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LETTERATURA: I MAESTRI: Gramsci come Tasso

16 Dicembre 2007

di Cesare Garboli
(da “La stanza separata”, Mondadori, 1969)

Il passare delle ore, delle giornate, delle stagioni, il fermo, immobile disegno delle cose mentre cammina il tempo, fug­ge e ritorna la luce; o la vicenda inversa: la corruzione delle cose, la loro marcescenza, mentre dura eternamente immota, indifferente, la ruota delle architetture del mondo… C’è forse più emotivo luogo comune, da sempre, della poe­sia?

Proprio della «poesia», con la sua bella iniziale maiu­scola, i suoi bravi metri e il suo noto, caro solfeggio, che rincuora le retroguardie in allarme.
In area italiana, nel trentennio circa dopo Ungaretti e Montale, e tra Saba e Penna, Gatto e Sereni, Luzi e Ca­proni, nessuno di quanti formano la ristretta schiera dei ri­matori illustri nati fra il ’10 e il ’20, e, ahi loro!, cresciuti nel fascismo, tristi fanfare sperdute in quel buio, esili flauti del Novecento, ha girato con più insistenza intorno a questo sacro luogo, si è tenuto più ostinatamente fedele a questo santuario, a questo mistero ineffabile delle apparenze orarie come Attilio Bertolucci.
Che strano tipo è Bertolucci. Parmigiano, si è costruito a Roma, a Monteverde Vecchio, dove vive da anni, un pic­colo universo, un vasto guscio parmense, perpetuando sulle pendici del Gianicolo le sue campestri abitudini oziose; nascondendo la sua inquietudine, le sue distonie di inurbato sotto senili, squisite vesti di contadino (cravatta colore di foglia, bruni feltri autunnali, pastrani supremamente ca­scanti e ombrelli di una Londra vagamente appenninica); riuscendo ad assimilare alla propria solitudine modi di vita, atteggiamenti d’arte incompatibili con qualsiasi rustico; e allevando una progenie di figli letterari e reali, tra i quali Pier Paolo Pasolini, con la saggezza del patriarca che si distacca dalla prole al momento giusto, lasciando che ciascuno dei nati corra libero il mondo, a conquistarsi diversa fortuna. Di tutti i poeti italiani, Bertolucci è il solo ad avere una famigliarità professionale, da specialista con la critica d’arte. Allievo di Roberto Longhi, ha certo imparato dal suo formidabile maestro l’idea che l’arte è in primo luogo una manifattura, un prodotto, un oggetto, e il genio creativo una fabbrica, un’industria obbediente a altre leggi da quelle che in termini romantici si dicono «poetiche».
Conoscendolo da vicino, si ha l’impressione che sia proprio ­la storia dell’arte, la trama dei fatti d’arte a offrire a Bertolucci una debole garanzia, la sua unica certezza di esistere. Si muove nello spettacolo del mondo, Bertolucci, come se la natura e la vita fossero un volume di pagine dubbie e intimidatorie, sfogliando le quali l’occhio potrà imbattersi in saltuarie, intermittenti illustrazioni di perfezione prodigiosa. Proustiane, mobili istantanee di eternità. Dio come artista è certo un’immagine vieta: piuttosto esistono, per Bertolucci, fatti di vita, di natura, gratuitamente privilegiati, un pomeriggio primaverile, una tavola apparecchiata per la cena di sempre, prodotti differenziati e irrelati di artisti diversi, sommi, che appena consegnata l’opera la cancellano, firme di cui è destino siano subito perdute le tracce.
La fermezza e la labilità delle cose, dunque il trascorrere, sulle cose, della luce, è il primo strato della poesia bertolucciana. Più di vent’anni fa, l’allor giovane poeta fu richiesto da Luciano Anceschi, il quale compilava la poi fa­mosa antologia dei Lirici nuovi, di una definizione di se stesso, e di un’idea sulla poesia. «Il mio cuore incerto» scrisse Bertolucci, «e un po’ di luce vera.» Il tentativo di qualche impressionista minore, e il risultato, supremo, di Vermeer. Una dicitura che poteva parere un’eco pascoliana, il riflesso di una fantasiuccia, dimostra oggi un disegno am­bizioso, e rivela un male nascosto, una tabe.

A Monteverde Vecchio, tutto mi fa credere, abita forse il più incallito, il più crudele «esteta» delle nostre lettere Se la critica letteraria che si pratica ai giorni nostri in Ita­lia fosse meno vana, e insieme meno noiosamente moraleg­giante, meno ossessionata dal chiacchiericcio ideologico, meno fissata con l’idea della realtà come tacchino freddo, si avrebbero certamente un po’ più di referti utili, l’analisi dei gusti, dei modi d’arte, sarebbe più interessante, l’inchiesta sui tempi che stiamo vivendo più chiara, e si farebbe meno fatica a diagnosticare i decorsi reali, le linee «in progress» e «in regress». Magari ci si accorgerebbe che le grandi malattie, i cancri dell’oggi, spesso non provengono che da malintese varicelle dell’altro ieri. Ci si potrebbe divertire, anche con la letteratura. Macché. È regola il disgusto: si aspettano gli scrittori al varco, esce un libro, si accende il falò di una recensione, qualche segnale, poi più niente. In­teri anni di lavoro si liquidano con tre righe. Si teme il vischio, l’appiccicaticcio della letteratura. Che sciocchezza! La letteratura è una passione, come il golf e la pesca su­bacquea, non ammette moralismi. Chi ama l’ippica, segue i cavalli anche quando non corrono.
Bertolucci non pubblica dal 1951, quando apparve La capanna indiana. Oggi, negli ultimi fascicoli di «Parago­ne» e di «Palatina», e ancor prima nel penultimo di «Questo e altro», l’ombra sua torna, ch’era dipartita. È vero: quantum mutatus ab illo!, il paesaggio che distende la nuova moda versificatoria. Eppure, è sufficiente un’oc­chiata agli ultimi lacerti della poesia bertolucciana per ac­corgersi di quanti veleni coevi si nutra il suo vecchio alambicco. Una realtà che sembrerebbe, sulle prime, impressionisticamente aggredita, è invece annichilita con una violenza funeraria che non teme confronto, assassinata, seppellita una volta per tutte. Il poeta, a poco a poco, finito l’eccidio, riveste di illusorie sembianze carnali, più vive della vita (Dylan Thomas?), la sua mummia suprema, il cadavere che adora.
La coscienza dell’estetismo, la percezione della necrosi è il secondo strato della poesia bertolucciana. Contrariamen­te alle abitudini correrti, proviamo, per esempio, a fermare un lungo sguardo su pochi versi: una composizione in tre dal titolo Discendendo il colle, che si legge in «Palatina». Tema, ­addirittura un tòpos: la passeggiata di un io poeta, o l’insieme di camminate solitarie riunite in una, per i viali del Gianicolo nel volgere di un inverno. « … Qui il Tasso a occidente / del mio cammino in Sant’Onofrio e a oriente Gramsci / in Regina Coeli patirono la bellezza dei cieli / similmente piagati un tale ardere di fuochi / poi che un altro anno finiva assai / amaramente della loro vita entrambi / da reclusione e castità sorrisi mentre / più giù più nell’ombra che infittisce / e palpita di corpi abbracciati un commercio / prospera per cui non moriranno i borghi / … Qui dove ormai, e sempre, / la bellezza soltanto dà / suono sincero, metallo che corrusca / non si corrompe alla saliva dei baci… ».
Dove li abbiamo già letti questi versi? A parte il divario delle tecniche, dolce in Bertolucci e aspra in Pier Paolo, ha già fatto a tempo a diventare un classico, in dieci anni, Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini? Salta agli occhi, tuttavia, la variante simbolica del personaggio, Gramsci co­me Tasso, che dà da pensare, e la liquidazione del conflitto che Pasolini allestiva, allora, in termini radicali, traumatici, tra il marxismo, interno all’anima, e, diciamo, la «sporci­zia afrodisiaca», la «adusta sensualità alessandrina». In­somma, ha vinto la sporcizia, pare, Afrodite e il commercio, visto che castità e reclusione valgono, evidentemente, esclu­sione dalla vita. O meglio, non ha vinto nessuno: la morte, tutt’al più, la fine. E curioso, davanti a noi sta certamente un calco, ma superbo, un’imitazione che sottolinea tutta la propria originalità. In certo modo, la composizione di Ber­tolucci è dunque stata scritta prima, non dopo. Per dirla in termini filologici, in questo caso l’apografo ha tutta l’aria, in realtà, di essere il vero originale.

(1965)


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Bart