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Giallo: Michele #8/10

28 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #8

La sera Michele andò all’osteria. Starsene in casa poteva significare come un preannuncio di resa. Invece questa volta avrebbe fatto a testate, anche se non era certo di ciò che ne sarebbe venuto fuori. Entrò e si mise al solito tavolo. Venne l’oste a prendere l’ordinazione della cena.
  «È in ritardo stasera, ingegnere.»
  «Sa già quel ch’è successo, vero?»
  «Tutti lo sanno.»
  «Sono vere bestialità.»
  «Così va questo mondaccio.» Tornò con la mezzetta del vino.
  «Ci beva su, ingegnere. Questo, lo sa, è di quello buono, e mette allegria.» Gli altri avventori lo avevano visto, naturalmente, e un operaio aveva borbottato qualcosa ai compagni che giocavano a carte. Poi si alzò. Si diresse verso l’ingegnere. Poggiò i pugni sul suo tavolo.
  «Lei ce l’ha con noi. Non ce la doveva fare questa carognata.» I compagni avevano smesso di giocare. Stavano come in attesa.
  «La carognata me l’avete fatta voi. Comunque se volete la guerra, io sono pronto.»
  «La vogliamo sì, la guerra. E si metta bene in testa questo che gli dico, che a noi operai non ci ferma nessuno. Gente come lei, noi la spazziamo via.»
  «Andate, andate pure dietro ai bei discorsi di Tullio, e poi vedrete quel che vi succederà. Dopo, sarà troppo tardi per tornare indietro. C’è tanta gente disoccupata. Voi sarete tutti licenziati, se domani non vi presenterete al lavoro, e verranno altri al vostro posto.»
  «Lei non ci farà questo.»
  «Non ve lo farò? E che diritti avete voi di impedirmelo? Ho già pronta la lista di quelli che vi sostituiranno, se domattina non verrete al cantiere. Voi questa battaglia la perderete, parola mia.» Gli era venuto in mente Tullio, che aveva promesso su per giù allo stesso modo. Si erano avvicinati altri operai e uomini del paese. L’oste continuava a servire Michele, e ora portava la frutta e un quartino dello stesso vino. Si fece largo con la mano con la quale teneva il quartino.
  «Lasciatelo respirare.»
  «Tu non t’immischiare.» L’oste volò via.
  «Lei è una carogna.»
  «Siete voi delle carogne. Non sapete la fortuna che vi è capitata con la nuova strada, e ci sputate sopra. Altri chissà cosa avrebbero fatto per trovarsi nei vostri panni.»
  «Non si azzardi a chiamare altra gente.» La paura di perdere il posto di lavoro era grande tra gli operai. Non erano tempi facili, quelli, e le promesse dei politici si erano rivelate ancora una volta fasulle, gonfie di vento, e il lavoro ci se lo doveva litigare con ogni mezzo, e a volte anche con le minacce.
  La storia della lista aveva fatto effetto.
  «O domattina prendete regolarmente il lavoro, o vi mando a casa per sempre, e faccio venire altri al vostro posto.»
  L’operaio prese per la camicia l’ingegnere.
  «Ci provi. Ci provi e io domani la faccio a pezzi, com’è vero che mi chiamo Nando.» E per sovrappiù diede una spinta all’ingegnere, il quale, tirato per la camicia, non si era alzato del tutto e stava col sedere a mezz’aria, e quindi barcollò, perse l’equilibrio e piombò sullo schienale della sedia, la quale ruzzolò a terra, e l’ingegnere con essa. Si trovò a gambe levate, col tovagliolo ancora legato al collo.
  «Siete dei briganti. Ve la farò pagare.»
  Nando aveva fatto il giro del tavolo e ora si trovava sopra Michele. Alzò una gamba per pestarlo.
  «Lascialo stare» disse uno che non era un operaio. «È un disgraziato anche lui. Quand’è che la finiremo di farci la guerra tra disgraziati? È con quelli che ci succhiano il sangue che dovremmo prendercela, mica darci le bastonate tra di noi.» Michele intanto si era alzato.
  «Fatti sotto, Nando» disse.
  Nando non se lo fece dire due volte. Sferrò un pugno dritto che colpì Michele allo stomaco. Ma non lo piegò. Chissà per quale prodigio. Fu pronta la sua risposta. Con un gancio prese proprio sotto il mento Nando, che fece un balzo all’indietro e cadde a terra. Ci rimase, e non si alzava nonostante lo incitassero. Si capì che era k.o. Un bel colpo. Glielo disse qualcuno. Ma l’uomo di prima, quello che li aveva commiserati tutti quanti, non fece commenti. Avviandosi alla porta disse soltanto: «Domattina non ci sarà da aspettarsi niente di buono.» 

  Anche Michele se ne uscì poco dopo, lasciando gli altri all’interno, a commentare. Prese una stradicciola che lo avrebbe portato lontano dalla piazza. Non aveva voglia di incontrare nessuno.
  «Dove va, ingegnere?» Una voce di donna si levò alle sue spalle. Si voltò. Era Renata. Veniva verso di lui lentamente, ancheggiando un po’.
  «Ho visto tutto all’osteria» disse, quando gli fu vicina. «Mi dispiace per ciò ch’è successo. Ma lei ha fatto bene a dargli una lezione, a Nando.»
  «Non l’avrei preso l’incarico della strada, se avessi immaginato tutti questi problemi.»
  «Non se la prenda, ingegnere. E non si curi troppo del lavoro. Ci sono tante belle cose a questo mondo. Pensi a quelle.» Ora avevano ripreso a camminare e Renata gli stava a fianco, dal lato del muro. Si era messa le scarpe coi tacchi alti e sembrava più seducente. Michele parlava e la sbirciava.
  «Lei si preoccupa troppo, ingegnere. Se ne infischi di questa gente. Non avrà mai la riconoscenza di nessuno.»
  «Domani ci sarà guerra in paese. Verrà la polizia, e speriamo che qualcuno non perda la testa. Ma questa volta non gliela do vinta, a quelle pecore.»
  «E fa bene. Pecore, sono proprio pecore. Lo dice anche Martina, che lo conosce a fondo quanto me il paese, e sostiene che non c’è nessuno per il quale valga la pena di patire.»
  «Ma lei ha suo marito. Non vuol bene a Badile?»
  «Sì che gli voglio bene, diamine. Ma sa come siamo noi donne. Ci piacciono le belle maniere. E Badile è un omone rozzo, e qualche volta mi verrebbe voglia di urlargli sul muso che lui non se la merita una donna come me.» Erano arrivati nei campi. Era sceso il buio e c’era solo qualche lampada a illuminare il sentiero. Michele non sapeva che fare.
  «Devo accompagnarla da qualche parte?»
  «Sono venuta per lei, non lo capisce?» disse all’improvviso. «Con la scusa di cercare Martina, ho ingannato Badile.» Si era voltata verso di lui e gli stava di fronte. Aveva il viso vicino a quello di Michele, e lui vedeva la bocca e il corpo che tendevano a lui.
  «Vieni qui. Stringimi forte. Con me ti dimentichi il cantiere, Michele.» Michele se la sentì addosso, toccarlo per ogni dove. Entrarono nel bosco. Fu Renata a trascinarlo.
  Sulla strada del ritorno videro Martina. Stava con un uomo, ma non era Tullio.
  «Quello è don Luigino!» esclamò Renata, che andava ancora rassettandosi i capelli.
  «Ma che dici. Lo vedi che non ha la tonaca.»
  «Ma la tonaca i preti non la portano più. È lui ti dico.»
  «Questa poi.»
  «Lo riconosco. Lo riconosco.» Era ancora lontana Martina, sull’altro sentiero che portava al bosco. Renata sembrava fuori di sé. S’era fatta rossa in viso, e tirava Michele per la giacca perché la seguisse.
  «Io non ci vengo» disse Michele, ma Renata lo aveva già lasciato e correva verso i due.
  «Martina! Martina!» gridò. La figlia udì. Si fermò ad attenderla. Anche Michele si era fermato, ma Martina l’aveva visto. Si capiva che il suo sguardo era arrivato fino a lui. Quando li raggiunse, Renata vide che non era don Luigino.
  «Ero venuta a cercarti. Lungo la strada ho incontrato l’ingegnere. Si è offerto di accompagnarmi.» Si comportava come una scolaretta. Si voltò verso Michele. «Venga, ingegnere, l’abbiamo trovata Martina.» Non sapeva che dire. L’uomo con cui stava la figlia non l’aveva mai visto. Non era del paese. Che paura aveva avuto, però. La sua Martina era capace di sedurlo, don Luigi, se lei non ci stava attenta.
  «Torna a casa con noi.»
  «No.»
  «Fallo per me.» Si sentiva ferita a vedere la figlia comportarsi così, andare nel bosco con il primo che capitava.
  Michele aveva smaltito la sua indecisione ed ora si trovava accanto a Renata. Lo sconosciuto ruppe il silenzio.
  «Allora Martina, ti vuoi decidere?»
  «Vengo con te.»
  «Che devo dire a tuo padre?» Martina, invece di guardare lei, alzò gli occhi su Michele, e lo fissò con una tale violenza che l’ingegnere avvertì tutto il suo rancore. Renata aspettava la risposta.
  «Diglielo, a babbo, che sono una puttana, e che m’hai visto andare nel bosco con un uomo. E digli che sei una puttana anche te, e stasera hai fatto all’amore con l’ingegnere.» Poi si voltò verso il giovanotto.
  «Vieni» disse. Lo prese per mano e si mise a correre, ed era lei, come aveva fatto la madre, a trascinarlo nel bosco.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart