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GIORNATA DELLA MEMORIA: Ricordando Gerardo Sangiorgio

27 Gennaio 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Ho sempre ricordato al popolo tedesco, in questi anni di crisi mondiale in cui, mentre tanti Paesi ne pagavano duramente lo scotto, si è andata affermando di nuovo la loro potenza di Nazione, sotto molti profili e soprattutto sotto quello economico, che essi avrebbero dovuto esprimere più solidarietà nei confronti dei popoli più colpiti. Il perché è presto detto. Nessun rischio economico che quel popolo può correre dalle debolezze altrui, potrà mai essere paragonato, non ai rischi, ma ai danni materiali e morali che, specialmente nella seconda guerra mondiale, con l’avvento del nazismo, esso ha arrecato a tutta l’Europa.
Sono rimasto dispiaciuto di una inflessibilità che, nonostante i nostri vizi – spero definitivamente in via di correzione e di superamento – non ci meritavamo.

Gerardo Sangiorgio era uno studente cui la guerra aveva costretto ad interrompere i suoi studi universitari di letteratura classica. Era nato a Caserta, nella cui provincia nacquero pure i miei genitori, ed io stesso, anche se, essendo nel 1942, dopo la quarantana prevista per le partorienti, ritornai nella città di Lucca dove i miei genitori abitavano da qualche anno.
Non è solo questa la coincidenza che Sangiorgio ha con la mia vita. Leggendo il suo diario che ci narra quanto accadde la notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, vi ho ritrovato quanto mi raccontava mio suocero, pure lui militare a Parma e pure lui rimasto e arrestato in caserma. Racconta Sangiorgio:

“restammo al nostro posto d’onore, quando i responsabili in campo politico e militare ignorarono completamente le centinaia di migliaia di uomini dell’esercito italiano. Rimanemmo al nostro posto d’onore in omaggio al principio che il soldato possiede in se stesso i valori della sua dignità, prescindendo dal ricevere o non ricevere ordini pertinenti, come è simboleggiato dalle stellette che porta, e convinti che in quel momento la causa giusta, quella della lotta all’aggressore disumano e soverchiatore aveva bisogno di noi, per dare una nuova e onorevole svolta alle infauste tragiche vicende della nostra Patria.”

È un sentimento, questo, difficile da capire, quando intorno i tuoi commilitoni si danno alla fuga e il loro unico scopo è quello di far ritorno a casa. Successe a molti compagni di mio suocero, il quale probabilmente fu rinchiuso nello stesso treno piombato di Sangiorgio per raggiungere la Germania ed essere destinato ai campi di lavoro, dove, come ricompensa della pesante e inumana fatica della giornata, venivano gettate ai prigionieri come fossero non uomini ma maiali luride bucce di patata.

Anche mio suocero fu fortunato e riuscì a tornare a casa dopo la sconfitta tedesca. Dovette curare all’ospedale di Merano una terribile tubercolosi e solo dopo mesi e mesi di cura poté fare ritorno a casa, dove gli stessi familiari stentarono a riconoscerlo.

Quando l’8 settembre, anzi per essere più precisi all’una di notte del 9 settembre, cominciarono i bombardamenti, le speranze di una pace che avrebbe fatto seguito all’armistizio dell’Italia e all’armistizio conseguente della Germania – a tanto gli italiani speravano –, si sciolsero come neve al sole.
Al cessare del fuoco, si udirono soltanto le grida dei soldati tedeschi che con le mitragliatrici spianate incitavano i soldati italiani che stavano uscendo dalla caserma: “Raus, raus”, minacciando di aprire il fuoco ad ogni loro esitazione.

Ma l’8 settembre fu solo l’inizio. Ciò che seguì sarebbe inenarrabile se non fosse la coscienza ad imporcelo come dovere civico.
Quanti giovani conoscono davvero ciò che accadde in Europa nell’anno devastante del 1944, allorché la ferocia nazista si distese in tutta la sua miseria umana?

Forse fu la sua profonda religiosità a far scrivere a Sangiorgio nel suo diario alcune buone azioni compiute dai tedeschi in favore del gruppo di prigionieri che ogni giorno, nei pressi di Bonn, ma anche in qualche altro luogo occupato dai tedeschi, mettevano a rischio la propria vita o la propria integrità fisica in lavori estremamente pericolosi, come quello di smerigliare piccoli oggetti, dove poteva accadere di tagliarsi un dito, o quello di muovere con un argano un pesante carrello adibito al trasporto di terra, il quale, perdendo l’aggancio, più di una volta andava a piombare addosso ad un prigioniero, uccidendolo, o maciullandone le gambe. Ma sono piccoli segni di una bontà che non è mai scomparsa nel mondo, e mai scomparirà, anche laddove domini la cattiveria più luciferina. E non sono questi i fatti che i giovani devono ricordare. L’insegnamento si ha solo se svisceriamo tutte intere le radici del male e le portiamo alla luce.
E in quegli anni le radici del male si radunarono tutte nel nazismo praticato dal popolo tedesco stregato da un uomo il cui potere di fascinazione resta ancora un interrogativo. Indico il libro di un tedesco, Hans Hellmut Kirst, “La notte dei generali”, a cui fece seguito nel 1966 l’omonimo film diretto da Anatole Litvak e interpretato da un grande Peter O’Toole, scomparso il 14 dicembre 2013, affinché ci si possa rendere conto delle efferatezze compiute.
“Se questo è un uomo” e “La Tregua” due libri di Primo Levi, il “Diario” di Anna Frank, diari che hanno ottenuto una fama universale per il valore della loro testimonianza, hanno fatto conoscere ciò che accadeva alla umanità sconvolta dalla ferocia del male, e della follia, numerose altre sono le testimonianze di uomini e di donne che lasciarono i loro scritti affinché non si dimenticasse.

Si sappia che ancora oggi, ci sono esseri umani che negano l’Olocausto e perfino tra i tedeschi ancora qualcuno osa sostenere che il popolo tedesco non ha mai saputo niente dei forni crematori, nonostante che dai camini dei numerosi campi di concentramento sparsi in Europa (si parla di oltre 15 mila, molti dei quali di sterminio, si legga qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Lista_dei_campi_di_concentramento_nazisti), a partire dai più noti di Mauthausen, di Auschwitz, di Treblinka, di Varsavia, ad ogni ora del giorno fuoriuscissero maleodoranti odori di carne bruciata, carne di vecchi, bambini, donne.
Chi conosce “Lettere” di Louise Jacobson? Oppure “Sonderkommando” di Salmen Gradowski?
Sono sicuro. Pochi, soprattutto tra i giovani. Ed è male. Poiché solo imparando a conoscere gli eventi causati dal male (e da che male!), sapremo premunirci ed evitarli per il futuro. Non ci saranno più forni crematori soltanto quando tutti sapremo riconoscere l’odore nauseante della carne che vi bruciava.

Anche la voce di Gerardo Sangiorgio, non da ora, appartiene alle solerti testimonianze che hanno svelato ed aperto gli occhi sulle atrocità della follia umana. Quanti hanno letto le sue pagine?
Ad un certo punto, a proposito dei due liberatori americani che apparvero increduli davanti a loro e con i mitra ancora spianati, scrive:

“Essi, ciechi strumenti della Provvidenza, forse gente che aveva avuto a che fare con la giustizia e che per riabilitarsi “faceva la guerra”, in prima linea, non potevano rendersi conto di quello che stavano operando, cioè che in quel momento strappavano a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi nell’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno.”

Diventa rilevante, a questo punto, una distinzione particolarmente caldeggiata e difesa da Sangiorgio – che si firma anche “Un combattente dell’8 e 9 settembre 1943” – tra coloro che subito reagirono alle mitragliatrici tedesche nella notte tra l’8 e il 9 settembre 1943, cominciando a sparare addirittura dall’interno delle caserme, e contro i quali la reazione tedesca fu durissima e si protrasse anche nei campi di concentramento, e coloro che si unirono successivamente agli Alleati, ottemperando ai loro ordini ed anche, in taluni casi, inserendosi nelle loro formazioni per combattere l’esercito occupante. A questi ultimi venne riservato “un trattamento più blando” (in “Ancora su ‘K. G.’ oppure ‘I. M. I.’”)

La denuncia si fa ancora più forte quando addirittura Sangiorgio si libera da ogni remora e scrive:

“non si capisce il motivo per cui il martirio di ben seicentomila soldati italiani, per vari lustri, è stato tenuto in ombra e solo da un po’ di anni a questa parte la più obiettiva e accreditata storiografia rende giustizia a quanti dopo il famoso 8 settembre 1943 diedero testimonianza, pur disarmati, di alto eroismo spirituale, negandosi alla collaborazione con i Tedeschi”

Dunque, siamo arrivati al cuore di una denuncia davvero dirompente contro la storiografia che per vari lustri ha ignorato (a tutto vantaggio, invece, di coloro che agirono insieme con gli Alleati), tutti i militari che volontariamente (più di seicentomila) risposero con le armi contro i tedeschi nei giorni dell’8 e 9 settembre 1943, rifiutandosi “in massa alle reiterate richieste di adesione alla Repubblica di Salò”.

Sangiorgio mette queste parole in bocca  a “Uno scampato dai campi di sterminio nazisti KZ”, il quale, nella testimonianza: “C’eravamo anche noi dei lager”, aggiunge:

“Oggi – ecco perché vorrei che si parli anche di noi dei Lager – una copiosa letteratura, non solo a livello di narrativa, di diario, di cronaca, ma anche ad elevato livello di accurata ricerca storiografica, rende evidente, facendo giustizia a seicentomila uomini d’onore, il loro eroico, indefettibile contegno, incurante dei mille Volti della morte nei lager, fin da quando emissari fascisti tentarono di allettarci con la loro subdola profferta di rientro in Patria, ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile, e poi ricorrendo alle minacce, in larga misura attuate: “Vedete quel bosco (un lugubre bosco che si parava innanzi alla nostra vista)! Sotto quel bosco stanno i resti di ben settemila ebrei: la stessa sorte toccherà a voi, se non aderite all’esercito della Repubblica Sociale Fascista!”.
Ma noi dicemmo unanimemente: “NO!
”

Il piccolo paese siciliano di Biancavilla (Catania) ha intitolato a nome di Gerardo Sangiorgio la biblioteca comunale, onorandone il sacrificio e il coraggio di testimonianza. Lì sono conservate anche alcune sue poesie, tra le quali desidero segnalare quella che mi pare la più affine alla storia del suo autore, se non addirittura la migliore: “Altri ci subentrano”. Questi i versi finali: “Stranito guardo: / son fuori del tempo, / o qualcosa di me manca? / Perché intruso mi trovo / nel luogo che amo e con affetto mi stringe?”

Lucca, 7 gennaio 2013


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Bart