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Giambastiani, Giuseppe

5 Maggio 2019

Memorie di prigionia. 8 settembre 1943 – 11 aprile 1945

Memorie di prigionia. 8 settembre 1943 – 11 aprile 1945

L’autore, nato a Diecimo il 20 febbraio 1921, è morto il 25 gennaio 1990.
Quella che ci consegna con questo libro è una memoria che ricopre tutto l’arco della Resistenza che va dal fatidico 8 settembre 1943 fino a pochi giorni prima della liberazione dell’Italia dal giogo nazifascista, che avverrà il 25 aprile 1945.
È una lettura che faccio volentieri per onorarne la memoria e il sacrificio.

Riprendo le parole del prefatore Roberto Andreuccetti: “La storia non ha smesso di celebrare coloro che hanno avuto la fortuna di fuggire e di unirsi alle colonne partigiane, i famosi eroi della resistenza, trascurando invece altri uomini, che trovandosi al difficile bivio fra l’adesione alla repubblica di Salò e la prigionia hanno avuto il coraggio di scegliere quest’ultima e di sottoporsi ad una resistenza passiva.”.

La partenza per il servizio di leva avviene in una giornata fredda e di “cattivo tempo”, il 20 gennaio 1941: “L’acqua, che fino dalla mattina imperversava furiosa, lasciava a tratti la sua furia per fare posto a un fitto nevischio accompagnato da un forte vento che sferzando sul viso faceva venire i più gelidi brividi per tutto il corpo a chi si fosse avventurato in mezzo alla libera via.”. Fra un mese avrebbe compiuto 20 anni. La rievocazione del commiato dalla mamma manifesta già il suo carattere di persona devota e rispettosa, ed è letterariamente eccellente (si noti che l’autore aveva frequentato le scuole fino alla quinta elementare): “Qualche ora prima dell’alba mi trovavo già alzato; tu forse mamma non avevi dormito per tutta la notte e ti eri alzata prima di me per preparare quella valigia, nella quale avresti voluto mettere tutta te stessa, con l’affetto e l’amore che solo una mamma sente per un figlio che si allontana e che prevede tutti i disagi e le privazioni che potrà incontrare. Tutto questo io leggevo sul tuo volto, mentre con la testa bassa giravi da una stanza all’altra, pensando e cercando di ricordare se tutto avevi messo in quella piccola valigia. Lontano aprendola, avrei dovuto rivederci tutta la mia casa, risentirci il tuo caldo affetto e trasformatasi in cassa sonora avrebbe dovuto sempre ripetermi le tue ultime raccomandazioni, di bontà, di amore e di rispetto per la mia giovinezza.”. Il diario ha come interlocutrice la mamma, cui il libro è dedicato, che dunque viene innalzata a simbolo di coraggio, di fede e di amore.

Viene inviato a Fiume “nel 27° Settore di Copertura in qualità di Guardia alla Frontiera.”, e qui resterà “per trentasei mesi”. Così descrive la sua prima uniforme: “divenni il prototipo della vera recluta con il cappello che mi ricopriva tutti gli orecchi, la giacca che faceva pure da guanti e le scarpe d’erculee forme che mi costrinsero a calzare tre paia di calzetti per non perderle benché strettamente allacciate.”. È cattolico osservante e assicura la mamma che “Tutte le sere avevo qualche ora di libertà e le passavo in qualche divertimento lecito, non trascurando frequenti visite nella chiesa dell’Immacolata, dove ai piedi della Madonna pregavo per me e per voi tutti; poi avevo la tua posta che era il mio conforto più grande e dove ritrovavo le tue parole d’affetto, di coraggio e d’amore.”.

In questi ricordi c’è molta serenità; si avverte che il soldato sa di assolvere il proprio dovere per la Patria, e vi si affida con la parte migliore di sé. La guerra comincia però a bussare alle porte di Fiume, la popolazione pensa a fuggire dalla città: “Si trattava di intere famiglie, mamme con i loro figli piccoli stretti al seno con altri che seguivano attaccati alla gonna, mentre il padre e i fratelli più grandi portavano quel poco di roba che era loro consentito, per il nuovo alloggio in qualche zona più sicura.

Sopra ogni volto si leggeva l’angoscia e la tristezza per la terra che doveva essere abbandonata, per le molte cose che si dovevano lasciare.”.

Il giorno tanto temuto arriva: “la mattina del 6 aprile, domenica delle Palme”, “il nostro ufficiale ci chiama attorno a sé e con parole tristi ci dice: ‘Coraggio ragazzi, anche per noi è venuto il momento di adoperare le armi, infatti stamani alle ore sei il nostro governo ha dichiarato guerra alla Iugoslavia.”.

“Pensa mamma, era la domenica delle Palme, la giornata dell’olivo simbolo di pace e quando in tutto il mondo cristiano si faceva festa, da noi proprio in quel giorno al posto dell’augurio di pace ci fu lanciato il grido di guerra.” È un diario speciale in cui emerge l’anima dell’autore, colma di fede e di generosità. Leggeremo più avanti: “Una sola cosa era rimasta quella di un tempo, intatta e fiduciosa come allora e più di allora: la nostra fede.”. I fatti a cui assisteremo non sono presentati senza che vi aleggi intorno il respiro dell’autore. Poco prima avevamo trovato: “Avremmo dovuto agire con solo bombe a mano e baionetta, quindi trovarci a faccia a faccia con il nemico, cosa che richiede coraggio, sprezzo del pericolo e sangue freddo ed è proprio vera la frase che dice: ‘Nel combattimento chi esita cade’.”. Non si poteva esprimere meglio la crudeltà della guerra, che costringe a non riflettere, che ci rende uomini meccanici, che nell’incontro con il nemico devono reagire svelti a uccidere: “Ad un centinaio di metri si poteva vedere il nemico che appostato sulla linea di confine attendeva l’ora di offendere o di difendersi.”. Ancora: “Anche chi è arrivato alla vittoria deve sempre piangere per le rovine materiali, morali e spirituali, perché solo con la pace niente è da perdere mentre con la guerra tutto è perduto.”. Sono frasi di una semplicità esemplare e di una profondità limpida, che lascia scorgere fede, umanità, amore e carità custodite nell’anima di questo specialissimo testimone di guerra: “Queste prove mi facevano apprezzare l’importanza della mia terra di Toscana ed ancora di più delle persone care che avevano fatto tanto per me.”.

Il diario si rivelerà anche un libro letterariamente importante. La narrazione è avvolgente e fulgida, ha il respiro di chi ha il dono del raccontare; le descrizioni sono come dei quadri: su un battello sta recandosi all’isola di Pago. È il primo Maggio 1941: “Qualche piccola barca con dei pescatori passando vicino al nostro battello finiva nella sua scia e ondeggiava vertiginosamente come se dovesse essere inghiottita dai flutti, ma che le esperte mani del barcaiolo sapevano tenere salda. Anche i gabbiani ci facevano da scorta in cerca di cibo che gli fosse stato lanciato dal battello.”.

Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1943 quando è in licenza, arriva la notizia che gli Alleati sono sbarcati in Sicilia. Così scrive: “Questa notizia faceva prevedere grandi novità, quelle novità che traducendosi in fatti concreti finirono per sconvolgere prima e massacrare poi la nostra patria e mi condusse con circa mezzo milione di uomini lontano dall’Italia, prigioniero di coloro con i quali fino ad allora avevo combattuto a fianco. Molti soldati erano morti per compiere il loro dovere ed i superstiti tra i quali anch’io furono chiamati traditori.”. Sarà il dramma degli Internati Militari Italiani (IMI).

La destituzione di Mussolini, avvenuta il 25 luglio 1943, è commentata così: “Il 25 luglio con il giornale radio delle ore una ci arrivò la notizia della destituzione di Mussolini da parte del re, fu una sorpresa, mai avremmo pensato che dopo vent’anni di regime ben radicato, come almeno all’apparenza sembrava, tutto fosse finito in poche ore.”. È una riflessione che ci induce a credere con molta speranza che anche le più radicate dittature, che sembrano immarcescibili ed eterne, sono destinate a crollare di fronte alla corrosività del tempo e alla forza degli ideali insopprimibili di libertà, e quando crollano, accade come ad un gigante dai piedi d’argilla: tutto si riduce in polvere.

Singolare e di ottima fattura il ricordo dell’8 settembre 1943, il giorno dell’armistizio con gli Alleati: “Si arrivò al mattino di quel terribile otto settembre, il sole come normale in quel periodo splendeva, il nostro bel sole d’Italia che da poco aveva portato a maturazione le messi, che dava gli ultimi tocchi di colore ai grappoli rubino dei nostri vigneti. Da noi non c’erano le ampie campagne ma rocce aguzze rivestite solo di pini che pure avevano il loro fascino e sembravano tante stalattiti o stalammiti sopra le quali fosse stato proiettato un fascio di raggi multicolori.

II cielo era terso e calmo il mare e saliva fino a noi l’aria fresca del giorno appena sorto. Iniziava un’altra giornata, quella che avrebbe segnato nella mia vita un nuovo destino, quello di prigioniero che fra poche ore avrei abbracciato.”.

Dei nazifascisti scrive così: “subendo le privazioni e le umiliazioni portatemi da gente straniera insensibile al bene ed al male.”.

Viene a sapere dell’armistizio: “Dalla città arrivava fino a noi il vociare confuso assieme al suono dei dischi del parco dei divertimenti, le luci cominciavano ad accendersi e dalle chiese della città lenti rintocchi dell’Ave Maria ci ricordavano che quella giornata era finita, quando un nostro compagno che arrivava dal caposaldo e correva con il cappello in mano, urlò poche parole confuse: “C’è stato l’armistizio!”; “Quante cose mamma, suscitava in me questa parola da tanto attesa! Voleva dire il ritorno alla vita, alla libertà, a riviverti vicino e mentre passavo accanto a gruppi di amici tutti discutevano di questo argomento. Già pensavo al nostro caro paese, mi sembrava di vederti e di sentire anche la gioia che recava a te questa notizia e mi auguravo che presto avvenisse la fine della separazione.”. È uno diario, una testimonianza, che tiene lontano il rumore delle mitragliatrici e delle bombe e mette in primo piano il sentimento che dominava tutti i nostri soldati impegnati al fronte.  La sensibilità di questo straordinario autore è messa al servizio dei suoi simili per farli tornare a vivere come uomini.

Dalla gioia alla delusione, però: “I giorni seguenti furono i più tristi, io come tutti i miei compagni ci trovammo abbandonati, costretti ad agire secondo le nostre povere forze, senza che nessuno, nemmeno i nostri superiori potessero darci una indicazione di come comportarci.”; “I primi giorni dopo l’otto settembre furono molto movimentati, quasi per tutto il giorno eravamo sorvolati da aerei tedeschi a bassissima quota. Dalla radio apprendevamo che in ogni parte d’Italia i tedeschi occupavano i centri importanti, si impossessavano di armi, mezzi corazzati e perfino di uomini.”. Vede passare gruppi di soldati italiani che avevano ceduto le loro armi ai ribelli jugoslavi: “Passavano cantando con gioia per la promessa fatta loro dai ribelli che una volta arrivati in patria sarebbero stati congedati, ma era invece soltanto propaganda escogitata per farsi consegnare le armi più facilmente ed a Fiume li aspettava invece un ben diverso destino.”. L’accenno è alle stragi degli italiani gettati nelle foibe dai titini.

Fiume si riempie di nostri soldati disarmati e con le divise diventate stracci: “quella divisa l’avevamo indossata con gioia e con decoro ed adesso eravamo arrivati addirittura al punto di vergognarci di portarla.”. All’improvviso, il 14 settembre 1943, a Fiume e dintorni si scatena l’inferno, l’aviazione tedesca prende a sganciare bombe che fanno strage nella città e soprattutto nella vicina Susak.

Il generale Gambara, verso il quale l’autore lancia i suoi strali, li aveva tenuti a Fiume in attesa dei tedeschi e fu la causa della loro prigionia: “Dalla via che proviene da Erak arrivarono i primi tedeschi, erano circa trecento soldati tutti autotrasportati e scortati da 14 carri armati del tipi ‘Tigre’. Appena arrivati presero il comando di tutti i centri nevralgici della città, ben accolti dal generale Gambara, del quale conoscemmo subito le intenzioni.”. Lamenta che i soldati italiani erano ben diecimila e avrebbero potuto far fronte ai tedeschi, ma gli ordini erano di subire. Quando un tenente che odia i fascisti e i tedeschi chiede loro se vogliano seguirli per unirsi ai ribelli, il nostro autore è combattuto dall’incertezza: andare coi ribelli e “consegnarsi alla loro possibile vendetta per averli combattuti, ma anche trovarsi di fronte a lunghi mesi di guerra e di sacrifici”; oppure consegnarsi ai tedeschi che, avendo essi rifiutato di combattere al loro fianco “ci avrebbero internato nei campi di concentramento anche se a parole ci promettevano la libertà.”. Fu il dramma di quasi tutti i nostri soldati, dopo l’8 settembre 1943. L’ autore cerca di vincere la tristezza rifugiandosi nel ricordo della sua casa, di cui sente nostalgia, ancora più lancinante al pensiero che non vi potrà fare ritorno come sperava. Sta radicandosi in lui la consapevolezza che tornare a casa è ormai impossibile. È un diario in cui non la guerra, ma i sentimenti sono messi al centro della scrittura che se ne nutre come fonte vivificatrice. In particolare, l’amore per la mamma è tanto mai forte da riuscire a trasformarsi in un fortino dentro il quale nessuno può farci del male. Di solito sono sentimenti che compaiono negli scambi epistolari, e i diari di guerra si concentrano sulle azioni per renderne l’immagine, la crudeltà e la sofferenza. In questo autore invece il felice passato e i dolci affetti che lo hanno segnato risorgono e, pur velati di malinconia, riescono tuttavia a donare di nuovo il desiderio della vita e della sopravvivenza. Essi vincono sulla guerra: “In ogni stella che brillava lassù nel cielo vedevo il tuo volto, nell’ombra degli alberi che il riflesso della luna stendeva sotto i miei passi, nei rami distesi a raggiera vedevo te a braccia aperte, come tu mi invitassi a stringermi a te.”.

Il tentativo di fuga viene sconsigliato e tutti desistono, compreso il tenente che lo aveva suggerito. Troppo pericoloso: “avrebbe certamente aggravato la nostra situazione.”. Arriva però il giorno in cui bisogna decidere: “Avemmo una visita di alcuni ufficiali tedeschi che ci proposero la scelta di collaborare con loro e nel caso contrario saremmo stati considerati loro prigionieri. Senza nessun indugio e tutti uniti decidemmo di accettare la prigionia.”; “cercavo di immaginare i luoghi dovrei avrei dovuto passare l’esilio che mi attendeva.”; “non avremmo mai potuto combattere al fianco dei tedeschi perché l’antipatia nei loro confronti era grande nel nostro animo.”. La consegna delle armi è vissuta come una umiliazione: “i nostri occhi rimanevano fissi su quei mucchi di armi che erano state le nostre compagne in ogni momento.”; “se non eravamo morti con il corpo lo eravamo certamente con lo spirito e con il morale. Morta era l’allegria, la voglia di vivere propria dei giovani della nostra età e negli anni più belli.”.

Vengono imbarcati a Fiume per essere condotti in Germania. La sensibilità di questo soldato rimane intatta e certamente lo aiuta. Si legga quanto scrive una volta partito con la nave che lo condurrà alla prigionia: “Godevamo della vista del panorama di Fiume dal mare durante il crepuscolo, mentre le prime ombre della sera avanzavano e con esse lentamente anche il velo della notte che arrivava e nascondeva il tutto.

Alcune luci si accesero sul porto per poi sparire subito e nel cielo attraversato da qualche nuvola che spariva e che poi tornava a formarsi, sempre più vive apparivano le stelle che come per incanto si erano accese. Anche il mare era calmo e deserto; le barche dei pescatori che fino a pochi giorni prima ad ogni tramonto prendevano il largo con le loro lanterne che apparivano e poi sparivano rendendo il mare simile ad un campo di grano coperto di lucciole in una sera di primavera, non c’erano più. Rimaneva il mare libero senza che altro corpo galleggiante rompesse la simmetria delle onde che sotto il riflesso della luna parevano d’argento e sembrava si rincorressero con un dolce mormorio del mare che ridestava ricordi e risvegliava le nostalgie più care.

I rumori della città si andavano lentamente perdendo e la natura tutta si riposava nell’oscurità della notte.”.

Lo aiuta anche la fede (che ha tanto rilievo in questo scritto; ad un certo punto convincerà i compagni del vagone del treno che lo porta in Germania a recitare il Rosario), e come si rivolge alla mamma lontana per avere conforto, così si rivolge all’altra Mamma, quella del Cielo, “quella Mamma Celeste che è madre di tutti, protettrice, aiuto e consolazione nei momenti più tristi e di smarrimento, quella mamma che sempre in ogni luogo ci è vicina, ci vede, ci sente, ci aiuta.”: “recitai una preghiera a Colei che è regina di tutte le Vittorie; pregai che mi tenesse lontano da ogni pericolo e che un giorno mi riportasse alla mia casa ed in cambio formulai la promessa di restargli sempre fedele negli anni a venire.”.

Quando arrivano a Trieste, ci dà quest’altra efficace descrizione: “Erano passate le ore 18 e tutto il porto era deserto, passeggiavano solo pattuglie di soldati tedeschi, mentre altri si vedevano attorno ad alcune postazioni di pezzi di artiglieria con le bocche rivolte verso il mare. Nei bacini laterali era ancora qualche nostra nave di piccolo tonnellaggio e diversi motovelieri tutti contrassegnati con la bandiera con la croce uncinata.”. Pare di vederla, la scena, con gli stessi occhi con cui la vide Giambastiani. È vivida, come quella di un quadro di pittore. Quando lasciano Trieste per dirigersi al porto di Venezia: “L’elica di poppa formava una profonda scia che si perdeva in lontananza come una unica e sperduta via in un immenso deserto.”.

Lascio al lettore l’emozione di scoprire da sé l’incontro con Venezia, nelle cui acque “La nave procedeva a passo d’uomo”. Do solo questi guizzi di colore: “Arrivavano dalle calli molti bambini già in costume da bagno e si tuffavano in acqua arrivando fin sotto la nave e ci facevano domande chiedendo da dove venivamo e dove andavamo.”. E ancora: “Tanta gente in cerca dei loro cari, i nomi urlati nella speranza di sentire una voce in risposta, con una espressione sul volto che sapeva di supplica per avere da noi una risposta e di odio per coloro che ci tenevano segregati su quella nave.”. Si passa da un’immagine, quella dei ragazzi che si avvicinano nuotando, in cui traspare ancora una fuga dalla realtà, e si arriva a quella degli adulti, consapevoli di una guerra che non si riesce a finire.

Ma sono ancora le immagini cariche di dolcezza e di voglia di vivere che colpiscono il prigioniero mentre è ancora in navigazione sulla laguna. Osserva ogni particolare che richiami la vita come risposta della felicità alla tristezza della guerra: “Su una di queste faceva bella mostra una villetta tutta nascosta tra alberi floreali, fra i cui rami faceva capolino una finestra e una veranda anche questa adornata di fiori rampicanti con i petali aperti, dalla quale una fanciulla dal dolce sorriso, una mamma dall’espressione serena del volto e la mano innocente di un bambino ci salutavano.”.

È un libro di guerra che ci racconta della speranza e della felicità, con immagini che le rendono vincenti sul male: “Questi pensieri ci facevano coraggio, dentro di noi nutrivamo tutti la speranza di tornare a rivedere il nostro bel sole che faceva da cornice ai nostri monti, ai nostri paesi, alle nostre città, la speranza di tornare a riprendere la nostra gioventù che avevamo lasciato da tempo, da quando ci eravamo persi nelle spire e nelle vampe della guerra.”. Quando vengono fatti scendere per salire  su di “un treno di carri bestiame di non meno di una sessantina di vagoni”, la folla sulla banchina cerca di individuare i propri congiunti: “Tutta la marea delle donne, fra le quali qualche mamma che, fortunatamente, era riuscita a scorgere il proprio figlio e che vedendolo scendere sperava di poterlo abbracciare, fu fatta allontanare con le maniere forti.”; “Fra la nave e la tradotta si formò un cordone di soldati tedeschi che arrivarono con dei camion e che erano venuti di rinforzo di quei pochi che erano già presenti. La gente continuava a premere e a cercare di rompere il blocco, ma questa impresa diventava sempre più difficile perché i soldati caricarono i loro moschetti e spararono anche dei colpi in aria.”. Il modo di procedere semplice, chiaro e scorrevole dell’autore con l’afflato di un’opera letteraria, ci fa perfino dimenticare che siamo di fronte alla descrizione di avvenimenti accaduti e vissuti in prima persona in tempo di guerra. Più che a un diario di guerra, ossia, ci troviamo di fronte ad un racconto scritto con la penna di un bravo narratore.

Saliti sulla tradotta: “Ogni vagone ospitava cinquanta di noi, potevamo stare solo in piedi con in mezzo alle gambe i nostri zaini, senza avere nemmeno la possibilità di sederci sopra.”. Stiamo assistendo con descrizioni accurate a ciò che accadde non solo a Giambastiani, ma a tutti gli internati IMI. È una testimonianza che dà voce ai molti silenzi di coloro che non se la sentirono di fare altrettanto.

A causa del caldo che faceva all’interno del vagone sono costretti a togliersi gli abiti “in maniera da restare tutti in mutande.”; “In quelle tragiche ore fu per tutti un pensiero continuo quello della ricerca della via di fuga per evitare la deportazione.”. Poi ecco arrivare il momento della partenza: “erano le ore quattordici del giorno 22 settembre del 1943, un giorno che rimarrà per sempre nella mia mente come il più triste della mia vita.”; “Alimentava il nostro pianto lo strazio di alcune madri che gridavano piangendo il nome del loro figlio e correvano a fianco del treno con le braccia tese verso quel vagone chiuso che non permetteva nemmeno al figlio di poter rispondere a quel saluto.”. Qualcuno tenta di saltare dal treno: “Si calarono da quel piccolo finestrino e camminando sui ferri che uniscono un vagone all’altro si fermarono contro le pareti di lamiera della coda di un vagone aspettando il momento propizio per fare il salto nel vuoto. Dopo qualche minuto li vediamo gettarsi e subito dietro a loro scaricammo i loro zaini; il salto era andato bene, li vedevamo correre fra le pannocchie del granoturco: erano liberi!”. Altri tentano, ma non a tutti va bene. Si arriva a Tarvisio, ora non fa più caldo come prima: “entrava dalle finestrelle una certa brezza che ci costringeva a coprirci.”. Nel vagone sono rimasti in trentaquattro; gli altri hanno tentato la fuga con esiti diversi, chi ce l’ha fatta senza alcun danno, chi è morto, chi è restato ferito. Quando il treno entra alla stazione di Villach, in Austria, altra è l’accoglienza che ricevono: “Sui loro volti si leggeva il disprezzo e la commiserazione che fece subito capire quale accoglienza ci saremmo dovuti aspettare e quanta umiliazione avremmo dovuto subire da parte di quella gente.”. Ripreso il viaggio, non manca mai, nonostante i cattivi presagi, di osservare il paesaggio, con annotazioni di forte caratura spirituale: “Non incontrammo mai un grande centro, ma soltanto queste piccole case isolate immerse nel silenzio di quei monti, quasi paurose di rompere l’incanto della solitudine.”. Le condizioni del viaggio restano pessime, anzi, più passano le ore, più la sofferenza si acutizza: “Era data dal nostro respiro, in così poco spazio, dal nostro sudore, dalla sporcizia che non eravamo in grado di levarci di dosso, ma soprattutto, ed è quasi obbrobrioso parlarne, dai rifiuti del nostro corpo.

In quel vagone privo di ogni apertura per fare i nostri bisogni eravamo costretti a depositare le feci su di una carta e l’orina in un cappello od un coperchio di valigia, per poi gettare via i residui solidi, ma rimaneva comunque il gas e l’odore nauseante.”. Durante la notte, calato il silenzio, “arrivava alle nostre orecchie soltanto lo stridore delle ruote d’acciaio del treno sulle rotaie.”. Stiamo facendo il viaggio con l’autore, il quale, seppure con uno stile dolce e quieto, mai esasperato, vuole che andiamo con lui, istante per istante, partecipando con gli stessi suoi occhi e il suo sentimento. Il diario ha tutte le caratteristiche, oltre che di una testimonianza, di una consegna miracolosa che riporta al presente quel lontano e doloroso passato.

Alla stazione di Vienna, c’è movimento di gente che sale e scende dai treni. È già notte. Giunge il rintocco di una campana. Pochi minuti di sosta e si riparte: “Il treno non si stancava mai della sua corsa e le ore si susseguivano alle ore senza avere mai notizia di quando saremmo arrivati alla destinazione assegnataci.”; “Erano le ore sedici ed il treno si fermò ad una piccola stazione, come fosse un nostro casello ferroviario che si trovava ad un lato della linea. Non si vedevano paesi vicini, se non a poca distanza molti alberi che nascondevano qualche casa ma non si aveva l’impressione che ci fosse un paese nelle vicinanze.

Erano ormai cinquanta ore che quel treno ci trasportava”. Questa è la descrizione dell’arrivo: “Eravamo fermi da quasi mezz’ora, aspettavamo tutti la ripresa del viaggio, quando la porta del vagone si spalancò e si parò davanti a noi la vista di molti soldati tedeschi in completo armamento da guerra, che ci invitavano a scendere, facendoci capire che eravamo arrivati.”; “Quella campagna sembrava un deserto dove non vivevano neppure gli uccelli.”; “Eravamo alla fine di settembre ma la campagna aveva l’aspetto di un autunno ormai avanzato, gli alberi avevano già fatto cadere quasi tutte le loro foglie”; “Mi sentivo il più misero degli uomini, senza più una dignità, senza un nome, senza una dimora.”. La gente che li vede “al nostro passaggio si faceva ai lati della strada ridendo alla nostra vista.”. L’entrata nel campo, “che già rinchiudeva numerose migliaia di nostri compagni.”, avviene “il 25 settembre del 1943, giorno di sabato”. Sono trascorsi otto giorni da quando è stato fatto prigioniero.

L’impatto è triste per tutti, ma il nostro autore si affida al ricordo e alla fede: “Il pensiero di quella mamma fu una forza sempre presente in me, che da quel momento in poi fino a quelli più tristi mi fece vincere l’abbattimento morale, che non riuscì a fare breccia in me, a differenza di qualche mio compagno al quale gli fu invece fatale.”.

Pidocchi, malattie e soprattutto la fame imperversano nel campo. Abituati agli agi che la truppa non ha mai goduto, i più a non resistere sono gli ufficiali: “eppure non riuscivano a trattenere i più bassi istinti di ogni uomo, che uscivano fuori in loro, di fronte alla fame più nera.”.

In queste situazioni, in cui dominano le varie necessità, tra cui la fame, il denaro non vale niente, ed è inutile possederlo, l’unico scambio accettato è il baratto, ossia cosa contro cosa: “i soldi non venivano accettati”. La preoccupazione di mangiare “ed il non trovarlo ci faceva soffrire sempre di più.”. Quando alcuni di loro vengono chiamati per trasportare un carro pieno di perugino e di “pochissimo peso”, “Nel pieno delle nostre forze saremmo stati sufficienti in due e in quel caso, in venti non eravamo capaci di trainarlo pur mettendo tutta la nostra forza, aumentata dalla promessa che ultimato il lavoro avremmo avuto una zuppa in più.”.

Ci descrive anche la landa in cui il campo di concentramento è collocato: “Quel luogo era un vero deserto privo di ogni cosa degna degli uomini e di ogni mente civile. Non un fiore alzava il suo stelo su quella terra, da donarle profumo e delicatezza di colori, non alberi che donassero frutta, non il canto di un uccello che desse armonia a quell’aria, ma soltanto qualche cesto d’erba selvatica che il clima rigido teneva costretta a rimanere aggrappata alla terra.

Qua e là, soltanto qualche pino o cipresso, simboli della solitudine e della morte ed il cra cra dei corvi, gli uccelli che vivono di rapina e si trovano sempre dove c’è burrasca e temporale.”.

Qualche prigioniero muore per cause varie, soprattutto di stenti e di malattie. L’autore rimane scandalizzato dal tipo di sepoltura che gli aguzzini riservano loro: “condussero quei miseri resti mortali nel luogo dove noi avevamo scaricato le immondizie del campo.”; “Questa scena mi fece rabbrividire e non solo ma mi venivano dei conati di vomito, non credevo possibile che la cattiveria umana arrivasse a tanto!”; “Venivano portati sopra un piccolo carro, avvolti solo di una coperta di tela, che altri compagni facevano avanzare a zig zag, scostando i rami dei pini che ingombravano il percorso in quel terreno pietroso e privo di strade. Il carro era scortato da un soldato tedesco con il fucile a tracolla ed era seguito alle spalle da un nostro cappellano militare che seguiva recitando le preghiere della sepoltura.”.

Il lettore si sta accorgendo delle molte citazioni da me riportate, ma esse sono necessarie a rendere aspetti di quella guerra e di quella prigionia dei nostri soldati IMI, spesso in altre testimonianze trascurati o accennati senza i preziosi dettagli che invece troviamo, e minutamente descritti, in questo bravo autore. Quei cadaveri sono ricoperti non dalla terra ma dai rifiuti ammucchiati sul posto e: “Non una croce, non un nome, non una pietra a ricordo, mai un ginocchio si sarebbe piegato su quella terra per recitare una preghiera, ma solo il fischio del vento freddo del nord, solo il fragore di qualche albero strappato al suolo dalla tempesta, avrebbero fatto loro compagnia. Fra qualche giorno, certo, centinaia di corvi si sarebbero portati su quella discarica, attirati dall’odore della carne putrefatta, avrebbero infierito su quei poveri corpi, ne avrebbero fatto carne per il proprio pasto.”.

Dopo un mese è trasferito in un campo di lavoro, dove il vitto è più sopportabile, ma non migliorano le condizioni generali: “arrivammo ad Oker, piccolo paese racchiuso fra quattro monti tutti ricoperti di pini che dista sei chilometri dalla città di Gorlar.”; “Alla visita medica non ci prendevano neanche in considerazione e dovevamo andare al lavoro anche con la febbre alta. A molti gonfiavano le gambe, da non riuscire nemmeno a reggersi in piedi e questo era dovuto alla mancanza di vitamine ma dovevano comunque lavorare.”.

Quando al campo arrivano i prigionieri politici, l’autore ha l’occasione di osservare: “Subito passate le feste di Pasqua in una baracca vicino alla nostra furono portati un gruppo di prigionieri italiani, erano prigionieri politici civili di fede repubblicana e si dimostravano molto ostili verso di noi. Questo fatto ci creava grande dispiacere, perché sembrava ai loro occhi che noi avessimo sposato Mussolini, mentre non avevamo fatto altro che ubbidire agli ordini che ci erano stati dati. Se per caso avevamo occasione di incontrarli, quando uscivamo per andare a lavorare ci guardavano con una faccia truce e non ci degnavano di dirci neanche una parola.”; la stessa cosa accade con i residenti della piccola cittadina: “Agli occhi della gente sembravamo dei banditi sotto scorta e non ci degnavano che solo di qualche sguardo con gli occhi pieni di disprezzo.”. Sapremo poi come occorreranno anni per il riconoscimento del valore dei soldati prigionieri in Germania, conosciuti come Internati Militari Italiani (IMI).

Non c’era alcuna possibilità, non solo di ribellione, ma anche di una semplice protesta. Il rischio era “di essere condotti al criminale famigerato campo 21, un campo dove venivano rinchiusi tutti coloro che si ribellavano e che commettevano qualcosa che ai tedeschi non andava a genio. Bisognava perciò stare attenti a quello che si diceva e si faceva, perché andare a finire in quel campo voleva dire andare incontro alla morte certa. Lì non davano da mangiare e compivano esperimenti anche sul corpo, a poco a poco gli sfortunati che arrivavano là morivano ed avevano da augurarsi che la morte arrivasse in fretta.”. Un altro esempio atroce di mancanza di umanità. Più avanti annota come fossero frequenti le punizioni: la disciplina “era sempre scritta sopra un nerbo di cuoio, nelle mani di gente priva di ogni principio di moralità e di umanità.”, e: “Noi eravamo purtroppo fra gente priva di ogni rispetto altrui, duri nel cuore ed in ogni loro operare come la terra che li ospitava e freddi ad ogni buon sentimento come il clima in cui vivevano.”. Un amalgama tra uomo e natura simile a una maledizione.

Siamo arrivati all’inverno del 1944. Lassù il freddo si fa sentire, “erano due mesi che camminavamo sulla neve e con il freddo a diversi gradi sotto zero”; “adesso avevamo gli abiti tutti logorati e non avevamo nessuna possibilità di averne di nuovi.”.

Gli echi della guerra si fanno sempre più vicini. I prigionieri capiscono che ormai i tedeschi stanno perdendo e gli Alleati sono prossimi alla vittoria. Cercano di sopravvivere affidandosi alla speranza: “il fronte si stava avvicinando.”; “Gli allarmi erano sempre più frequenti, si può dire che non dormissimo mai nelle baracche, ma passassimo sempre le ore della notte nei rifugi.”.

Il 7 aprile 1945, all’una di notte, i prigionieri (“circa un migliaio” di varie nazionalità) sono svegliati e trasferiti con il loro bagaglio sulle spalle (“una trentina di chili”), a marce forzate di circa “quattordici chilometri” ciascuna, percorsi a piedi (“la colonna ora diventata mista si allungava per più chilometri”), verso una destinazione sconosciuta. C’è sgomento, nel timore di una brutta fine: “Attraversando i piccoli paesi di campagna, la gente rideva della nostra sorte”. Anche questo episodio del trasferimento è reso attraverso un lucido quadro di insieme che mescola tra loro paura, incertezza, trepidazione, irrisione della folla, paesaggio e luminosità di quel cielo di aprile: “Ci teneva compagnia, ed era l’unica cosa che ci desse coraggio, un bel sole di primavera che pareva fosse stato mandato da Dio a lenire le pene di quella marcia”. E anche: “Venne il calore del sole, il crepuscolo della sera e subentrò il buio della notte, mentre ancora si camminava, senza sapere dove ci saremmo riparati quella notte.”; “La nostra colonna ormai si era allungata per diversi chilometri”; “La prima luce del sole rischiarò un gruppo di cadaveri, ognuno di noi sembrava dimagrito come dopo una lunga malattia, gli occhi erano rossi, dovendo sempre viaggiare con il sole, la polvere ed il vento che aveva reso pure le labbra aride e screpolate. Eravamo privi anche di un poco di saliva e per vincere la sete che avevamo cercavamo con la lingua di bagnarle ma era come passare una mano sopra un foglio di carta vetrata.”.

Nonostante ciò, il suo sguardo  continua ad annotare le cose belle e tenere che lo circondano: “Era ormai notte e la luna faceva capolino con metà della sua faccia dalla cima di un monte poco lontano ed aveva una stella molto luminosa vicino che quasi sembrava le facesse da guida.”.

Il libro di Giambastiani si conferma un percorso di prigionia, non di guerra; una prigionia che è sia materiale che spirituale. Ma mentre dalla prima non riesce a liberarsi, contro la seconda sa opporre una tenace resistenza, poiché convinto che la voglia di vivere e di armonizzarsi con la natura rappresenti una condizione di vita che nessuna prigione potrà mai rinchiudere e sopprimere. Vi svolgono un ruolo fondamentale la propria educazione e il proprio felice passato: “Ormai il buio aveva steso il suo velo su tutto, dai boschetti di pino che erano frequenti in quella campagna ci arrivava all’orecchio il canto di un uccello notturno e il cri cri dei grilli. Quelle voci della notte facevano scendere nel mio cuore la più struggente malinconia, tornavano alla mente episodi di vita vissuta ormai passati, con il dubbio atroce che non tornassero mai più.”, gli affetti familiari (soprattutto il ricordo della mamma: “Anche se avessi dovuto morire lo volevo fare con il tuo ricordo nella mente e con il tuo nome sulle labbra.”) e la fede: pensando alla mamma scrive: “Forse mentre fra le tue dita scorreva la corona del Rosario, ti appariva la mia figura sofferente e non potevi fare nulla per aiutarmi, ma se tu mi eri lontana, quella Mamma che è Mamma di tutti, che dal cielo tutto vede e che conosce tutti i dolori, ascoltava la tua preghiera.”.

Continua a sorprenderci la capacità di osservazione e l’acutezza del sentimento rivolte alla natura circostante, pur in situazioni tanto degenerate: “Intorno al nostro bivacco le sentinelle, queste nostre fedeli compagne da mesi e da anni ormai, vegliavano e vigilavano sul nostro sonno, la luna ci guardava con la sua faccia rotonda ed anche lei sembrava osservasse pietosa quello spettacolo desolante. Una stella che si accendeva e si spegneva pareva ci strizzasse l’occhio, mentre il canto degli uccelli e dei grilli arrivava a noi sempre più fioco, perché ci stavamo finalmente arrendendoci al sonno. Era il momento nel quale il pensiero cominciava a volare sulle ali dorate della fantasia, per usare le parole del poeta, e correva fino ai nostri paesi, alle nostre case e vedeva una grande tavola apparecchiata ed un soffice letto di piume.”.

Quella lunga e faticosa marcia che li sta massacrando e che durerà ben quattro giorni, darà loro un colpo psicologicamente tremendo, poiché, giunti molto al di là della cittadina bombardata di Albertod, arriva l’ordine di tornare indietro. Hanno modo, tuttavia, di notare un movimento insolito delle truppe tedesche e pensano che “forse stava per succedere qualcosa che non immaginavamo.”. Sono i primi segnali del cedimento del fronte tedesco e della resa: “C’era insomma in quell’ambiente di quel piccolo paese, dalle cose materiali, agli uomini ed alla natura, qualche cosa di strano e di ignoto, che intuivamo essere di notevole importanza, ma che si rivelava fino a quel punto un mistero.”

Ed eccolo svelato il mistero: “Arriva finalmente quel mattino! Quel mattino di un giorno tanto atteso, giungeva l’alba dell’undici aprile del 1945, una data che mi sarà impossibile cancellare dalla memoria.”. Si sono accorti che la sorveglianza nei loro confronti si è attenuata, quasi del tutto scomparsa: “Senza passarsi parola, tutti avevano avuto la stessa idea, riposarsi un poco, visto che stranamente quel giorno la polizia criminale che ci era sempre stata vicina, sembrava avesse rassegnato le dimissioni.”. L’atmosfera è di incalzante ed apprensiva attesa: “Quell’esercito che forse adesso aveva già liberato tutta l’Italia arrivava finalmente a liberare anche noi, ci avrebbe raggiunto e ridonato la libertà, forse quel momento stava per arrivare, lo sentivamo ormai vicino.”. L’autore riesce a darci in queste ultime pagine la sensazione della libertà, una specie di nuvola  che a poco a poco avanza a ricoprire tutta l’Europa e invece di far cadere la benefica pioggia che disseta i campi aridi, lascia discendere qualcosa di più grande e luminoso, i dorati raggi della libertà.

La quale libertà arriva con “una macchina militare che portava una bandiera bianca, proveniva da Wernigerode, ma non gli demmo molta importanza, sparì alla nostra vista, ma dopo circa dieci minuti la vedemmo ritornare indietro e fermarsi proprio davanti a noi.”. Apprendono così che i tedeschi si sono arresi e che dunque “Dovevamo partire ed andare subito a Wernigerode, perché lì erano arrivati i soldati americani e tutta la zona dell’HARR era stata accerchiata e si era arresa senza condizioni.”.

Il suo pensiero va subito alla sua mamma e al suo paese: “Ti vedevo lì vicino a me mamma, accarezzavo i tuoi capelli, forse adesso già bianchi per le sofferenze e per merito di questa mia lontananza, vedevo già tutto il mio paese in festa, avevo voglia di gridare con quanto fiato avevo in gola: ‘Sono libero!’”; “parlarono i miei occhi che si alzarono verso il cielo e con uno sguardo di sincera commozione, indirizzai dal profondo della mia anima una preghiera a Dio per avermi tolto dagli artigli di una prigionia ingiusta e senza limiti.”. I prigionieri, ora liberi, si abbracciano tra loro esultando, “ma la felicità ce la trasmettevamo con gli occhi.”.

È l’11 aprile 1945 (sono trascorsi “quasi due anni” dall’inizio di questo calvario): “Erano circa le 18,30 e quell’ora, quei momenti, ed anche quelli che seguirono dopo tale grande notizia, non usciranno più dalla mia mente”.

Una nota finale ci informa che l’autore “Alla fine di ottobre del 1945 potrà finalmente rientrare in Italia e riabbracciare la sua famiglia.”.

Abbiamo tenuto in mano un’opera memorabile, che ci consegna un dramma vissuto con rassegnazione e speranza e sostenuto dall’amore verso i cari e verso Dio.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart