Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui
Download gratuito VIVERE CON L'ACUFENE.

Giallo: Michele #5/10

25 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #5

Si era fatta sera. Michele si era rinchiuso nella sua cameretta. Non ci si raccapezzava che in quelle poche ore potessero essere accaduti tali avvenimenti. Gli era venuta fame. Si alzò lentamente. Si sentiva affaticato. Mangiava quasi sempre all’osteria del paese. Fece forza alla sua volontà e scese in strada. Non guardava nessuno, e non rispondeva a chi lo salutava. All’osteria gli fecero festa, invece.
  «Si sieda con noi, ingegnere. Non stia lì tutto solo.» Si alzò uno a chiamarlo di nuovo.
  «Ci penso io, ingegnere» disse l’oste e radunò il coperto apparecchiato e lo trasferì al tavolo dove stavano seduti cinque o sei paesani.
  «Nessuno ce l’ha con lei, ingegnere. Sieda qui e non faccia quel viso.» Gli versarono del vino.
  «Su beva, che il vino porta allegria.» Gli si accostò uno, e si sforzò di parlare a bassa voce, ma tutti lo stavano a sentire.
  «Non ci pensi a quella Martina. La conosciamo bene noi. Faccia conto di essere andato a puttane.»
  «Proprio così, ingegnere. Quella Martina non è la sola in paese. Non è più come una volta. Oggi a quell’età sono già tutte puttane, e non ci pensano su due volte ad andare con gli uomini.»
  «Martina poi, pare che ci abbia una vera inclinazione.»
  «Lo sa che si dice di Martina?» L’ingegnere alzò gli occhi.
  «Che non è figlia di Badile. Però, ssst» e si portò l’indice al naso quello che parlava «lui non lo sa. O almeno tutti si crede che non lo sappia.»
  «E di chi è figlia, allora?»
  «Non ci crederebbe mai.»
  «Oh, ma sono voci. Prove non ce ne sono.»
  Si accostò quello di prima.
  «Del prete. Sì, proprio del prete, si dice, di don Luigino, quel birbante.»
  «Mi prendete in giro.»
  «Renata, la mamma di Martina, lei l’ha vista che bella donna che è. La figlia ha preso da lei. La bellezza, e anche la lussuria. Lei la guardi la mamma di Martina, e mi dica se non c’ha scritto in faccia che gliel’ha fatte le corna al marito.»
  «Sono chiacchiere. Non si mettono in giro questi discorsi, se non ci sono prove.»
  «Prove? Ci sono anche quelle. Guardi gli occhi di Martina. Son spiccicati quelli del prete. E anche la bocca, con quelle labbra grosse, è la bocca del prete. Solo che a lui gli stanno male quelle labbra che paiono di un africano; invece sulla bocca di Martina, lei m’intende ingegnere, sulla bocca di Martina son proprio uno stuzzichino, una pennellata del meglio pittore, insomma. Basta guardare quelle labbra per capire che Martina non può essere d’un solo uomo. Deve farne felici almeno mille, se vuole rendere onore a chi l’ha fatta così. Se no, sarebbe sprecata, e qualcuno nell’aldilà gliene potrebbe anche chiedere conto.» Fece una grossa risata, e i compagni gli andarono dietro. Michele non rideva, invece, pensava a ciò che gli era stato appena raccontato. Rivedeva Badile appoggiato al bancone, mentre Martina era sopra di lui e aveva la cattiveria negli occhi. Lo sapeva Martina che Badile non era suo padre?
  «Non lo sa nemmeno Martina. Mi raccomando, ingegnere. Acqua in bocca.» Sembrava gli avessero letto nel pensiero.
  «E della strada, ingegnere, che ci dice della strada?»
  «Ne sapete voi più di me.»
  «Non dica così.»
  «Ma che vi siete messi in testa?»
  «Lo sa che noi non c’entriamo. Noi non si può alzare la testa. Sono faccende grosse. E quel ragazzone, quel Tullio, lo conosce no?, quel Tullio si guadagna da vivere così. Riceve istruzioni e le fa eseguire.» Quel Tullio gliele aveva suonate sul fiume. Se la faceva con Martina. Eccome se lo conosceva!
  «Che giorno è oggi?» domandò Michele.
  «Venerdì.»
  «Lunedì o martedì sapremo qualcosa.»
  «Speriamo che non si perda il lavoro.»
  «È quello che vi meritate.»
  «Se non riapre il cantiere, non c’è altro lavoro in giro.»
  «Sarebbe la disperazione per noi.»
  «Ci hanno sempre sfruttato, a noi povera gente. Con quattro chiacchiere ci imbambolano. Cazzotti bisognerebbe dargli. Ogni parola che ci dicono un cazzotto, e ogni cazzotto via un dente, e quando non hanno più denti, via il naso, le braccia, le gambe, e poi gli occhi, e quando non hanno più nemmeno gli occhi e sono disperati, via anche la lingua; così non hanno più né parole né lagrime per piangere.»
  L’ingegnere non riusciva a starli a sentire senza arrabbiarsi.
  «Belle parole. E voi, che fate? Li assecondate. Dite che non ci potete fare niente. Parole. Ancora una volta parole.»
  La mattina dopo Michele ricevette una telefonata da Milano. Gli dicevano che stesse attento a non sobillare la gente.
  «Ma io lo faccio per la Società, perché si possa riaprire il cantiere.»
  «Lasci fare a noi queste cose. Abbiamo già chiuso un occhio su quel ch’è successo ieri, lei mi capisce?» Si riferivano a Martina o alla sobillazione? Non se la sentì di chiarire.
  «Lunedì o martedì, le daremo istruzioni. Lei non faccia nulla. Sorvegli il cantiere e veda che non accadano violenze. La riterremo responsabile.» Stette tutta la mattina di guardia al cantiere. Gli era venuta la paura. C’era quel Tullio che andava e veniva, e tutte le volte che s’incontravano gli dava certe occhiate. Era per la storia del fiume? Se Martina era una che ci stava, lui non s’era ancora abituato a queste cose? No, forse era per il cantiere. Lui sapeva ciò che stava succedendo. Se la rideva sotto i baffi, perché già conosceva come sarebbe andata a finire. E ora passava di lì per farglielo capire che lui sapeva già tutto. La Società stava trattando. Forse non era mai esistita una società concorrente. Se l’erano inventata i politici per spillare soldi. Avevano alzato il prezzo, ed erano sicuri che la Società avrebbe pagato. Un po’ di resistenza, qualche protesta, ma poi subito avrebbe cacciato fuori i soldi, per soddisfare qualche altra corruzione. Una catena di corruzioni, insomma. Nulla cambiava.
  Tullio si fermò. Vedeva l’ingegnere andare in su e giù, irrequieto.
  «Non stia a preoccuparsi, ingegnere, che tutto si accomoda.» Aveva l’aria del vincitore.
  «Io non mi preoccupo un bel nulla.» Fingeva. «È questo paese che deve preoccuparsi. Sono i giovani come lei che devono stare in pensiero.»
  «Non mancherà il lavoro a chi ha voglia di faticare.»
  «Lo dice lei, Tullio. Lei è troppo giovane per sapere come va il mondo.»
  «Io lo so come va il mondo. Mi pare che è lei che non lo sa ancora, nonostante che sia più vecchio di me.»
  «Non dura molto il mestiere che fa lei.»
  «Però rende bene, ingegnere.»
  «Ma per quanto? Per quanto filerà tutto liscio? E poi? Qualcuno prenderà il suo posto, vedrà, e allora quale sarà la sua sorte?»
  «Io me la godo, ingegnere. È bella la vita, e ora non mi interessa pensare al futuro. Che se ne fa del futuro? Non lo può mica mangiare. Ce ne sarebbe per tutti, se si potesse mangiare. Ma il futuro son chiacchiere e con le chiacchiere non si fa il pane.» Si era appoggiato alla rete metallica e si capiva che aveva voglia di discorrere. Ma non l’ingegnere. 

  Da Badile non se la sentiva di entrare. Gli avrebbe voluto chiedere scusa. Ci passava davanti e ci ripassava.
  Ad un tratto la moglie Renata comparve sull’uscio.
  La guardò con occhi nuovi. Aveva nella mente le parole udite all’osteria, ed ora gli appariva tutta intera la bellezza di quella donna. Da ragazza, doveva essere stata anche più seducente di Martina. Dicevano bene all’osteria. Quella donna aveva l’atteggiamento di una che se ne intende di uomini, e Badile non era il solo a godersela nel letto. Su questo, ci poteva giurare anche lui, ora che l’aveva vista bene. Ma perché farsela con un prete? Non riusciva a crederci. Erano chiacchiere. Forse Martina poteva anche non essere la figlia di Badile, ma non era la figlia di un prete. Don Luigino sembrava un sacerdote sereno, ricco di fede, e di buon senso. Erano malignità della gente, che ci trascorre gli inverni. Renata non gli aveva rimproverato nulla di ciò che era successo tra lui e Martina, ma ora glielo diceva con gli occhi. Potevi fartela con me, e lasciare in pace la mia figliola. Ecco che cosa gli sembrava che gli dicesse, e pareva che dentro ci avesse ora la perversione di Martina. Belle gambe, un bel seno. Aveva poco più di quarant’anni. Messa accanto a Martina sembrava la regina dell’amore. Non poteva bastare Badile a una donna così.
  «Ha fatto un bel guaio alla mia Martina.»
  «Mi scuso anche con lei. Avevo perso la testa.»
  «Da lei non me lo sarei mai aspettata.»
  «Ma anche Martina…»
  «È una ragazza capricciosa, non lo vede? A quell’età non si pensa alle conseguenze.»
  «Dovevo pensarci io, lo so. Potrà mai perdonarmi?»
  «È a Martina che lo deve chiedere, non a me. Quello che fa la mia Martina non mi interessa più da un bel pezzo.» Sembrava contenta.
  «Certo che deve averla presa tutta da lei la sua seduzione.» Non gli riuscì di trattenersi, e alla donna piacque il complimento. Se ne accorse.
  «Le donne sono sempre belle, non le pare, ingegnere?»
  «Ci sono donne che fanno perdere la testa più delle altre. E Martina, mi creda, è una di quelle.»
  «Lasci stare Martina. È acqua passata. Non ci pensi più.»
  Aveva una bella bocca, procace, con labbra grandi. Forse Martina le aveva prese da lei, e non dal prete. Ma Renata era proprio una donna da sedurre un prete, mandarlo all’inferno, mentre lei si portava a letto la sua anima.
  «Mio marito non ce l’ha più con lei. Se n’è fatta una ragione, di Martina. Io, era da un po’ che glielo dicevo che Martina ormai non la si poteva più tenere a freno. O la si ammazza di botte, quella lì, o si lascia fare alla sua natura. Lui non ci credeva, e qualche volta l’ha anche picchiata. Ed io glielo lasciavo fare. Ma avevo pena di vedere quella figliola patire per colpe che non sono sue, ma sono di chi l’ha fatta così. Forse anche mie, e forse anche di Badile, o di chissà chi.» Si riferiva a Dio, creatore di tutte le cose, o al prete?
  «Si è calmato la sera stessa. Ci siamo messi tutti e tre a tavola. Martina stava proprio davanti a lui, e non parlava. Sono stata io a dirgli di far pace con la sua figliola. Mai, aveva detto sulle prime, e il brodo della minestra gli era colato dalla bocca tanto era arrabbiato. Ma poi Martina gli ha fatto una carezza. Ha allungato le braccia verso di lui e gli ha preso il viso tra le mani. E allora Badile s’è messo a piangere. Ha lasciato cadere il cucchiaio a terra e si è messo a piangere come un bambino. Gli ho detto, dobbiamo vivere, Badile, non dobbiamo soffrire. Lasciamola lontana da noi, finché possiamo, la sofferenza. E in questi pochi anni che ancora ci restano, cerchiamo di essere soltanto felici.»
  Michele si sentiva a disagio. Perché gli raccontava tutte queste confidenze? Che segnali mandava quella donna che era più scaltra di Belzebù e lui non era abile quanto lei, abituato a lavorare sui numeri, a guidare braccia e ruspe nella fatica e nel sudore; e non ce le aveva nel sangue le sottigliezze, ma diceva pane al pane e vino al vino e ciò che pensava stava scritto nelle sue parole. La sua scaltrezza non poteva competere con quella di una donna che tutto il giorno, forse, pensava a trattare con gli uomini.
  «Ci venga a trovare quando vuole. Quella storia, se lo ricordi, noi ce la siamo dimenticata.» Lo disse guardandolo negli occhi, perché sentisse che era la verità, e non doveva accampare scuse.
  La vide rientrare in negozio. Aveva anche un bel sedere, quella troia, rotondo, dritto, ancora sodo per l’amore.


Letto 1972 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart