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Giallo: Le tre sorelle/A detective story: The Three Sisters (Trad. Helen Askham) #7/14

21 Luglio 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

In calce il testo inglese

Le tre sorelle #7

In un giorno imprecisato del settembre del 1014 Arduino, marchese d’Ivrea e re d’Italia, bussò alla porta della famosa abbazia cluniacense di Fruttuaria, a pochi chilometri da Torino, fondata nel 998 dall’abate Guglielmo da Volpiano, oggi purtroppo distrutta, e, come scrive Giovanni Vignola: “depose davanti a Dio sull’altare la corona regia che gli era stata offerta e imposta sul capo a Pavia il 15 febbraio 1002, presenti i grandi feudatari italiani, fra l’entusiasmo delirante di tutta la popolazione. Poi con la stessa solennità e umiltà si tolse le insegne regie, si slacciò dal fianco la spada e, prostratosi a terra, chiese l’onore e il privilegio di indossare il rozzo saio benedettino. L’ultimo difensore del cosiddetto ‘Regno italico indipendente’ contro il prepotere degli imperatori di Germania si era fatto monaco“[1]
Scriviamo queste cose perché il volgere da un millennio ad un altro non è come passare da uno all’altro secolo. Vi è una suggestione talmente elevata, che nel contare questi primi anni del terzo millennio pare di ritrovarsi, come per incanto, a quei tempi lontani, in cui si combattevano continue guerre che interessavano i feudatari tra di loro, i feudatari e gli imperatori tedeschi, l’impero e il papa, i vescovi – a quei tempi ingordi sopra ogni misura – e i feudatari, e così via. Bastava, a volte, un piccolo pretesto per causare lutti e sciagure. Arduino aveva perfino fatto uccidere il vescovo di Vercelli, Pietro, e osato ribellarsi al papa. Per questo ne subiva la condanna e l’imposizione a farsi monaco.
L’Italia, in quel buio e remoto medioevo, era sprofondata nella più grande confusione. I poteri si erano aggrovigliati. I patti che si stipulavano valevano meno che carta straccia, i tradimenti erano all’ordine del giorno, e non stupivano nessuno. Il popolo ora applaudiva un dominatore, e il giorno dopo era pronto a far salire sugli scudi il suo nemico. Del “Sacro romano impero” l’Italia era ormai diventata un’appendice che procurava solo guai.
Nel terzo millennio, nel nostro Bel Paese il clima non era dissimile d’allora e bastava solo sostituire i nomi, per un aggiornamento. Tutto era rimasto immutato. La scienza, il progresso avevano appena scalfito i cuori, rimasti sostanzialmente aridi e legati, come forse sempre sarà, alla ricchezza e al dominio.
Anche a Lucca c’era fermento. Bastava spostarsi da Montuolo alla città, dentro le sue Mura, e si respirava un’aria più inquieta, turbata da mille risentimenti. Dopo l’assassinio del povero onorevole[2] che aveva acceso di speranze il popolo, si andava ai comizi dei politici solo per fischiarli, di qualunque colore fossero. Ormai erano divenuti frequenti i casi di deputati e di rappresentanti del governo che disertavano gli inviti a partecipare a importanti convegni e manifestazioni per il timore di essere scacciati.
Il commissario Luciano Renzi aveva il suo bel da fare a vigilare perché durante i comizi indetti per una delle tante tornate elettorali tutto si svolgesse nell’ordine.
Oltre a questa preoccupazione, ne aveva un’altra, che stava diventando una fissazione. Al mattino, intorno alle sette, una coppia di tortore veniva a posarsi sul filo della luce davanti alla finestra della sua camera, e entrambe cominciavano a tubare. Il verso della tortora è uno dei più sgraziati ed ossessivi che la natura abbia inventato. È un gugu-gu che assedia il cervello, vi entra come un trapano, e sveglia dal sonno.
Renzi non ce la faceva più a sopportarle e scagliava le peggiori invettive. La moglie cercava di calmarlo.
«Sono così carine. Ma ti dà tanto fastidio il loro canto?»
«Chiamalo canto. Non ne posso più.»
Maria si ricordava di una vecchia storia raccontatale dalla nonna, secondo la quale, quando si desidera scacciare degli uccelli affinché non ritornino più, si devono prendere dei coperchi di pentola e batterli nel luogo da dove si vogliono scacciare, proprio come si battono i piatti di una banda musicale. Insistendo, finalmente si ottiene l’effetto sperato, e gli uccelli non tornano più.
«Vacci te a battere i coperchi là fuori, a quest’ora.»
«Se non ci vai, nessuno lo farà per te.»
Renzi si voltò a guardare la moglie.
«Ma che? Dici sul serio? Davvero mi manderesti là fuori a battere i coperchi?»
Soprattutto immaginava le auto che si fermavano a guardare, e le risate della gente. Si sarebbe risaputo in giro, e al commissariato avrebbero fatto festa per mesi con quella storia.
«Forse hai ragione.»
«Ho sempre ragione» disse lui.
«E allora le dovrai sopportare.»
«Ma di chi saranno?»
«E chi lo sa. Potrebbero venire da lontano.»
«No, no. Questi uccelli sono di qualcuno dei nostri vicini.»
«Apri un’indagine, allora.»
«Mi prendi in giro?»
«Non ti devi arrabbiare, ecco. Ci farai l’abitudine.» Questa sinfonia era cominciata da un anno. Prima ogni cosa andava a gonfie vele. Dormiva tutta una tirata fino alle sette e mezza; poi, un giorno, all’improvviso, ecco comparire quel gugu-gu malefico.
«Come si fa ad allevare un uccello simile?»
«Guarda che anche i merli, gli usignoli, che hanno un bel canto, mica ci fanno dormire. Anche quelli guastano il sonno.»
«Non a me.»
Maria capiva che c’era una bella differenza tra il canto dell’usignolo e quello della tortora, ma che altro poteva dire?
Sul pennello della barba, invece del sapone, quella mattina, ch’era nervoso più del solito, spalmò del dentifricio. Si impiastricciò il viso con quello, e se ne accorse solo quando ormai era troppo tardi. Tirò una mezza bestemmia, anche se in realtà non bestemmiava mai. Maria lo sentì e vide la scena. Si mise a ridere e fu come gettare olio sul fuoco.
«Scimunisci, mio caro Lucianino. È l’età. Gli anni passano. Fra poco arriverà Jacopetti. Sbrigati. Lui sì che è puntuale.»
«Perché? Ho mai fatto tardi, io?»
«C’è sempre qualcosa che non va, la mattina. Non hai più la pazienza di una volta.»
Alle otto in punto, Jacopetti suonò il campanello. Renzi era pronto, andò al citofono.
«Scendo.» S’infilò la giacca; Maria era già sull’uscio per ricevere il bacio. Non ci rinunciava. Era un rito, ormai.
«Fai ammodo» gli disse.
Jacopetti l’aspettava in piedi sulla strada. Aprì lo sportello della macchina e lo fece salire.
«È una bella giornata, commissario. Invece di andare al lavoro, sarebbe bello poter fare una vacanza.»
«Sempre allegro sei, Jacopetti. Fortunato te.»
«Qualcosa non va stamani, commissario?»
«No, no. Su sali, andiamo.»
Si era a pochi giorni dal ferragosto. Faceva un caldo terribile. Giunto in ufficio, Renzi si mise in maniche di camicia e accese il ventilatore. Lo raggiunse Jacopetti.
«C’è da interrogare quei due giovani che abbiamo fermato ieri.»
Il giorno prima si era tenuta in città una manifestazione davanti alla Prefettura. Non molto affollata, per la verità, ma ad un certo punto alcuni giovani si erano messi ad urlare slogan e invettive contro il presidente della repubblica, chiedendone le dimissioni. La polizia aveva sbarrato loro la strada quando si erano diretti verso le porte del palazzo, e così due di essi avevano cercato di superare il blocco, aggredendo alcuni poliziotti. Da qui il fermo. Erano tempi in cui si cercava di reprimere con durezza ogni tentativo di protesta contro lo Stato. La gente immiseriva e lo Stato si faceva tracotante.
«Pensaci tu, Jacopetti.»
«Come mi devo comportare?»
«Fagli la solita ramanzina. Stanotte sono stati al fresco. Spero che basti.»
«È una gioventù inquieta.»
«Non hanno lavoro, Jacopetti. Lo saresti anche tu.»
«Ma fino a quando si dovrà sopportare?»
«Sopportare che cosa?»
«Come, che cosa?»
«Su su, Jacopetti, non ricominciamo. Si fa acqua da tutte le parti, e cosa vuoi che importi ai nostri politicanti se ai giovani manca il lavoro. Hai sentito? Si trovano tutti in vacanza. Noi siamo qui a lavorare, ma i nostri politici sono in vacanza.»
«Chi all’estero, chi in barca.»
«All’estero, ci hanno anche i soldi; per questo di come va la nostra economia a loro non interessa più di tanto. Loro hanno messo il proprio benessere in cassaforte, mi capisci?»
«Certo che la capisco. Sono i nostri risparmi che vanno in fumo, mica i loro.»
«Stamani, Jacopetti, mi vuoi provocare, io lo so. Vai piuttosto a sentire quei due diavoli, e poi mettili in libertà.»
«Allora vado.»
«Non perdere altro tempo.»
Verso mezzogiorno, il piantone bussò e si affacciò alla porta.
«C’è un signore che vuole parlare con lei.»
«Con me?»
«Insiste che vuole parlare con il commissario.»
«Va be’, fallo entrare.»
Entrò. Era un uomo sui trent’anni, distinto, alto, biondo. Si presentò e si accomodò.
Era il fratello di Vanessa. Raccontò che da qualche giorno non riusciva a mettersi in contatto con lei.
«Alla villa, mi si risponde sempre allo stesso modo: che è partita senza lasciare messaggi.»
«Chi le risponde?»
«L’ingegner Vittorio Lambertini.»
«Chi?» Era un nome nuovo per il commissario.
«Non abita qui. È un ricco industriale milanese. Ha acquistato una villa a pochi passi dalla città ed è venuto a trascorrervi una vacanza con mia sorella.»
«Sono sposati?»
«No.»
«Conviventi?»
«Si sono conosciuti da poco.»
«E perché viene da me?»
«Vede, mia sorella ed io siamo molto legati. Ci telefoniamo ogni due o tre giorni, e se qualcuno di noi si assenta da casa per un periodo più lungo, avverte l’altro. L’ultima volta che ho parlato con mia sorella è stato cinque giorni fa. Oggi è sabato 12 agosto. Sì, ho parlato con Vanessa lunedì 7 agosto. Lo ricordo perfettamente perché le ho raccontato che il giorno prima, domenica, ero stato a Innsbruck con degli amici.»
«Che tipo è sua sorella?»
«Un po’ pazzerellona, lo devo ammettere.»
«E allora di che si preoccupa? Sa quante ne conosco di storie come questa.»
«Ma è la prima volta che succede. Non è nelle abitudini di mia sorella lasciarmi senza sue notizie. Vede, noi siamo soli, non abbiamo genitori né altri fratelli. Ecco perché siamo legati l’una all’altro. Vanessa mi avrebbe avvertito, se si fosse dovuta assentare per un lungo periodo.»
«È stato alla villa?»
«Sì.»
«E che le hanno detto?»
«Ho trovato la cameriera, una certa Ilde. Mi ha detto che non ne sapeva nulla, e che dovevo aspettare il padrone.»
«Ci ha parlato?»
«Sono dovuto ritornare ieri, poco prima di pranzo.»
«Lo ha trovato?»
«Sì, ed è la ragione per cui stamani sono venuto da lei.»
«Si spieghi meglio.»
«L’ingegnere è stato vago. Sembrava scocciato di vedermi.»
«Lo conosceva già?»
«È un uomo ricchissimo. Non frequento il suo ambiente. L’ho conosciuto grazie a mia sorella, che me lo presentò un giorno che ci incontrammo per strada. L’ho visto in tutto due o tre volte, sempre a Milano.»
«È un uomo scontroso?»
«No, no. Al contrario. Mi era parso di carattere allegro, con la battuta sempre pronta, quando lo incontravo. Mi ha sempre fatto festa. Scherzava con me.»
«E ieri?»
«Non l’avevo mai visto comportarsi così.»
«E come ha spiegato l’assenza di sua sorella?»
«Mi ha detto che è scappata dalla villa. Lo aveva già fatto alcuni giorni prima. Mi ha fatto salire in camera. Vede?, mi ha detto, sua sorella ha fatto le valigie ed è sparita senza nemmeno salutarmi. Mi ha mostrato anche i cassetti e gli armadi vuoti.»
«Lei sapeva che era già scappata dalla villa?»
«No.»
«Non glielo aveva detto sua sorella?»
«Si è trattato di un’assenza di un paio di giorni, così mi ha detto l’ingegnere. Troppo poco per accorgermene.»
«Non si confida con lei, sua sorella?»
«Sì, spesso. Ma non posso dire che lo faccia sempre.»
«Secondo me, non deve preoccuparsi. Sua sorella ha litigato con l’ingegnere, e se n’è andata per qualche giorno. Questa volta invece di nascondersi a Milano, per evitare di essere rintracciata si è rifugiata da qualche altra parte. Non lo ha confidato a lei, nel timore che potesse sfuggirle qualcosa se l’ingegnere l’avesse interpellata. Fra qualche giorno si farà viva. Dia ascolto a me, torni a casa, e stia in pace.»
«Non sono tranquillo, commissario. Sento che è accaduto qualcosa.»
«Certo che qualcosa è accaduto. Sua sorella non si trova più alla villa, ma da qualche altra parte, che non sappiamo. Ma le sembra un fatto tanto insolito? Non ha detto proprio lei che sua sorella è una pazzerellona?»
«Ma non si era mai comportata così.»
«E che significa? Mica siamo delle macchine, che ci comportiamo sempre allo stesso modo.»
«Forse ha ragione lei.»
«Vedrà che sua sorella presto si farà viva. Torni a Milano, e chissà che non la incontri proprio là.»
Il giovanotto sembrò rassicurato, si alzò, ringraziò e uscì.
Di lì a poco giunse Jacopetti.
«Li ho messi in libertà. Sono bravi ragazzi, commissario. Aveva ragione lei. È la disperazione che li spinge a comportarsi così. Sarebbero dei cittadini esemplari, se le cose andassero come dico io.»
«Come dici tu… Andiamo, Jacopetti. Mica sei il solo ad accorgersi di come vanno le cose.»
«So bene che anche lei…»
«Per carità, lascia perdere. Piuttosto, mentre non c’eri, è venuto un tale che pensa che sua sorella sia svanita nel nulla.»
«Come, svanita nel nulla?»
«Si trovava qui a passare una vacanza. Da alcuni giorni, il fratello non riesce a mettersi in contatto con lei.»
«Dove alloggiava la ragazza?»
«In una villa, a Montuolo.»
«Il paese di Cencio Ognissanti?»
«Proprio quello. Era venuta con un industriale di Milano, che ha acquistato recentemente la villa. Anche il fratello e questa Vanessa, la ragazza scomparsa, sono di Milano. Il fratello, dopo giorni che le telefonava, e si sentiva rispondere che non c’era, è corso alla villa.»
«Che gli hanno detto?»
«L’ingegnere – si chiama Vittorio Lambertini, un riccone, sembra – gli ha risposto che la sorella è scappata dalla villa. Lo aveva già fatto alcuni giorni prima, poi era rientrata.»
«Sono sposati?»
«Sono amanti. Questa Vanessa deve essere una che passa da un riccone all’altro. Vedrai che è una bella donna.»
«Per forza. Altrimenti, col cavolo che trova un amante ricco. Ah, se li avessi io tutti quei soldi…»
«Non ricominciare, eh.»
«Ma, dico io, che ci sono venuto a fare al mondo, se una soddisfazione, dico una, non me la posso levare.»
«Non abbiamo sempre detto che le donne sono un veleno?»
«Un dolce veleno, commissario, che dà una piacevole morte.»
«Lo dico a Esterina.»
«Quella mi ammazzerebbe.»
«Non è il denaro che conta nella vita.»
«E che cosa conta, allora? Col denaro si risolvono tutti i problemi. Il denaro è come un Dio.»
«Lo sai bene come la penso.»
«Sì. Ma con i buoni sentimenti non si cava un ragno dal buco.»
«Questo lo dici tu. Sono convinto che prima o poi i fatti mi daranno ragione.»
«Noi li vediamo i fatti di questo mondo. Li vediamo da vicino, col nostro mestiere. Come fa, commissario, ad essere così fiducioso? Stamani, al contrario, sembrava vedere tutto alla rovescia; non era di buon umore, o mi sbaglio?»
«Non ti sbagli.»
«E allora, come fa a pensare che i buoni sentimenti contano qualcosa, dopo tutto quello che noi vediamo ogni giorno.»
«Oh, Jacopetti! Mica devo rendere conto a te di tutto quello che mi passa per la testa.»
«Anch’io ho i miei guai, commissario.»
«Bene, pensa a quelli.»

[1] In “I grandi enigmi storici del passato”, vol. I, pag. 165, edito a Poitiers il 30 gennaio 1971 per le Edizioni Lombarde.
[2] Episodio narrato nel giallo “I coniugi Materazzo”.

The Three Sisters #7

On an unspecified day in September 1014, Arduino, Marquis of Ivrea and King of Italy, knocked on the door of the famous Cluniac abbey in Fruttuaria, a few kilometres from Turin (founded in 998 by Abbot Guglielmo da Volpiano but now unfortunately destroyed) and, as Giovanni Vignola wrote: “Before God, he laid on the altar the royal crown that had been offered to him and placed on his head in Pavia on 15 February 1002, in the presence of the great feudal lords and amidst the wild enthusiasm of all the populace. Then with the same solemnity and humility he removed the royal emblems, unfastened his sword from his side and, prostrating himself on the ground, asked for the honour and privilege of wearing the rough Benedictine habit. The last defender of the so-called Independent Kingdom of Italy against the excessive power of the German emperors had become a monk[1].”
    I mention this because passing from one millennium to another is not like passing from one century to another. There is something so deeply evocative about it, that in these early years of the third millennium we seem, as if by magic, to have returned to those remote times when ceaseless wars were fought between feudal lords, between feudal lords and German emperors, the empire and the pope, bishops – greedy beyond measure at that time – and feudal lords and so on. Sometimes it required only the slightest pretext to bring about death and calamity. Arduino had ordered the assassination of Pietro the Bishop of Vercelli and dared to rebel against the pope. That was why he had been forced to become a monk.
    Italy in those distant Dark Ages was sunk in deepest chaos. The powers were so entangled that the pacts they made were not worth the paper they were written on and betrayal was the order of the day. Nothing surprised. The people cheered their conqueror one day and were ready to acclaim their enemy the next. From being the Holy Roman Empire, Italy had become a mere appendix that caused nothing but trouble.
    The climate in Italy at the beginning of the third millennium was not unlike that of the past and only the names had to be changed to bring things up-to-date. Nothing had changed. People’s hearts had scarcely been affected by science and progress which were still essentially arid and associated with wealth and domination. Perhaps they always will be.
    There was turmoil even in Lucca. If you went into the centre of town from a quiet village like Montuolo, you could feel the resentful atmosphere charged with countless injustices. After the murder of the Member of Parliament[2] who had brought hope, people went to meetings only to jeer at the politicians, whatever party they belonged to. There had already been instances of MPs refusing to take part in important meetings and demonstrations, for fear of being hounded out of them. Much of Detective-Superintendent Luciano Renzi’s time was taken up with keeping an eye on the situation to ensure that the meetings held during the numerous elections were orderly.
    In addition to this, Renzi had another worry and it was becoming an obsession. A pair of turtledoves had fallen into the habit of coming to perch in the patch of sunlight in front of his bedroom window at about seven in the morning. There the two of them would start cooing. The persistent sound a turtledove makes is one of nature’s least appealing inventions. It gets into your head and wakes you up. These birds were driving Renzi mad and he had taken to calling them the worst names he could think of.
    His wife tried to soothe him. “But they’re so sweet. Does their singing really annoy you so much?”
    “You call that singing? Well, I can’t stand it any more.”
    Maria remembered something her grandmother had told her. According to her, if you wanted to get rid of pigeons, you had to bang saucepan lids together – like cymbals – in the place where you didn’t want them to go. If you kept at it, you finally got the desired effect and they never came back.
    “Go and bang a couple of lids outside now,” said Maria. 
    “What? Are you serious? You’d really send me outside to bang saucepan lids?”
    He was thinking of cars stopping and people watching him and laughing. Everyone would get to hear about it and they’d make the most of it at the police station for months.
    “Perhaps you’re right,” said Maria.
    “I’m always right.”
    “Then you’ll just have to put up with it.”
    “But whose are they?”
    “Who knows? They could’ve come some distance.”
    “No, no. These birds belong to one of our neighbours.”
    “Start an investigation then.”
    “Are you trying to be funny?”
    “Well you mustn’t lose your temper. It’ll become a habit.”
    This had been going on for a year. Before then, everything had been fine and he had slept soundly until half past seven. Then this damned coo-cooing had started.
    “Look at it this way,” said Maria. “You like the sound that blackbirds and nightingales make and they wake you up as well.”
    “Not me they don’t.”
    Maria knew very well that there’s a difference between the song of a nightingale and the cooing of a turtledove but what else could she say?
    That morning, more irritated than usual, he put toothpaste on his shaving brush instead of soap. He had plastered it on his chin before he noticed. He swore, though normally he didn’t. Maria heard him and came to see what the matter was. She started to laugh and that only made things worse.
    “You idiot, Luciano! It’s your age. You’re getting old. And get a move on. Jacopetti’ll be here soon. He’s the punctual one.”
    “What do you mean? When am I ever late?”
    “There’s always something the matter in the morning. You don’t have the patience you used to have.”
    Jacopetti rang the bell at eight o’clock on the dot. Renzi was ready and went to the intercom.
    “Just coming.”
    He pulled his jacket on. Maria was already standing by the door for her kiss. It was a ritual and she never missed.
    “Be good,” she said.
    Jacopetti was waiting in the street. He opened the car door for Renzi and he got in.
    “It’s a beautiful day, sir. It would be nice to be on holiday instead of going to work.”
    “You’re always cheerful, Jacopetti. Lucky you.”
    “Something wrong this morning, sir?”
    “No, no. Get in and let’s go.”
    It was a few days before the mid-August holiday and the heat was intense. In the office, Renzi took his jacket off and turned the fan on. Jacopetti came in.
    “We have to interview these two lads we arrested yesterday.”
    The day before, there had been a demonstration in Lucca in front of the Prefecture. There hadn’t been much of a crowd but at one point some young people had started shouting insults and slogans about the President of the Republic and calling for his resignation. When they started to make their way towards the gates of the Prefecture, the police barred their way. Two of the young people had tried to force their way through and had assaulted a number of officers. Then it was all over. Those were times in which every attempt to protest against the government was firmly put down. The people were getting poorer and the state was high-handed.
    “You see to that, Jacopetti.”
    “How shall I do it?”
    “The usual telling-off. They’ve been locked up all night. I hope that’ll be enough.”
    “Young people are restless.”
    “They don’t have any work, Jacopetti. You’d be the same.”
    “But how long will they put up with it?”
    “Put up with what?”
    “What do you mean, what?”
    “Enough, Jacopetti, don’t get me started. The ship’s taking in water all over the place but what do our politicians care if young people don’t have work? Anyway, haven’t you heard? They’re all on holiday. We’re here working but our politicians are on holiday.”
    “Some abroad, some in their yachts.”
    “They also have money abroad. That’s why they’re not very interested in our economy. They’ve got their money locked up in a safe. See what I mean?”
    “Of course I do. It’s our savings going up in smoke, not theirs.”
    “You’re trying to wind me up this morning, Jacopetti. I know you are. Go and deal with these young hotheads and then let them go.”
    “I’m going.”
    “Don’t hang about then.”
    Towards midday, an orderly knocked on the door and looked into the room.
    “There’s a man wanting to speak to you.”
    “Me?”
    “He insists on speaking to the detective-superintendent.”
    “OK. Show him in.”
    A tall, blonde, elegant man of about thirty came in. He introduced himself as Attilio Ferrazzani, a doctor in Milan. He said he hadn’t been able to get in touch with his sister for a number of days. Her name was Vanessa.
    “They always give me the same answer at the villa – that she left without leaving a message.”
    “Who did you speak to?”
    “Vittorio Lambertini.”
    “Who’s he?” The name was new to Renzi.
    “He doesn’t live here. He’s a wealthy businessman from Milan and he’s bought a villa in Montuolo. He came here on holiday with my sister.”
    “Are they married?”
    “No.”
    “Living together?”
    “They haven’t known each other for very long.”
    “Why come to me?”
    “Well, my sister and I are very close. We phone each other every two or three days and if either of us is going to be away for longer than that, we let each other know. The last time I spoke to my sister was five days ago. Today is Saturday the twelfth. That’s right, I spoke to Vanessa on Monday the seventh. I remember telling her I’d been to Innsbruck with friends the day before.”
    “What’s your sister like?”
    “A bit impetuous, I have to admit.”
    “So what are you worrying about? You don’t know how often I hear stories like this.”
    “But it’s the first time it’s happened. It’s just not like my sister not to keep me informed. There’s just us, you see. We don’t have parents or other brothers or sisters. That’s why we’re so close. Vanessa would’ve told me if she had to be away for some time.”
    “Have you been to the villa?”
    “Yes I have.”
    “And what did they tell you?”
    “I spoke to a maid. Called Ilde. She said she knew nothing about it and I’d have to wait and see the owner.”
    “Did you speak to him?”
    “I had to go back yesterday, just before lunch.”
    “Did you see him?”
    “Yes I did and that’s the reason I’ve come to see you today.”
    “I don’t follow.”
    “He was vague. He didn’t seem pleased to see me.”
    “Had you met him before?”
    “He’s a very rich man. I don’t move in his circles. I met him through my sister. She introduced me one day when we bumped into each other in the street. I met him two or three times altogether, each time in Milan.”
    “Is he an unsociable kind of person?”
    “Not at all. Quite the reverse. When I met him he struck me as a cheerful sort of a guy, always with something witty to say. He was very friendly with me. Jokey.”
    “But not yesterday.”
    “I’d never seen him like that.”
    “How did he explain your sister’s disappearance?”
    “He told me she’d left the villa. He said she’d done the same thing a few days earlier. He took me upstairs to her bedroom. Look, he said, your sister packed her bags and disappeared without a word. He also showed me the empty drawers and wardrobes.”
    “Did you know she’d already left the villa?”
    “No I didn’t.”
    “Hadn’t your sister told you?”
    “She was away for just a couple of days, so Lambertini told me. Not long enough for me to notice.”
    “Doesn’t your sister confide in you?”
    “Oh yes, often. But I can’t say she always does.”
    “I don’t think you’ve anything to worry about. Your sister’s quarrelled with this man and gone away for a few days. Instead of hiding in Milan this time, she’s taken herself off somewhere else so she can’t be traced. She hasn’t told you for fear you might let something slip if he asked you where she was. She’ll reappear in a few days. Take my advice, go home and don’t worry.”
    “But I am worried, superintendent. I feel something’s happened.”
    “Certainly something’s happened. Your sister’s not at the villa any more. She’s somewhere else and we don’t know where. Does that seem so unlikely to you? You told me yourself your sister’s a bit impetuous.”
    “But she’s never done this before.”
    “So what? We’re not machines. We don’t act the same way all the time.”
    “Perhaps you’re right.”
    “Your sister’ll turn up soon. Go back to Milan. Maybe you’ll run into her there.”
    Ferrazzani seemed reassured, got up, thanked Renzi and left.
    Jacopetti appeared soon after.
    “I’ve let them go. They’re nice boys, sir. You were right. It’s desperation that makes them behave like that. They’d be exemplary citizens of things would only go way I say they should.”
    “As you say! Come on, Jacopetti, you’re not the only one to see how things are.”
    “I know that you…”
    “Heavens above, enough. Here’s something else for you to think about. While you were away, a man came to see me. He thinks his sister’s vanished into thin air.”
    “Vanished how?”
    “She was here on holiday. He hasn’t been able to get in touch with her for a few days.”
    “Where was she staying?”
    “In a villa near Montuolo.”
    “The village where Cencio Ognissanti lived?”
    “The very one. She came with a businessman who’s recently bought the villa. He’s from Milan. So are the brother and this Vanessa. The brother had been trying to get her on the phone for a few days and they kept telling him she wasn’t there, so he came rushing down.”
    “What did they say?”
    “The owner – called Vittorio Lambertini, extremely rich it seems – told him his sister had left the villa. She’d done the same thing some days earlier and then come back.”
    “Are they married?”
    “Lovers. This Vanessa must be the type that goes from one rich man to another. No doubt she’s beautiful.”
    “No doubt. How would she find a rich lover otherwise? Ah, if only I had that kind of money…”
    “Don’t start.”
    “But, I ask you, why was I born if I can’t get satisfaction? Just once?”
    “Haven’t we always said that women are poison?”
    “Sweet poison, sir, that leads to a pleasant death.”
    “I’ll tell Esterina that.”
    “She’d kill me.”
    “Money’s not the important thing in life.”
    “What is then? You can solve all your problems with money. Money’s power.”
    “You know very well what I think.”
    “Yes, but what can goodwill do? Not a lot.”
    “So you say, but sooner or later the facts will prove me right.”
    “We see the facts of life in our job, sir. We see them up close. How can you be so optimistic? Actually, you seemed quite the opposite this morning. I didn’t think you were in a very good mood.”
    “You were right.”
    “So how come you think goodwill counts for something with all that we see every day?”
    “Oh, Jacopetti! I don’t have to account to you for everything that passes through my head.”
    “I have problems too, sir.”
    “Then think about them.” 

[1] In Great Historic Riddles of the Past, vol. I, page 165, published by Lombarde, Poitiers, 30 January 1971.
[2] Recounted in the detective story I coniugi Materazzo.

 

 

 

 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart