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Andersen, Hans Christian

6 Novembre 2007

Il violinista
Le due baronesse

“Il violinista”

Traduttore e curatore Lucio Angelini.Se questo romanzo del 1837, uno dei sei scritti da Andersen (1805 – 1875), è tornato in Italia, dopo tanti anni dalla sua prima ed unica uscita, avvenuta da noi nel 1879, lo si deve all’insistenza con la quale il traduttore e curatore Lucio Angelini ha difeso presso l’editore la validità ancora oggi di un testo come questo, scritto da quell’Andersen che ormai deve la sua fama mondiale esclusivamente alla qualità e al successo delle sue fiabe.

Corredato da un’ampia serie di note, si avvale anche di una accurata postfazione dello stesso Angelini.

Quando Andersen pubblicò il romanzo aveva già cominciato a scrivere fiabe. Tenendo presente le prime edizioni in assoluto e non solamente quelle danesi – fonte www.infodomus.it -, “Gracidio” è del 4 aprile 1826 ; come “Lo scrivano”; “La campana sommersa” è del 7 dicembre 1827; “Il fantasma” è del 2 gennaio 1830; “Gli elfi sulla brughiera” è del 19 settembre 1831, come pure “Un racconto per bambini”. Nel corso della sua vita ne scriverà ben 156, secondo la catalogazione di Birger Frank Nielsen in “Digterens danske Værker 1822 – 1875”, del 1942, ma, ben 212 secondo la fonte suindicata. Nello stesso anno de “L’improvvisatore”, il 1835, che è considerato il suo primo romanzo, ambientato in Italia, dove aveva soggiornato, uscirà, l’8 maggio, “La principessa sul pisello”.

Quella mano delicata e felice, che lo renderà celebre in tutto il mondo, è presente anche ne “Il violinista”.

Nella città di Svendborg, in Danimarca, due personaggi, un sergente maggiore, un sarto e suo figlio stanno commentando l’arrivo delle cicogne. Il ragazzo, di nome Christian, e il sergente maggiore, di nome Jordsach, sono alla finestra e osservano una coppia che sta restaurando il vecchio nido lasciato l’anno prima. Il sarto, che sta cucendo seduto in disparte, ricorda il modo in cui le cicogne nutrono i piccoli: “La madri fanno dei numeri bizzarri per nutrirli. Si rizzano alte sul nido, rovesciano il lungo collo all’indietro spingendo il becco verso la coda, come fanno i giocolieri quando si piegano di schiena per raccogliere una moneta da terra. Poi, di colpo riportano il collo nella posizione giusta, lo ripiegano indietro e rigurgitano delle belle ranocchiette e biscioline di cui i piccoli fanno banchetto.” L’atmosfera sognatrice e fiabesca permea già questo meraviglioso inizio e il lettore è trasportato nei luoghi mitici ed incantati della sua fantasia. Leggete questa descrizione con la quale inizia il secondo capitolo: “Nei centri più piccoli, non c’è quasi casa che non possieda un proprio giardinetto, ma la loro faceva eccezione. Tuttavia, poiché ce n’era bisogno, non fosse stato che per raccogliere un pugno di porri e un po’ di portulaca, ne era stato creato uno alla bene e meglio, una sorta di versione nordica del giardino pensile, come ne hanno i poveri: una grossa cassa di legno riempita di terra e sistemata sul tetto, affinché le anatre non andassero a zampettarci dentro.” L’Ebreo, un riccone che ha la sua casa proprio sotto il nido delle cicogne, ha invece un giardino immenso ricco di fiori di ogni specie il cui profumo giunge alla casa del sarto, che vi confina. Il ragazzo vorrebbe poter salire sul nido delle cicogne per poterlo ammirare, poiché “Quel parco era come un mondo misterioso.” Vi entrerà attraverso un pertugio e su invito di Noemi, una bambina più piccola di lui di un anno, nipote dell’Ebreo. Andersen è consapevole di narrare una storia in cui la fantasia è protagonista incontrastata e ci invita ad assecondarlo: “Ma sarà meglio che anche noi guardiamo al giardino con gli stessi occhi del bambino che vi era appena entrato”. È la esplicita dichiarazione della sua poetica. Egli ci avverte che con lui conosceremo un mondo diverso da quello che siamo abituati a scorgere coi nostri occhi. Dovremo abituarci ad una visione diversa, a sollecitare sensi e sentimenti rimasti nascosti dentro di noi. Non è il semplice viaggio che una storia narrata disegna per noi, ma lo straordinario trapasso verso un altrove, così come avverrà nel libro di Lewis Carroll, “Alice nel paese delle meraviglie”, del 1865, che deve più di un tributo a questo romanzo di Andersen (si pensi al gioco che Noemi e Christian faranno in giardino). Un altrove che ci è sorprendentemente vicino più di quel che si pensi: “Il ragazzo si guardò attorno, trasportato in quel giardino delle Esperidi che pareva così distante dalla sua dimora abituale. La cicogna gracchiava molto in alto e ne riconobbe il nido con i piccoli che parevano fissare i loro saggi occhi su di lui. Allora pensò all’angusto cortile dei suoi genitori, alla piccola cassa sul tetto, piantata a porri e portulaca, e si stupì che tutto questo potesse essere così vicino.” La sua umile casa, infatti, è lì, confinante con quel giardino favoloso, dove la Noemi che incontra “stava in piedi con i suoi intelligenti occhi da gazzella. L’incarnato bruno ne suggeriva l’origine orientale”. Andersen, che è facilmente riconoscibile nella figura del ragazzo che porta il suo stesso nome, ha fatto la sua scelta, dunque, allontanandosi dal mondo reale per vivere, e suggerirci di vivere (almeno fino ad un certo punto e vedremo, al termine, perché) nella dimensione del sogno e della fantasia. Che è un mondo senza confini, il migliore dei mondi possibili – ci fa capire – perché creato all’interno della nostra anima. Non sarà, tuttavia, un mondo facile da raggiungere.

Quando, a seguito di un incendio che distrugge il giardino e causa la morte dell’Ebreo, il servo Gioele si allontana sul fiume, con le ceneri funerarie del suo padrone, sotto il chiarore della luna, Christian e gli altri osservano il battello “scivolare sulla corrente e Gioele ritto in piedi con la sua scatola sottobraccio” e al ragazzo “parve che Gioele se ne andasse, con il morto, verso un lontanissimo paese immaginario”. La fantasia e il sogno non abbandoneranno mai più Christian, anche nei momenti peggiori, nei suoi contrasti con la realtà, nelle sue delusioni, nelle sconfitte.

Come la struttura fantastica e sognante non lascerà mai il suo autore. Infatti, ogni avvenimento che accade nella storia, non importa di qual natura, se triste o allegro, se atteso o improvviso, è sempre circondato da un alone di stupore e di bellezza. Non c’è nessuna differenza, ad esempio, tra la carrozza che compare per riprendere Noemi, ospitata, dopo l’incendio, nella casa di Christian, e la carrozza che conduce Cenerentola al gran ballo nel palazzo del re. Sebbene diversi i colori e i protagonisti, è il narratore Andersen che vi sta dietro con la sua anima a renderli simili, usciti dallo stesso pensiero e dallo stesso sguardo incantati. Si osservi questa descrizione di Svendborg, dove si svolge la storia: “Svendborg ha ancora l’aspetto delle cittadine del secolo scorso, con i suoi edifici irregolari dal piano superiore che a volte aggetta sul sottostante, sorretto solo da una trave indipendente. Le finestre sporgenti tagliano la vista ai vicini, le ampie scale d’ingresso sono provviste di panche in pietra o legno su cui sedersi all’aperto. Sopra le porte, sono ancora incise nel legno delle iscrizioni parte in danese e parte in latino. Le strade ineguali hanno l’aria di collinette lastricate da salire o discendere in linee spezzate.” Non ha importanza sapere se un tale paese esista davvero in Danimarca o comunque in qualche luogo reale del mondo: esso, descritto in questo modo, è senza dubbio un paese di fiaba, lo squisito risultato, ossia, di una fantasia sognante. Sarà una ricorrente fascinazione che ci accompagnerà per tutta la storia, facendoci ritrovare una magia dimenticata, una infanzia non tanto legata ad una crescita e maturazione della nostra personalità, bensì ad un’età autonomamente vissuta nella dimensione reale del sogno. Proprio questo, è il valore racchiuso nel romanzo di Andersen: circoscrivere un’età in cui sogno e realtà si identificano in una combinazione magica e suprema, che non ritroveremo mai più. Gli autori che si sono dedicati a descrivere questa età, da Mark Twain fino a nostri Alvaro e Bilenchi, solo per fare qualche esempio, hanno trattato l’infanzia come parte funzionale alla vita, momento, ossia, di formazione e di crescita. L’operazione di Andersen, così naturale, spontanea in lui, è quella di trattare l’infanzia come un’avventura della vita indipendente dal prima e dal dopo, un’isola dorata, che resta tale anche nel corso degli avvenimenti tristi, poiché illuminata dal sogno, così forte, così suadente da diventare realtà. Nella descrizione che segue può essere riassunta la differenza. Ci troviamo all’interno di una vecchia chiesa di un convento in rovina, dove Christian, insieme con altri, riceve l’istruzione dai signori Sevel, due anziani coniugi : “Su Christian, al contrario, la chiesa agiva in modo del tutto diverso. Vi indugiava stranamente tranquillo e pensieroso, nondimeno nessun luogo gli era più caro. Vi trovava alimento per le sue fantasticherie, insieme alla sensazione di trovarsi ancora più vicino al mondo delle leggende e dello spirito.” Il mondo favoloso è il protagonista, insieme con Christian, della storia: “Nelle nostre leggende popolari danesi si incontrano spesso dei piccoli laghi in mezzo ai quali, un tempo, c’era un’isoletta con un vecchio castello. Poi il castello, puntualmente, era sprofondato e il cigno di oggi nuota sopra la cuspide della torre.” Quando era scoppiato l’incendio che aveva distrutto la casa dell’Ebreo e causato la sua morte, Noemi era stato salvata dal “norvegese”, il padrino del ragazzo, dagli occhi celesti che facevano contrasto “con le sopracciglia cespugliose e scure.” Suona il violino e Christian si reca ogni tanto a trovarlo nel paese di Hulgade, dove abita, poiché attratto dalle “strane storie di cupe foreste di pini, ghiacciai, Nøkken e giganti della galaverna che il suo padrino gli raccontava, e soprattutto la musica del suo violino, da cui fluivano cose non meno straordinarie.” Persino la paura è solare, in questo mondo. Le immagini dipinte sul muro della casa del padrino si sono rovesciate nel corso della “danza macabra”, eppure Christian non teme l’avvenimento ed anzi rimpiange di non essere giunto in tempo per assistere alla scena. La stessa musica che esce dal violino ha qualcosa di soprannaturale. Quando il padrino porge lo strumento a Christian e gli insegna a suonarlo, il ragazzo, dopo le prime note, fremette di “soddisfazione, perché era stato lui stesso a produrle!” La mitologia nordica, con i suoi personaggi e il suo paesaggio, con le atmosfere rarefatte del magico e del mistero permea di sé il racconto, capace di suggerire una infinità di sensazioni nuove e sconosciute soprattutto a lettori come noi, educati ad una civiltà del tutto diversa. Allorché il padrino rende la visita alla famiglia di Christian, porta con sé “una fresca foglia di cavolo e un po’ di mordigallina per il canarino.” Il quale canta di gioia e di “gratitudine”, e cosa fa il padrino?: “Il padrino ascoltò con un’attenzione tutta particolare le note che salivano, gioiose e ardite, dalla sua piccola gola. Pareva quasi volesse rubargliele per nutrirci l’anima del suo violino.”

Il violino è qualcosa di più di uno strumento, più vicino ad una cosa viva, capace di suscitare emozioni e presenze prima nascoste. Nella fantasia ritratta da Andersen ha libero corso, oltre alla gioia, l’ancestrale paura dell’ignoto, così come avviene proprio nelle fiabe: e in sovrappiù, la paura di quella parte che sta intorno a noi dominata dal male, dal demonio. C’è davvero molta somiglianza tra il mondo qui disegnato da Andersen e, ad esempio, alcune immagini evocate nei film di Ingmar Bergman, specialmente “Il settimo sigillo” (1956) e “La fontana della vergine”(1959). La stessa atmosfera, ossia, di un cupo luteranesimo (il cattolicesimo è considerato soprattutto un periodo del passato, e colpisce la sensibilità del solo ragazzo, che ne sarà turbato per sempre), mescolato alla luminosità non solo dei paesaggi, ma dello stesso sogno. Tutto ciò fa sì che i tratti del disegno siano sempre nitidi, visibili, allo stesso modo che avviene in Bergman con quella scena che il giullare Jof osserva, ne “Il settimo sigillo”, nel momento in cui la Morte trascina dietro di sé il cavaliere Antonius Blok e i suoi compagni. C’è un’immagine, in questo libro, che me ne ha ricordato un’altra quasi identica che compare in “Grandi speranze”, il romanzo di quello straordinario narratore che è Charles Dickens. Questa è l’immagine creata da Andersen nel romanzo del 1837 (siamo al capitolo V): “Ci sono diverse stampe parigine che recano nel titolo la parola diabolique. Tutto quello che una fervida immaginazione può creare di diabolico vi riluce. In una di esse si vede una forca. La trave alla quale il criminale dovrà essere appeso si staglia solitaria.” In Dickens, nel capitolo primo di “Grandi speranze”, che è del 1861, allorché nel cimitero Pip incontra l’evaso, nel momento in cui questi si allontana il ragazzo scorge sulla linea dell’orizzonte due cose: il faro e “una forca da cui pendevano delle catene che un tempo avevano sostenuto un pirata.” Non è improbabile che lo scrittore inglese abbia letto e ricordato questa immagine di Andersen. Anzi, mi permetto di esserne certo, tanta è la somiglianza. Ciò non significa affatto, si badi bene, che Dickens, il quale nello stesso anno de “Il violinista”, il 1837, aveva dato alle stampe quell’originalissimo capolavoro che resta ancora oggi forse la sua opera migliore: “Il circolo Pickwick”, abbia avuto bisogno di ispirarsi ad una immagine di Andersen, ma significa, a lode di Andersen, che essa è divenuta parte dell’immaginario di Dickens. Del resto, “Grandi speranze”, come anche lo stesso “David Copperfield” (1850), non ripercorrono forse, almeno fino a un certo punto, lo stesso cammino di Christian? Gli dirà più avanti il padre adottivo di Noemi: “Non affliggerti per essere un ragazzo povero: la maggior parte degli artisti lo è stata! Ma se un giorno riuscirai ad elevarti alla loro altezza, guardati dalla superbia.” Peter Wik non ha qualcosa, un piccolo seme, un germoglio, dei personaggi irresistibili di Dickens? Ad esempio il Micawber di “David Copperfield”. E il bizzarro Knepus non ricorda un po’ Dick, l’amico della vecchia zia di Copperfield, la signorina Trotwood, ed anche un po’ Miss Havisham di “Grandi speranze”? Ma le somiglianze non finiscono qui. Quando, nella seconda parte, Christian scorge tra la folla “un uomo dal viso pallido e malaticcio” che teneva gli occhi fissi su di lui, e riconosce suo padre fino ad allora ritenuto morto in guerra, non ci viene in mente “Canto di Natale”?, sempre di Dickens, del 1843, allorché a Scrooge appare il fantasma del socio Jacob Marley? E ancora: avete presente “Fanny e Alexander”, il capolavoro di Ingmar Bergman, del 1982? A Alexander appare il padre defunto provocando lo stesso stupore che cogliamo nel protagonista del romanzo di Andersen.

Tornando al nostro violino, si fa di tutto per insegnare a suonarlo a Christian, poiché si preconizza che “sarà per lui una rosa nella mano”, così come “una rosa nella mano” ha un bambino, molto somigliante a lui, che appare in un dipinto conservato “nella chiesa di San Nicola a Svendborg.” Vedete, dunque, quanti e quali riflessi del mistero sono sparsi a piene mani nella realtà, tali da tramutarla in una poderosa sorgente del sogno, se non nel sogno stesso.

Salito sul campanile della chiesa di Bregninge, osserva i “magici pannelli neri” del telegrafo, che lo attirano più del superbo panorama: “Ben più che questo spettacolo, tuttavia, furono i neri pannelli ad attirare l’attenzione di Christian. Sapeva che potevano parlare come i sordomuti. Quante volte li aveva visti abbassarsi, innalzarsi e disporsi in posizioni diverse.” Quando all’improvviso la campana si mette a suonare il vespro, “gli sembrava l’enorme gola di un serpente, il battaglio la sua lingua pronta a colpirlo. […] la campana gli rintronava le orecchie di rimbombi sempre più forti e i colori che gli passavano davanti si deformavano in sagome spaventose. Vedeva turbinare i personaggi dei vecchi quadri del castello, ma con espressioni stravolte, le forme che mutavano continuamente, ora allungate e spigolose, ora gelatinose e raccapriccianti.” Anche lui, dunque, posseduto dalla fantasia.

Non dobbiamo dimenticare che anche il padre di Christian, il sarto, è un sognatore, e la sua mania dei viaggi ha la sua fonte proprio nel desiderio di osservare il mondo con gli occhi della fantasia. Pur di poter di nuovo viaggiare decide addirittura di arruolarsi, senza badare più alla famiglia, somigliando così un po’ a Michael Henchard della “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” di Thomas Hardy, del 1887, e un po’ a Barry Lyndon, il protagonista dell’omonimo romanzo di William Makepeace Thackeray, comparso a puntate nel 1844 ed uscito in volume nel 1856. Mentre il sarto si avvia a piedi con il suo amico, il sergente maggiore, alla volta della “fontana miracolosa di Frørup”, dove la moglie e il figlio si stanno recando in carrozza (una “diligenza postale”) per un tentativo di guarigione di Christian affetto da epilessia, leggete che cosa racconta: “Avete mai sentito parlare della montagna di Venere, menzionata nelle antiche storie? Diversi valorosi cavalieri e anche poveri garzoni di bottega con il loro fagotto sulle spalle sono entrati in questo regno incantato senza uscirne mai più, o se per caso uno di loro ha mai fatto ritorno in famiglia non ha più avuto pace ed è dovuto ripartire per non morire di nostalgia.”

Si rivela sempre più un sorprendente romanzo, dunque, questo di Andersen, che lo scrisse quando aveva 35 anni, e viene spontaneo ringraziare Lucio Angelini, che ne ha curato sapientemente la traduzione, per aver insistito presso l’editore Fazi per la sua pubblicazione, e l’editore Fazi per averla realizzata, facendoci scoprire un romanzo che d’ora in avanti non potrà mancare tra le nostre letture. Vi sono implicati non solo riferimenti alle leggende e ai miti del Nord, ma sparse qua e là accentuazioni oniriche ed impressionistiche offerte con l’agile penna di un raccontatore raffinato: pennellate dai tenui colori, sempre, anche quando si scende nel regno della paura, che non scaccia ma attrae essendo parte vitale del sogno. Davanti alla fontana miracolosa di santa Regisse, Christian si addormenta accanto ad una ragazzina, Lucia, malata di mente. Il sogno che pervade il ragazzo, che ha come protagonista Noemi, che non ha più rivisto dal giorno che se ne andata su di una carrozza, s’incontra con il farneticare allucinato della “piccola demente”, mentre scoppia un furioso temporale, formando un intreccio davvero straordinario per immagini e sensazioni: “Poi ci fu un lampo terribile, mentre il fracasso si faceva assordante sopra di loro. La carrozza stessa parve venire travolta e Christian vide l’area intorno come rischiarata in un attimo dalla più abbagliante luce. Ogni cespuglio, ogni albero, la chiesa e le case, tutto si stagliò in modo perfettamente vivido e, davanti a loro, nella carrozza, la fanciulla si alzò. Non aveva indosso che la leggera camiciola da notte bianca. Con le mani si allargava i lunghi capelli, quindi emise un grido selvaggio e balzò giù dalla vettura. Nello stesso istante, un’oscurità nera come il carbone cancellò di nuovo tutta la scena. Cadde un silenzio di morte.” La ragazza scompare; si mettono tutti a cercarla pieni di spavento: “Christian s’aggrappò a sua madre. Fu una notte spaventevole.” La madre della piccola Lucia, Lisbeth, è disperata; in mezzo al fragore dei tuoni, della pioggia e del vento, s’inoltra nel bosco: “A volte le pareva quasi di essere sollevata da terra. Finalmente si fermò presso un’alta palizzata. D’istinto vi si arrampicò, ma poi un turbine la fece precipitare dall’altra parte, nell’erba alta. Un lampo illuminò il vecchio maniero di Ørbaekkelunde che le si ergeva davanti con la sua torre, i possenti contrafforti e le finestre gotiche aggettanti. In quel giardino le siepi erano potate alla maniera antica. Tutt’attorno c’erano bianche statue antiche di pietra. Era solo una di esse a baluginarle davanti, alla luce abbagliante di un lampo, o era sua figlia? Le gambe le tremavano. Trafelata, la chiamò per nome, mentre la tempesta scuoteva le giovani fronde e faceva turbinare le foglie cadute a terra, che l’inverno aveva ingiallito.” Come non ricordare gli stupendi versi di Robert Burns, il grande poeta scozzese, in Italia quasi completamente ignorato, contenuti nel suo capolavoro del 1790 intitolato “Tam o’ Shanter”, pubblicato da Sansoni nel 1953 e mai più ristampato?: “Tenendosi ben stretto alla sua storna, la Meg,/(non ci fu mai una cavalla migliore!),/Tam trottava e trottava per le pozzanghere e il fango/a dispetto del vento, della pioggia e dei lampi;/per un tratto tenendosi forte il bel berretto blu;/poi canterellando qualche vecchia canzone scozzese;/poi guardandosi intorno con cautela/per tema d’esser colto dagli spiriti alla sprovvista;/era ormai vicina la chiesa di Alloway,/dove di notte gridano i fantasmi e le civette./Aveva già attraversato il guado,/dove era perito nella neve il venditore ambulante;/e oltrepassato le betulle e il masso,/dove Charlie, ubriaco, s’era rotto l’osso del collo;/ed era passato fra le ginestre e presso il cumulo di pietre;/dove alcuni cacciatori avevan trovato un bimbo sgozzato;/e vicino allo spino, al di sopra del pozzo,/dove la madre di Mungo s’era impiccata./Dinanzi a lui il Doon riversava le sue acque;/la bufera mugghiava, sempre più violenta, attraverso i boschi;/i lampi guizzavano da un polo all’altro;/sempre più vicini si sentivano i colpi di tuono;/quando, luccicando fra gli alberi gementi,/la chiesa di Alloway parve tutta in fiamme;/da ogni fessura uscivan bagliori di luce;/e tutta risuonava d’allegria e di danze.” (Trad. Adele Biagi).

La due lunghe citazioni si rendono necessarie affinché si possa avvertire una straordinaria consonanza tra il poeta di Alloway e il romanziere di Odense. Sebbene con parole e strumenti diversi pare di udire la stessa voce e di osservare e interpretare la realtà con gli stessi occhi. Vi è una tale assoluta fusione tra natura e sentimenti, così omogenea tra i due, da lasciarci esterrefatti e affascinati.

Rispetto agli autori citati, ai quali rimanda la lettura di questo romanzo, va rilevato che l’autore non nasconde, rispetto agli altri, il suo amore per l’Italia, alla quale fa più volte riferimento, e dove ha ambientato, ricordiamolo, il suo primo romanzo “L’improvvisatore”. Come lucchese, sono portato a credere addirittura che quell’italiano, venditore di statuine di gesso, che Christian, nel capitolo IX, incontra alla fiera (la “Fiera della Fontana”) che si tiene intorno alla fontana miracolosa di Frørup, non sia altro che uno dei tanti miei concittadini che andavano in giro per il mondo a vendere questa loro specialità. Una leggenda vuole che perfino Cristoforo Colombo, sbarcato in America, ne incontrasse uno. Del resto, tutto fa pensare che Andersen sia stato nella mia città, poiché la cita espressamente nel capitolo VI della terza parte: “Senza dubbio Noemi aveva visto a Vienna, a Lucca e a Bologna delle superbe opere d’arte in marmo”.

La scrittura di Andersen si rivela controllatissima anche nelle situazioni (la partenza del padre arruolatosi volontario nel corpo d’armata danese alleato di Napoleone, ad esempio, come pure il suo ritorno in licenza) in cui avrebbe potuto scorrere del sentimentalismo a buon mercato. Un esempio significativo viene anche dalla lettera scritta dal sergente maggiore Jordsach alla moglie del sarto, Maria, per comunicarle la morte in battaglia (così si crede) del marito. La tragicità della notizia viene avviluppata da un resoconto della battaglia, in cui ad emergere non è tanto la morte del sarto, bensì il carattere popolare, militaresco e ricco di simpatia del sergente maggiore. Un piccolo capolavoro, insomma. Religiosità e superstizioni in questo romanzo vanno a braccetto, e mentre si invoca Dio non ci si sottrae al fascino di un rituale superstizioso per ottenere una grazia, come è tentata di fare Maria per ottenere la guarigione di Christian. Per mezzo di esse Andersen congiunge in un’unica stirpe i popoli del Nord, nonostante le differenze etniche. Quelle credenze trovano conferme nei viaggiatori della “Scania”, siano norvegesi o svedesi, che vengono a contatto con i danesi. Vi è rappresentato un flusso costante ed omogeneo tra quei popoli, che trovano, dunque, in questo artista un cantore comune.

Creduto morto il marito, Maria decide di risposarsi e sceglie il suo primo corteggiatore, divenuto un ricco fattore. Lo fa per assicurare il futuro al suo Christian, il quale però non è a suo agio nella nuova famiglia, dove trova un fratellastro, Niels, dispettoso e cattivo, e dove non può più suonare il violino, strumento detestato dal patrigno. C’è Lucia, la ragazza ritardata ed ora miracolosamente guarita, a tenergli compagnia e a diventare la sua amica. Ma di Christian si prendono gioco sia Niels che il patrigno, nonché i loro domestici. Lo trovano goffo e ne ridono apertamente. Christian è, dunque, qui, lo stesso che il brutto anatroccolo nella celebre fiaba. Gli sono di conforto i momenti in cui, alternandosi con il fratellastro, bada alle oche vicino ad un torrente e può dare libero sfogo alla sua immaginazione. Così, il mondo gli appare rovesciato nel riflesso dell’acqua e le foglie acquatiche, le rane, gli insetti, assumono figurazioni fantastiche nel suo immaginario di giovane e sensibile sognatore. Quando racconta agli altri ragazzi ciò “che lui vedeva nell’acqua e nella vegetazione intorno”, convinto che anch’essi vedessero le sue stesse cose, era preso per pazzo. La crescita di Christian si conferma una crescita tutta speciale rispetto ad altre che abbiamo trovato nella letteratura: essa è rivolta ad un mondo che non è quello della nostra maturità, bensì quello del sogno. È come se Christian avesse scoperto, per un dono misterioso, un altro universo e tendesse a quello, non cadutovi per caso come accade ad Alice nel romanzo di Lewis Carroll, del 1865, ma perché in lui questa è l’unica realtà possibile, l’unica che egli riesce a vedere e ad amare. Raramente troviamo espressa così bene ed in modo tanto raffinato una tale simbiosi tra anima e sogno, tra pensiero e fantasia. La realtà da cui Alice si allontana, cadendo nel pozzo e trovandosi all’improvviso nel Paese delle meraviglie, trova in Christian il suo speculare rovesciamento: egli, ossia, tutto immerso nel sogno, nel suo Paese delle meraviglie, è caduto dentro una realtà da cui vorrebbe fuggire, una realtà che non capisce, mentre l’altra gli è consona e familiare. Ecco che egli, nel momento in cui gli altri lo ritengono pazzo, si staglia su di loro, anatroccoli sgraziati e nani, nella bianca e dolce, regale bellezza del cigno.

Quella celebre fiaba, dunque, come stiamo vedendo qui, che pubblicò l’11 novembre 1843, ossia sei anni dopo questo romanzo, è parte viva di Andersen, vissuta nella realtà di tutti i giorni allo stesso modo che accade a Christian: “Il più delle volte le persone che ci circondano non sono capaci di comprendere la diversità o la superiorità di una nobile anima eletta, che, anzi, si trova esposta ai loro sarcasmi e al loro disprezzo. Spesso l’asino calpesta i più bei fiori, l’uomo il cuore del proprio fratello.” “L’uomo è cattivo” farà dire, più avanti, al padrino di Christian, il misterioso norvegese. Echi delle sue prime letture, di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann in particolare, sono presenti in molte occasioni, come, per fare un esempio, nel capitolo XI, allorché, appartato vicino al ruscello, costruisce dei pupazzi e una fattucchiera, passando da lì e scorgendoli, lo rimprovera: “Sembrano fantasmi di esseri umani. Hai dato loro i corpi, ma non certo anche un’anima. Che cosa risponderai il giorno del Giudizio, quando pretenderanno che tu dia loro un’anima?”

Tutti gli ingredienti immaginifici e incantati della fiaba sono presenti nel romanzo: le curiosità, le ansie, le paure del protagonista; la famiglia che non lo comprende e forse nemmeno lo ama, il patrigno, il fratellastro cattivo, il paesaggio intorno, a volte greve e minaccioso, a volte confidente e munifico. Si veda come Andersen descrive, nel capitolo XII, la sera in cui Christian si trova fuori casa, nascosto nel suo angolo magico vicino al ruscello e incontra la cicogna che lo aiuta a fantasticare, e poi, gli appare il castello di Glorup, da cui proviene una suadente musica: “Forse, lì, lo avrebbero soccorso e sarebbe stato felice, come sempre succede nelle fiabe.” Non è a caso che spesso viene evocato il romanzo “Le Mille e una notte” e, allorché Christian incontra di nuovo il suo padrino, fuggiasco dalla prigione, rende con la risposta che questi dà alla esclamazione del ragazzo: “Che grande barba hai”, un tributo alla fiaba di Charles Perrault: “Non per questo sono il lupo che ha divorato la vecchia nonna e la sua nipotina.”

Grazie a Lucia e a sua madre, Christian conosce Peter Wik, un simpatico marinaio, fratello della nonna di Lucia: “un piccolo uomo tozzo dall’aspetto roseo e gioviale”, al quale chiede di poter restare a bordo del suo battello. È in questo modo che, come lo era stato suo padre, il ragazzo “divenne marinaio.” Solcando le acque, Andersen ricorda – come è scritto in un poema di Joseph Karl von Eichendorff (1788 -1857), “Meestille”, di cui alcuni versi al riguardo sono citati nell’epigrafe del capitolo XIV – che sul fondo siede il re del mare, dalla lunga barba, che osserva con indifferenza tutte le navi che gli passano sopra, “le nota appena,/dal suo scoglio di coralli/le saluta come in un sogno!” La fiaba e il piacere del divertimento sembrano possedere ogni istante di Andersen, quest’uomo triste, rassegnato come lo sarà Christian, Il quale Andersen, nel momento in cui rammenta la morte allorché il battello investe una barca nella notte, la sfugge per dare spazio alla giocosità presente nei due passeggeri del battello, il consigliere di guerra e la governante, presi a discutere di un allestimento teatrale. Lo stupore, il meraviglioso, occupano la mente di Christian, dunque, al modo che occupano la mente del suo autore. Tali sensazioni dominano, alla fine, sempre, tutte le altre, anche quelle della miseria umana. È come se Andersen indicasse uno speciale cammino lungo il quale i nostri pensieri, le nostre ansie, le nostre povertà materiali e spirituali si trasformano nella gioia di vivere. Guardate, infatti, cosa accade a Christian quando visita per la prima volta la città di Copenaghen, che Andersen descrive come se già dalla sua conformazione si manifestassero tutte le felicità possibili e nascoste: “Nessuna casa di Svendborg aveva altrettanti piani di quelle che adesso Christian vedeva stagliarsi su entrambe le sponde. Navigli grandi e piccoli si dondolavano nell’ampio canale, gli uni accanto agli altri. Ciascuno era ornato di bandierine multicolori, perché nel porto era in corso una festa di matrimonio, in onore della quale tutte le imbarcazioni avevano issato i pavesi. Era uno spettacolo magnifico, quasi dovesse arrivare il re. Nei vicoli ai due lati del canale passavano rumorose carrozze e semplici calessi, ed era tutto un vociare e un chiamarsi di persone.” Ed è a teatro, mentre con l’amico Peter Wik assiste, estasiato dalla musica, ad un balletto, che vede, dopo tanto tempo, tra il pubblico Noemi, “la sua cara compagna di giochi.” Ne prova immensa gioia, ed anche se da quell’incontro esce umiliato (“Noemi non aveva voluto riconoscerlo, anche se lui l’amava come una sorella!” E ancora: “Un attimo come quello è sufficiente a impartire una lezione per la vita.”), è maturato ormai in lui il convincimento “che c’era qualcosa di più elevato, di più nobile delle necessità quotidiane.” Nelle descrizioni del paesaggio, soprattutto, questo convincimento emerge a tutto tondo. Andersen vede intorno a sé nient’altro che bellezza, perfino le manifestazioni più fosche e violente della natura, sono interpretate non alla luce della cattiveria ma della opulenza del Creato. Solo l’uomo è la creatura che male esprime una tale gioia ed una tale bellezza. Non v’è dubbio che, attraverso Christian, Andersen è deluso dagli uomini, e li degna di uno sguardo benevolo solo quando essi sono espressione diretta della stessa natura. Allorché il conte, padre adottivo di Noemi, dirà a Christian che non deve disperarsi, poiché se ha talento per la musica, prima o poi emergerà, questo è il commento dell’autore: “le sue parole non erano che un vecchio tema destinato a risuonare di generazione in generazione alle orecchie dell’artista e che continuerà ad essere iterato, con qualche variante, per millenni e millenni, fintantoché il mondo resterà uguale a quello che offrì a Socrate la cicuta e a Cristo una corona di spine.” I due si conoscono in occasione della traversata del Sund, il tratto di mare che unisce la Danimarca e la Svezia, descritta nel capitolo I della seconda parte, tra le pagine più esaltanti del libro. In quel momento il tratto è ghiacciato e non v’è dubbio che il racconto che ne fa Andersen deve aver suggerito la bella copertina del libro raffigurante la stupenda tavola (cm 117×162, del 1565) del grande Pieter Bruegel il Vecchio, “Cacciatori nella neve”, che ho avuto il piacere di rimirare direttamente nel Museo di Vienna, insieme ad altri suoi capolavori, tra i quali “Banchetto nuziale” (cm 114×164, del 1568 circa). Queste due grandi tavole sono esposte una vicina all’altra, talché è davvero magnifica e impressionante la loro veduta. Addirittura, la descrizione di Andersen di quel tratto ghiacciato ricorda ancor più esattamente un quadro dello stesso Bruegel: “Paesaggio invernale con pattinatori e trappola per uccelli”, di più piccola dimensione (cm 38×56, del 1565), conservata a Bruxelles nella collezione F. Delporte. Tutto ciò per dire che è riscontrabile, in più punti di questo romanzo, una certa affinità tra Andersen e Bruegel, e quella traversata a piedi, sul ghiaccio, dello stretto di Sund, di Christian e del suo padrone Wik per tentare, inutilmente, di passare dalla Danimarca alla Svezia, dove Wik vorrebbe recarsi a far visita alla famiglia della moglie defunta, è intrisa anche, e non poco, dello spirito incantato di Bruegel. Lo si è già detto: lo stupore permea gli scenari e gli avvenimenti disegnati da Andersen, siano essi gioiosi o terrificanti. In quella traversata, a causa del mutamento di direzione del vento e delle correnti sottostanti alla crosta di ghiaccio, si comincia a temere di non farcela. La frantumazione del ghiaccio – scrive l’autore – è “una delle scene naturali più impressionanti nel nostro paese. La forza del ghiaccio e la potenza delle correnti sono entrambe grandiose, soprattutto dalle parti di Helsingør, dove tra le due coste del Sund non c’è che mezza lega di distanza. Le correnti producono immani spezzoni di ghiaccio, che cozzano gli uni contro gli altri e vengono spinti molto in alto nell’aria, dove, come per effetto di un moto rotatorio, queste vetrose montagne galleggianti assumono forme barocche. Il Sund, allora, pare un ghiacciaio in movimento.”

Le parole del conte, che abbiamo prima ricordate, restano impresse nel cuore di Christian e “quanto più la realtà si accaniva a offuscare i suoi sogni, tanto più la sua fiducia nella loro realizzazione si rafforzava.” Non è tanto il successo mondano, la gloria terrena che, in realtà, cerca Christian. La sua ambizione va ben oltre l’appagamento di una superbia o di una presunzione: egli va alla ricerca della realizzazione del sogno, che per lui altro non è che un mondo diverso, in cui i rapporti tra gli uomini siano di reciproco rispetto e amore, tali da rendere stupefacente la vita (non è senza significato che Andersen ricordi sovente la Bibbia e Dio. E quando, come nel caso delle prostitute, lamenta la miseria umana, il degrado causato dal peccato, la sua riprovazione non ha mai la pesantezza del moralista superbo e arrogante). Che il sogno di Christian abbia i suoi territori al di là della realtà è confermato dal fatto che “si figurava nella mente il magnifico castello che si sarebbe fatto costruire quando, in futuro, fosse diventato ricco.” E ancora, sono queste le parole che ascolta da suo padre, nel momento che si congeda dal figlio: “Tendiamo verso un’altra dimensione, un mondo più elevato, dove ripenseremo agli anni trascorsi sulla terra.”; “Non siamo cittadini del mondo, ma del cielo.” Christian si trova spesso a contatto con una sensazione simile, collocata oltre i limiti della realtà, ogni volta che gli viene richiesto di suonare il suo violino, o incontra la capricciosa e superba Noemi, e sempre, sul momento di raccogliere almeno un brano di quel sogno, subisce la sferzata amara della delusione. Non demorde, però. La lotta è aspra, il cammino da percorrere lungo e insidioso: “In questo mondo non c’erano fate, esistevano solo nelle fiabe.” Questa la sua preghiera: “Buon Dio, dammi il vero talento, non me ne servirò che per onorarti!” Nel destino di Christian si fanno sempre più frequenti l’invocazione a Dio e la speranza che “Nostro Signore avrebbe provveduto al resto.”

È l’anno 1816, quando Christian, ancora adolescente si trasferisce, raccomandato da Wik, a Odense, presso la casa del sig. Knepus che così si presenta la prima volta al ragazzo: “Aveva un lercio berretto da notte sulla testa che, nella parte superiore, era completamente calva. Indossava un cappotto assai stretto, a colletto, che fungeva da vestaglia da camera ed era fermato alla vita da una cintura di cuoio. Le gambe magre erano protette da mutandoni.” Bizzarro uomo, come del resto sua moglie, che solo quando ad ore precise del giorno suo marito si recava a farle visita “si faceva sorprendere intenta a filare, sferruzzare o cucire.” Se non ché, ritiratosi il marito, abbandonava ogni cosa e affidava a “una povera donna” l’incombenza di finire il lavoro dietro compenso di pochi “skilling”. Non solo, ma, facendosi aiutare da Christian, disponeva “dei fili di paglia davanti alla porta, di modo che se poi li avesse trovati scomposti, avrebbe capito che la cameriera era uscita a divertirsi.” Ma Christian vi si trova bene e la serenità che ne ricava, soprattutto quando affacciandosi alla finestra contempla “un ampio stagno in cui galleggiavano dei cigni”, gli dà la sensazione che il mondo sia “di nuovo una fiaba.” A Lucia, divenuta una ragazzina ormai guarita dalla sua malattia e alla quale Christian si sente molto legato, confida: “Sarei disposto a mettere a repentaglio la mia vita solo per qualcosa di straordinario.” Noemi rappresenta l’amore che fa soffrire, quasi irraggiungibile, che ci rende goffi; Lucia, la tenera, confidente amicizia che ci apre il cuore e la mente a velleità e sogni che avremmo altrimenti tenuti nascosti. Noemi è allegra, esuberante, orgogliosa, ma non sarà per molto. Anche lei comincerà a soffrire, allorché “la vecchia contessa” che l’ha adottata (una donna noiosa, ossessionata dalle malattie) le racconterà della fine di sua madre, e delle voci che correvano sulla sua condotta. Della madre, di nome Sara, era innamorato, contro il parere della famiglia, il figlio Fritz. La ragazza, ebrea, fu allontanata, ciò nonostante Fritz riuscì a dimenticarla solo dopo che scoprì la sua relazione con un musicista norvegese. È il momento, questo, in cui Andersen inserisce l’intreccio squisitamente romantico della sua storia, facendo sorgere in noi l’interrogativo di chi sia figlia Noemi, se di Fritz, il conte che si è preso cura di lei, come sosteneva Sara, la madre, nelle sue lettere inascoltate prima di suicidarsi, o del norvegese, che noi abbiamo già conosciuto così vicino a Christian, che lo considera “il padrino”. La figura del norvegese avvicina Noemi a Christian. La ragazza, infatti, è sicura che il padrino di Christian, quel mirabile suonatore di violino, sia suo padre. Da lei, il ragazzo riceve l’esortazione a lasciare tutto, abbandonare la casa in cerca del suo destino: solo così potrebbe arrivare ad amarlo: “Se continuerai a stare presso quel ridicolo signor Knepus, in questa Odense così piccolo – borghese, resterai una persona inesorabilmente comune. Lanciati con ardimento nella vita.” Nello stesso momento gli consegna “cento talleri dei miei risparmi” e pronuncia una frase importante a definire i loro rapporti: “Ricordati, visto che me l’hai raccontato, di quel nostro primo incontro nel giardino, quando ti presi in pegno gli occhi e la bocca. Ebbene, tu mi appartieni ancora, ho dei diritti su di te.” È un rapporto che ne richiama un altro, quello tra il trovatello Heathcliff e Catherine di “Cime tempestose”, il romanzo di Emily Brontë, di dieci anni più tardi, il 1847, i cui giochi infantili intrecceranno per tutta la vita i loro sentimenti. Come Catherine farà con Heathcliff, inoltre, anche Noemi sollecita Christian a lasciare la casa in cerca di fortuna. Entrambi devono ritornare ricchi e famosi: “quando tornerò e sarò diventato un grand’uomo, che sorpresa, e che gioia!” Ci si domanda se la Brontë non abbia trovato in queste poche righe di Andersen, l’ispirazione per la sua grandiosa e tragica storia. Noemi è talmente orgogliosa, infatti, che, al ritorno dal capezzale di Gioele, il vecchio servitore di suo nonno (il ricco Ebreo) che, vicino a morire, le ha rammentato di essere ebrea, fa vista di non averlo mai conosciuto e rimprovera la donna che l’ha costretta a recarsi presso l’uomo morente: “Dove avrei mai dovuto far conoscenza con quel vecchio ebreo?” La sua serenità, tuttavia, si è ormai spezzata. Nasce dentro di lei un conflitto tra la sua superbia e la sua condizione di ebrea. Sa bene che quanto Gioele le ha detto in punto di morte è la verità: “Povero Gioele! Se Dio ha rinnegato il tuo popolo, posso certo anch’io rinnegare te.” Noemi va ben oltre la passione e l’egoismo di Catherine, dunque. Andersen sottolinea le discriminazioni sociali a cui, ancora nel suo tempo, erano sottoposti gli ebrei. Il povero Gioele verrà, infatti, seppellito “fuori dalla cinta di pietra del cimitero”, e la sua tomba verrà presto ricoperta di sassi gettati dai ragazzi, “perché sapevano che là sotto giaceva un ebreo.” Dunque, suo nonno e sua madre erano ebrei, e suo padre, conosciuto come il norvegese, aveva approfittato di un momento di debolezza di sua madre, scacciata dalla casa della vecchia contessa per allontanarla dal figlio Fritz, e l’aveva compromessa per sempre. Infine, era stato lui ad ucciderla. L’intreccio romantico non subisce alcun appesantimento da questa trama tenebrosa, giacché Andersen sa mantenere leggera e persuasiva la sua scrittura, con richiami frequenti ad uno sfondo paesaggistico e leggendario che trasformano presto nel nostro immaginario questa storia in un racconto metaforico, sebbene così vicino alla personale vicenda umana del suo autore. La scoperta, anziché deprimere la ragazza, che è in procinto di ricevere la cresima dal pastore protestante Patermann, il quale pensa di lei che è destinata all’inferno, finirà con lo spingerla a farsene un titolo di merito, visto che appartiene ad un popolo eletto da Dio, e a difendersi contro i pregiudizi sociali: “Vivere brevemente, dunque, ma vivere! Respirare la gioia e poi spezzarsi in un attimo!…” Dopo la cerimonia della cresima, dirà: “Oggi ho giurato sul vessillo dei cristiani! Mi hanno allevata per questo, mi hanno dato da mangiare e da bere affinché fossi una di loro.” Un po’ Giuditta e un po’ Ester, precisa l’autore. Il romanzo continua ad offrire al lettore una gamma molto ampia di richiami e di riferimenti che, presenti sin dal principio, lo rendono davvero una ricca sorgente di suggestioni ed un importante trait d’union con la storia letteraria, sia civile che religiosa, tanto del passato quanto del futuro. Abbiamo già ricordato il richiamo che attraverso la figura del padre di Christian viene suscitato verso un’opera di Thomas Hardy. Ma ora che siamo andati avanti nel racconto, vi troviamo qualcosa in più, tale da mettere in comunicazione Andersen con il più giovane narratore inglese, ed è quel focus di pessimismo e di dolore che sta alla base della loro scrittura. I personaggi più importanti di entrambi sono immersi nella vanità e nel sogno, ma ricevono profonde umiliazioni, delusioni e sconfitte. Quanto più sembra inimitabile l’esasperato e accanito pessimismo di Hardy, tanto più esso trova nel disegno apparentemente leggiadro e fiabesco di Andersen il suo precursore.

Ma torniamo alla nostra storia. Comincia un periodo nuovo nella vita di Noemi, nel quale, rivestendosi di una corazza di combattività e di orgoglio assai più robusta di quella che già indossava prima al servizio della sua presunzione, ella avverte per la prima volta la profondità e l’angoscia della sua solitudine.

Se pensiamo alla contorta storia di Noemi e la paragoniamo a quella, non meno complicata, di Christian, la cui madre, Maria, si era risposata con un antico e ricco corteggiatore, credendo il marito morto in guerra, mentre, invece, questi era ritornato ed era stato costretto dal secondo marito a nascondersi, dietro la ricompensa di un bel po’ di denaro, noi ci facciamo l’idea di un Andersen affascinato dalle suggestioni di una trama dentro la quale si nascondono, come nelle fiabe, luccicanti tesori, non facili da scoprire in mezzo all’ordinario e disordinato scorrere della vita. Il cammino dei protagonisti sarà, così, sempre orientato in direzione di questa ricerca, mai facile, e sulla quale pesa gravemente una realtà nient’affatto benevola. La voglia di andarsene altrove, che ora assale Noemi allo stesso modo di Christian, che altro significa se non l’aspirazione a possedere quei tesori che in parte sono stati nascosti per noi, e che potrebbero ben rappresentare lo strumento con il quale il destino gioca a irriderci e a umiliarci? Quando Noemi decide di recarsi a Copenaghen è il 4 settembre 1819. Entrata in città, vi incontra una sommossa popolare che, sull’onda di quanto stava accadendo ad Amburgo, si è messa alla caccia degli ebrei non più graditi. Affacciatosi qualcuno della folla alla carrozza, viene riconosciuta per un’ebrea e stanno per aggredirla, allorché un uomo corre in suo aiuto: è Peter Wik. La conduce nella casa di una vedova, di cui è ospite, dove già si trovano Christian, Lucia e sua madre. Poi corre a cercare un’altra vettura per Noemi che deve raggiungere il palazzo di una nobile famiglia presso la quale è stata invitata. Se non che, come accade a Renzo Tramaglino ne “I promessi sposi” (1823/1842), Wik è scambiato per un sobillatore, e viene arrestato.

Lo incontreremo di nuovo a Mölln, in Germania, allorché si troverà faccia a faccia con Noemi travestita da ragazzo con il nome di Christian (“un giovane con i baffi, dai tratti assai delicati e dallo sguardo intelligente.”), fuggita da Copenaghen con Ladislao, l’avvenente cavallerizzo polacco che si esibisce in un circo. Non la riconoscerà, al momento. Noemi ha fatto la sua scelta, dunque, è fuggita, sollecitata dall’amore improvviso per il bel cavaliere. Il travestimento non è nuovo nella letteratura, si può andare a Shakespeare, “Il mercante di Venezia” (1596/1597), allorché Porzia si traveste da giudice, ma anche a Bradamante de “L’Orlando furioso” (1532) di Ludovico Ariosto e a Clorinda de “La Gerusalemme liberata” (1581) di Torquato Tasso. Noemi, tuttavia, che ora si trova a Vienna, non inganna il nonno di Ladislao (“so bene che non sei un maschio.”), uno zingaro che la mette in guardia dall’affezionarsi troppo al nipote che, infatti, si dimostrerà piuttosto violento nei suoi riguardi. Il romanzo assume, nel momento del travestimento di Noemi, una coloritura picaresca che ci ricorda il “Lazarillo de Tormes” uscito anonimo intorno al 1554, nonostante che la peregrinazione di Noemi non si stacchi mai del tutto dalle luci e dalle atmosfere della sua Danimarca, alla quale resta sempre legata, pure se afferma il contrario: “Io non mi struggo affatto per la Danimarca, anzi, non ci tornerò mai più!” Anche Christian lascia la casa di Knepus alla volta di Copenaghen. I due protagonisti, dunque, prendono il volo, iniziando il loro viaggio alla scoperta del mondo, ma soprattutto di se stessi. Il ritmo della narrazione si fa più serrato, e poche sono le pause che Andersen ci concede, come se le figure di Noemi e di Christian e il loro destino lo avessero conquistato ben oltre la finzione. Noemi è anche il personaggio che consente ad Andersen di cantare tutto il suo grande amore per l’Italia. Ritrovata dal patrigno Fritz, con lui si trasferisce dall’Austria all’Italia su di “una leggera vettura da viaggio” e Andersen scrive: “Erano diretti verso la Fata Morgana della realtà: l’Italia, sacra dimora dell’arte. Le Alpi erano il suo portale, l’aquila il suo passero che nidifica nelle cimase. I pini rizzavano le alte colonne dei loro tronchi, sormontate da capitelli di un verde perenne. Era là che la melodia aveva il suo focolare, là che le rose fiorivano anche d’inverno. La terra che ivi si calpesta è consacrata dal sangue della nobiltà, dal marmo dei templi dell’Antichità. La pietra vi si fa spirito e carne, immagine di beltà che inebria il pensiero. Il mare d’Italia è azzurro come i petali del fiordaliso, limpido come l’acqua delle sorgenti. Le Urì ti sorridono, belle come nel paradiso di Maometto. Ah, paese della musica, patria dei colori: Italia!…” Andersen, che aveva visitato l’Italia qualche anno prima, si aggiunge così, anche in occasione di questo romanzo (dopo che già era accaduto con “L’improvvisatore”), agli estimatori della nostra penisola, i quali non mancavano mai, in quei tempi, soprattutto se artisti, di farle visita almeno una volta nella loro vita. “Il violinista” si rivela, dunque, uno stupefacente coagulo di sensibilità artistiche multiformi che hanno attraversato più di un’epoca; Andersen vi suona davvero, qui, tutte le corde del suo violino, facendoci avvertire echi e sussurri di mondi che hanno attraversato, attraversano e attraverseranno le varie letterature di ogni tempo.

Quando ritorna su Christian per dirci che a Copenaghen ha trovato alloggio presso la stessa vedova che già lo aveva ospitato insieme a Lucia e alla madre di lei, e si arrangia dando lezioni di violino, ma conduce una vita piuttosto misera che lo costringe ad indossare un vestiario tanto mai consunto che si trova impacciato nei movimenti, Andersen con fine psicologia ci fa notare: “Preferiva avere l’aria di mancare di personalità, piuttosto che lasciare trasparire la propria miseria.” La situazione in cui si trova costretto a vivere Christian resta ancora quella del brutto anatroccolo, deriso ed emarginato. Ospite di una famiglia benestante, il figlio “Non rivolgeva parola a Christian e non lo salutava mai, né quando entrava, né quando usciva […] Quando attendevano ospiti a colazione, disdicevano l’impegno con Christian, con la scusa che, tanto, non si sarebbe divertito a stare con degli sconosciuti. D’altro canto avrebbe avuto un bello spazzolare il proprio abito nel tentativo di farlo diventare sufficientemente elegante per quegli invitati.” Andersen ha, inoltre, questo dono: che tutto quanto accade nel romanzo non appare frutto di una trama prefissata ma si presenta quasi sempre con la freschezza dell’improvvisazione. Ossia, gli avvenimenti paiono scaturire dalla sorte, così come accade nella vita reale. A tal punto che Andersen diventa, anche lui, un personaggio della sua opera, incuriosito come noi, ed ogni volta che si presenta a scostare il sipario, non lasciandoci con ciò mai soli, ci dà la sensazione di affacciarsi su di un mondo i cui accadimenti nemmeno lui ha saputo prevedere. Tale impressione, latente in ogni momento della lettura, viene corroborata nel momento in cui la madre, convinta che Christian si sia ben sistemato a Copenaghen, decide di trasferirsi da lui. Se ci si riflette, si tratta proprio di un avvenimento che ha le caratteristiche più della vita reale che di una finzione romanzesca. “Il violinista” esprime continuamente questa particolare articolazione, che lascia penetrare nella trama guizzi spontanei di vita vera. Accade così che nel momento in cui i protagonisti ambiscono a trasformare in sogno la realtà, quest’ultima si affaccia con le sue luci e le sue ombre attraverso i filamenti della loro immaginazione. È realtà, infatti, la descrizione di una cerimonia di iniziazione, chiamata Pontemolle, a cui assiste Noemi, giunta a Roma con il patrigno, con il quale si è recata, mascherata ancora una volta “in costume maschile, con un paio di baffetti sopra la bocca delicata.”, accompagnata da un suo nuovo ammiratore, il marchese Rebard, che diverrà suo marito, in una vecchia osteria nei pressi di Ponte Milvio, frequentata da artisti, soprattutto tedeschi, dove tra canti e bevute si accoglie un nuovo adepto che diventa, purché paghi il conto all’oste, “cavaliere dell’ordine di Bacco.” Noemi sembra aver trovato il suo mondo, dunque, e solo ogni tanto il suo pensiero va a Christian. A Roma ha incontrato il padre del ragazzo che, da quella volta che aveva riscosso un po’ di soldi per starsene lontano da Maria che, credendolo morto, si era risposata, ha vagato in molti luoghi ed ora è “frate converso” in un convento romano. Il ritratto di Roma è quello oleografico, grazie al quale si correva da ogni parte a visitarla: la Roma ricca e nobile “della duchessa Torlonia” e la Roma degli artisti e del popolino intenti alle gioie e ai piaceri della carne. Pare, quello tratteggiato da Andersen, uno di quei quadri manieristi che si dipingevano proprio in quegli anni e che tramandavano una città che, immersa nelle sue splendide vestigia, dall’antico aveva saputo trarre e preservare il gusto della vita. Cosicché, a mano a mano che Andersen dal Nord si sposta verso il Sud, la sua prosa si va rivestendo dei colori e delle atmosfere mediterranee con una capacità di adattamento che sorprende per come l’autore riesca ad assimilare nella scrittura le variazioni legate ad ambienti così diversi. I colori tenui e rarefatti che hanno caratterizzato i movimenti, per esempio di Noemi quando si trovava al Nord, si sono trasformati in coloriture e ritmi più accesi e sanguigni, di cui il baccanale all’osteria del Ponte Milvio è solo uno dei più appariscenti campioni.

Il destino di Noemi sembra baciato dalla fortuna. È una ragazza felice, al contrario di quanto sta accadendo a Christian, sul quale Andersen apre ogni tanto una piccola finestra che dalla vita di Noemi ci fa passare nella sua misera stanzetta, dove la madre sta morendo, con scorci narrativi che saranno caratteristici di uno dei romanzi più popolari e conosciuti della nostra letteratura: “Cuore” di Edmondo De Amicis, del 1886. Ricordiamo che la triste fiaba di Andersen, “La piccola fiammiferaia”, alla quale rimanda in qualche modo il Christian “misero negli abiti e smunto nelle gote” che immaginiamo intento a prendersi cura della madre, è del 1845.

A questo punto, Andersen decide di far fare un salto alla storia di ben dodici anni, durante i quali dobbiamo pensare che le vite dei due giovani protagonisti scorrano sulle ruote di destini contrapposti: immerso nella agiatezza e nella allegria quello di Noemi, la ragazza superba e arrogante; nella povertà più assoluta quello di Christian alle prese con la fatica di vivere che sta spengendo in lui l’antico sogno di felicità. Ora Noemi è a Parigi, città luminosa come lo è stata la sua vita fino a quel punto: “Lo spirito e la gioia di vivere risplendevano nei suoi occhi neri.” Ma anche: “Voglio godere del profumo di questa falsa vita.” Ha sposato il marchese Rebard e la sua è una delle famiglie parigine più in vista. Andersen ci fa notare che è diventata un po’ “grassoccia.” Ma più avanti scriverà: “Noemi, indubbiamente, non poteva più essere annoverata tra le più giovani, ma la sua era comunque una bellezza opulenta che, unita all’abbigliamento di gran gusto, suscitava l’ammirazione e i complimenti di giovani e anziani.” Osservando Parigi, Andersen non può fare a meno di segnalarci il caratteristico “passage” parigino, ossia la “tipica via coperta da un tetto di vetro, fiancheggiata da negozi su due piani, e da cui si diramano gallerie minori.” Che, seppur breve, è una descrizione che ci ricorda “Thérèse Raquin” di Zola, del 1867. È all’interno di uno di questi passaggi, infatti, e precisamente presso il Pont-Neuf, che la madre di Camille Raquin, lo sfortunato marito di Thérèse, ha un negozio di mercerie. Vi è anche una descrizione della “gran Opéra” che fa ricordare lo Zola di “Nanà”, del 1880, con quell’eccellente raffigurazione del piccolo “Théatre des Variétés” ed anche il Balzac delle “Illusioni perdute”, romanzo che esce lo stesso anno, il 1837, de “Il violinista”, quando descrive l’ “Opera” e il teatro “Panorama-Dramatique”. Sembra che Andersen abbia, in una specie di delicata miniatura, riunito nella sua opera molti temi che hanno caratterizzato il lavoro di romanzieri passati, come tali, alla storia con una fama superiore alla sua. La descrizione del parco di Tivoli, a Parigi, non è forse una miniatura di quella – certamente superba – dell’ippodromo di Longchamp che troviamo in “Nanà” di Émile Zola? Ma di Andersen, e solo sua, quasi un contrappeso, è la magnifica descrizione delle tre giornate di festa che celebrano l’inaugurazione della statua di Napoleone issata sulla colonna Vendôme. Ne fa respirare tutti i colori, il caotico movimento, l’euforia del popolo, la partecipazione del re Luigi Filippo “circondato dai suoi figli e dai suoi generali.” Ci fa sentire in mezzo a loro, e vicino alla carrozza di Noemi, “in mezzo a pedoni che si accalcavano a ridosso delle sue ruote.”

È tra questi che si trova Ladislao, l’ex perfido amante che l’aveva abbandonata, e Noemi, che riceve da lui un bigliettino in cui chiede aiuto, essendo ridotto un mendicante, pensa al modo di prendersi la sua rivincita. Il marito è venuto, intanto, a sapere tutto del suo passato, proprio dallo stesso Ladislao, che ha inviato un biglietto anche a lui. Noemi ha paura di ciò che potrebbe succederle. Il marito non le nasconde che terrà presente quel suo passato ogni volta che si permetterà di corteggiare qualche ragazza; ed anche lei, prima di rimproverarlo, dovrà tenerne conto. Il tempo della serenità e del quieto vivere è, dunque, finito per Noemi. Ha raggiunto, tuttavia, la ricchezza e il rispetto, a cui anelava il suo orgoglio. E Christian? Ancora pensa a lei. Ha rinunciato al suo sogno, lui; la dura realtà lo ha vinto. Si accontenta di essere il violinista del suo piccolo villaggio, stimato da tutti e chiamato a suonare in occasione di matrimoni e feste. Una cicogna, che lui ha curato e che tiene nella stalla, e il violino, sono i soli suoi amici. Resterà solo il violino quando la sua cicogna, non più in grado di emigrare, sarà uccisa dalle sue compagne. Ogni tanto va a trovare Lucia, che si è sposata con il maestro del paese, e ha due figli, uno dei quali è un bel bambino e Christian ogni volta che lo osserva, pensa: “Ah, se fossi stato bello come te, le cose sarebbero andate ben diversamente. Anche il più nobile, il migliore degli uomini si prostra davanti alla bellezza. Ah, che dono di Dio è essa, che impagabile fonte di soddisfazione! Grazie alla bellezza il mondo è un paradiso d’amore. Tutti l’accolgono con un sorriso sulle labbra, tutti le si fanno attorno. Se un viso ci incanta, bisogna che sia notevole anche la persona! Un viso simile non può tradire! È garanzia di spirito, di sensibilità! Ah, la bellezza, su questa terra, è un dono più grande dell’intelligenza o del genio!” Cos’è questo, se non il sogno malinconico dello stesso Andersen? Il suo canto disperato. Il marito di Lucia insiste perché Christian si sposi, ma lui non gli dà ascolto. Attende il ritorno di Noemi. Sa che le accadrà qualcosa: “Una fantasia giovanile l’aveva spinta a girare il mondo, e la sua avventura non sarebbe potuta che finire male.” Mette da parte il denaro che guadagna con la sua musica per accoglierla degnamente: “Nel più desolato sconforto un giorno Noemi tornerà da me. Tutti gli altri la rinnegheranno, ma io saprò essere per lei come un fratello che non la farà soffrire più.” E ancora: “Ormai sono tredici anni che non vedo Noemi. Chissà come sarà cambiata! Ma nei miei pensieri è sempre così bella, così giovane, con lo stesso sguardo fiero!… Oh, se fossi stato bello come quel cavallerizzo!”

La delusione di non riuscire a realizzare il suo sogno gli fa acquisire, tuttavia, una serenità più grande: quella elargita come un prezioso dono da una vita semplice: “L’uomo di genio vive nei raggi del sole, ma quei raggi lo bruciano. Possiamo invidiarlo perché ha ricevuto una maggiore sensibilità verso tutto ciò che lo circonda, ma in questo modo ne subisce anche gli effetti perturbatori molto più di noi.” E ancora: “Quello che oggi ci sembra grande e immortale un giorno non sarà più che un misero graffito scarabocchiato sul muro di una prigione, agli occhi di un’altra generazione.” Ma l’atto di accusa che Andersen formula, con questo romanzo, contro la realtà e contro gli uomini che fanno naufragare il sogno e costringono l’artista alla rassegnazione, non è affatto lenito dalla serenità acquisita da Christian. Andersen va più in là, e sembra non avere alcuna intenzione di perdonare. Christian è malato, ha raggiunto, confortato anche dalla fede, la sua serenità. Sa che “sono attesi degli stranieri, un marchese francese e sua moglie, e che quest’ultima era Noemi, sua sposa da molti anni, e ormai ricca e riverita.” Il suo piccolo tesoro accumulato in tutti quegli anni, dunque, non servirà a niente. Noemi torna, infatti, ma solo per una visita ed è ricca e ammirata. Ha raccolto e sperato invano, perciò. Non si è realizzato nessuno dei suoi sogni. Gliene resta uno soltanto, ora che sta per morire: “Vedrò Noemi, prima di morire! Sì, la vedrò, lo sento!” Ma Andersen non darà agli uomini e alla società quella soddisfazione che avrebbe potuto acquietare le loro coscienze, al punto che è difficile trovare nella letteratura di tutti i tempi una condanna così sublimemente espressa ad una umanità accusata di avvilire, ma soprattutto di distruggere il candore, la purezza, la meraviglia e lo stupore del sogno.

“Le due baronesse”

Dopo  “O.T. Un romanzo danese”, del 1836 e “Il violinista”, del 1837, esce in Italia questo nuovo romanzo di Andersen, “Le due baronesse”, del 1848, mai pubblicato prima, a cura di Rusconi Editore, e per la traduzione del caro amico Lucio Angelini, che si sta rendendo meritevole per la scoperta in Italia di Andersen romanziere, sconosciuto ai più come tale, primeggiando ormai la sua fama di narratore di fiabe immortali.
Angelini è un traduttore puntiglioso e sensibile, di cui fidarsi. Al traduttore, infatti, è affidato il difficile compito di rimanere fedele quanto più possibile allo stile e allo spirito dell’autore, di modo che chi legge ne possa riconoscere l’ispirazione originaria.
Compito di grande responsabilità e, conoscendo io l’autore (che ne fa anche una garbata introduzione e ne cura l’ampia bibliografia), posso scommettere che da questa lettura, Andersen ne uscirà integro e soddisfatto.
Angelini fu anche traduttore di “O.T. Un romanzo danese” e de “Il violinista”.
Alcuni uomini e donne stanno consumando un picnic nei pressi del mare. Vicino hanno la carrozza che li condurrà al maniero soprastante. Mentre conversano, all’orizzonte appare una imbarcazione in balia della tempesta che si è scatenata sul mare. La osservano in apprensione.
Sulla barca c’è il giovane studente conte Frederik che, insieme con alcuni compagni, riesce a raggiunge terra e tutti si dirigono verso il maniero di proprietà del padre del conte. È in rovina, ed è sotto la custodia di un garzone, Christen, e di una ragazza. Vi si rifugiano, bagnati fradici.
Andersen, come se guidasse una rappresentazione teatrale (fu anche autore di molte commedie), interviene sovente nella storia con indicazioni di questo tipo: “Vedremo adesso quanto interessante la situazione potesse sembrare a coloro che vi erano a bordo”; “Mentre tutti sono così felici, trasferiamoci per qualche istante a casa della nonna in questione.”; “Adesso, sentiremo raccontare un po’ di cose sui genitori di quest’ultima.”; “Dormiremo anche noi con lei e non ci risveglieremo che quando aprirà gli occhi, cosa che avvenne verso la mezzanotte.”; “Ma per il momento noi non la ascolteremo, perché aspetteremo un’occasione migliore, tanto la signora Levsen sarà sempre pronta a narrarla di nuovo, se resta in vita, come ci auguriamo che faccia.”; “È a quell’epoca, a quel castello e a quel signore che adesso intendiamo tornare.”; “Scoprirete dunque se le due si incontrarono…”, e così via.
Questa agevole scelta strutturale consente al lettore un passaggio liscio e lineare tra un’azione e l’altra, tra un tempo e l’altro, quasi condottovi per mano.
Vi è comunque, in questo inizio, una qualche difficoltà ad individuare i tratti dei personaggi, che paiono non messi a fuoco adeguatamente. Lì per lì sembrano mischiati in un mazzo di carte, e si resta impediti nel dare a ciascuno una precisa fisionomia. Sembrano personaggi tutti protagonisti.
Si avverte, però, nitidamente, che siamo ai preamboli e la direzione della storia non è stata ancora definita. Le tracce che si notano somigliano a quegli studi, che paiono scarabocchi, dei pittori prima di procedere a stendere il disegno definitivo. Non sono abbozzi come quelli, tuttavia, ma fanno già parte del quadro definitivo che si sta costruendo. È una rozza scultura a cui lo scalpello a mano a mano deve togliere ancora qualcosa e precisare il restante.
Ecco un esempio del procedere di questo scalpello in cui è stata trasformata la penna dell’autore: “La nonna si sbarazzò presto del bimbo, che fu messo presso una onesta famiglia di ortolani a Odense e lì restò fin quasi al nono anno di età. Era diventato un ragazzo delizioso, pieno di fuoco e di rigore, selvaggio e gioioso, perché parlava sempre in modo schietto. Ma tutti l’amavano, aveva buon cuore e diversi talenti, in particolare quello per il disegno in cui non era mai banale. Sapeva sempre cogliere il lato comico delle cose e rappresentarlo.”.

Si sta parlando del giovane barone Herman, “con una bella barba nera e dei tratti virili.”, amico di Frederik. Anche Herman era giunto al castello insieme con gli altri compagni, dopo che la barca era riuscita a salvarsi dalla tempesta: “Il suo bel talento di disegnatore umoristico e il fatto di essere barone di nascita gli erano valsi l’attaccamento particolare del conte Frederick. Si erano conosciuti in occasione di alcune lezioni accademiche dopo le quali avevano continuato a frequentarsi presso il precettore comune. Il terzo giovane amico, il barone Holger, aveva aderito sia al precettore sia a quella amicizia.”. Anche il barone Holger era su quella barca e ora si trova al castello, come il loro precettore, Moritz Nommesen.
Sentono un rumore, una specie di pianto, provenire da un’altra stanza. Vi accorrono e trovano una donna appoggiata alla parete, stremata, che ha appena partorito una bambina. La donna dopo poco muore e la bambina viene affidata, per intanto alle cure del precettore, fino a quando sarà presa in casa dalla vecchia baronessa Dorothea, nonna di Herman.
Il racconto sta stirandosi, vari rivoli stanno confluendo a creare la storia. Il guardiano del castello, Kristen, li informa: “’È la moglie del musicista’, li informò Kristen, ‘il musicista ambulante che fa girare la manovella del suo organo di Barberia e soffia nel flauto di canna che porta appeso al fazzoletto da collo. La donna è giovanissima, suonava il triangolo mentre cantava canzoni.’”.
Aleggia il mistero, e cominciano a prendere il loro spazio favole e leggende, di cui Andersen è maestro: “Sottoterra ci sono grandi portali di rame, che si aprono e si chiudono ogni sera a mezzanotte. Magiche luci ardono su tesori sepolti e potrete vedere che, nei campi di Fionia, ci sono pietre grandi come case: furono le streghe a scagliarle dalle alte colline di Taasinge fin sopra il Sund! Oh, sì, qui navighiamo in pieno nel regno delle leggende! Un tempo l’isola di Lyø, che vedrete fra poco, era coperta di alberi, ma ci fu un marinaio che, mentre se ne andava di casa, apprese da sua madre come scatenare i venti e quando, in seguito, sulla via del ritorno, arrivò nei pressi di Svendborg, li lascio andare al punto che infuriò una tempesta e le foreste di Lyø sparirono. E si può ancora constatare che la cosa è vera, perché non si trova un albero, a Lyø!”.
Quando l’autore introduce un nuovo personaggio, la giovane Clara, lo fa in questo modo semplice: “Clara era il sole che illuminava e riscaldava tutto. La sua eloquenza era nel suo sorriso, e lei sorrideva spesso.”. Poche parole ma sufficienti a imprimerne l’immagine nella nostra mente.
Il libro è colmo di questi momenti felici della scrittura di Andersen, ma lo snodarsi della storia ancora non ha disegnato la personalità dei vari personaggi che al momento sono comparsi sulla scena.
La leggerezza e la snella creatività che si riscontrano nelle fiabe qui non sempre si presentano all’appuntamento. Si avvertono i momenti in cui la trama si affatica e ansima.
Ma l’artista c’è; e la lettura diventa una scacchiera in cui si cercano e si individuano le mosse dell’autore. Si gioca su tutti i fronti, e nessuno di essi è ancora centrale. Quando un personaggio sembra prendere il volo per affermarsi sugli altri, ecco che perde quota, si ritira lentamente per abbandonare lo spazio occupato. Sono personaggi che, al momento, alternano istanti di luce e di oscurità.
Come le descrizioni, che sono puntute, secche, quasi si mostrassero con ritrosia e perché costrette. Entrano e escono di scena in tutta fretta: “Piante d’arancio ornano ciascuno dei lati dell’ampia scalinata, quest’ultima rivestita di tappeti variopinti tenuti fermi da lucide barre di ottone. Domestici in scarpe e calze di seta, e in livrea gallonata, affollano l’anticamera e aprono le grandi porte a due battenti. Un’atmosfera dolce e aromatizzata irrompe su di noi con lo splendore dei lampadari al soffitto e delle lampade astrali sui tavoli. Tutta una serie di stanze rischiarate in tal modo si dispiega davanti a noi. Il pavimento di ognuna di esse è ricoperto di un ricco tappeto. Vi sono lunghe tende costose, poltrone in seta, divani di velluto facili da spingere e far scivolare dove si vuole. Su alcuni tavoli giacciono libri inglesi e francesi, riccamente rilegati, stampe e giornali. Le pareti sono adorne di quadri e in una sala, tra fiori piacevolmente disposti, c’è una bella statua. Una parte delle persone di una certa età si reca ai tavoli da gioco, altre sono sedute a conversare o contemplare in silenzio. Gruppi di giovani dame, alle quali si uniscono dei signori, parlano animatamente e ridono.”.
Lentamente si fa largo la figura della giovane Clara, “più bella, forse, che mai.”, corteggiatissima, specialmente da Herman che le è simpatico per la sua allegria. Herman sa tenere compagnia alle donne ed ha la dote di un suadente parlatore fascinoso. Ma a fargli concorrenza c’è, oltre all’amico Frederik, anche un altro giovane, il barone Holger, che “è di una bellezza stupefacente e lo sa!”. Come vi sarete già accorti l’ambiente è quello di una nobiltà frivola e mondana, verso la quale Andersen nutriva simpatia: “Il corteo partì da Amalienborg, con quarantasette slitte gremite di principi, diplomatici, giovani nobili. I campanelli tintinnavano, le coperte da slitta svolazzavano variopinte sui dorsi dei cavalli, le fruste schioccavano.”. Anche della bellezza era innamorato, e quando gli capita l’occasione, la sottolinea: quando Clara scorge Holger: “E Clara l’ha già individuato, gli ha sorriso.”.
L’ispirazione di Andersen si colora di romanticismo. Holger e Clara formano una bella coppia; Frederik è un po’ geloso.
È a questo punto che, dal gomitolo iniziale, che accomunava tutti i protagonisti, il filo cominci a dipanarsi e a selezionare.
Andersen si mostra non indifferente alla corrente dominante in tutta l’arte dell’Ottocento, il romanticismo. Del resto, le sue fiabe, sono contrassegnate tutte da questa corrente, dalla quale, da che è nata, resta difficile districarsi. Il Settecento illuminista è ormai lontano: “In questo istante, a Holger appare chiaro come non mai che è innamorato di Clara, che deve dirglielo, che gli piacerebbe danzare con lei in quel modo per tutta la vita. I dispiaceri, la malattia o la morte non esistono!”; “Clara ha completamente dimenticato le divertenti e geniali vignette di Herman, ha dimenticato gli animati resoconti che Frederik ha fatto del suo viaggio in mare, e che solo poc’anzi ascoltava con tanto rapimento. Holger è il miglior danzatore, il più attento, il più amabile di tutti.”.
Sono delineati i caratteri di Herman, frizzante e gioioso, di Frederik, serio e geloso, di Holger, narciso, sicuro di sé, di Clara, attratta dalla bellezza più estetica che interiore.
Il romanzo ha trovato finalmente la sua rotaia ed ha accelerato la marcia.

Quando Holger, durante un ballo, si decide a dichiarare il suo amore e Clara è pronta ad ascoltarlo, improvvisamente si arresta a metà, balbetta, arrossisce. Clara, inquieta, lo crede ubriaco, non sa capacitarsi: “l’aureola che lo circonda si spegne.”. Infine Holger si ritira e si apparta. Succede così, al primo innamoramento. È l’uomo il più debole, annota Andersen: “È proprio all’apice del suo rapimento, nel mezzo dell’audace dichiarazione che… ebbene, più d’uno, forse, si è trovato nella stessa situazione, ha conosciuto questa tortura che può far perdere all’uomo tutto il suo coraggio morale, ed è quello che Holger ha perduto… la gioia della giovinezza, la soddisfazione del suo nuovo titolo, della sua uniforme di eccellente taglio sartoriale.”. Holger aveva quel giorno incignato la sua nuova divisa di “gentiluomo della Camera”, carica che gli era stata appena conferita.
Ma cosa era davvero successo, tanto da rendere così impacciato il volitivo Holger? Un incidente banale: mentre stava iniziando la sua dichiarazione di amore, aveva perduto un bottone della sua divisa: “Il bottone della bretella di dietro, quello che reggeva il suo attillato pantalone di ‘cachemire’, è saltato…”; “Con il bottone erano caduti il coraggio e l’allegria, con esso era caduta l’euforia di Clara.”.
Come nei romanzi di Thomas Hardy, un piccolo incidente come questo può avere conseguenza impreviste ed anche disastrose. Succederà così?
Sì. Clara accetta di ballare con Frederik ed è lui a chiederla in sposa: “La stessa sera, Frederik scrisse a suo padre che amava Clara, che lei gli aveva dato il suo consenso e che l’eccellente consorte dell’ammiraglio non aveva niente contro quell’unione, se lui, suo padre, acconsentiva.”.
La situazione si è fatta ingarbugliata e terrà col fiato sospeso l’autore.
Quando entra in scena la fidanzata del precettore Moritz, Caroline Heimeran, l’aria si fa frizzante. Ha un atteggiamento disinibito, e per questo affascinante, che si aggiunge alla naturale bellezza: “bella, vivace e maliziosa”. Non si fa in tempo a simpatizzare con lei che Andersen, muta di colpo la scena e con una disinvolta leggiadria ci trasporta avanti nel tempo: “Giriamo ancora quattro volte la ruota del tempo ed ecco che Clara è contessa. Holger è diplomatico all’ambasciata di Stoccolma. Moritz, ebbene sì, ha ottenuto un incarico come pastore nelle isole Halliger, sulla costa dello Schleswig. Si trova là già da mezzo anno: l’autunno prossimo andrà a trovare la sua fidanzata.”.
Ci sarà una tragedia imprevista e la bella Caroline passerà come una meteora sul romanzo.
Una scelta che coglie il lettore impreparato. Perché Caroline muore? Qual è il disegno dell’autore? Deve crescere la figura di Moritz, divenuto pastore?
No. Sulle ceneri di Caroline spunta la fenice, la piccola Elisabeth, la piccola partorita dalla moglie del suonatore d’organo di Bagheria, e presa in consegna dalla severa baronessa. Ora ha cinque anni e Andersen ne approfitta per colorare il romanzo ancora una volta del profumo di fiaba. C’è nel palazzo una stanza segreta in cui ogni tanto si reca la baronessa. Incuriosita, la bimba riesce a trovare la chiave e vi entra. C’è un vecchio ritratto: “Guardò il vecchio ritratto. Tutta la luce della candela andava verso l’alto e lei cadde nell’angoscia più atroce, perché le sembrò che il ritratto prendesse vita.”. Per quella intrusione nella stanza segreta, la baronessa la scaccerà di casa il giorno stesso. Alla fine sarà consegnata a Moritz e alla sorella che è andata a vivere con lui, Hedevig. Anche lei ha perso un bambino.
Quando arrivano momenti come questi, la scrittura si scioglie, diventa fluida e ammaliatrice. Sono, secondo me, i momenti più piacevoli e ricchi del romanzo, dove s’innesta la fantasia sbrigliata dell’autore, che sa maneggiarla e arricchirla di atmosfere: “La nonna paterna di Cathrinesen venne resa cieca dagli elfi.”. C’è poi la storia del mitico cavallo Hel, che, una volta legato a un albero, “diventava sempre più una specie di nebbiolina, e quando il sole si levò, non c’era più nessun cavallo.”.
Elisabeth è considerata un essere misterioso, posseduta da cattivi influssi. Così credeva Cathrinesen, la donna che l’aveva tenuta fino ad allora: “Questa bambina non è come le altre! I piccoli innocenti dormono un buon sonno, la notte, ma lei no: l’ho visto con mio grande spavento. Lei si alza! L’ha fatto due volte, e l’ultima volta era mezzanotte in punto. Ha camminato fino alla porta e sollevato la gonna sulla testa.”.
In realtà, Elisabeth (Lisbeth) lo faceva per gioco e per impressionare: “Bisogna dire che il marito e la moglie avevano fatto talmente tanti discorsi davanti alla povera piccola che lei stessa si era quasi convinta di essere un troll.”.
Superstizioni, leggende, cupe atmosfere avvolgono la storia di un alone di magia e sottolineano l’ambiente tipico delle terre del Nord Europa, di “quelle isole tranquille nel tempestoso Mare del Nord.”.
Ora che la narrazione si è sciolta e si è usciti dal preambolo inziale, la scrittura ha acquisito una sua eleganza e gradevolezza. Il lettore è quasi cullato e stregato dallo scorrere degli avvenimenti.

La palude che gli attuali tre protagonisti Moritz, Hedevig e la piccola Lisbeth attraversano si carica di forti suggestioni: “Davanti a loro si stendeva il piatto paese delle paludi. La pioggia persistente aveva fatto tracimare i lunghi canali immobili e tutta la regione era inondata. Gruppi di pecore stazionavano su qualche chiazza verde più elevata, dove i pastori dovevano recarsi a guado. Alcuni contadini camminavano nell’acqua profonda per tagliare il grano non ancora del tutto maturo. Le strade sistemate sui terrapieni correvano ad altezze uguali come vie ferrate al di sopra di paludi e prati. A prima vista, il viaggiatore poteva pensare a dei binari ferroviari, ma con lo stesso senso di disincanto che può provare una carovana nel deserto quando veda laghi e boschi per effetto di un miraggio, là dove sa che non può esserci che sabbia desolata. L’intero tratto di strada sulla diga era così pericoloso, così dissestato e melmoso che non si poteva chiamarlo strada. Ad ogni istante, i cavalli rischiavano di spezzarsi le zampe e quando due vetture si incrociavano, era una vera prova di abilità superarsi senza cadere nell’acqua o in un campo di fagioli.”.
Le brume di quei luoghi, che accomunano tutte le terre del Nord Europa, ci terranno compagnia come una scenografia immanente che arriva a catturare gli stessi personaggi.
Elisabeth era scomparsa e infine ritrovata. Accompagnandola a casa, Keike, la domestica di Moritz, la conduce a visitare due cimiteri. Le parla dei morti e che nei cimiteri non si deve andare di notte: “’Spesso qui si aggira la vedova dolente, come viene chiamata’. E Keike raccontò che non si trattava del fantasma di una morta, no, ma della figura di una viva il cui marito era annegato in mare. Le era capitato più volte di incontrare diverse mogli di marinai là sulla riva. Erano in abiti da lutto e si torcevano le mani, mostrandosi come vedove dolenti, e dal loro atteggiamento si capiva che il loro marito era morto.”.
Pare di avere davanti un quadro del viareggino Lorenzo Viani. “Nella canonica, quando rientrarono, Keike disse che erano state ai due cimiteri e che si erano divertite molto.”.
Sono le atmosfere che compariranno anche nelle opere di Henrik Ibsen (1828 – 1906), il grande norvegese, padre del teatro moderno, il quale, peraltro, apparteneva ad una famiglia di discendenza danese e tedesca.
Keike racconterà più di una storia e più di una leggenda alla piccola Elisabeth, alimentando la sua fantasia.
Un monellaccio compare nel romanzo; è Elimar, di quattrodici anni, “dai limpidi occhi azzurri”. È un bel ragazzo, ma ha un carattere pessimo. Nipote di sua nonna signora Levsen, moglie del comandante, quando può, le fa i più atroci dispetti. Per farla smettere di fargli le coccole per il suo ritorno, strappa addirittura alcune tende: “Adesso, non ti resta che ricucirle, così, nel frattempo, io starò in pace!”.
Dal mazzo di carte di questa sua storia, che ha tutta l’aria di non avere fretta di giungere alla fine, Andersen trae tanti piccoli assi-gioiello, che sono storielle che la vanno gradevolmente a punteggiare.
Ogni tanto il lettore si trova di fronte a personaggi nuovi come elfi sbucati dalla foresta.
Sono frammenti, spezzoni di vita, scene complementari e dal profumo squisito dell’intrattenimento. È la fantasia di questo straordinario narratore, che non la frena, bensì le dà modo di spiccare il volo.
Elisabeth trova Elimar simpatico ed anche a Elimar piace stare con lei: “Nel corso di quelle passeggiate Elimar aveva anche i suoi attimi di cattiveria, in cui la sua aggressività si scatenava, ma poi passava a un’adorazione servile, a trasporti d’amore profondo, al desiderio di rallegrarla.”.
Si scambiano le loro fantasie, i loro sogni, i loro progetti; lei aspira a possedere un grande e sfarzoso castello, lui un grande battello. Elisabeth gli dice che il suo battello non potrà mai essere grande come il suo castello, ma Elimar, pronto, le risponde: “’Il super battello è ancora più grande!’, disse Elimar, e le parlò del battello fantasma a cui credono i marinai del luogo. ‘Naviga sul grande mare, è più grande di molte di queste isole. Il ponte è così lungo che il comandante, per dare i suoi ordini, si sposta sempre a cavallo. L’attrezzatura è talmente immensa che, quando i giovani marinai salgono a bordo per lavorarci, passano anni prima che abbiano finito e, quando ridiscendono, sono ormai vecchi e coi capelli bianchi.’”.
Andersen è entrato dalla porta principale della sua fantasia. Si trova ora nel suo mondo incantato, da cui, anche nel genere romanzo, non riesce a staccarsi: “Secondo un’antica leggenda tutta una fila di alture collegava l’Inghilterra al nostro paese. E la regina d’Inghilterra doveva maritarsi con il re danese, ma lui la tradì. Allora, nel corso di sette anni, lei ordinò a settecento uomini di demolire le verdi colline che arginavano il mare di là e di qua da esse, finché il mare non fu più che uno solo, inghiottì tutte le isole e sommerse l’intera Frisia, che divenne il paese di isole che è oggi.”.
Ma anche la stretta realtà delle cose che possono capitare all’uomo, trova in Andersen un convincente narratore. Si guardi come descrive la marea che sorprende Elimar e Elisabeth in pagine memorabili, di cui si dà uno stralcio: “La nebbia era diaccia e densa. Elimar si caricò Elisabeth sul dorso e camminò spedito, ma in ciascuna delle ramificazioni di quella che abbiamo chiamato ‘rete d’acqua’, nelle pozze e negli altri stagni il livello dell’acqua saliva. Bisognava aggirarli e proprio quando Elimar si credette vicinissimo alle dune di sabbia, si ritrovò vicino ai massi da cui era partito. Col piede, urtò un oggetto. Era la piccola scatola di legno contenente gli attrezzi per la pesca. Nella foga, l’aveva dimenticata. La raccolse, ma si era allontanato del tutto dalla direzione in cui si trovava l’isola. Chiamare, gridare non sarebbe servito a niente, ma gridò lo stesso. Il mare arrivava di già, il primo lungo rotolo gli spazzò i piedi Allora, issò la piccola Elisabeth sulla pietra più alta e le si sedette vicino.”. Poi scriverà: “Nei momenti in cui il mare li aveva legati, il loro amore era sbocciato per sempre.”.
Il romanzo non nasconde l’ammirazione per il grande scrittore scozzese Walter Scott (1771 – 1832), considerato il padre del romanzo storico e autore di molti romanzi cavallereschi in cui, accanto alla storia, primeggia la fantasia. Basti ricordare il personaggio di Ivanoe tradotto nel film omonimo diretto da Richard Thorpe nel 1952, interpretato da Robert Taylor. Ivanoe va alla ricerca del suo re Riccardo Cuor di Leone, tenuto prigioniero in un castello austriaco.
Visitai tanti anni fa la grande casa di Abbotsford, in Scozia, dove è vissuto l’autore, e ho davanti agli occhi l’immenso parco verde che si apriva ai miei occhi guardando da una finestra del maniero.

La trama torna ad intrecciarsi e arricchirsi alla maniera dei romanzi di Jane Austen (1775 – 1817) che, pur avendo un cuore centrale, rilevano qua e là dei coprotagonisti, anche se momentanei.
Il percorso principale, comunque, è segnato, e seguirà la crescita e lo sviluppo della piccola Elisabeth, la quale si nutre avidamente, sia pure in silenzio, di ciò che le si muove attorno. Elimar, il ragazzo di cui si è innamorata, non ha ancora preso un posto centrale nella storia. È il tipo di suspense che l’autore ha scelto per intrigarci.
E infatti non manca molto che abbiamo notizie di Elimar. Ha commesso un omicidio e si trova in prigione. La signora Lewsen scrive al re di Danimarca Frederick VI per chiedere la grazia. Affida in tutta segretezza la lettera a Elisabeth, che ora ha quattordici anni, per la consegna all’ufficio postale. Ma, arrivata lì, la ragazza cambia idea, torna a casa fingendo di aver adempiuto alla consegna, ma il mattino seguente, a notte fonda, lascia la casa per andare a Copenaghen a consegnare la supplica direttamente nelle mani del re. Deve recarsi nientemeno che da Oland, posta su quell’isoletta sperduta, a Copenaghen! Ma si fa coraggio, rammentando il personaggio del romanzo di Scott, “Il cuore di Midlothian”, Jeanne Deans, che da Edimburgo si reca da sola fino a Londra. Sarebbe stata ardimentosa come lei: “Aveva preso e messo in un involto i suoi anelli d’oro. In caso di emergenza, avrebbe potuto venderli. Si considerava assai ricca per quel viaggio. Una volta ancora, s’inginocchiò, pregò Nostro Signore e uscì rapidamente dalla casa in cui tutti dormivano, poi scese a prendere la barca.”. Lascia brevi righe ai suoi in cui però non spiega il motivo della sua assenza.
Si troverà quasi subito nel bel mezzo di una tempesta e Andersen trova l’occasione per alimentare un intreccio in cui, a casa dei coniugi Levsen, compare il padre di Elisabeth, Nickels, che già abbiamo conosciuto come il suonatore dell’organo di Barberia, il quale reca una lettera di Elimar che comunica il suo imminente matrimonio con una ricca vedova. Ma Elimar non era in prigione secondo quanto era stato comunicato a Moritz dal giudice di Føhr?
Elisabeth non sa niente di ciò che sta accadendo dalle sue parti e prosegue il viaggio: “Pensava continuamente a Elimar, l’avrebbe visto presto, forse la sera del giorno dopo, ma come andare da lui? Quanto doveva soffrire! E pensava ai suoi genitori adottivi ai quali aveva arrecato l’amaro dolore di lasciarli senza dire arrivederci: non aveva potuto farlo, non le avrebbero permesso di partire!”.
Il viaggio in diligenza verso Copenaghen è un altro brano del romanzo significativo, nel momento in cui registra la conversazioni tra i passeggeri. La povera Elisabeth vi si trova impigliata senza che nessuno sapesse dove si trovassero le isole Halliger! Una passeggera le dice: “Copenaghen è una grande città selvaggia con persone spaventevoli! Una povera ragazza come voi non può andare tutta sola in giro per le strade. Ci sono dei giovani assolutamente riprovevoli! Uh! È spaventoso!”.
Una volta a Copenaghen e scesi dalla vettura, Elisabeth, smarrita, si affida a lei, la quale la invita a seguirla. Abita in buon quartiere della città, ma lungo il tragitto non manca di segnalarle le cose curiose che incontrano: “È in questa via che due o tre anni fa il diavolo si mostrò, una vicenda di cui si è tanto parlato e che la polizia non ha mai sbrogliato.”.
Andersen non ci fa mai stare tranquilli, e ogni tanto ce ne racconta una delle sue, da favolista.
Copenaghen è tutta permeata di un’atmosfera tra operosità, perfino disordinata e confusa (si veda la descrizione del giorno della ‘rilocazione’) e superstizioni e magie.
Non è difficile trovarvi alcune descrizioni della città che ci riportano alla Londra di Charles Dickens (1812 – 1870).
E la piccola Sanne, “esile e sporca, con i capelli che le ricadevano a ciocche intorno al viso” non vi ricorda Éponine, la figlia maggiore di Thénardier de “I miserabili” di Victor Hugo (1802 – 1885)?
Non staremo ora a farvi il resoconto dell’esito del viaggio di Elisabeth. Diremo solo che aveva ragione suo padre (di cui lei ancora non sa niente) nel sostenere che Elimar, vivo e vegeto, doveva sposarsi con una ricca vedova.
Il finto Elimar, comunque, incontrandola in prigione, glielo rivela, lasciandola rammaricata e triste.
Come troviamo in Italia nello scrittore Carlo Sgorlon (1930 – 2009), anche in questa opera di Andersen si rende il tributo agli uomini che sanno leggere e raccontare. È il caso di Hansen il calzolaio, marito di Trine, la ragazza che aveva visto Elisabeth bambina e che ora viveva a Copenaghen e presso la quale la nostra protagonista chiede di essere accolta in attesa di poter fare ritorno alla sua isola: “L’atmosfera nella piccola stanza era comunque buona e scherzosa e ascoltare Hansen era da sempre ‘istruttivo’, come diceva Trine, a cui brillavano gli occhi mentre guardava il suo bravo marito. Lei sola sapeva come era veramente. Anche Elizabeth ascoltava tutta compunta.”.
E anche Elisabeth sa raccontare: “Il consigliere di Stato era rimasto conquistato dal modo straordinariamente vivace con cui Elizabeth sapeva conversare. La sera prima gli aveva raccontato tante di quelle cose sulle Halliger, su Føhr e su Amrom che gli pareva di esserci stato davvero. Nessun libro, nessuna descrizione orale gliene aveva mai fornito un’idea altrettanto chiara prima di allora.”.
È una dote che sfiora anche il personaggio di Herman, il nipote della baronessa Dorothea, detta “la pazza”, per le sue bizzarrie. Herman fa un così splendido ritratto del suo Paese, la Danimarca, che non possiamo che leggervi l’anima stessa di Andersen. La stessa anima che piangerà la morte del re Frederik VI, il quale, “estraneo alla poesia, nella sua vita aveva regalato momenti poetici agli occhi di uno scrittore.”.
Incontrato il consigliere di Stato Heimeran (il padre di Caroline, la moglie defunta del pastore Moritz), questi invita Elisabeth a restare da lui per qualche tempo per introdurla nella società danese. Di nuovo la giovane s’incontra con la baronessa Dorothea, che da piccola l’aveva cacciata di casa, e che ora l’accoglie di buon grado. Conosce, così, sempre di più, il nipote della baronessa, Herman, che l’aveva protetta, insieme al barone Holger e al conte Frederik, quando fu trovata tra le rovine dal castello accanto alla madre morta nel partorirla. Scene che appartengono, come si ricorderà, agli inizi del romanzo, il quale pare avviarsi, ora, ad un epilogo in cui tutti i fili finalmente vengono tratti verso una sola e definitiva direzione.
Viene da immaginarsi l’ampio volo di un’aquila che, lasciato il suo nido, si appresti a farvi ritorno.
Elisabeth ha una ricca fantasia, alimentata nel tempo dai tanti racconti uditi, e scopre la sua passione di tradurla in parole che ne diano contezza a se stessa e agli altri.
Entra, dunque, in lei, un po’ dell’Andersen favolistico e immaginifico. Ricordando il pericolo corso con Elimar il giorno in cui furono sorpresi dall’alta marea e furono provvidenzialmente salvati da Jap-Lidt-Piders con la sua barca, Elisabeth così fantastica: “E non era Jap-Lidt-Piders a venire a soccorrerli, ma il superbattello, l’enorme battello fantasma che li raccoglieva per trasportarli nell’oceano fino al paese dei Mori e in India, quel paese dell’immaginazione che Keike le aveva dipinto sulla base della cronaca del prete Giovanni, il paese degli orsi bianchi e bruni, dell’uccello fenice, e degli uomini di quindici aune di altezza. Passavano interi anni prima che vi arrivassero. Loro crescevano e si facevano vecchi. Avevano capelli di un bianco argentato, si appoggiavano l’uno all’altro. Sbarcavano e si portavano alla fontana della giovinezza, bevevano della sua acqua e ridiventavano giovani come quando erano saliti sul superbattello. La mano nella mano, entravano nel castello del prete Giovanni che era fatto d’oro e d’avorio, aveva porte di cedro, finestre di cristallo e letti di zaffiro ricoperti di bezoard, che scaccia ogni malattia. Ventimila uomini affollavano l’interno. Erano tutti re, duchi e arcivescovi, e davanti al castello si ergeva un palo di cristallo recante uno specchio nel quale si poteva vedere l’immagine di chi si desiderava, nel male e nel bene, e questo nel mondo intero.”.

Confessa al personaggio di cui diventa amica, denominato il gentiluomo della Camera, la sua passione e le consegna in lettura il suo manoscritto.
Come non ricordare la protagonista dei due celebri romanzi di Louisa May Alcott (1832 – 1888), “Piccole donne” e “Piccole donne crescono”, rispettivamente del 1868 e 1869, scritti, ossia, vent’anni dopo questo romanzo di Andersen? Vi troveremo in Jo l’equivalente di Elisabeth e nel maestro di origine tedesca il professor Bhaer l’equivalente del gentiluomo della Camera: “Elizabeth era rosso sangue, si sentiva come se avesse commesso un peccato. Adesso la sua novella le pareva banale e puerile. Il gentiluomo della Camera la lesse e rimase colpito dalla freschezza della lingua e delle immagini poetiche adoperate, ma soprattutto da una descrizione della natura che era tutt’altro che banale.”.
Non vi nascondo che è forte il sospetto che qui, in questo romanzo di Andersen, stia racchiusa la fonte ispiratrice del capolavoro della scrittrice americana.
Si leggeranno alcune considerazioni sul romanzo e sui rischi che si corrono nell’esprimersi attraverso di essi. Le dirà l’amico Herman: “La bontà non è, o quantomeno non è ancora, un tratto caratteristico dei danesi. C’è in noi un elemento di dileggio che è fortemente predominante. Noi danesi siamo dotati di un grande senso del comico, per cui possediamo una letteratura di commedie, ma, nella massa, questo sentimento si degrada a voglia di scoprire i lati cattivi, di ridicolizzare tutto. Se pensate di avere il coraggio e la forza di sopportare che lo sciocco si beffi di voi, che persino i più nobili e migliori possano offendervi, benissimo, non dirò di più. Quello che vi è in noi di missione divina si aprirà una strada. Ma non evocate questi sentimenti in voi, non suscitate una fioritura che impoverisca la buona terra e impedisca di far prosperare quello che, forse, sarebbe più utile e migliore.”. Elisabeth gli risponde: “Vi assicuro che non metterò mai più i miei sentimenti su carta.”.
Sono i momenti in cui Andersen esprime apertamente il suo pensiero, approfittano dei suoi personaggi, che ora, volgendoci alla fine, paiono costruiti a misura della sua filosofia.
La bizzarra baronessa, chiamata da tutti “la pazza” per le sue stramberie, dopo aver fatto capire al nipote Herman la verità sulla sua nascita (che il lettore scoprirà a poco a poco, sospettandola da tempo), gli affiderà questo messaggio: “Tua madre riposa qui, lei era pura e innocente come un angelo di Dio! Dalle la gioia, e dalla anche a me, di essere buono con i poveri. Siamo tutti uguali, tutti fatti della stessa pasta di terra. C’è chi arriva in carta da giornali, e chi in carta dorata, ma la pasta che vi è avvolta non ha alcuna ragione di vantarsi di tale doratura. C’è nobiltà in qualunque condizione, perché la vera nobiltà è quella dello spirito, non quella del sangue. Checché se ne dica, siamo tutti dello stesso sangue. Quello che scorre nelle arterie del tallone, prima è passato per il cuore e può ritornarci. È così che succede dentro di noi, ed è così che succede anche nelle persone fuori di noi. Custodisci queste parole nel tuo cuore!… Adesso andiamo, ragazzo mio!”.
Non anticipiamo la felice conclusione della storia di Elisabeth, ma essa si accompagna alla celebrazione del Creato e di Dio: “Riconoscente e convinto, il cuore di Elizabeth si elevava verso Dio. E anche il nostro lo fa ogni volta che, come lei, cerchiamo nella storia della nostra vita il filo invisibile.”. Il filo invisibile è il filo “che attraversa la vita di ciascun essere umano nei piccoli e grandi dettagli, a dimostrazione del fatto che siamo proprietà di Dio.”.
E ancora, a proposito di “certe pagine” scritte da Elisabeth: “Si sarebbe anche potuto definire quello scritto una novella e, realmente, si vedeva realizzato il compito dello scrittore: aprire gli occhi alla poesia nascosta nella vita quotidiana che si svolge intorno a noi, mostrare il filo invisibile che, nella vita di ogni essere umano, ci ricorda che siamo proprietà di Dio, farci vedere quanto vi è di singolare nella natura e negli uomini, e riconoscere l’impronta di Dio anche là dove essa è travestita da pagliaccio e indossa degli stracci.”.
Credo che, a questo punto, non sia azzardato supporre, anche per le parole che chiuderanno il racconto, che tutta la storia che ci ha accompagnato fin qui sia stata costruita a servizio di questo forte sentimento di Dio.


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Bart