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Giallo: Michele #7/10

27 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #7

Ferragosto cadde in un giorno infrasettimanale. Renata volle che Martina andasse alla Messa, ma non dovette insistere molto, perché la ragazza avvertiva un’inquietudine che forse si sarebbe placata andando in chiesa, dove l’apparente serenità degli altri avrebbe potuto contagiarla. Da quando si era comportata così, giorni prima, davanti a suo padre, e aveva umiliato in quel modo l’ingegnere, sentiva che aveva passato un segno, un limite pericoloso, e se non si fosse fermata a tempo a riflettere, chissà dove avrebbe potuto condurla la sua natura. Lei non ce l’aveva, se n’era accorta in quei giorni, la sicurezza di Tullio. L’aver umiliato suo padre e Michele aveva prodotto un turbamento nella sua coscienza che non si aspettava. Perché ci credeva a ciò che le diceva Tullio, ossia che si doveva liberare la nostra natura, poiché solo così si riesce a vivere e si può morire contenti, ma anche questi turbamenti, questi segnali di pericolo facevano parte di questa libertà? O non era vero invece che non c’è libertà a questo mondo, e anche se si fosse i soli ad esistere, non saremmo liberi ugualmente, perché ci sono sempre i conti da fare con il mistero che è dentro di noi?
  Dopo la Messa, la gente se ne andava, ma Martina restava ancora lì. Non guardava le immagini sull’altare, non si faceva nessun segno di croce, non muoveva le labbra per la preghiera. Ma stava lì immobile. Don Luigino uscì dalla sagrestia per chiudere la chiesa. La vide. Le si accostò.
  «Sei contenta, Martina?»
  «Sono figlia del diavolo.»
  «Non ci sono figli del diavolo. Ricordalo.»
  Badile non ci andava alla Messa. Quando vide rientrare Renata, le domandò della figlia.
  «È rimasta in chiesa.»
  «A pregare?»
  «E io che ne so? Martina, non s’è ancora trovato chi può capirla. È stramba, la tua figliola.»
  «È figlia tua. È uguale a te spiccicata. Quella è buona di sedurre perfino don Luigi.»
  «Non le dire nemmeno queste cose!»
  «Non sarebbe mica la prima.»
  «Allora corri subito in chiesa!»
  «Don Luigino s’immaginerà che sono andato a spiarlo.»
  «E tu cerca di non farti vedere.» Era in preda all’agitazione, Renata; e Badile era troppo curioso per non andare. Dischiuse appena la porta della chiesa. Vide che don Luigino e Martina parlottavano, e allora richiuse svelto svelto. Stette fermo senza far rumore.
  «Devi cambiare strada, Martina, se vorrai star meglio.»
  «A casa mia c’è la perdizione.»
  «Cosa dici mai.»
  «I miei genitori sono peggiori di me. Crede che non lo sappia delle scappatelle di mia madre? Anche mio padre lo sa, e fa finta di niente, perché anche lui c’ha il suo tornaconto, e allora chiude un occhio, e mia madre lo chiude anche lei quando lui se la fa con qualche ragazzina.»
  «Ma che discorsi sono questi?»
  «È la verità. Mia madre è una puttana, e mio padre è peggio di lei. Cosa vuole sperare da una come me, che tutto il giorno vede il padre e la madre che non pensano che al sesso. Ecco perché dico che sono figlia del diavolo. Perché l’inferno ce l’ho a casa mia.» Don Luigino s’inteneriva. Era un omone aitante, nonostante il diminutivo che quasi tutti i paesani gli avevano affibbiato. Un segno di affetto, dicevano. E le chiacchiere, allora?
  «Devi venire più spesso in chiesa.»
  «Fra poco non avrò più tempo. Ricomincia la scuola, e io voglio prendermi un diploma. Fare l’università, forse. E poi scappare dal paese. Cercare un luogo per dimenticare. Alla mia età non si può essere disperati. Ci sarà da qualche parte un posto dove si possa essere giovani sul serio. Non come qui, che si vede il marcio dappertutto e finisce che diventiamo marci anche noi dentro. Mio padre vuole che io resti in bottega, e ha progetti su di me. Ma io piuttosto mi uccido.»
  «Si va all’inferno, se ci si uccide.»
  «Ma io ci sono già all’inferno. Lo sa, vero?, che cosa dice la gente di me. Ma anche delle mie compagne. Mi piacciono gli uomini, e allora? Non ci sono alternative, quando si è svuotati dentro, ed è il sesso che ci riempie l’anima.»
  Badile si era affacciato una seconda volta, e don Luigi l’aveva riconosciuto. Gli aveva fatto cenno di entrare.
  «C’è tuo padre, Martina.»
  «Non voglio vederlo. Non voglio vederlo.» Badile si stava avvicinando, invece.
  «Torna da me quando vuoi» si chinò a dirle sottovoce il prete. Poi volse in fretta il capo verso Badile.
  «Te, alla Messa non ci vieni mai, Badile. Bisogna aspettare Natale per vederti.»
  «Deve perdonare un peccatore come me. Ma non ho tempo.»
  «Tempo sì che ce n’hai. Non hai volontà. Ecco. Con un piccolo sforzo si può venire alla Messa la domenica. Farebbe bene anche a tua figlia, vederti in chiesa.»
  «Dio lo volesse, ci verrei tutti i giorni, allora.»
  «Non chiedo tanto. Ma i giorni comandati sì, bisogna pregarlo in chiesa il Signore. Come fai a reclamare la fortuna nella vita, se non ti rivolgi mai al Signore?»
  «Mi perdoni, don Luigi, ma la fortuna non ha niente a che fare con nostro Signore. Eppoi, lo vuol sapere fino in fondo quel che penso? Che nostro Signore ci ha dimenticati, non gli importa più niente di noi. E allora si sarebbe dei fessi a non approfittarne.»
  «Stare lontano dalla chiesa, vedo che non ti porta del bene.»
  «Si accontenti di ciò che sono, don Luigi. Glielo può dire anche Martina che sgobbo tutto il giorno, anche se in chiesa ci vengo poco. Non è colpa mia, se sono così.»
  «E di chi allora?»
  «Del Padreterno. Non si muove foglia che Dio non voglia.»
  «Sono scuse che Dio stesso ti rinfaccerà il giorno del giudizio.»
  «Se ci va lei in paradiso, vedrà che ci andrò anch’io.» Rammentava le chiacchiere che gli erano giunte alle orecchie, non quelle però che si riferivano a sua moglie, e anche a Martina; quelle sembrava non conoscerle, ma le tante altre che correvano sul conto del prete, sì, quelle sì che gli frullavano per il capo. Malignità senza alcuna prova, come si è già detto.
  Don Luigi fece finta di non capire, e avrebbe fatto meglio a rispondere, giacché Badile ne trasse il convincimento che quelle chiacchiere erano vere, e quando ritornò a casa, lo disse anche a sua moglie che aveva parlato col prete, e non aveva avuto peli sulla lingua.
  «E cioè?»
  «Gli ho fatto capire che noi si sa tutto, e che lui se la spassa con le nostre donne. Che crede, che in paese si sia tutti ciechi e sordi?»
  «Ma tu ce l’hai visto con qualche donna, per credere a queste sciocchezze?»
  «Per averlo visto coi miei occhi, questo no, ma le chiacchiere ci sono, e tu lo sai come si dice: quando la gente mormora… Eppoi, se n’è restato zitto. Non è una prova? Segno che non aveva la coscienza a posto. Se no, avrebbe detto qualcosa.»
  «Ma non avrà inteso neanche quel che dicevi. Quando parli te, non si capisce mai cosa vuoi dire.»
  «Ha inteso, ha inteso, eccome. Eppoi un uomo come lui, grande e grosso, hai visto le donne come se lo guardano in chiesa? Un omone come lui, tutta salute, come farebbe se non avesse qualche donna a levargli le voglie. Oh, è un uomo anche lui, e gli uomini son tutti uguali.»
  «E te, Martina, che gli hai detto, al prete?»
  «C’ho parlato, mamma. Non ci posso parlare col prete?»
  «Con quel prete lì no.»
  «Ha ragione tua madre.»
  «Faccio quel che mi pare, e sarebbe bene che ci parlaste anche voi col prete ogni tanto.»
  «Io dei preti non so che farmene. E mi pare che gliel’ho cantata chiara e tonda a don Luigi, stamane. Non c’eri anche te mentre ci parlavo?»
  «Con quel prete lì non ci devi discorrere. Sono stata chiara?» Alzò la voce Renata.
  «Che cos’è tutto questo livore contro il prete?»
  «Ha ragione tua madre, quel prete lì, lo devi lasciar perdere. Lo sai anche te quel che si dice in giro.»
  «Don Luigi è un prete che mi piace, e se ci voglio parlare, non sarete voi a impedirmelo.» Renata stette zitta, questa volta. 

  Le faccende del cantiere non si erano affatto quietate. Quando si arrivò alla fine della quindicina e si dovevano dare le paghe, Michele si mise in piedi accanto al contabile, che se ne stava seduto dietro al tavolo e chiamava gli operai ad uno ad uno, e consegnava la busta. Stavano in fila indiana, composti, e attendevano il loro turno. Ma qualcuno che aveva già ricevuto i soldi, si accorse di ciò che gli stava capitando.
  «Ma qui i soldi non sono tutti. Si è sbagliato, ragioniere.» Era tornato al tavolo e s’era messo davanti al compagno che stava per riscuotere la paga. Anche gli altri che l’avevano ricevuta dopo di lui avevano fatto la conta e si erano accorti che c’era una mancanza.
  «Che succede, ingegnere. Uno scherzo?» I visi erano tutti rivolti a lui.
  «Non è uno scherzo. Avete lavorato tre giorni di meno. Non lo ricordate più?»
  «Questa poi» esclamò uno che doveva sempre riscuotere. «Che c’entriamo noi? Non è mica colpa nostra.»
  «E di chi, allora? Non sarà mica colpa mia. Chi è che non ha lavorato? Non siete forse voi che avete incrociato le braccia e siete andati dietro a quel Tullio? Se non avete lavorato, non avete diritto alla paga.»
  «Lei lo sa bene di chi è la colpa.»
  «Vostra. Non siete più dei ragazzini.» Aveva suggerito Michele alla Società di non pagare quei tre giorni, e la Società era stata della stessa idea. Quella interruzione le era costata molto, ed ora si era irrigidita anche con gli operai, che avevano calato la testa al sopruso, invece di ribellarsi.
  «Non ci faccia il predicozzo» brontolò un operaio. «Noi la colpa non ce l’abbiamo. Casomai è di quelli che ci comandano, la colpa, e noi lo sa bene che non ci si può far nulla. Io dico solo che quei soldi ci servono, e lei ce li deve dare.»
  «Io non vi do un bel nulla. C’è il contratto. C’è la legge. Voi avete scioperato, e quando si sciopera non c’è paga.» Arrivò Tullio. Aveva sentito da sé il tumulto, o qualcuno l’aveva mandato a chiamare?
  «Che c’è ingegnere. Spieghi a me, la prego.»
  «A lei non devo spiegare proprio nulla.» Vedeva Tullio come il fumo negli occhi. «Ad ogni modo, lo sa anche lei che quando si sciopera non si riscuote.»
  «Non vuol mica fare questo affronto agli operai? Via, ingegnere. Lo sa bene che hanno bisogno di quei soldi.» L’affronto di cui parlava non era certo quello che si riferiva agli operai, dei quali non importava un bel nulla a Tullio. Michele capiva a chi si riferiva, invece, ed era proprio per quello che dentro si sentiva incattivito.
  «Ingegnere sia buono.» A Michele scappò detto che era la Società che gli aveva ordinato di fare così.
  «Ingegnere, ingegnere… Basta una sua parolina, e tutto si rimette a posto.» Tullio si muoveva con quell’aria che dice e non dice la minaccia.
  «Chi vuol riscuotere, questa è la paga.» Guardò negli occhi Tullio.
  «Eh no, caro ingegnere. Abbia giudizio, la prego.»
  «È lei che non ha giudizio, né quelli che la comandano.»
  «Ma le costerà molto più caro, ingegnere. Li lasci perdere quei tre giorni. Non è un risparmio per la Società. Non è proprio un risparmio, mi creda.» Fece un cenno col capo agli operai e quelli che dovevano ancora riscuotere tornarono in fila e attesero di essere chiamati. L’ingegnere restò accanto al tavolo della paga. Tenevano le teste abbassate gli operai, e si vedeva che ce l’avevano con lui. Nessuno lo guardò più. Prendevano i soldi e subito se ne andavano fuori, dove restavano ad attendere gli altri. Quando l’ultimo ebbe riscosso, Tullio si rifece avanti.
  «E ora ingegnere, dica alla Società che se vuole che i lavori riprendano ci deve pagare anche i tre giorni.»
  «Lei, Tullio, se lo deve togliere dalla testa, questo.»
  «Si vedrà se me lo devo togliere io dalla testa, o lei. Se vuole un consiglio telefoni subito alla Società, prima che lei passi dei guai.» Fuori l’aspettavano gli operai, e Tullio si mise a parlottare con loro. L’ingegnere lo sentì proclamare a voce alta, perché anche lui udisse: «I soldi li riavrete tutti fino all’ultima lira. Parola di Tullio.» Fu come un colpo di frusta.
  Quando sul piazzale non ci fu più nessuno, Michele telefonò alla Società. La trovò risoluta a non cedere, e ne ebbe una grande consolazione. Se c’era anche la Società dietro di lui, beh, questo non poteva che dargli più coraggio.
  «Avverta la polizia» gli ordinarono. «Faccia in modo che ci sia la polizia domani a vigilare il cantiere.»


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart