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Giallo: Michele #9/10

29 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]
 

Michele #9

Al mattino, per tempo, arrivarono due camionette della polizia. L’ingegnere era già sul cantiere ad attenderle.
  «Speriamo che non succeda niente» confidò al maresciallo.
  «Non deve preoccuparsi. Noi siamo abituati a queste cose. Sentirà delle urla, forse la offenderanno. Ma lei se ne stia tranquillo, non reagisca e lasci fare a noi. Dopo un po’ la rabbia passa, e vedrà che qualcuno si rimangerà le parole e mogio mogio chinerà il capo. Lei deve solo dar loro un po’ di tempo per non perdere la faccia.»
  «Se non riprenderanno il lavoro, verranno altri a sostituirli. Li ho già fatti avvertire.»
  «Non sia però troppo precipitoso. Se presi per il verso giusto, questi diventano docili come agnelli.»
  «Sono docili sì, ma davanti alle prepotenze. Non serve la ragione con loro, ma il bastone; come fa quel Tullio, che li tiene in pugno con la paura.»
  «Lo conosciamo anche noi quel Tullio. Non siamo mai riusciti a prenderlo con le mani nel sacco. Lei stia alla larga da lui. Lo lasci a me.»
  «Quei giorni che non hanno lavorato, non glieli pagherò mai.»
  «Potrebbe convenirle invece, di pagarli. Però, faccia lei. Capisco che ci sono questioni di principio. Ma sa che cosa ne penso io delle questioni di principio? Che sono come un’amante, che la si tiene finché ci piace, e poi si abbandona sulla strada quando non c’è più gusto.» Michele non rispose e il maresciallo si fece da parte.
  Poco prima delle otto cominciò ad arrivare gente. Prima era capitato qualche curioso; qualcuno era restato lì ad aspettare. Ora invece arrivavano i veri e propri manifestanti. Alle otto precise si presentarono tutti, e li guidava Tullio. La polizia si era schierata davanti all’ingresso.
  «Allora, ingegnere,» fece Tullio «ce li pagate o no i nostri diritti.»
  «I diritti vostri li avete già riscossi. La Società non vi deve niente. Siete voi ora che avete l’obbligo di continuare il lavoro, secondo il contratto.»
  «Cerchi di essere ragionevole, finché è in tempo. Non creda che ci facciamo spaventare da questi quattro poliziotti.» In realtà erano otto poliziotti, ma Tullio non aveva mai avuto riguardi per le forze dell’ordine e quando poteva le punzecchiava. Fu il maresciallo ad intervenire.
  «Stia attento, lei, a quel che fa. Abbia giudizio, perché potrebbe passare dei guai con la giustizia.»
  «Lei la conosce la giustizia, ingegnere?» Non aveva paura di niente. Segno che le spalle le aveva coperte bene.
  «La giustizia è che ora dovete tornare al lavoro. Non posso darvi molto tempo per riflettere. Ma voi ci dovete pensare bene a quello che fate. Perché oggi non è facile trovare un altro impiego. E poi, chi ha la testa calda, di questi tempi nessuno lo assume più. E voi sarete conosciuti da tutti i cantieri della zona, e anche se cambierete mestiere, non ci sarà nessuno che vi prenderà. Al vostro posto ci saranno altri a lavorare, e se avranno la testa a posto, a loro il lavoro non mancherà.»
  «Ma che cos’è per la Società pagare quei tre giorni. Un’inezia. Lei lo sa bene che la colpa non è poi tutta degli operai.» Nella voce, ci aveva messo un ammiccamento.
  «Chi non lavora, non può ricevere la paga. Carta canta, e il contratto lo conosce lei, Tullio, e lo conoscono anche gli operai.» Alzò la testa verso di loro.
  «Vi consiglio di entrare. Non posso darvi molto tempo. Avete avuto tutta la notte per pensarci.»
  Tullio fece una risata.
  «Ma che pensarci e ripensarci la notte. Avranno pure il diritto di svagarsi, o gli vuole impedire di stare con le loro donne, la notte. E lei non ci va con le donne, quando finisce il lavoro? Lo sanno tutti qui, che è un bel galletto anche lei.»
  «Entrate o non entrate?»
  «Noi vogliamo la nostra paga,» urlò un operaio «perché abbiamo da sfamarci la famiglia, e quei quattro soldi che ci avete dati non bastano nemmeno per due giorni.»
  «Bene. Se le cose stanno così, è inutile continuare a parlare. Vi do un’altra mezz’ora di tempo. Poi manderò a chiamare i nuovi operai.»
  «Guai a lei» disse un altro.
  «Non si azzardi a farci questo affronto.»
  «L’affronto lo fate voi, e la vostra è una prepotenza che non ha giustificazioni né in cielo né in Terra.»
  «Ce l’ha la giustificazione, ed è che siamo miserabili, e noi dei soldi ne abbiamo bisogno per mangiare, e non per divertirsi come fa lei.»
  «Io non mi diverto, e li guadagno come voi i soldi.»
  «Ma intanto va con le nostre donne. E questo lei non lo chiama un affronto?» Proveniva da un operaio quell’accusa e non da Tullio, che se ne stava zitto e lasciava parlare gli altri. C’era anche Badile tra la folla, e forse c’erano anche Renata e Martina, sebbene non le vedesse.
  «Lo sapete che non ho colpa di niente. Io bado al lavoro e basta.»
  «Intanto ve la fate con le nostre donne.» Temeva che si mettessero a fare il nome di Renata. Su Martina, invece, non aveva paura, poiché tutti sapevano come erano andate le cose.
  «Vi consiglio di non perdervi in chiacchiere. Il tempo passa e tra un quarto d’ora mando a chiamare i nuovi operai.» Estrasse di tasca la lista che aveva già preparata e la mostrò sollevando il braccio.
  «Eccola qua la lista. E badate che non scherzo.»
  «Badi piuttosto lei a quel che fa, ingegnere. Non ci faccia esasperare. Non saranno quei poliziotti a fermarci.» Il maresciallo stava a fianco di Michele. Fece un passo avanti.
  «Tornate al lavoro. Non vi mettete nei guai. Tutto può accomodarsi se non perdete la testa.»
  Allo scadere della mezz’ora, Michele fu irremovibile. Passò la lista ai suoi collaboratori e questi partirono con più macchine a prelevare i sostituti.
  «La vedremo» urlò un operaio. «Lei, ingegnere, non sa che botto può fare la nostra disperazione.» Michele si era proposto di non parlare più. Aveva dato gli ordini, e dunque si era avviata una contesa terribile, da far tremare i polsi. Non si poteva più tornare indietro. Chissà come ne sarebbe uscito. Ma non voleva darla vinta ai farabutti come Tullio, anche se sarebbe stato disposto a nutrire un po’ di pietà per quei disgraziati, che erano nati pecore, e non c’era verso di cambiare la loro natura. Non sarebbe migliorato il mondo, se qualcuno non avesse avuto il coraggio di fare come lui.
  Badile si avvicinò a Michele.
  «Lei scherza col fuoco, ingegnere. Si fermi, è ancora in tempo.» Parlava quasi sottovoce. «Lei rischia la vita, ingegnere. Circolano strane voci. Si dice che vogliono ammazzarla. Si fermi, non li faccia venire quei crumiri, o qui succederà il finimondo, e lei sarà quello che pagherà per tutti.»
  Qualcuno mandò a chiamare don Luigi. Arrivò di corsa. Non pensava che si fosse giunti a quel punto.
  «La scongiuro, ingegnere. Lo faccia per carità. Dio gliene renderà merito.» Nel guardarlo, dietro le sue spalle, confusa tra la folla, Michele scorse Renata. Stava incollata con gli occhi su di lui. Non li distoglieva.
  «Dio non è nemmeno con lei, don Luigi. Figuriamoci se può stare con me.»
  «Perché dice questo?»
  «È tempo di guerra, don Luigi, e mi deve perdonare se le dico che non c’è posto qui per un prete.»
  «Un prete, chi può dirlo qual è il suo posto? Dovunque, qui e lontano da qui, e se si potesse, si dovrebbe essere dovunque nello stesso momento. Un prete muore ogni volta che c’è della cattiveria a calpestare il bene.»
  No, indietro non poteva tornare. E che voleva mai quel prete, ora, quando non si poteva fare più niente? Perché non guardava dentro la propria coscienza? Con una spinta carica di astio lo allontanò. Don Luigi perse l’equilibrio e cadde. L’aiutò il maresciallo a rialzarsi.
  «Badi, ingegnere,» bisbigliò il maresciallo «non deve fare così. Lei la provoca la collera della gente.»
  Tornarono le auto. Tullio le lasciò passare e la folla cominciò a urlare e a fischiare. I poliziotti si tennero pronti. Avevano gli scudi, dei manganelli e qualcuno le bombe a gas. Il maresciallo dette l’ordine di stare all’erta e di agire solo su suo comando. Era arrivata anche Martina e si era messa accanto a Tullio. Lo teneva per un braccio, e Tullio pareva fiero di sentirsela vicina in quella circostanza. Le auto arrivarono davanti al cantiere e scaricarono i crumiri. In realtà, erano disgraziati anche loro, che avevano figli e spose da sfamare, chissà da quanto tempo. Gente che non si poteva permettere di fare dei distinguo. Si guardarono intorno. Si vedeva che avevano paura. Dalla folla si cominciò ad insultarli.
  «Crumiri! Crumiri! Tornatevene da dove siete venuti.»
  «Levate il pane di bocca a noialtri, che siamo disgraziati come voi.»
  «Entrate, entrate» sollecitavano i collaboratori di Michele.
  Ma i nuovi venuti non fecero in tempo a guardarsi in giro, a prendere confidenza col luogo, che tutta quella folla di operai e di curiosi si riversò all’interno del cantiere.
  «Fermi! Fermi!» gridò il maresciallo, e quando se li vide venire addosso come una fiumana, dette l’ordine di fermarli, e i suoi uomini cominciarono a menare manganellate a destra e a sinistra, e lanciavano le bombe, che riempirono l’aria di fumo, e qualcuno dei manifestanti si mise a tossire e si fermava, e scappava subito via, allontanandosi. Ma c’era tutto il paese a ribellarsi, non solo gli operai, ed ora avevano preso le ruspe e le rovesciavano. Sfasciavano ogni cosa. Tullio s’era messo vicino all’ingegnere. Era furbo, lui, e nessuno fin ora era riuscito a prenderlo con le mani nel sacco.
  «Glielo dicevo che questa gente è esasperata. Ed ora per pochi soldi, dovrà rendere conto di un vero disastro.»
  «Voi quei soldi non li avrete mai.» Il maresciallo aveva chiamato rinforzi. Arrivarono. Erano numerosi, questa volta con mezzi imponenti. Anche i mitra avevano. Furono sparati dei colpi in aria. La folla si spaventò. Parve smarrita. Ci fu uno sbandamento. Tullio non stava più vicino all’ingegnere. Non c’era più nemmeno Martina. Invece il prete c’era, e urlava alla gente di smetterla, che sarebbe corso del sangue se non ci si fermava in tempo.
  Si era di nuovo avvicinato a Michele.
  «Dica qualcosa. Fermi questa disgrazia. Ne dovrà rendere conto a Dio.»
  Michele non parlava. Tutto ciò che accadeva pareva non riguardarlo. Lui l’aveva presa la sua decisione, e indietro non ci tornava. Li aveva avvertiti, gli operai. Aveva concesso loro più del necessario per riflettere. Che si voleva ancora? Lui ricordava che già altre volte ci si era fermati, e con quale risultato? Che nulla era cambiato, e le cose si erano rimesse a camminare allo stesso modo di prima. Invece, questa volta, bisognava avere il coraggio di arrivare fino in fondo, anche da solo, visto che la povera gente non riusciva a capire, e forse non aveva coraggio, e di andare a guardarle negli occhi le conseguenze delle proprie azioni. 

  Nel pomeriggio, quando ormai ciò che doveva succedere era accaduto, vennero da Milano due dirigenti della Società. Videro lo sfacelo. Ruspe rovesciate, vetri rotti alle finestre degli uffici, carte sparse dappertutto, macchine da scrivere e personal computer finiti nella fossa della strada. Si chiusero nello sgabuzzino con Michele. Fuori c’era ancora la polizia schierata. Alcuni dimostranti erano stati arrestati.
  «Non possiamo dargliela vinta, ora che ci sono anche questi danni» esordì Michele.
  «Forse si è sbagliato tutto. Forse era meglio pagare.»
  «Questo mai.»
  «Ma ha idea, ingegnere, di quali guai possono ancora succedere?»
  «Peggio di così…»
  «Non è il peggio, questo. Ci metteranno in ginocchio, se non arriviamo a patti.»
  «Che si dovrebbe fare?»
  «Pagheremo quei tre giorni maledetti.»
  «Ma è una resa. Quel Tullio ci riproverà, se sa di essere forte.» Spiegò chi era Tullio. Loro però conoscevano chi stava dietro di lui. Se ne andarono. Gli avrebbero fatto conoscere al più presto le decisioni della Società.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart