Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

Giallo: Michele #3/10

23 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #3

Quando si riebbe, vide sopra di sé il cielo azzurro, e di nuovo avvertì sulla pelle il calore del sole. Gli altri lo avevano lasciato, erano tornati in acqua. C’era Martina accanto a lui. Stava sdraiata sull’asciugamano a prendere il sole. Gli occhi, li aveva chiusi. Michele si alzò a sedere senza far rumore. La guardava. Un bel corpicino, un bel boccone per un caprone come lui. Se non ci fossero stati i compagni là nell’acqua, chissà che cosa gli sarebbe frullato per la testa. Martina si era accorta di lui. Faceva finta di niente, ma si era rigirata a pancia sotto e mostrava il bel sedere, le cosce sode, le gambe lunghe e affusolate. Le scendevano sulla schiena i lunghi capelli neri. Voltò il viso verso di lui. Michele distolse lo sguardo. Lo diresse verso il fiume, dove giocavano i ragazzi. Si accorse che Tullio lo guardava. Stava ritto nell’acqua. Era geloso? Martina era la sua ragazza? Ma una ragazza come Martina può appartenere ad un solo uomo? Nel mondo animale quasi dappertutto le femmine non hanno un maschio soltanto. Lui avrebbe posseduto Martina allo stesso modo, perché si sentiva simile a un leone, a una scimmia, un caribù, uno gnu, una gazzella, un bisonte. Si guardò in giro. Anche Tullio ora nuotava. Udì la voce di Martina.
  «Sta meglio, ingegnere? Si metta giù, non si affatichi.»
  «Vi ho fatto prendere un bello spavento.»
  «Eh sì, l’avevo visto già morto.»
  «Non mi avrebbe pianto nessuno.»
  «Non ha parenti?»
  «Cugini, ma chissà più in quale parte del mondo.»
  «Dev’essere stato un bel giovanotto, lei, ingegnere.»
  «Perché?»
  «Perché è bello ancora. A certe ragazze piacciono gli uomini come lei.»
  «Non mi prenda in giro.»
  «Ci sono andate a letto.» Lo disse guardandolo negli occhi. Non li abbassava. Michele ne aveva sentito parlare. Si faceva qualche nome. Anche quello di Martina.
  «Non ci credo.»
  «E io non credo a lei. Magari ci sarà andato proprio lei a letto con una delle mie amiche.»
  «Mi crederebbe capace?»
  «Eccome!»
  Le brillavano gli occhi. Ora la conduco nel bosco, dietro l’argine. La prendo laggiù, dietro quei pioppi. Col pensiero si sfregava le mani, Michele.
  «Ha voglia di fare all’amore con me, ingegnere?»
  «Ma che dice!»
  «È da un pezzo che ne ha voglia. A me, non me la fa, ingegnere.» Si alzò, lo prese per mano e s’avviò verso la pioppeta. Ogni tanto alzava gli occhi su di lui. I ragazzi stavano ancora nuotando. 

  Quando si fa all’amore, anche fosse in uno oscuro sgabuzzino puzzolente, tutta la natura sta intorno a noi e fa festa, gioisce, grida con noi, e se avessimo voglia di guardarci intorno e distogliere gli occhi dalla nostra amante, vedremmo foreste, montagne, ghiacciai, oceani, vulcani, stelle e pianeti, oro e diamanti e forse tutte le altre meraviglie che non riusciamo a scorgere con gli occhi di tutti i giorni. L’ingegnere giaceva su Martina come se fosse stato avvolto dalle bellezze della creazione, e tutto convergesse in quell’atto che egli sentiva capace di concentrare su di sé l’attenzione del mondo. Ogni cosa che c’era nell’universo, animata e inanimata, visibile ed invisibile, in quell’istante avvertiva il loro atto d’amore. La ragazza lo assecondava, era tenera con lui, e lui avvertiva che Martina era la vita, l’esistenza tout court, e racchiudeva in quel suo donarsi tutta la ricchezza e la dovizia delle innumerevoli esistenze che avevano calcato la Terra. Quella sua tenerezza lo ricambiava delle amarezze, le cancellava, sembrava rigenerarlo. In quell’atto, egli sentiva che tutto poteva ricominciare e che il reciproco donarsi dei corpi ha in sé qualcosa di così grande che occorreva risalire alla creazione del primo uomo per ritrovare un altro momento della medesima onnipotenza.
  Martina lo accarezzava.
  «Sei contento?»
  «Oh, Martina, Martina.» Che poteva dire quando le parole non servono a niente? Si sdraiò al suo fianco. Non aveva voglia che di restare lì accanto a lei, e consumare i suoi pensieri dentro quell’atto che si era compiuto. Sarebbero arrivati i ragazzi, forse. Li avrebbero sorpresi. Lui che poteva dire? E Martina? Ma non voleva muoversi di lì. Se avesse potuto lasciarci il calco dei corpi, e meglio ancora i corpi stessi, e volarsene invisibile con Martina chissà dove, egli lo avrebbe fatto, perché chiunque fosse passato da lì avvertisse che un atto d’amore non consuma, ma genera qualcosa che supera la stessa vita. Non ci sono più le età a dividere chi dà il proprio corpo all’altro in un atto d’amore, e Michele lo sentiva sulla pelle, oltre che nell’anima, che era coetaneo di Martina, e Martina era stata la sua femmina. 

  Quando vennero i ragazzi, anche Tullio non disse nulla. Martina si era alzata, mentre Michele stava ancora disteso a terra. Si erano rimessi a tempo i costumi.
  «È bella la vita, ingegnere. Se la prende sempre così la rivincita quando le cose le vanno storte?» Michele era ancora lontano coi pensieri.
  «Dov’è Martina?» Non si era accorto che stava in piedi dietro di lui.
  «La sua pollastrella sta lì, è a sua disposizione.» Era Tullio che parlava.
  «Io voglio bene a Martina.»
  «Anche noi le vogliamo bene, ma non ce la sbattiamo come fa lei.»
  «Bada a come parli.»
   Martina ascoltava in silenzio.
  «Bel rispetto che ha di Badile. Lui crede in lei. La ritiene una persona per bene. E invece alla prima occasione lei gli scopa la figlia.»
  Michele si alzò e si mise a menar pugni. Si lanciò contro Tullio. Lo colpì proprio in mezzo agli occhi. Stramazzò. Bel colpo. Ci sapeva ancora fare. Ma non fece in tempo a compiacersene che un cazzotto lo raggiunse in pieno stomaco. Si piegò. Un altro lo colpì alla schiena. Non riusciva più a reggersi in piedi. Si guardò intorno. Tullio si era alzato e ora veniva verso di lui roteando il braccio. Quel pugno lo avrebbe finito, mandato a gambe levate chissà dove. Tutti si erano fermati, aspettavano il capo, che desse lui il colpo di grazia. Michele restava piegato. Il dolore alla schiena gli impediva di ergersi dritto, di accogliere quel pugno almeno con una parvenza di dignità. Martina corse incontro al compagno.
  «Lascialo stare. Lascialo stare» gridò. Scansò la ragazza, quell’arruffapopolo, ed ora troneggiava davanti a lui. Ma Michele non lo guardava, non lo vedeva. Aveva gli occhi piantati sulla sua Martina. Venisse pure quel cazzotto a mandarlo nel mondo dei sogni. Ci avrebbe trovato Martina a tenergli compagnia. 

  I ragazzi se n’andarono. Anche Martina. L’aveva vista salire il poggio abbracciata a quel gigante. Puttana. Non si era nemmeno voltata a salutarlo. Ma davvero era successo che si era scagliata lei, e non lui, contro quel presuntuoso pieno di boria? Non era forse lei che aveva fatto all’amore con quest’uomo dai capelli grigi, che ora ne aveva buscate? Non se lo ricordava più? Malconcio com’era, tornò sul fiume. Ancora il suo asciugamano era steso al sole. L’acqua scorreva lenta. C’era un gran silenzio. Nessuno avrebbe potuto supporre che proprio lì qualche minuto prima c’era stata festa di gioventù.


Letto 2324 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart