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Giallo: Michele #6/10

26 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #6

La domenica andò in chiesa più per vedere il prete che per udire la Messa. Era già successo che l’avesse perduta: quando andava in vacanza, per esempio, e non riusciva a combinare insieme le ore dello svago e quelle della fede. Michele non stava ascoltando la predica. Le parole gli passavano davanti e non si fermavano nella sua mente, chissà dove andavano a sbattere. Forse nei finestroni, lassù in alto, o contro la porta in fondo alla chiesa, o si attorcigliavano intorno ai lampadari appesi lungo la navata. Ma in testa sua, ne era certo, non ci entravano. Poteva parlare anche di politica, o di prostituzione, il prete. Non gliene fregava. Ora in testa ci aveva il rebus se Renata era stata o no a letto con lui. Gli occhi erano quelli di Martina, proprio identico il taglio. Erano castani come quelli della ragazza. Anche Martina era alta e slanciata, come lui. Un’indossatrice, appunto.
  «Lei, ingegnere, non è stato a sentirmi. Lo vedevo dall’altare che aveva altri pensieri. È preoccupato del cantiere?»
  «Un poco.» Che gli doveva dire?
  «Sono sicuro che non succederà niente, e anche questa storia passerà.» Era sereno, un tipo dolce. Ma anche Martina era dolce. Eccome, se lo era. Non se la poteva scordare mentre faceva all’amore.
  «Però quando si viene in chiesa, si deve anche pregare. È un precetto che si deve assolvere. Se si ha la testa altrove, è come non esserci venuti. Lei ci crede a queste cose?» La gente se n’era andata ed erano rimasti loro due in chiesa. Stavano in mezzo alla navata. L’ingegnere si era alzato dal suo posto, quando lo aveva visto venire nella sua direzione.
  «Sa, proprio un cattolico tutto d’un pezzo non lo sono mai stato.» Pensava alle donne che aveva avute nella sua vita, e a quelle soprattutto che aveva illuso con la promessa di matrimonio. Una in particolare gli veniva in mente, conosciuta a Milano i primi anni che lavorava per la Società. Era gentile con lui, era anche graziosa, ben educata. Se l’era portata a letto, ad ogni modo, a dispetto della sua educazione. Quella ragazza portava la dolcezza della sua età come un sorriso sulle labbra, e lui se la ricordava per questo, e le aveva promesso che una volta che fosse stato sicuro del posto l’avrebbe sposata. Poi l’avevano mandato fuori di Milano, e aveva conosciuto altre donne. Con meno dolcezza e più passione, e non le aveva più nemmeno scritto. Chissà che fine aveva fatto.
  Vedeva le labbra grosse del prete che continuavano a dire parole.
  Poteva essere lui il padre di Martina?
  «Ha saputo quello che mi è successo?»
  «Sì, purtroppo.»
  «È stato più forte di me.»
  «Stia attento. Il sesso può distruggere la dignità di un uomo.» E quella di un prete? No, non poteva essere il padre di Martina. Come erano nate quelle chiacchiere? La gente fa presto a spargere veleni. Bisogna stare attenti a ciò che dice la gente. Farci la tara. Distinguere. Ragionare. Perché se Renata era stata qualche volta a casa del prete a fare commissioni, che so, le pulizie della canonica, a lavargli della biancheria, subito la gente pensa male. Ma ci devono sempre andare le vecchie a fare le faccende in casa di un prete? Se una donna desidera aiutare un prete, non può essere per buona volontà, per compassione anche? Fare il prete vuol dire accettare una solitudine senza fondo, sterminata, e si ha voglia di dire che Dio sta con il prete. Ma il prete questo Dio, quante volte sente che gli fa compagnia, in tutte quelle ore senza fine in cui trascina la sua vita tormentata?
  «La Chiesa saprà perdonarmi?»
  «La Chiesa perdona sempre, se c’è il pentimento.» Ma questo non lo sentiva ancora, Michele, e anzi ci pensava, non solo a Martina, ma anche a Renata.
  «Sono sicuro che lei si è già pentito. Quando vuole, sono pronto ad assolverla. Ma lei non ci caschi più nella tentazione. Si ricorda Cristo nel deserto? Bisogna avere la forza di Cristo anche noi poveri mortali, per meritarci la vita eterna.»
  Impacciato, perché non lo aveva mai fatto prima, Michele fece un inchino e baciò la mano di don Luigi. Si allontanò per uscire. Non si voltò, ma li sentiva dietro di sé gli occhi del prete. 

  Se appena ci si alzasse da terra un cinquecento, mille metri, non di più, sparirebbero le azioni e i sentimenti degli uomini. E se ci si alzasse ancora, se si guardasse da un’astronave, si vedrebbe risplendere la Terra della sua luce azzurra, si vedrebbero macchie, si intuirebbero i rilievi montagnosi, ma da lassù chiunque potrebbe anche credere che non esista l’uomo. Chi siamo veramente? Una piccola o una grande cosa dell’universo? Siamo eletti o dannati? Quale viaggio ci ha spinto sulla Terra, dove noi siamo comparsi all’improvviso, per niente annunciati, quando già era abitata da milioni di anni? Ci hanno cacciato da qualche parte e siamo fuggiti?
  Oggi ci accompagna ancora quell’antica ossessione di scappare, di essere una razza indesiderata, di avere colpe che da qualche parte dell’universo non ci sono state perdonate, e ce le portiamo addosso e ovunque andiamo, comunque ci muoviamo, noi siamo spinti da questo senso di vergogna e di miseria. Ecco perché non ci può essere felicità a questo mondo. Può mai essere buono e gentile un essere che si porta dietro una storia come questa? Si è spinti verso la cattiveria più che verso la bontà.
  Michele era uscito dal colloquio con il prete avvertendo la propria piccolezza e la propria cattiveria. Ogni uomo l’avvertiva, allora? Anche il prete l’avvertiva? Anche Tullio, anche Martina?
  Lunedì trascorse nell’attesa di quella telefonata da Milano, che non arrivava. Michele non si allontanava dal cantiere. Soffriva a vederlo ridotto così, gli sembrava che col cantiere tutta la vita si fosse arrestata; avrebbe voluto trovarsi lontano, non conoscere la verità, illudersi che il mondo fosse davvero cambiato. Ma dove si poteva trovare un luogo capace di dare questa illusione? L’uomo è uguale dappertutto. Bisognerebbe tagliarla la radice dell’uomo, e scoprire dov’è nascosto il marcio, e scavarlo, estirparlo; ma non c’è un tale chirurgo sulla Terra. Potrebbe provvedervi Dio stesso, ma Dio lo deve aver abbandonato l’uomo, deve aver perduto ogni speranza, ed ora chissà in quale parte lontana dell’universo se n’è andato, e non vuole più avere a che fare con noi. Ci vorrebbe un gesto che neanche i santi sono capaci di compiere per richiamare l’attenzione di Dio, e forse questa volta nemmeno il sacrificio della croce di Cristo potrebbe bastare. Poiché se Dio esiste, dev’essere enorme il risentimento che nutre verso l’uomo. Neppure il sacrificio del suo Figlio prediletto è servito a qualcosa! Scorza dura, quella che ricopre l’uomo.
  La telefonata arrivò martedì di primo mattino. Gli operai erano già lì tutti aggruppati in attesa. Qualcuno doveva averli avvertiti. Andate pure, che stamani si ricomincia. Tullio, sembrava lui il capo del cantiere. Quando si sentì lo squillo del telefono, fece cenno lui che potevano entrare. Quando l’ingegnere venne fuori dall’ufficio per dare la notizia, erano tutti già al loro posto.
  «Vede, ingegnere, che tutto si accomoda.»
  «Non si è accomodato un bel niente. Che crede, Tullio, che se si riprende il lavoro, è come se non fosse accaduto nulla? Non le dica a me queste stupidaggini.»
  «Ma allora non è contento che si riprenda il lavoro?»
  «Certo che sono contento. Ma sono amareggiato. Ed è con la gente come lei che vorrei prendermela.»
  «Lasci perdere, ingegnere. Non sono pane per i suoi denti, io.»
  «Non so se gliene importa del mio disprezzo, ma sappia che accetterei perfino la pena di morte per cancellare dalla faccia della Terra i tipi come lei.» Passava in quel momento Martina.
  «Martina, te lo ricordi l’ingegnere?» La fermò. Lei si mise a ridere. «Dice che i tipi come me li spazzerebbe via dalla faccia della Terra.»
  «E io verrei via con te, Tullio. Che ci starei a fare senza di te su questa Terra.» Si abbracciarono e fu proprio Martina che gli diede un bacio.
  «Quanto sei bella, Martina. Se non ci fossero femmine come te, che ci si starebbe a fare a questo mondo. Tu sei il paradiso. Non è vero, ingegnere, che Martina è il paradiso?» Non rispondeva Michele.
  «Forse, Tullio, l’ingegnere pensa che io sia l’inferno.»
  «Non sarà mica lei uno che dà retta ai preti, ingegnere? Loro vedono il mondo alla rovescia. E quello che è stato creato per il piacere, loro pensano che sia il male. E invece è il bene. Dobbiamo svelarla tutta la nostra natura, e non imprigionarla dentro un bussolotto. Non lo crede anche lei, ingegnere?» Aveva la bocca spalancata, Tullio, e si vedevano i denti bianchi. Pareva che aspettasse una risposta.
  Invece, un operaio venne a chiamare l’ingegnere per certi controlli. Michele rientrò senza neppure salutarli. Nemmeno Martina, che si vide bene che non se l’aspettava. 

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart