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Giannoni, Bruno

25 Aprile 2019

Il Reggimento Cavalleggeri di Lucca 16°

Il Reggimento Cavalleggeri di Lucca 16°

L’autore è fiorentino, classe 1949, e vive a Lucca dal 1976. Grazie al suo libro vivremo la guerra al seguito di questo Reggimento che fu per qualche anno di stanza a Lucca e di cui conosceremo la storia, che va dal 1859 fino al suo scioglimento definitivo nel 1943.
Si articola in resoconti con i quali ne seguiremo cronologicamente le vicende.
Lo studio nasce per un caso fortuito: “Quasi per gioco mi misi a scartabellare tra alcune vecchie foto e libri – cercavo invano tracce della Scuola Allievi Ufficiali di Complemento di Artiglieria che per decenni Lucca ha ospitato nella prima metà del ‘900 e in cui mio Padre passò alcuni anni di gioventù – e trovai uno stemma con la scritta: Reggimento Cavalleggeri Lucca; nessun’altra traccia potei rinvenire che portasse a quel nome, nessun libro di storico locale, nessun carteggio in Archivio di Stato, chi poteva ricordare, ormai da tempo scomparso e così via”.

Iniziano le sue ricerche che lo portano a consultare “scavando nei fondi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, negli Archivi Comunali delle 18 Città in cui ‘Lucca’ ha avuto sede”. Ed anche nel “Museo dell’Arma di Cavalleria di Pinerolo.”. Sarà quest’ultimo, insieme con l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, a fornire il materiale che farà da canovaccio “indispensabile” alla storia che ci verrà raccontata.

Si comincia ricordando il momento, nell’agosto del 1909, in cui il Reggimento, acquartierato in Piazza San Romano (nell’edificio conosciuto come Caserma “Lorenzini”, ex sede di un Convento), lascia la città. È una giornata afosa. Accanto allo stendardo del Reggimento, che è “quello di Custoza nel ‘66”, “sfila lo Stendardo avuto in dono dalla Città di Lucca; nel 1860 le Donne di Lucca avevano raccolto i fondi necessari per farne cucire e ricamare uno da donare al Reggimento che portava il nome della Città”. La partenza ha per destinazione la nuova sede di Saluzzo. Il Reggimento percorre Corso Garibaldi, che allora si chiamava “Via del Fosso Coperto”, ed esce dalla vecchia Porta San Pietro, prendendo la direzione Nord “perché di là è Saluzzo.”, dove rimarrà fino al 1920, anno in cui si avrà un suo primo scioglimento. Prima di loro Lucca aveva avuto un altro Reggimento di Cavalleria con il nome di “Padova”. Quando il “Lucca” era arrivato, l’11 ottobre 1903, era entrato da Porta Elisa. Pochi giorni prima, il 5 ottobre, la Giunta deliberava “Di recarsi incontro al Reggimento con la Musica, i Corpi Armati del Comune, invitando le Associazioni e la Popolazione.”.

La data di nascita del Reggimento Cavalleggeri di Lucca è il 14 novembre 1859 e la sua prima sede è a Pisa. Compie numerose missioni, soprattutto nel Sud in occasione delle varie battaglie che si susseguirono per l’unità d’Italia, e ai confini con l’Austria. “Nel 1870 il 16° viene di guarnigione a Lucca alla Caserma San Romano.”. “Nel 1875 ‘Lucca’ lascia Lucca  una prima volta, sostituito da ‘Alessandria’.”. È impiegato anche in Cina, quando questa si ribella, nel 1901, al colonialismo occidentale. L’Italia “ha ottenuto una Concessione (una zona su cui ha piena sovranità) nella città di Tien-Tsin ed invia un contingente a garanzia dei propri privilegi territoriali”.

Due notizie stimolano l’immaginazione: “Nel 1904 si vieta ai Cavalleggeri di far pascolare i cavalli sugli spalti erbosi delle Mura perché gli spalti sono dati in affitto ai pastori per le greggi”; “prosegue l’addestramento militare fino ad addestrare i Cavalleggeri al brillamento di cariche di ‘gelatina’ sul greto del Serchio.”.

Il “Lucca” prende parte alla guerra italo-turca per il possesso della Libia del 1911. Nella Grande guerra non fa mancare il proprio apporto in varie battaglie e tra l’8 e il 14 agosto 1916, insieme con altri reparti, fa il suo ingresso con due Squadroni in Gorizia, che così viene liberata dalla dominazione asburgica. Il ‘Lucca’ è dotato di una Compagnia Mitraglieri, la 1503a, che si fa onore sul campo. Così ne parla anni dopo il Generale Paolo Brichieri Colombo in un articolo del Generale Zavattari apparso sulla “Rivista di Cavalleria” n° 3 del 1972: “Ormai ho 80 anni, ed ho visto tante cose, ma nulla di più meraviglioso di quei ragazzi della 1503a, che oggi giganteggiano nel mio ricordo! Che cosa fu quel viaggio controcorrente, incrociando treni straboccanti di sbandati civili e militari, che ci deridevano perché andavamo ancora a combattere, le marce estenuanti sotto i diluvi, con i manicotti pieni (i manicotti pieni di acqua per il raffreddamento delle canne delle mitragliatrici FIAT, per essere pronti ad entrare subito in azione) ed i caricatori dell’arma, sotto l’incalzare del nemico; il lavoro affannoso sotto il tiro degli Austriaci, sul greto, a creare, dal nulla, reticolati e trincee, a nottate intere, senza respiro; non c ’era gloria, ma solo la difesa della Patria, col P maiuscolo, a rischio costante della vita; proibizione di costruire ricoveri, solo reticolati e trincee; il freddo umido di -7 e -8, la impossibilità di accendere un fuoco, o di avere un riparo qualsiasi, ti faceva domandare, la sera, se saremmo stati ancora vivi la mattina; gli Austriaci, baldanzosi, da sopra l’argine, mascherato da una siepe artificiale, da 50 mt. ci sparavano di continuo, ma non si doveva rispondere; l’ordine era di non provocare; una volta che ho aperto il fuoco, per salvare una corvée di Fanteria, ebbi un cicchetto! Poi arrivarono i gabbioni di reticolato, con l’ordine di stenderli, a verme sinuoso, nei pochi metri tra il reticolato e l’acqua; altri reparti li buttarono, chiusi, fuori dalle trincee e li coprirono con la sabbia; noi li collocammo secondo gli ordini ricevuti; e di notte, con delle tavole, si strusciava sopra i reticolati poi si allungavano i gabbioni; era inevitabile che qualche zolla cadesse in acqua, e cominciava allora l’inferno, con pioggia di razzi, sventagliate di mitragliatrici; si restava immobili, si sentivano arrivare e passare le raffiche e, appena queste cessavano, si ricominciava a lavorare; non c’era gloria per noi, solo la morte in agguato; ebbene, io non ho mai sentito un lamento, non fu mai visto un Cavalleggero esitare, o rifiutarsi; poi veniva la nebbia, spessa, paurosa e si stava coi nervi tesi ad ascoltare ogni minimo rumore…”.

Come ricorda l’autore fu una guerra di trincea atroce e eroica: “Di quei quattro milioni oltre seicentocinquantamila non tornarono a casa e circa un milione e cinquecentomila tornarono straziati nel corpo e nell’animo.”.

Nella guerra, impegnato su molti fronti, pure nei Balcani, il Reggimento “ha subito forti perdite anche a causa della ‘malaria’ che infesta quei territori e della ‘febbre spagnola’.”.

Rientrato a Saluzzo a fine guerra, il Reggimento, a seguito di una complessiva riorganizzazione dell’Esercito, assume il nuovo nome di “Cavalleggeri di Padova” e tutte le sue insegne “vengono affidate al Reggimento Cavalleggeri Guide (19°).”.

Si ricostituirà il 1 marzo 1943 e un mese dopo sarà assegnato alla 135° Divisione di Cavalleria Corazzata “Ariete II”. L’autore ci precisa che “a ridosso dell’8 settembre è comandato al controllo e blocco delle strade attorno a Roma per impedire il passaggio delle truppe tedesche che stanno affluendo verso la Capitale.”. Si farà onore affrontando il forte esercito nemico: “i reparti corazzati tedeschi sono fermati dal fuoco dei 75/18 del ‘Lucca’, riporteranno perdite e la loro avanzata  sarà sensibilmente rallentata”. Il “Lucca”, senza che ne conoscesse il motivo, è chiamata a proteggere la strada che il 9 settembre, “è ancora buio”, il Re, Badoglio e lo Stato Maggiore percorreranno fuggendo dalla guerra: “il giorno 12 settembre il Generale Cadorna ordina lo scioglimento di Ariete II e la consegna dei materiali ai tedeschi.”; “‘Lucca’ consegnerà armi e materiali presso il Ponte Lucano.”; “Il 14 settembre ‘Lucca’ mette in salvo lo Stendardo, si sbanda per ordine del Comando di Divisione e cessa di esistere.”; “tra morti, feriti e dispersi, 143 Cavalleggeri del ‘Lucca’ non risponderanno all’appello all’atto dello scioglimento del Reggimento.”.

Giannoni ha portato il suo temperamento di patriota all’interno del racconto, non risparmiando le critiche al Re e alla classe dirigente di quegli anni che, con il loro abbandono della zona di guerra, hanno impedito che la Storia prendesse una direzione  diversa; si domanda che cosa sarebbe successo “se le Unità schierate a difesa di Roma avessero avuto gli ordini necessari per rendere inoffensive” le Divisioni tedesche.

Non c’è risposta, ovviamente. Si può ipotizzare che forse avremmo potuto evitare l’eccidio delle Fosse Ardeatine, che sconvolsero Roma quel 24 marzo 1944.

L’autore mette a disposizione del lettore numerose altre informazioni relative alla storia dell’edificio di Piazza San Romano (nel quale ci segnala la presenza di una fornace, che è “l’unico impianto fusorio per artiglierie in bronzo esistente intatto in Europa.”; vi furono costruiti ben 170 cannoni che equipaggiavano le Mura “verso il 1670”), corredandole con interessanti disegni, foto e documenti. Tra questi troviamo anche la lettera con cui il Gonfaloniere Del Bianco annuncia con lettera del 26 aprile 1860 al Cav. Antonio Balzani, Colonnello del Reggimento Cavalleggeri “Lucca”, di stanza in quel momento a Pisa, la consegna dello Stendarlo che Lucca volle commissionare per donarlo al Reggimento che si fregiava del nome della città, e la corrispondenza intercorsa tra le due Istituzioni. Altra ricerca è stata fatta dall’autore sulla mutazione del nome della Caserma di Piazza San Romano, che divenne il 14 marzo 1904 Caserma Umberto I.

Nella stessa lettera del Comando del Presidio di Lucca, del 9 febbraio 1906, indirizzata al Sindaco di Lucca, si precisano anche i nuovi nomi delle altre due caserme presenti in città:  La Caserma Cappuccini muterà in Castruccio Castracane – la finale in e del cognome farebbe pensare al cardinale Castruccio Castracane degli Antelminelli (Urbino, 21 settembre 1779 – Roma, 22 febbraio 1852), e la Caserma San Francesco in Principe Amedeo.

Il Comune di Lucca fece molto per evitare il trasferimento del Reggimento ad altra città, e varie furono le lettere scambiate con le Autorità competenti, ma il 1909 dovette arrendersi: “Verificandosi fra pochi giorni il trasloco di questo Reggimento da Lucca a Saluzzo, la Giunta Comunale mi ha dato incarico di esprimere alla S. V. Ill.ma il suo rincrescimento per tale fatto, dappoiché nei sei anni che il Reggimento dimorò a Lucca la Cittadinanza tutta e l’Autorità Comunale ebbero a lodarvi della correttezza e gentilezza dei Signori Ufficiali, dei Sottufficiali, e dei Soldati, per modo che non sorse mai il benché minimo screzio coi cittadini, e col Comune vi fu anzi completa armonia. (…)”.

Abbiamo vissuto, grazie alla meticolosa ricerca dell’autore, una bella pagina di storia lucchese.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart