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Giallo: Michele #1/10

21 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #1

A Lucca, l’ingegner Michele ci si trovava per lavoro. Dirigeva il cantiere per una nuova strada. Attorniato dai collaboratori, sembrava il Padreterno. C’erano belle ragazze nel paese dove passava la strada. Lui era ancora un bell’uomo, libero, sessant’anni portati come un giovanotto. Le vedeva andare e venire tutti i giorni. Qualcuna sostava ad osservare, ogni tanto. Tra queste, Martina. Possibile che si sia invaghita di me, pensava. Perché Martina, tutte le volte che passava vicino al cantiere, con gli occhi cercava proprio lui, e quando incontrava il suo sguardo, non lo sfuggiva. C’erano molti anni di differenza. Anche a lui Martina piaceva. Una passione senile? Una delle tante che percorrono la vita di un uomo?
  Il padre di Martina aveva bottega in paese, un negozio di ferramenta ben attrezzato. Venivano anche da fuori a comprare da lui. Non ci mancava niente.
  «Quando ci sarà la nuova strada, lo farò ancora più grande. Non è vero, ingegnere, che la strada porterà affari d’oro per tutti?»
  «Pensa sempre ai soldi, lei. Ma non ne ha mai abbastanza?»
  «I soldi sono tutto nella vita. Prima i soldi, poi l’amore, ecco che le dico.»
  Aveva preso una cameretta in paese, l’ingegnere, e dopo le ore di lavoro, spesso restava lì a chiacchierare coi paesani. Badile era il padre di Martina. Tutti lo chiamavano così, forse per via del mestiere, invece che con il suo vero nome, che nessuno più ricordava.
  «Non ci scherzi, Badile, con l’amore.»
  «Ma mi dica lei, se non ci sono i soldi, ci può essere l’amore? Osservi le ragazze di oggi. Vogliono divertirsi, e se uno non ci ha i soldi, niente. Le ragazze se le deve scordare.» Stava appoggiato allo stipite della porta, allorché in bottega non c’erano clienti. Michele, quando Badile parlava così, pensava a sua figlia, a Martina. S’immaginava di possederla. Lui un omone dal fisico ancora gagliardo. Un atleta. Lei asciutta come un’indossatrice. L’avrebbe potuta spezzare solo a toccarla, però. Ma perché gli produceva dentro tutto quel fuoco? Qualche volta, mentre discorreva con Badile, arrivava lei.
  «Buona sera, ingegnere. Non lo stia a sentire mio padre. Lui confonde la testa alla gente.» Anche tu, avrebbe voluto rispondere. Ma solo con gli occhi rispondeva, e Martina sentiva lo stesso. Da dentro la bottega a volte lo chiamava.
  «Ingegnere, venga a vedere qui.» E gli mostrava qualche progetto di suo padre circa l’ampliamento del negozio, una volta finita la strada.
  «Non le sembra impazzito, mio padre? Che se ne fa di un negozio tanto grande, in un paese così piccolo.» Stendeva i disegni sul bancone e quando anche Michele abbassava la testa per vedere meglio, l’abbassava anche lei, e poi d’un tratto alzava gli occhi e anche Michele li alzava, e l’uno li penetrava in quelli dell’altro. Badile entrava a rimproverare la figliola.
  «Non capisci niente di queste cose. Lascia fare a tuo padre, che se n’intende. Per ora, lo sa ingegnere?, non ne ho sbagliata nemmeno una nella mia vita.»
  «Suo padre, lo fa anche per lei, Martina.»
  «Per me?»
  «Lei è figlia unica. Dovrà badare al negozio, un giorno.»
  «Bravo ingegnere. Glielo dica a questa capricciosa, che non mi vuole dare retta. Io i sacrifici li faccio per lei, perché non debba soffrire nella vita. E lei sa che mi risponde? Te non lo fai per me, ma pensi ai tuoi soldi, e vuoi averne sempre di più. Mi dica se son discorsi da fare a un padre che non sa nemmeno più che cos’è una vacanza, per non avere dei rimorsi.»
  «Rimorsi?»
  «Sì, io ce la voglio fare. Voglio che Martina non abbia nessun pensiero nella vita, e chi la sposerà, deve sapere che sposa una regina.»
  «È fortunata, Martina, ad avere un padre così.» Si sentiva anche lui in vena di dare consigli, come un padre, ma dentro aveva la voglia di prendersela quella ragazza, e di portarsela a letto come un vecchio caprone. Che c’è di meglio da fare al mondo, se non portarsi a letto una ragazza come Martina?
  «Mi sta a sentire, ingegnere?» Martina lo rimproverava tutte le volte che lo avvertiva assente, ma fingeva, perché in realtà leggeva i suoi pensieri, e ci si metteva in quel letto, e le piaceva che l’ingegnere spasimasse per lei. Vedeva la scena. Lei si spogliava lentamente. Lui stava seduto sulla sponda del letto e la guardava. Lei scopriva i seni. Lui cominciava a fremere. Si controllava, ma a lei non gliela faceva. Se n’accorgeva se quel maschio andava in calore. Una femmina non ha bisogno nemmeno di guardarlo il maschio per sapere se è in calore. C’è nell’aria, intorno a lei, l’afrore della sua lussuria. Allora lui si alzava e le toccava i seni. Lasciava fare. Le piaceva. Lui scendeva con la mano sui fianchi. Lei gli accarezzava quelle mani, ma non per fermarle. Lui lo sentiva che era un segno. Svelto le calava le mutandine, lei alzava i piedi, lui le allontanava, e finalmente era tutta nuda. Pronta per lui. Il caprone riusciva però a controllarsi. Lei lo sentiva bollire, e le piaceva quella forza che ora veniva trattenuta, ma era sul punto di esplodere. Si lasciava accarezzare ancora. La baciava sul petto, sul ventre, sul pube, sulle cosce, prima l’una, poi l’altra. E lei lasciava fare, chinava un po’ la testa all’indietro. Si scioglievano i capelli. Ci provava piacere. Gli teneva la testa, e sentiva la sua calvizie, e lo eccitava carezzare quel cranio quasi interamente calvo. Ci passava sopra la mano ripetute volte, mentre lui continuava a baciarla. L’ingegnere, quando Martina pensava a queste cose, gliele leggeva negli occhi, ed entrambi si incontravano negli stessi pensieri, e, col solo guardarsi, si trasferivano chissà dove, anche a mille miglia di distanza, nella stessa camera a sfogare la lussuria.
  «E tu non ti spogli?» Michele in fretta e furia si toglieva la camicia, i pantaloni, le brache.
  «Tutto, levati tutto, anche la canottiera. Se no, non ci sto. Devi essere nudo come me.» Giocava con lui. Lo dominava. Era lei la padrona? Non gli importava. Gli piaceva. Gettava lontano l’ultimo indumento e nudo si accostava a lei. Se la stringeva tra le braccia, forte forte. I seni si schiacciavano sul suo petto. Lei gli sussurrava che le piaceva quel petto peloso, mi eccita, e glielo toccava con le mani. Poi scendeva giù giù e lui sentiva che quella ragazza aveva la malizia del demonio, e forse di più. Arrivava al punto che gli scoppiava la testa per i suoi giochi d’amore.
  Badile prendeva i disegni che stavano sul banco e di nuovo li arrotolava.
  «Qui c’è la tua fortuna, figliola.»
  «Ma io in negozio lo sai che non ci sto.»
  «Finiscila con questa storia. Te lo dice anche l’ingegnere che sei fortunata. Altre ragazze non lo sanno nemmeno che cosa le aspetta nella vita. E tu invece puoi già guardare al futuro con fiducia. Grazie a me. Se dipendeva da tua madre, noi s’era ancora tutti in quella stanza lì, piccina piccina» e le indicava la parte vecchia del negozio, che era stata di suo padre, dal quale aveva ereditato il commercio. «Tua madre non ha mai avuto coraggio. E invece bisogna rischiare per far fortuna. Abbiamo litigato spesso per queste cose. Lei sempre a dire: “ma non ti basta, ce n’è abbastanza per star bene. Non metterti in nuovi pensieri. Più ci s’ingrandisce, e più la vita diventa difficile. Bisogna sapersi accontentare”. E io, invece, a dirle che per mantenere quello che hai, devi ingrandire sempre di più. Se no, vai all’indietro. Perché crescono gli altri, e ti levano il pane di bocca. Non è vero, ingegnere, che è cosi?»
  «Ha ragione da vendere. Ha fatto bene i suoi conti, Badile, ed ora lo vede da sé che non ha sbagliato.» Badile si gonfiava davanti alla figlia.
  «Ma se io in bottega non ci voglio stare, non può costringermi nessuno, non è vero anche questo, ingegnere?» E Martina lo fissava negli occhi mentre poneva la domanda, e Michele capiva che cosa volesse dire.
  «Però per suo padre sarebbe un gran dispiacere.»
  «Ma la devo scegliere io la mia strada, non è cosi?»
  «E cosa vorrebbe fare?»
  «E chi lo sa? Mi lasci crescere ancora, ingegnere.» Ma l’ingegnere glielo leggeva negli occhi il mestiere che avrebbe voluto praticare. Suo padre ne approfittava per rimproverarla.
  «Sente, che risposte. E un padre, mi dica lei se la può stare ad ascoltare una figliola che dice queste cose. Ma alla sua età, si deve già avere qualche idea in testa, non è vero, ingegnere?» Martina aveva diciassette anni, e andava ancora al liceo.
  «Non è la sola a non avere ancora idee sul suo futuro. Non se la prenda, Badile. Non lo vede com’è la società di oggi? Si è come nella giungla. Forse è meglio non avercele le idee, finché non ci si trova coinvolti. Altrimenti si hanno solo delusioni.»
  «Se non si hanno delle idee, non si fa molta strada.»
  «Ma io non ci credo che Martina non abbia delle idee. Forse non vuole confidarcele.» E la guardava con un sorriso che diceva più delle parole.
  «Forse» chiudeva lei, e si ritirava svelta svelta nel retrobottega. Michele la immaginava spogliarsi e fare all’amore con lui.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart