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Giallo: Michele #10/10

30 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #10

Il cantiere chiuse alle 17. I crumiri uscirono ordinatamente. Furono fatti salire su delle auto e lasciarono il paese scortati per un lungo tratto dalla polizia. Qualcuno s’era radunato sulla strada per insultarli, ma erano in pochi, questa volta, e la polizia lasciò fare. Michele si trattenne ancora un po’, diede un’occhiata in giro. Aveva fatto mettere un po’ d’ordine, ma restavano i segni di ciò ch’era successo. Alcune delle pesanti ruspe erano ancora a terra, rovesciate, altre erano state rimesse in piedi e riadoperate in quella stessa giornata. Ma lui la ferita ce l’aveva dentro. Tutto sarebbe andato a finire come non avrebbe mai desiderato. Anche questa volta, nonostante la sua rabbia e la sua determinazione. Quando ci sarebbe stata la resa dei conti per conoscere la verità che sta chiusa nella nostra coscienza? Era sempre giorno. L’estate era torrida. A quell’ora cantavano ancora sugli alberi le cicale. Non ce la faceva ad andare in giro per il paese. Non perché avesse paura di qualcuno, ma semplicemente perché non se la sentiva di posare i suoi occhi sugli uomini. S’incamminò verso casa. Salì le scale. La padrona della pensioncina gli andò incontro.
  «È stata una giornata terribile, vero, ingegnere? Ho visto quello che hanno combinato. È quel Tullio che li manovra. Quel mascalzone. Se non ci fosse lui, non ci sarebbero tante teste calde in giro. I più, sono brava gente, gliel’assicuro. Li conosco bene.»
  «Sono venuto qui da Milano contento, ero sicuro di portare la gioia, perché dove vado io porto il lavoro alla gente. E invece, guardi lei che cosa mi è capitato.»
  Continuò a salire le scale e si trovò davanti alla sua camera. Girò la chiave e entrò. Andò alla finestra. Guardò la piazza del paese. C’era gente a discorrere. Qualcuno alzava ogni tanto la testa verso i vetri per vedere se lui era in casa. Che avevano mai da dirsi? Non bastava ciò che avevano fatto? Si levò dalla finestra e si mise sulla poltrona, prese un libro che già aveva cominciato a leggere, e scostò il segnalibro di pelle. Era “Paese d’ombre” di Giuseppe Dessì, uno scrittore che aveva il gusto della parola e della narrazione. Michele si distendeva a leggerlo, provava un po’ di quiete. Lo attirava il modo sereno di raccontare, che pure lui avrebbe voluto possedere, se fosse stato uno scrittore. Perché invece era diventato ingegnere? Uno scrittore se lo può creare il suo mondo, e ci può vivere dentro, se ci ha la passione, e può consumarci tutti gli amori, nella sua scrittura. Lui forse non sarebbe nemmeno uscito più di casa per stare dentro il suo mondo. Sentì bussare.
  «Avanti.»
  Era don Luigi.
  «Disturbo, ingegnere?» Era umile, impacciato.
  «Si accomodi. Venga qui. Si sieda.»
  «Non ce la facevo a stare in canonica, se non venivo a parlarle.»
  «Di che si tratta.»
  «Lei mi ha umiliato, ma non è per questo che sono venuto. Per me che sono un prete, l’umiliazione è come una nuova consacrazione. Non è per questo, mi creda, per quella spinta che mi ha fatto cadere e che fra qualche giorno non ricorderò nemmeno più. Ma sono state le sue parole, che ho sentito cattive, colme di astio contro di me. Io sono un povero cristiano. Non ho mai fatto male a nessuno. Solo il pensiero che possa averla turbata in qualche cosa, ecco non posso starmene a casa senza venirgliene a parlare.» Si era seduto e stava con la testa abbassata.
  «Io non ce l’ho con lei, mi deve credere, don Luigi. E per stamani, deve scusarmi. Non so che cosa mi abbia preso. Ma capisca la situazione in cui mi trovavo. Tutta quella confusione, quella prepotenza. Non si può essere sempre docili a questo mondo. Anzi, temo che alla violenza si dovrà rispondere d’ora in poi solo con la violenza.»
  Don Luigi si mise la mano alla bocca, come spaventato. Era curioso osservare quel comportamento da bambino in un uomo enorme e robusto come lui.
  Come la seduce Dio un’anima?
  «Ma lei perché si è fatto prete?» Non riusciva a credere che un uomo grande e grosso come lui, e anche bello, avesse potuto farsi prete. Michele pensava come tanti, e cioè che a Dio si dessero donne e uomini che non avevano da sperare niente dalla vita, ai quali il mondo aveva detto e diceva di no. Era stato un pazzo, don Luigi, a farsi prete. Non ce la poteva avere la vocazione. E la riprova era nelle dicerie della gente, nelle donne che il paese mormorava avesse avute. Anche Renata, e forse stava per avere perfino Martina, che era la sua figliola, se si ascoltavano le chiacchiere. Ecco perché Renata aveva gridato atterrita: « Quello è don Luigino!» la sera che aveva fatto all’amore con lui.
  «Lo sa, don Luigi, le chiacchiere che ci sono in giro su di lei?» Voleva ferirlo, ora.
  Sembrò cascare dalle nuvole. Fingeva, non c’erano dubbi. Allora si sentì incoraggiato a colpire ancora.
  «Lei la conosce Renata?»
  «La moglie di Badile? Sì, ci sono cattive voci sul suo conto.»
  «Non sono solo voci. Non mi dica che lei non sa niente di Renata.»
  «È una donna volubile.»
  «A Renata piacciono gli uomini, don Luigi.»
  «Lo so.»
  «Si dice che anche lei sia stato con Renata.» Don Luigi si alzò di scatto. Divenne bluastro. Tirò fuori la lingua e non riusciva a parlare.
  «E che Martina è sua figlia. Figlia sua e di Renata.»
   Si portò le mani alla gola. Soffocava. Si vedeva che cercava di prendere aria. Stava male sul serio, non fingeva. Lo portò sul letto. Lo trascinò. Lo distese, sbottonò la camicia, gli aprì il collare.
  «Ma che fa, don Luigi. Non sta bene?» Non rispondeva.
  «Vado a prenderle un bicchiere d’acqua.» Andò al cucinotto, cercò un bicchiere. Quando ritornò in camera, don Luigi non c’era più. 

  La mattina si aspettava la risposta da Milano, ma invece arrivò alle prime ore un’altra notizia. Davvero inaspettata. Michele era morto. L’aveva trovato disteso sul letto la padrona, immerso in una pozza di sangue. Aveva bussato, perché non lo aveva sentito scendere alla solita ora, lui che era sempre così puntuale. Poi, non sentendo rispondere, si era fatta coraggio ed era entrata.
  «È un omicidio» disse il commissario Luciano Renzi, che era subito venuto dalla città, assieme al suo fedele collaboratore Jacopetti. «Qualcuno stanotte l’ha ammazzato.»
  Jacopetti osservava il commissario profferire con tanta sicurezza la sua sentenza, e si domandava se, bravo com’era, avesse già in testa una pista, dei sospetti.
  Ascoltata la padrona, e una volta terminati i rilievi, il commissario scese in strada e incominciò ad interrogare un po’ tutti. Aveva saputo della storia del cantiere. Ne avevano scritto i giornali proprio quella mattina. Se ne diceva di tutti i colori, e che ancora una volta la mafia aveva stretto i tentacoli sul collo della povera gente, e si era lontani dal potersene liberare, a causa dei politici corrotti che stavano al potere ovunque, a Roma, come nelle piccole città e nei piccoli paesi. Il commissario si muoveva trascinando i suoi piedi larghi come barche, e mentre ascoltava arricciolava i grossi baffi neri.
  «Non è una storia di donne, questa» diceva a chi gli raccontava i pettegolezzi che circolavano in paese. Salì in canonica, invece, portandosi dietro Jacopetti.
  «Dunque, don Luigi, sembra che lei sia l’ultima persona che ha visto vivo l’ingegnere. Perché è andato a trovarlo?»
  «Lei sospetta di me?» Don Luigino aveva passato una notte insonne. Era bianco come la cera, aveva gli occhi gonfi. Non si era ancora fatto la barba, che spuntava fitta fitta intorno alla bocca, fino a toccare le basette. Aveva pensato anche ad uccidersi, quella notte, ma questo il commissario non poteva saperlo. Le parole che la sera prima gli aveva rivolte l’ingegnere, erano state una vera rivelazione per lui, e come sempre succede, lui che era l’interessato, era stato l’ultimo a conoscere quelle dicerie. Come potevano dire di lui queste cose? In che cosa aveva mancato perché i suoi paesani arrivassero a pensare di lui con tanta cattiveria?
  «È l’ultima cosa che farei, commissario, di uccidere un uomo.»
  «L’hanno vista scendere le scale in fretta e furia, in uno stato da far pietà.»
  «Ero sconvolto.» E raccontò per filo e per segno ciò che aveva appreso dall’ingegnere sul proprio conto.
  «Dov’era ieri sera tra le undici e mezzanotte?» Era l’ora presunta dell’omicidio. Jacopetti stava seduto accanto al commissario. Prendeva nota. Alzò il viso per guardare in faccia il prete mentre si accingeva a rispondere.
  «Ero qui, nella mia camera.»
  «C’è qualcuno che può testimoniarlo?»
  «Nessuno.»
  Uscirono dalla canonica.
  «È lui, commissario?»
  «È un uomo in pena. Non farebbe male a una mosca.»
  «E se fosse vera, quella storia delle donne? Lui potrebbe averlo eliminato, sconvolto dall’ira. Nella sua mente confusa avrebbe potuto pensare che uccidendo l’ingegnere avrebbe fatto scomparire le dicerie.»
  «Ma che cavolo dici, Jacopetti.»
  «E allora, commissario? Che si fa?»
  «Andiamo dalle donne.» Passarono vicino al cantiere. C’era il maresciallo coi poliziotti ancora schierati.
  «Tutto bene, maresciallo?»
  «Sembra di sì. Tutto è calmo. L’azienda ha già saputo della disgrazia. Verranno da Milano per l’ingegnere, e porteranno anche la risposta sulla trattativa. Speriamo che finisca tutto al più presto.»
  Non era ancora mezzogiorno. Attraversarono la piazza e suonarono alla porta della casa di Badile. S’affacciò Renata.
  «Certo che è una bella donna» fece Jacopetti. «Chi poteva essere geloso di lei?» Si riferiva alla scappatella avuta con l’ingegnere, di cui avevano appreso. E pensava soprattutto al marito.
  «Tutti potrebbero essere sospettati, non solo il marito, che forse ormai ci ha fatto l’abitudine. Perché di amanti quella donna ne ha da non poterli contare.» Renata venne sull’uscio. Sapeva che il commissario andava in giro a fare domande.
  «Ci fa entrare?» Li fece accomodare nel salotto, al piano terra. Badile era in negozio.
  «Da quanto durava la vostra relazione?»
  «Non era una relazione.»
  «E allora cos’era?»
  «Ci siamo visti una sola volta.»
  «Visti e presi» scappò detto a Jacopetti. Il commissario gli diede un’occhiata che lo fulminò.
  «Mi piaceva, ecco tutto. Ma dopo quella volta, non è più successo nulla.»
  «C’era qualcuno che poteva essere geloso?» Renata pensò alla figlia, ma non lo disse.
  «Non credo.»
  «E suo marito?»
  «È troppo buono per essere geloso.»
  «Lo sa delle sue scappatelle?»
  «Suppongo di sì, ma non ne parliamo mai.»
  Jacopetti serrò le labbra perché non gli uscissero le parole. Il commissario però si girò lo stesso a guardarlo, e l’occhiata che gli diede era la stessa di prima.
  «Dov’era lei, ieri sera, tra le undici e mezzanotte?»
  «A casa.»
  «Ha testimoni?»
  «Ero con mio marito.»
  «E sua figlia?»
  «Mia figlia era uscita, come al solito. Non ha orari quella, e torna a casa quando le pare. Badile ci si finisce con lei, e non si arrende. Non ci vuole credere di avere una figlia così.»
  «Chi poteva avere interesse a uccidere l’ingegnere?»
  «Un po’ tutti ce l’avevano con lui, ultimamente, per via del cantiere. Lui s’era messo contro gli operai.»
  Stavano per alzarsi. Il commissario non aveva altre domande. Entrò invece Martina. Era passato mezzogiorno.
  «Al cantiere è finito tutto. Che stronzi.» Solo quando s’affacciò in salotto, si accorse del commissario.
  «Belle parole» commentò Renata. «Chiedi scusa al commissario.»
  «Non saranno le prime che sente, non è vero?»
  «Lei è Martina, allora?»
  «Per servirla.»
  «Immagina perché sono qui?»
  «Lo sanno tutti che lei va in giro a fare domande. Vuole trovare l’assassino. Ma l’ingegnere se la meritava quella morte.»
  «Martina!» Era Renata.
  «S’era messo contro gli operai.»
  «È Tullio che ti mette in testa queste cose.»
  «Chi è Tullio?» domandò il commissario.
  «Uno che conta» rispose Martina.
  «Un poco di buono» disse Renata.
  «Un poco di buono era l’ingegnere, invece. Gli piacevano le donne, e non si tirava indietro nemmeno s’erano sposate. Non è vero, mamma?» Il commissario guardò Renata. Jacopetti guardò il commissario. Poteva trattarsi di una faccenda di donne?
  «Lei, Martina, dov’era ieri sera tra le undici e mezzanotte?»
  «Perché?»
  «È l’ora presunta dell’omicidio» disse Renata.
  «Stavo con Tullio.»
  Interrogarono anche Tullio.
  «Lei odiava l’ingegnere.»
  «Io non odio nessuno. L’ingegnere si dava troppe arie qui in paese, e s’era messo contro gli operai.»
  «Lo ha ammazzato lei?»
  «Ma che, scherza, commissario. Io le mani non me le sporco di sangue. Cerchi tra le donne, invece, non perda tempo con gli uomini. Lei lo sa che l’ingegnere era un donnaiolo?»
  «E perché allora non potrebbe essere stato un uomo, un marito geloso, ad ucciderlo?»
  «Il marito che intendo io non è geloso. A quest’ora, se no, sarebbe schiattato dalla bile.»
  «Allude a qualcuno?» Aveva capito bene, invece, il commissario.
  «Dico così per dire. Non ci faccia caso. Comunque, per me, in questo omicidio c’è la mano di una donna. L’avete trovata l’arma del delitto? Che cos’è, un fucile, una pistola?»
  «Le domande le faccio io, se permette. Lei dov’era ieri sera tra le undici e mezzanotte?»
  «Al bar, con gli amici.»
  «C’era anche Martina con lei?»
  «No, non mi pare.»
  «Ne è sicuro?»
  «No, non c’era. Ci siamo visti fino alle dieci, dieci e mezza, poi lei se n’è andata.»
  «La ragazza dice di essere stata in sua compagnia.»
  «Ah sì? Non me ne sono accorto, allora.» Aveva l’aria di chi vuol prendere in giro e allo stesso tempo lanciare messaggi. Quando uscirono, Jacopetti era raggiante.
  «È stata Martina. È quella ragazza che l’ha ucciso per gelosia. Non sopportava che la vittima se la intendesse con la madre. È perfida. Alla sua età ha perso ogni ritegno. Quella è proprio capace di commetterlo, un assassinio.»
  «E di quel Tullio, che ne pensi?»
  «È un poco di buono anche lui.»
  «È troppo sicuro di sé.»
  «È un mafioso, non se lo dimentichi.»
  «No, che non me lo dimentico. Io lo faccio arrestare.»
  «Arrestare? E le prove, commissario?»
  «Sento che è lui.»
  «Ma ci vogliono le prove.»
  «Perderà il controllo, quando lo dichiarerò in arresto.»
  «Lei s’illude, commissario.»
  Nel primo pomeriggio, invece di andare da Badile, tornarono da Tullio. Lo trovarono in casa sua. C’era Martina con lui.
  «La dichiaro in arresto, Tullio, per l’assassinio dell’ingegnere.»
  «Ma lei è matto.»
  «Lei ora viene via con me.»
  «Ma ci sono almeno dieci persone che possono testimoniare che sono innocente.»
  «Testimonieranno al processo. Lei intanto viene con me. E non faccia storie.» Tullio si voltò verso Martina.
  «Sono matti questi due. Lo senti, Martina, mi vogliono portare in galera. A me. Ma dov’è finita la giustizia a questo mondo? Diglielo tu, Martina, che sono innocente.» Aveva l’aria di sapere ciò che faceva. Infatti la ragazza non ebbe alcuna esitazione.
  «Sì, è innocente.» Fece un passo avanti, verso il commissario. Era diventata pallida.
  «E lei come lo sa?»
  «Sono stata io.»
  «A fare che cosa?»
  «Io ho ucciso l’ingegnere.»
  «Non può essere stata lei. Lo sta coprendo. Guardi che è un reato anche questo.»
  Invece Jacopetti era convinto che la ragazza dicesse la verità. Perché, allora, il commissario tentennava? Non l’aveva detto anche Tullio che Martina non stava con lui quella sera? Mentre gli amici di Tullio avevano tutti confermato il suo alibi, non altrettanto avevano fatto per Martina, e qualcuno aveva escluso decisamente che si trovasse con Tullio a quell’ora. E dunque, di cos’altro c’era bisogno?
  «Se non ci crede, ecco qua la prova.» Estrasse dalla borsetta una pistola. «La faccia controllare. È l’arma del delitto.» Mancò poco che Jacopetti svenisse dall’emozione.
  «L’ho ammazzato con questa.» Era una pistola con il numero di matricola abraso.
  «Come l’ha avuta?»
  «Sono cavoli miei.» Tullio la guardava e guardava il commissario. Era soddisfatto, si vedeva.
  «Perché lo avrebbe ucciso?»
  «Non potevo sopportare che se la intendesse con mia madre.»
  «Non mi dica che una ragazza spregiudicata come lei è gelosa.»
  «E perché non dovrei esserlo? L’ingegnere non poteva andare con mia madre, dopo che era stato con me. Io la odio mia madre, e odio anche mio padre. Mi hanno messo in un mondo schifoso, e schifosi sono anche loro due. Tutti sono schifosi.»
  «Lei, Tullio, lo sapeva che Martina aveva ucciso l’ingegnere?»
  «Casco dalle nuvole come lei, commissario. Non l’avrei creduto nemmeno se mi ci fossi trovato.»
  Tullio ci sapeva fare: tanto diabolico da non avere riguardi per nessuno. Nemmeno per Martina. Il commissario Renzi intuiva tutto questo, che la ragazza, cioè, era stata istigata ad uccidere, usata; e Martina era a tal punto convinta di sacrificarsi per qualcosa di più grande, che mai avrebbe detto la verità, ossia che non era stata la gelosia ad armarle la mano, bensì il disegno perverso di Tullio di liberarsi di Michele, senza guardare in faccia ai sentimenti, in modo che il campo tornasse libero per le sue prepotenze.
  Ma purtroppo, il commissario Renzi non aveva le prove per arrestarlo, e anche se Martina si fosse decisa a parlare, chi avrebbe prestato fede alle parole di una ragazza come lei?

(fine)


Letto 2012 volte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart