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Giallo: Le tre sorelle/A detective story: The Three Sisters (Trad. Helen Askham) #14/14

28 Luglio 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Le tre sorelle #14

Quando giunse il commissario, fu Virginia a confessare il delitto.
«Lo abbiamo ucciso, perché abbiamo creduto, come lei, che fosse stato lui ad uccidere l’ingegnere. Non glielo potevamo perdonare. L’ingegnere era diventato tutto per noi. Lo amavamo! Capisce? Lo amavamo! Non potevamo perdonare il suo assassino, anche se si trattava di nostro fratello.»
«Non lo avrei mai creduto possibile» disse Renzi, quasi mormorando tra sé. «Era vostro fratello…»
«Non era colpevole» disse Carlotta. «Lo abbiamo ucciso e non era colpevole! Sarà questa la nostra vera condanna. Era innocente! Nostro fratello era innocente!»
Renzi guardò Jacopetti come per compatirle.
Fu ancora Carlotta a parlare, restando però seduta, come le altre.
«Dopo che lo abbiamo colpito tutte e tre con questi coltelli, e stava agonizzando nel suo letto, Basilio ci ha guardato con terrore, poi si è messo a piangere. Avete ucciso un innocente, diceva; come avete potuto credere che vostro fratello fosse un assassino? È stato Sestilio ad uccidere l’ingegnere, per gelosia. Voleva che anch’io mi unissi a lui per vendicare la morte di Vanessa. L’ho scongiurato di non farlo, ma non mi ha voluto ascoltare. Lui, e non io, è l’assassino dell’ingegnere. Nostro fratello piangeva, mentre stava morendo. Ci ha detto la verità, non aveva alcun motivo per mentire. Siamo diventate delle assassine. Non ci sarà mai perdono per noi che abbiamo ucciso nostro fratello.» Stavano tutte e tre col capo chinato, e Sisto si era messo in ginocchio al capezzale del figlio. Il commissario Renzi non parlò più.
Quella mattina il cadavere dell’ingegnere sarebbe partito alla volta di Milano, poiché la Scientifica aveva dato il via libera alla sepoltura. Renzi pensò a lui, uscendo dalla casa di Basilio. Le tre sorelle furono condotte via in manette, passarono col capo abbassato tra la folla radunata davanti alla porta di casa. Nessuno inveì contro di loro. Le accompagnava don Saverio, che aveva avuto il permesso da Renzi.
Renzi, insieme con Jacopetti, si avviò in fretta alla volta della casa di Sestilio.
Non ci volle molto ad ottenerne la confessione. Quella mattina, senza che la madre se n’accorgesse, era scivolato fuori per recarsi alla villa. Era entrato furtivamente da una finestra lasciata aperta per le pulizie. Ucciso l’ingegnere, era passato di nuovo dalla finestra, e aveva atteso il momento giusto per salire in camera sua, senza che la madre lo notasse.
«E la pistola?»
«L’ho gettata nell’Ozzeri.» Fu trovata dragando nel punto indicato da Sestilio.
Ritornati al commissariato, Jacopetti gongolava di soddisfazione. Si mise subito a battere a macchina le conclusioni dell’indagine.
«Il caso è chiuso» disse, portando il fascicolo al commissario, per la firma.
«Non è stato un caso difficile, non sei d’accordo, Jacopetti?»
«È uno dei più facili che ci sia capitato. L’ingegnere ha ucciso la signora Vanessa, bella donna, però! Sestilio, amante di Vanessa, ha ucciso l’ingegnere per vendicarla. Le tre sorelle, convinte che, al contrario, fosse stato Basilio, hanno ucciso il fratello. Un fatto orribile, agghiacciante. Quelle disgraziate porteranno il fardello della colpa fino a che vivono.»
«E oltre, se c’è un aldilà.»
«Eccome se c’è, commissario. Quelle, finiranno nel peggiore dei gironi dell’inferno.»
«Ci andremo tutti all’inferno, Jacopetti, se il Padreterno non ci userà misericordia. La dovrà usare tutta, però, senza risparmio. Quella degli uomini è una specie maledetta.»
«E anche quella delle donne, non lo dimentichi, commissario. Se l’uomo va all’inferno, la strada gliela spiana la donna.»
«Piove sul bagnato.»
«Firmi qui, commissario.»
«Abbiamo fatto proprio un bel lavoro.»
Trascorsa una settimana, quando il fascicolo era già stato deposto in archivio e cominciava ad ammucchiare polvere sulla sua copertina, al commissariato, indirizzata proprio a Luciano Renzi, giunse questa lettera:

“Quando le giungerà questa lettera, io non sarò più di questo mondo. Mi sarò ucciso, poiché non mi era più possibile vivere. Vanessa l’ho assassinata io. Era mia sorella, come ho potuto farlo? È da questo rimorso che non riesco a liberarmi. Non dormo più. Anche nel mio lavoro, non trovo pace. I miei pazienti non mi riconoscono più. Li sto perdendo. La mia vita è diventata un inferno. L’ho uccisa per via di quella vita che faceva. Ho cercato di comprenderla. Le volevo bene. Trovavo ogni giustificazione possibile per perdonarla, ma alla fine è entrato in me il tarlo della gelosia. Vanessa era troppo bella per darsi via così. Poteva aspirare ad un matrimonio conveniente, sposare un uomo ricco e vivere agiatamente per il resto della sua vita, levandosi ogni capriccio. Le ho parlato di questo più di una volta. Mi diceva sempre che ci avrebbe pensato, e poi, dalle sue telefonate, venivo a sapere che era lontana da me, nel letto di un nuovo amante. La sua condotta era diventata ormai scandalosa, dopo le prime volte. I conoscenti mormoravano. Mi sembrava che ridessero alle mie spalle, si prendessero gioco di me. Ho cominciato a pensare che anche qualcuno di loro potesse essere l’amante di mia sorella. Un inferno, commissario, quando questo tarlo entra nella testa. Così ho iniziato ad avvertire sulla mia pelle le ferite che provocava in me il comportamento di Vanessa. Da principio come delle punture, sopportabili, poi sempre più devastanti. Le telefonate di mia sorella erano diventate una tortura. Sentirla felice, mi procurava un atroce dolore, a causa della ragione sordida che generava la sua felicità. Decisi alla fine di ucciderla, e di far cadere i sospetti sull’ingegnere. Ho architettato tutto con freddezza, controllando e ricontrollando ogni particolare. Quando mi sono convinto che tutto era stato previsto, ho agito. Ho atteso la telefonata di mia sorella, che avvenne quel lunedì 7 agosto, nel primo pomeriggio. Era stufa della situazione che si era creata alla villa. Non sopportava di essere messa in ridicolo da quelle tre contadinotte. Le chiamò proprio così, anche se erano belle da morire, aggiunse. Le proposi di andarla a prendere. Vengo a prenderti io, le dissi. Ti riporto a casa. Rimase un po’ sorpresa, ma accettò. Era troppo arrabbiata per non desiderare di uscire subito da quella casa. Ci siamo accordati che sarebbe venuta al cancello alle tre di notte. Io dovevo solo stare lì ad aspettarla. L’ho vista arrivare con la valigia, ha aperto il cancello. Ne ho un’altra, mi ha detto. Devo tornare a prenderla. Sono andato con lei. Non voleva, ma temevo che ci mettesse troppo a ritornare. Così, piano piano, per non svegliare l’ingegnere, siamo saliti in camera sua, ho preso la valigia e mi sono allontanato in fretta, precedendola. Ho caricato anche la seconda valigia e l’ho attesa. È arrivata quasi subito dopo. È salita e ci siamo allontanati lentamente, cercando di non far rumore. Ad un certo punto, mi sono fermato, e l’ho pregata di prendermi qualcosa sul sedile posteriore. Una scusa. Ero già pronto con un lacciuolo per strangolarla. Appena si è voltata, gliel’ho passato al collo, stringendo più che potevo. Ha cercato di liberarsi, ma non l’ho fatta nemmeno voltare. Stringevo, stringevo, finché non l’ho sentita abbandonarsi. Avevo i guanti alle mani, e così ho raccolto la catenina che era caduta sul sedile. L’ho messa in tasca, perché era entrata a far parte del piano, e ho sepolto mia sorella nel bosco, dove è stata trovata. La catenina mi sarebbe servita a sviare le indagini. Dovevo farla trovare in casa dell’ingegnere. L’occasione è venuta quando sono andato in villa a chiedere all’ingegnere notizie di mia sorella. Mi ha condotto a visitare la camera. Vede, mi ha detto, sua sorella si è portato via tutto il guardaroba, è evidente che se ne è andata, mi ha lasciato solo. Sembrava un po’ abbattuto. Forse le voleva bene. Non se ne poteva fare a meno con mia sorella. Senza che mi vedesse, ho lasciato scivolare a terra, vicino al letto, la catenina, che tenevo avvolta in un sacchetto di plastica. Il resto è storia che conosce meglio di me. Chiedo a lei e al Cielo di perdonarmi, ma sono certo che solo con la morte potrò ritrovare la pace perduta.” Firmato: Attilio Ferrazzani. 

(Fine)

The Three Sisters #14

When Renzi arrived, it was Virginia who confessed.
“We killed him because we believed he’d killed Vittorio, just as you did. We could never have forgiven him for that. Vittorio had become everything to us. We loved him. Do you see? We loved him. We couldn’t forgive his murderer, even if it was our brother.”
“I’d never have thought it possible,” said Renzi softly, almost to himself. “He was your brother…”
“He didn’t do it,” said Carlotta. “We killed him but he didn’t do it. This will be our punishment. He was innocent. Our brother was innocent.”
Renzi glanced at Jacopetti with pity for them in his eyes.
Carlotta continued to speak, still sitting like her sisters. “After we’d all stabbed him with these knives and he was lying on the bed dying, he looked at us in terror and began to cry. You’ve killed an innocent man, he said. How could you have thought your brother was a murderer? He said it was Sestilio who killed Vittorio because he was jealous. He wanted Basilio to do it with him, in revenge for Vanessa’s death. He begged Sestilio not to do it but he wouldn’t listen. It was Sestilio, not our brother, that murdered Lambertini. That’s what he said. Our brother was weeping as he lay dying. We’re murderers. We’ve killed our brother and there can be no forgiveness for us.”
All three sat with their heads bowed while Sisto knelt by his son’s bedside. Renzi said no more.
That morning, Lambertini’s body was due to be taken to Milan, the forensic department having given permission for his burial. Renzi thought of him as he left Basilio’s house. The three sisters were taken away in handcuffs. Looking at no one, they walked through the crowd that had gathered in front of the house. No one shouted at them. With Renzi’s permission, Don Saverio went with them them.
Renzi and Jacopetti hurried to Sestilio’s house. It didn’t take much to obtain his confession. That morning, without his mother noticing, he had slipped out of the house and made his way to the villa. He had entered by a window left open while the room was being cleaned. He shot Lambertini, exited by the same window and waited for the right moment to go back up to his bedroom without his mother seeing him.
“What happened to the gun?”
“I threw it in the Ozzeri.”
It was found when the police dragged the river at the place Sestilio pointed out to them.
When they got back to the police station, Jacopetti was brimming with satisfaction. He immediately sat down to type up the conclusions of the investigation.
“The case is closed,” he said, handing the file to Renzi for him to sign.
“It wasn’t a very difficult one, was it?”
“One of the easiest that’s ever come our way. Lambertini killed Vanessa. A beautiful woman, mind you. Sestilio loved Vanessa and killed Lambertini in revenge. The three sisters, on the other hand, were convinced that Basilio had done it so they killed him. A terrible thing, enough to make your blood run cold. These three sad women will carry the burden of guilt for the rest of their lives.”
“And beyond, if there’s a life hereafter.”
“There certainly is, sir and they’ll end up in the lowest circle of Hell.”
“We’ll all go to Hell, Jacopetti, if the Almighty doesn’t show us mercy. And He’ll have to use it all, no half measures. Man’s mercy is a damnable kind.”
“Women’s too, don’t forget, sir. If a man goes to hell, it’s because a woman paved the way for him.”
“It never rains but it pours.”
“Sign here, sir.”
“We did a good job.”
A week passed. The report had been filed away and was already gathering dust when this letter arrived at the police station, addressed personally to Luciano Renzi:

When this letter reaches you, I will no longer be in this world. I will have killed myself because I can’t go on living. I killed Vanessa. She was my sister. How could I have done it? I can’t escape from the remorse. I can’t sleep. I find no peace of mind in my work. My patients hardly recognise me. I’m losing them. My life has become a hell.
I killed her because of the life she was leading. I tried to understand her. I loved her. I found every possible reason to forgive her but in the end jealousy began to gnaw at me. Vanessa was too beautiful to throw herself away like that. She could have made a good marriage, found a rich man and lived comfortably for the rest of her life, leaving all her follies behind. I talked to her about this several times. She would tell me that she’d think about it and then I would learn from her phone calls that she was far away with some new lover.
After the first few times, her behaviour began to be a scandal. People who knew her were talking about her. I felt they were laughing at me and making fun of me behind my back. I even began to think that any one of them might be my sister’s lover. When thoughts like these start eating into you, superintendent, it’s hellish. I began to feel the pain that Vanessa’s behaviour caused me like wounds. At first, they were bearable, like pinpricks, but they became more and more agonising. Her phone calls became a torment. Hearing her happy gave me unbearable pain because of the sordid reason for her happiness.
In the end I decided to kill her and make suspicion fall on Vittorio Lambertini. I planned everything dispassionately, checking and rechecking every detail. When I was sure that everything had been taken care of, I acted. I waited for the next phone call from my sister which came on the 7th of August in the early afternoon. She was sick of the situation that had been created in the villa. She couldn’t bear being made to look ridiculous by three peasants. That’s what she called them though she said they were very attractive. I suggested I go and get her. I’ll come and take you away, I said. I’ll bring you home. She was a bit surprised but she agreed. She was far too angry not to want get out of that house at once.
We agreed that she would come to the gate at three o’clock in the morning. I would be waiting there for her alone. I saw her coming towards me, carrying a case. She opened the gate. I have another one, she said, I have to go back and get it. I went with her. She didn’t want me to but I was afraid it would take her too long. So, very quietly, so as not to wake Lambertini, we went up to her room and I picked up the case and went out quickly, before she did. I put the second case in the car and waited. She arrived almost immediately. She got in and we set off slowly, so as not to make a noise. At one point, I stopped the car and asked her to get me something from the back seat. It was a trick. I was all ready with the noose to strangle her with. As soon as she turned, I got it round her neck and pulled it as tight as I could. She tried to free herself but I didn’t let her turn round. I pulled and pulled until I felt her go limp. I was wearing gloves and I picked up the locket that had fallen on to the seat and put it in my pocket, because it had become part of my plan. Then I buried her in the woods, where she was found.
I used the locket to put the investigation off the trail. I had to make it be found in Lambertini’s house. The chance came when I went to the villa to ask about my sister. Lambertini took me to see her room. Look, he said to me, your sister took away all her clothes. It’s clear she went away and left me. He seemed rather sad. Maybe he loved her. You couldn’t help loving my sister. I had the locket in a little plastic bag and I let it fall out on to the floor near the bed, without him seeing.
The rest you know better than I do. I ask you and Heaven to forgive me but I know that I will find the peace I have lost only in death.

Signed: Attilio Ferrazzani. 

(The end)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart