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LETTERATURA: Giuseppe Montesano: Di questa vita menzognera

29 Settembre 2007

di Carlo Capone

[L’ultimo romanzo pubblicato da Carlo Capone: “Il naso di Pinocchio”, Sovera Editore, 2004]

Furore, nichilismo, visione febbricitante e oralità come premio a una fame ancestrale, sono tratti dell’animo napoletano. Io questi temi, e non solo, li vedo riassunti nell’opera di Giuseppe Montesano.

Un autore che seguo con grande passione e di cui a volte – è il caso del finale di Di questa vita menzognera, il suo capolavoro in assoluto – mi addolora riscontrare l’assenza di una fede in un qualsiasi divenire. C’è in lui, ma è un personalissimo giudizio, la disperazione di un sud racchiuso in se stesso, come un pugno pronto a colpire, e parimenti volto allo svelamento di una realtà da sempre matrigna.
Non a caso il suo ultimo romanzo, Di questa vita menzognera, reca nel titolo (tra i più belli, secondo me, della letteratura italiana) i temi di cui dicevo e in più il germe di una sorda frustrazione. Napoli e il disincanto, del resto, sono i poli tra cui oscillano, rimbalzano, si infrangono i suoi descrittori. Un tormento, una sete genetica ravvisabile, già in alcuni titoli maggiori: Ferito a morte, Il mare non bagna Napoli e appunto Di questa vita menzognera. Per me, napoletano di nascita, è facile riscontrarvi i segni di una lacerazione, della vanità di una caccia a un reale che gioca a nascondino.

E qui giungo a un vissuto personale.

In uno dei più bei capitoli di Nel corpo di Napoli Montesano pone la chiesa del Gesù Nuovo come punto di partenza di un viaggio nel sottosuolo di Napoli. Perché sceglie quel posto? per quale sua ragione essenziale lo ritiene anticamera del vero assoluto ed esoterico, sedimento dell’intero rimosso dell’animus napoletano ? io da ragazzo, studiando dai gesuiti, in quella chiesa ci servivo Messa.
La domenica vestivo una tonaca candida a bande rosse verticali, a mo’ di senatore romano, e insieme ad altri chierichetti si usciva da una porta laterale per disporsi ai bordi della navata centrale, seguendo poi in processione il sacerdote all’altare. Per me, nell’ascolto di un personale sentire, il Gesù Nuovo è un luogo inviolabile, un santuario di ricordi coperto da un velo. E invece arriva Montesano, e ne fa l’accesso a un budello infernale, ingiuriandone, nella mia fantasia, i preziosi marmi del pavimento ad opera di una ghenga disperata e picaresca. Ma non è tutto, il suo genio non conosce soste: su quei marmi io sento scivolare il traino della signora Fulcaniello in carriola, cui il marito, per tacitarne l’insaziabile fame nel corso del viaggio, ha predisposto un biberon di brodo e polpettine. Tutto questo nel mio Gesù Nuovo, e perciò: qual è la vera Napoli, la mia degli affetti o quella di Montesano? La città che sbiadisce via via nella mente o quella offertami dal lui (precisando che entrambe hanno pari diritti)? E che differenza c’è, restando in ambito ricordi, tra la casa dove credo abbia sceneggiato il pranzo del Tolomeo – un’abitazione sfarzosa, sguaiata e solare – e il tetro villino liberty di Via Tasso, che da giovani amanti si evitava la sera perché sede, secondo dicerie, di fantasmi in pena? Quale delle due, voglio dire in sostanza, è più vera, o meglio, meno falsa, in questa vita che non posso non dichiarare menzognera?


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