chiesti a loro. Il primo degli amici, Franco, avrebbe potuto dargli un assegno per l’intera somma, così senza pensarci su due volte, tanto ne aveva di denaro. Ci sperava molto. Ma anche l’altro, Federico, non gli avrebbe negato l’aiuto, perché ne aveva ricevuto a sua volta, qualche anno prima, quando le cose andavano all’incontrario, ed era stato lui a rivolgersi ad Ubaldo. Non glielo aveva fatto dire due volte, lui. Si trattava di dieci milioni, una piccola cifra, oggi, ma allora, non era una bazzecola.
I soldi li avrebbe restituiti un po’ alla volta. Tra amici ci si poteva sempre intendere. Invece la banca non aveva riguardi. Quando perdeva la fiducia nel cliente, cominciavano i guai. La corda si stringeva intorno al disgraziato, e la banca mica ci pensa che trovare i soldi su due piedi non è una cosa facile, e diventa ancora più difficile se chi deve aiutarti sa che essa ti sta col fiato sul collo. Chi governa il denaro non ha cuore, bandisce il sentimento. Tu ci parli, e lui pensa al modo di ricavare del guadagno da te, di sottrarti il tuo per arricchirsi di più. Che cos’è infatti la ricchezza se non sottrazione agli altri? Subito dopo la svolta di Porcari, i campi erano ancora allagati dal nubifragio che si era abbattuto sulla provincia tre giorni prima. Una vera rovina dappertutto. Anche nella periferia di Lucca. Nei soliti posti: Santa Maria a Colle, San Macario, Sant’Alessio, Monte San Quirico. La gente gridava da anni contro gli Amministratori perché prendessero provvedimenti definitivi. Ogni volta che si abbatteva un nubifragio, era il finimondo: case e negozi allagati, le bestie nella stalla liberate perché si salvassero, poggi e strade che franavano. La gente subiva danni continui, e tutte le volte nessuno si adoperava per aiutarli, e dovevano ricominciare da capo con le loro sole forze. Ubaldo sentiva di vivere in un mondo che probabilmente era ancora più selvaggio di quello in cui erano vissuti i primi uomini, con in più la colpa che si erano fatti passare inutilmente i millenni, e si erano umiliati la dignità e il genio di molti galantuomini.
Franco stava in negozio. Storse la bocca quando lo vide entrare. Lui lo capiva subito se uno era disperato e veniva a chiedere aiuto.
«Vieni di qua» gli disse, lasciando sola la commessa. Lui lo seguì nello stanzino che si apriva dietro il bancone.
«Ho bisogno di denaro.»
«Non ti vanno bene gli affari?»
«No.»
«E la banca?» L’amico andava subito al sodo, esperto com’era di queste cose.
«Vuole troppi interessi.» Era una delle frasi più ricorrenti che l’amico si sentiva rispondere, e lui sapeva che, in questi casi, era invece la banca che rivoleva indietro il denaro. Allora si metteva sul chi va là. Dare del denaro a chi è pressato dalla banca è pericoloso, perché quasi sempre non ritorna più indietro.
«Non sono tempi buoni nemmeno per me.»
«Ma tu sei ricco sfondato.»
«Questo lo dice la gente, e forse una volta ero abbastanza ricco. Ma lo sai anche te che sono tempi di vacche magre. E mi sono mangiato quei pochi risparmi che avevo. Debiti non ne ho, ma nemmeno posso scialare. Ma di quanto hai bisogno?»
«Sessanta milioni.»
«Urca! Vorresti da me una somma simile? Magari l’avessi! Guarda, nemmeno un milione posso darti. Sei un amico, ti sto dicendo la verità.» Erano invece bugie, che avevano il naso lungo, ma che ci poteva fare Ubaldo? Mica si possono strappare i soldi a uno che non vuole darteli? Uno è padrone di farne quel che vuole dei soldi che ha, ci può anche ammazzare la gente.
Uscì pieno di rabbia.
Federico, invece, era disposto a dargli dieci milioni. Si ricordava del favore ricevuto anni prima.
«Io non me lo dimentico che un giorno mi hai aiutato.»
«Non puoi fare di più?»
«Nemmeno per me sono tempi facili.»
Staccò l’assegno.
«Me li restituirai con comodo. Non avere fretta.» Ci era passato anche lui dalla stretta delle banche, e non aveva avuto bisogno di chiedere per capire.
Ubaldo partì da Altopascio con un magro bottino. Aveva sperato di racimolare l’intera somma, soprattutto da Franco, che avrebbe potuto risolvere senza sforzo i suoi problemi. Aveva ricevuto invece da chi meno poteva. Passò davanti alla bella chiesa di Altopascio e dietro scorse il cortile dove, nel medioevo, avevano alloggiato i Cavalieri del Tau, che tanta carità prodigarono ai bisognosi. Lui era venuto come un pellegrino di quei tempi, ma erano cambiati, i tempi, e la carità, quella poca carità  che ancora esisteva nel mondo, la si distribuiva con avarizia.
Tornò a casa stanco e nervoso per il troppo pensare, e per la rabbia che aveva accumulato. I suoi avevano lasciato la tavola apparecchiata. Appena lo sentirono entrare, Marisa si affrettò ad andargli incontro.
«Li hai comprati i televisori? Mamma mi ha detto…»
«No. Non era una buona partita» tagliò corto. Marisa si accorse che era imbronciato, e sapeva che in quelle circostanze si doveva lasciarlo in pace. Arrivò la moglie con la pentola della minestra. Gliela versò nel piatto, senza dirgli niente. Lei lo conosceva ancora meglio di Marisa. Ubaldo chinò il capo e cominciò a mangiare. Il secondo, lo lasciò a metà. Fece una brontolata, dicendo che la carne non era cotta bene, era dura a masticarsi. Tracannò il bicchiere di vino. Prese una mela dal vassoio della frutta, l’addentò e con il cibo in bocca, avviandosi all’uscio, disse:
«Esco. Ho bisogno di un po’ d’aria.»
In quegli anni, la gente, soprattutto di paese, era tornata alle abitudini d’un tempo, e la sera, specialmente gli uomini, si radunava nei bar a giocare, e ancor più a discutere. Lo facevano anche le donne, e questa era una novità rispetto al passato. Il gioco era diventato un pretesto, e ci si radunava per parlare di politica. Si masticava più politica che calcio. Soprattutto si discuteva della magistratura, che in quei giorni era protagonista di alcuni episodi clamorosi.
Il locale era pieno. Molti stavano in piedi, accanto al bancone. Bastianino, l’ingegnere, vide entrare Ubaldo Torreggiani.
«Prepara un ponce per Ubaldo» disse, rivolto al barista.
«Di che cosa sbraitate.»
«Sono tornati i tempi di Coppi e Bartali. C’è chi tiene per il governo, e chi per la magistratura. Ma ce n’è per tutti.»
Angelino, il medico, si accorse di Ubaldo.
«Te che hai votato per il governo, non dici nulla?» Aveva votato anche il dottore, però, per il governo, e aveva dovuto sorbire un provvedimento che lo penalizzava nei guadagni.
«Avremo fatto bene?» disse, facendoci una risata sopra.
«Il governo ha ragione. Bisogna che i magistrati tornino a fare i magistrati, ma non come una volta. Bisogna punirli se non amministrano bene la giustizia.» Alcune persone si spostarono a discutere dalla parte di Ubaldo.
«Il governo vuole imbavagliare la magistratura. Così potrà fare il suo comodo e rubare come hanno fatto gli altri. Non ci si deve mai fidare dei governi, di qualunque colore siano, specialmente di quelli che dicono di essere amici del popolo. Da che mondo è mondo il governo è una cosa e il popolo un’altra.»
«Se gli altri hanno rubato, è colpa della magistratura, che ha chiuso gli occhi.»
«E se li ha chiusi vuol dire che le conveniva.»
«Non mi è mai piaciuta la magistratura. È una specie di mafia. Anzi, è peggio della mafia, perché usa le leggi per i suoi sporchi affari.»
Ce l’avevano anche con il capo dello Stato.
«È peggio di un gesuita.» I Gesuiti in realtà erano uomini di Chiesa integri, ma si portavano ancora dietro la cattiva fama di un tempo.
«Che aspettano a chiederne le dimissioni?»
«Se ne vada pure il capo dello Stato, ma se ne deve andare anche questo governo, che prende i soldi dalla povera gente. Tutti i nostri risparmi ci succhia, e per noi è come affidarli a un ladro. Li affideresti mai i tuoi soldi a un ladro? O a uno che ha il vizio del gioco? Ecco la fine che faranno i nostri sacrifici.»
«Ma lo sai i guai che questo governo ha ereditato? Sono milioni di miliardi di debito. Tu, non la sai nemmeno scrivere una cifra simile. Credi che si possa rimediare in quattro e quattr’otto, con la bacchetta magica? Ci vogliono decenni, se avremo fortuna. Ecco perché bisogna lasciarlo lavorare in pace.»
«E così noi saremo sempre più poveri, e i ricchi sempre più ricchi.»
«Si deve tirare la cintola, ora. Poi si vedrà.»
«Si vedrà che cosa? Noi si morirà, prima di vedere.»
«Il debito di uno Stato fa più male ai poveri che ai ricchi. Conviene che qualcuno riesca a sanarlo. Poi ci riprenderemo a poco a poco i nostri diritti. Tu non hai figli, e quindi non puoi capire che un padre è pronto a farsi tagliare anche una mano, perché i figli possano sperare in un lavoro. Oggi si tratta di fare questo.»
«E quando hai perso una mano, mi dici come puoi lottare?»
«Anche con una mano sola si può, se si vuole. Ma lotteranno soprattutto i nostri figli, e lo faranno avendo un lavoro, come facemmo noi tanti anni fa, non lo ricordi più?»
«Dicono che sono state quelle nostre conquiste a rovinare l’Italia.»
«Baggianate. Sono state le ruberie dei politici. Noi non rinunceremo mai ai nostri diritti. E il nostro diritto, il diritto di tutte le genti, è quello di migliorare sempre di più. Senza le ruberie, le avremmo conservate le nostre conquiste.»
Era entrato anche Nasone e si era unito al gruppo di Ubaldo.
«Rubano anche le banche» disse «e nessuno ci mette bocca.»
«Parole sacrosante» commentò subito Ubaldo.
«A me la banca ha fatto del bene» intervenne uno che aveva già detto la sua sulla politica.
«Sei stato fortunato,» rincarò la dose Nasone «perché invece succede sempre il contrario, e se uno ha bisogno della banca, prima o poi finisce male. Se lo mangia la banca il guadagno del nostro lavoro.»
«Il guaio è che nessuno le ha mai toccate, le banche. Figurati se le tocca questo governo!»
Ubaldo non intervenne più. La voglia di discorrere gli era passata.
«Posso offrirti qualcosa?» Nasone lo condusse da parte, mettendogli un braccio sulle spalle.
«Ho già preso un ponce.» Nasone lo guidò verso l’uscita.
«Hai bisogno di niente? Sai che voglio aiutarti. Non hai che da chiedere.»
«Quando possiamo vederci?»
«Passa domattina dal negozio, verso le undici.»
«Ci sarò.»
Gli era andata via la voglia di discorrere, a Ubaldo Torreggiani, e così non rientrò al bar. Ci rientrò invece Domenico Santo, detto Nasone. Ubaldo vide che aveva già ripreso a discutere coi compagni.
«È un uomo fortunato» disse.
Si avviò verso casa, piano piano, cercando di respirare profondamente. Gli avevano detto che facendo in questo modo, si riesce a distendere la mente, quietarsi. Ne aveva bisogno. Forse Nasone lo avrebbe aiutato sul serio, senza pretendere interessi esosi, come invece era risaputo. Forse per lui intendeva avere qualche riguardo, essendo paesano, e volendo fare bella figura col mostrarsi uomo generoso. Ce l’aveva Nasone questa smania di mettersi in mostra. Anche da ragazzo, si raccontava. Veniva da una famiglia povera e si era fatto strada coi denti. Si arrangiava a guadagnare quando ancora aveva i calzoni corti. Il senso degli affari e del guadagno era innato in lui.
E se invece non fosse stato generoso e lo avesse trattato come gli altri? Si sa che gli strozzini non hanno cuore, e forse sono diavoli in persona. Poteva trovarci gusto a schiacciare, dall’alto della sua ricchezza, i disgraziati come lui. Verso gli sfortunati la società, ora più che nel passato, non aveva compassione. Non nutriva riguardi per chi cadeva, e si restava soli.
Passando davanti al cimitero avvertì dei rumori sospetti. Sul piazzale tutte le luci dei lampioni erano accese, e avvicinandosi al cancello del cimitero si poteva guardare al suo interno. Così fece, incuriosito. Non vide nessuno, ma le voci non venivano da lì, bensì da un altro punto, dietro, dove, ricordava Ubaldo, c’era una stanza abbandonata. Girò intorno al cimitero. Cercò di non far rumore. La porta della stanza era socchiusa, sgangherata, piena di fessure. Attraverso queste, spiò. Erano i tempi dei riti satanici, degli esoterismi, delle sètte, che erano cresciute dappertutto nel mondo. Si stava instaurando una nuova fede, così sembrava, contraria a Dio. Nella Chiesa diminuivano le vocazioni, mentre cresceva il numero delle sètte. Anche i giovani subivano il fascino di quei riti, dove spesso si consumava sesso a volontà, e a cui partecipavano donne molto disinibite e consenzienti. Esse stavano al centro di quei riti, spesso nude, coperte solo da un cappuccio in testa, come del resto gli altri partecipanti.
Erano una decina di ragazzi, quelli che vide Ubaldo, di cui tre femmine. Compivano il rito davanti a una testa di animale, e avevano appeso alle pareti alcuni piccoli crocifissi rovesciati. Facevano sesso in quel momento tutte e tre le donne, e qualcuno metteva uno di quei crocifissi davanti alle coppie, brontolando delle bestemmie.
«Vado a chiamare don Saverio» pensò subito Ubaldo, e come era arrivato, piano piano rifece il giro del cimitero, e fu sul piazzale. La canonica stava a due passi. Non era ancora mezzanotte. Don Saverio di solito andava a letto molto tardi, si fermava a leggere o a pregare o a scrivere nel suo studiolo. Bussò. Venne ad aprirgli. Non si meravigliò di vederlo, perché altre volte andavano a visitarlo a quell’ora. Un prete non ha orari né diritti, come invece un qualsiasi cittadino.
Sapeva che Ubaldo aveva qualche problema, che gli affari non andavano bene. Si aspettava di parlare con lui di questo. Lo fece accomodare, ma Ubaldo ancora confuso, anche spaventato, gli narrò quanto aveva visto.
«C’è il diavolo in paese» disse.
Subito don Saverio mise tutto ciò in relazione con l’incidente capitatogli il giorno prima. Prese un bastone e un altro lo diede a Ubaldo.
«Li  sistemiamo per bene, vedrai che gli passerà la voglia.»
«Andiamo al bar a chiedere aiuto.»
«Dobbiamo sbrigarcela da soli» rispose il prete. «Meno si sa di queste faccende, meglio è.» Temeva che qualcuno le prendesse ad esempio e le praticasse. I giovani subiscono facilmente la lusinga delle novità.
Piano piano arrivarono alla stanza. La porta era ancora socchiusa. Si misero a spiare per vedere se c’era gente all’interno, ma non videro nessuno. Si guardarono in viso, e proprio in quel momento comparve alle loro spalle un gruppo di quei giovani, ancora incappucciati e nudi. Don Saverio e Ubaldo non fecero in tempo a reagire che furono colpiti. Quando si risvegliarono era trascorsa da poco l’una di notte, e all’intorno non c’era più alcun segno di quanto era accaduto.
«Non dire niente a nessuno, mi raccomando» disse don Saverio. «Per il momento, deve restare una cosa tra noi.»


Letto 1626 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart