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Hardy, Thomas

15 Marzo 2008

Nel bosco
Thomas Hardy

Nel bosco”

Come per Zola, Balzac e Dickens, anche in questo caso siamo di fronte ad uno dei maggiori narratori di tutti i tempi, tra i miei preferiti per quella speciale qualità di descrivere e di scavare in profondità i sentimenti che governano l’animo umano.
Queste alcune delle sue opere maggiori: “Via dalla pazza folla” (1874), “Il ritorno del nativo” (1878), “Vita e morte del sindaco di Casterbridge (1886), “Tess dei D’Urberville” (1891), “Giuda l’oscuro” (1896). Il suo tragico pessimismo, il suo credere in un fato cinico e crudele, in una natura aspra e solitaria che agisce sull’animo degli uomini, hanno scosso più di una generazione di lettori. Le due ultime opere “Tess dei D’Urberville” e “Giuda l’oscuro” impressionarono a tal punto l’opinione pubblica che Hardy si decise ad abbandonare il romanzo per dedicarsi alla poesia. Nel 1898 uscirono, infatti, “Le poesie del Wessex” a cui seguirono alcuni racconti, un poema, “I dinasti” (1904-1908), e altre poesie. Wessex è l’antico nome del Dorset, che Hardy sceglie come ambientazione delle sue storie.
Nel bosco” (o anche “I boscaioli” dal titolo originale “The woodlanders”) è il romanzo che precede le suddette due opere tragicissime e segue di appena un anno “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” che ha in Michael Henchard uno dei personaggi più emblematici del pensiero di Hardy.
Credo sia importante sottolineare la seguente parte dell’incipit, peraltro molto bello (con quelle due immagini del tappeto di foglie che in autunno “si fa così fitto da seppellire tutto il sentiero” e dei rami bassi degli alberi che “si protendono indisturbati e ingombrano la strada, quasi coricandosi sull’aria impalpabile.”): “Il posto è solitario e quando comincia a far buio ritornano alla mente del vagabondo gli allegri convogli che un tempo sfilavano a frotte lungo quella strada, i piedi coperti di piaghe che l’hanno percorsa, e le lacrime che l’hanno bagnata.” In queste poche righe è condensata l’ispirazione che accompagna sempre tutte le opere tragiche di Hardy. Vi è la natura tenebrosa, aspra, solitaria, silenziosa, bella, affascinante, vi è la sofferenza degli uomini raffigurati “allegri” nella perenne lotta per cercare un po’ di felicità.
La grandezza di questo autentico narratore la si avverte sin dal principio quando in un modo che pare semplice a descriversi, ma non lo è – e solo il cinema oggi può rendere con una tale facilità -, egli ci presenta un distinto viaggiatore smarrito nella notte lungo quel sentiero che “comunica un senso di solitudine” poiché non “sembrava probabile che qualcuno apparisse all’orizzonte, quella notte.”  E invece, “poco dopo, un debole rumore di ruote in movimento e un deciso suono di zoccoli cominciarono a farsi sentire; e in lontananza fece la sua apparizione, ritagliata tra il cielo e le fronde, una corriera trainata da un cavallo.” Il veicolo trasporta passeggeri, “la maggior parte donne.” Lo guida una donna, Mrs Dollery: “Al suo avvicinarsi l’uomo alzò il bastone, e la donna che era alla guida tirò le redini.”
Questa immagine è perfetta, non solo perché perfetta ne è la descrizione, come può aversi in un dipinto, ma è perfetta per il movimento impressionista che vi scorre e la rende viva.
Il lettore, ossia, ha la sensazione di avere di fronte non più un libro, una storia inventata, ma di essere entrato attraverso le segrete chiavi di una scrittura speciale dentro un altro mondo. Il cui centro, verso il quale si dirige il viandante, sarà rappresentato da un villaggio tanto piccolo quanto sconosciuto: Little Hintock, “talmente piccolo che, voi che venite dalla città, dovreste avere moccolo e lanterna per trovarlo, se non sapete dove sta.” gli dice Mrs Dollery. Anche se, preciserà Hardy, alcune decorose e ampie dimore che vi si trovavano, testimoniavano che “in qualche tempo passato, Little Hintock aveva avuto un’importanza maggiore di quella attuale.”
L’uomo a cui la donna si rivolge e che fa salire sulla corriera è il barbiere Percomb, di cui faremo meglio conoscenza più avanti. Ora interessa evidenziare che lo stesso movimento di cui si è parlato, lo si ritrova allorché Percomb, giunto al piccolo villaggio, scruta dalle finestre l’interno di ogni casa per trovare la persona che cerca. Stupiscono ancora una volta la semplicità e la facilità di un’operazione e di una resa al contrario molto difficili. Tali miracoli saranno frequenti nel romanzo.
Il legame che dà continuità di esso con tutta l’opera precedente di Hardy è dichiarato esplicitamente allorché, nel descrivere il personaggio di Marty South, che Percomb spia dalla finestra mentre è intenta a fabbricare stecche per l’intelaiatura dei tetti, come si usava allora, ci dice che la ragazza ha il palmo della mano “arrossato e coperto di vesciche”, e che ciò non significa affatto che essa fosse destinata “fin dalla nascita al lavoro manuale.” E così prosegue: “Nulla, se non un tiro ai dadi del Destino, aveva stabilito che quella ragazza dovesse maneggiare quell’arnese; e le dita che stringevano quel pesante manico di frassino avrebbero potuto abilmente reggere una matita o pizzicare una corda, se solo fossero state applicate a tempo debito a tali occupazioni.”
L’uomo, quindi, non dispone di se stesso, è solo il Destino a determinare gli avvenimenti che lo muteranno nel tempo. Hardy fa dell’uomo un essere privo di libertà, non in grado di affermare la propria vocazione alla vita. Forse più del mondo animale, egli attira su di sé la cinica malvagità del Destino, che per un calcolo oscuro e misterioso è proprio sull’uomo che si accanisce. In Hardy, Destino e Tempo paiono coagire e congiungersi in una divinità panica che accentra e diffonde ovunque il potere assoluto della sua perversità.
Il barbiere Percomb è venuto al villaggio dal paese di Sherton Abbas, dove vive, per costringere Marty a vendergli i suoi capelli, che sono di uno speciale colore castano simile a quello dei capelli di una sua ricca cliente, la vedova , ex attrice, Felice Charmond, colpita da una calvizie precoce proprio quando si trova impegnata a conquistare un nuovo amante.
Pensate: una tale quisquilia, sottaciuta poi per larga parte del romanzo, farà da miccia al concatenarsi di fatti tragici.
Marty non cede; vuole mantenersi bella perché ama il modesto e non più giovanotto Giles Winterborne, ma sa – avendolo appreso la notte stessa in cui era giunto Percomb – che il ricco commerciante di legname per il quale lei e suo padre lavorano, George Melbury, vuol dare sua figlia Grace, bella ed educata in collegio, proprio a Giles, figlio di suo fratello e della sorella della prima moglie, per rimediare in questo modo ad un torto fatto a suo padre, al quale aveva sottratto la fidanzata, divenuta appunto la sua prima moglie, morta nel dare alla luce Grace. Ne discute continuamente con la seconda moglie, Lucy, poiché è torturato dal rimorso ma anche dal pensiero che il suo egoismo e il suo senso di colpa forse sacrificheranno l’avvenire dell’unica figlia: “È un peccato che un fiore di ragazza sia dato via così, per uno come quello – un peccato mortale!… Eppure è mio dovere, per suo padre.” Giles, commerciante di mele e sidro, nella stagione invernale aiuta Melbury, il quale, quando in estate cala il lavoro, presta a Giles i suoi carri e la sua manodopera.

Il lettore resta subito ammaliato dalla bellezza e dall’ampio respiro che già si avvertono vibrare e illuminarsi nella storia appena cominciata. Non è affatto improbabile che salga alla mente la voglia di un raffronto con le moderne tecniche della narrazione, per accorgersi che, salvo che in pochi casi (per esempio, in Italia, Carlo Sgorlon), gli scrittori della fine del Novecento hanno abbandonato in massa la strada della tessitura ricca e complessa per affrontare ricerche e studi sperimentali sulla parola. Scene, vicende e descrizioni sono, oggi, quando latitanti, quando asciutte, rapide, mentre ad essere mantenuta alla ribalta è soprattutto l’azione. Essa deve, secondo i nuovi autori, marcare il senso del libro. Negli scrittori della levatura di Hardy, di Balzac, di Zola, Dickens, Tolstoj, Dostoweskij (sono solo alcuni significativi esempi), la tessitura, la padronanza dell’ordito, l’eleganza e la complessità del disegno, stavano, al contrario, al centro della prova in cui si manifestavano e confrontavano le qualità dell’arte. L’asciuttezza, la sintesi (perfino in Flaubert) erano bandite. Ogni filo della trama doveva essere guarnito dalla bellezza di una descrizione, di un pensiero o di un sentimento. Difficile dire che cosa porterà il nuovo millennio, ma è un fatto che il romanzo ha avuto nell’Ottocento, specialmente, e nella prima metà del Novecento il suo periodo di massimo splendore.
La grande fattoria di Melbury e i suoi uomini al lavoro o che si riscaldano intorno al fuoco e si raccontano pettegolezzi e storie è immagine viva, palpitante come le fiamme di quel fuoco. Al pari della fattoria della Bathsheba Everdine in “Via dalla pazza folla”, o della Fiera annuale di Weydon-Priors che troviamo al principio di “Vita e morte del sindaco di Casterbridge” o della fattoria dove Tess Durbeyfield conosce Angel Clare. Tutte descrizioni guizzanti di colori e di personaggi. Raccontate e accarezzate a un tempo.
Grace torna dal collegio. Giles ̬ incaricato di andarla a prendere. Assiste alla scena, casualmente, Marty, che era andata a Sherton a consegnare i suoi capelli a Percomb. A casa, Grace si accorge di una luce che brilla sulla collina. Vi abita il dottor Edred Fitzpiers, capitato al villaggio da poco tempo, che ha fama Рle confida la vecchia domestica Grammer Oliver Рdi aver fatto un patto col diavolo.
Ecco impiantato l’albero da cui si diffonderanno i rami della storia: l’amore di Marty (“sempre costretta a sacrificare il desiderio al dovere”) per Giles, l’amore di questi per Grace, l’attrazione di quest’ultima per il misterioso dottor Fitzpiers.
Come si vede, nulla si combina, nulla combacia, secondo la filosofia di Hardy. Il Destino, infatti, si prepara a giocare pesantemente con gli uomini, mettendoli non uno di fronte all’altro, ma l’uno all’inseguimento dell’altro nella continua ansia di subire una sconfitta. In Hardy, non c’è sentimento dell’uomo che vada diritto laddove possa essere ben accolto e ricambiato. Hardy pianta sempre il suo albero su di un terreno accidentato, ingrato ed ostile, che può generare solo rami rinsecchiti e frutti dal sapore amaro.
Allorché Giles invita a casa sua (fra l’altro ad un’ora sbagliata) i Melbury per la festa di Natale e vi accadono alcuni incidenti, come per esempio quello dell’inserviente che lascia le sedie unte di olio perché lustrassero di più e che sporcheranno immancabilmente gli abiti degli invitati “Giles si scusò e sgridò il ragazzino: ma sentiva che il fato si stava accanendo contro di lui.”
Hardy sceglie sempre le piccole azioni per avviare il suo percorso tragico. Lo ha fatto nei precedenti romanzi e lo ripete qui. Tutto deve evolversi a poco a poco così che nella consumazione lenta del disegno appaia con più forza la inesorabile malvagità del Destino, “troppo sfuggente perché la povera umanità, nel culmine della sua irritazione, la possa riconoscere.” E così Melbury comincia a pensare per la prima volta che Grace, con la sua cultura e la sua educazione, meriti un partito migliore: “Mr Melbury era riluttante a lasciare che ella sposasse Giles Winterborne, variamente occupato come boscaiolo, commerciante di sidro, coltivatore di mele e quant’altro, anche ammettendo che Grace lo volesse sposare.”
Egli inclina verso tali pensieri (“La sto rovinando in nome della mia coscienza!”), mentre ancora nel cuore di Grace è presente ed accettato l’impegno assunto dal padre nei confronti di Giles di darla a lui in sposa. Sono mutazioni quasi impercettibili. Infatti, un tale atteggiamento, se comincia ad operare nei confronti di Giles (che non manca di dargli man forte con le sue sbadataggini), allo stesso modo comincia ad operare nei confronti di Grace. Il difficile per uno scrittore sta nel riuscire a rendere questi sottili, infinitesimali, mutamenti, e Hardy vi perviene con maestria. Giunge, infatti, l’esplosione di Melbury che dice alla figlia, dopo che viene trattata malamente da un gentiluomo: “Oggi ho avuto la prova che, per quanto raffinata possa essere, una donna da sola non vale nulla. Tu farai un buon matrimonio.”
Melbury diventa, così, il punto debole, la preda con cui il Destino comincia, attraverso l’insulto di quel gentiluomo, ad interagire nei confronti di tutti i principali protagonisti del romanzo. Un fatto minimo tra quelli ben più eclatanti che avvengono nel mondo entra nella coscienza di un uomo, la scuote e alimenta a poco a poco i fili di una tragedia. Su Giles, infatti, si addensa un’altra disgrazia, che sta per colpirlo, la perdita della proprietà, ricevuta in concessione, a vantaggio della ricca vedova Mrs Charmond, “la padrona di Hintock House”, “la divinità che aveva in mano le sorti della popolazione di Hintock.” Chi può causare questo passaggio, con la sua morte, è il padre di Marty, John South, il quale più che da una vera e propria malattia è consumato dalla paura che un grosso olmo che si innalza davanti alla facciata di casa sua un giorno possa cadere e travolgerlo: “è il mio nemico adesso, e sarà lui la mia morte.” Ora, questa fissazione non è peregrina: essa mostra in trasparenza quanto la natura possa terrorizzare l’uomo fino a condurlo alla morte. C’è un’altra circostanza curiosa da sottolineare, che ho potuto constatare di persona quando, nel 1988, visitai la casa natale di Hardy, un delizioso cottage con il tetto di paglia rinchiuso nel bosco di Upper Bockhampton, nel Dorsetshire (il leggendario Wessex dei suoi romanzi). Proprio nei pressi della casa c’è un grosso albero, di cui non rammento la specie (ma forse è proprio un olmo), che reca incisa sul tronco una targa che ricorda alcune opere che in quella dimora furono scritte dall’autore, e precisamente: “Sotto l’albero del verde bosco” (1872) e “Via dalla pazza folla” (1874). Ritengo che Hardy, nel rapporto tra John South e l’olmo, abbia tenuto presente quello instaurato tra lui e l’albero della sua infanzia.
Del resto, bisogna anche dire che la descrizione di Giles che nella tarda sera, sotto la luna, sfronda la grossa pianta salendovi addirittura fino a divenire “nient’altro che una macchia di grigio scuro sul grigio più chiaro dello zenith.” è tra le più belle e armoniose del libro.
Un altro particolare da sottolineare è quello che riguarda due personaggi minori ma emblematici che Hardy affianca a Grace e a Giles, rispettivamente la vecchia Grammer Oliver e l’anziano Robert Creedle, quasi accogliendo la maniera di Dickens (1812 – 1870) che non manca spesso di accompagnare i suoi protagonisti con figure di questo tipo, il cui ruolo è quello di prendersi cura dei propri padroni e qualche volta, come nel caso della Grammer, di essere strumento dei loro destini. Non appaia curiosa una tale coincidenza, giacché – salvo la diversa filosofia che li ispira – vi è un contatto tra i due grandi narratori nel modo di tessere la storia, complessa e prolifica, ma dinamicamente ordinata, e nella scrittura, plastica e visiva come in pochi altri. Non per niente i più noti romanzi di entrambi sono stati tradotti in film. “David Copperfield” (1850) è forse il romanzo di Dickens che ha più di un contatto con questo di Hardy.
È proprio Grammer Oliver a provocare il primo incontro di Grace con il dottor Fitzpiers (dotato di un “irresistibile potere di attrazione”), della cui bellezza la ragazza rimane affascinata. Il Destino, se tesse lentamente la sua tela, non ha però incertezze sull’esito finale: ogni mossa può anche creare una felicità momentanea e illusoria, ma il risultato sarà sempre il dolore, lo sconforto, l’umiliazione.
Fitzpiers, infatti, discendente di una illustre famiglia del posto, si picca di conquistare la ragazza, in principio spinto dal puro capriccio: “La differenza di estrazione sociale ci impedisce di entrare in intimità. Qualsiasi progetto di matrimonio con lei – attraente com’è – sarebbe assurdo. Pregiudicherebbe la natura essenzialmente ricreativa di una simile conoscenza.” Ma di lei penserà assai presto: “una fanciulla più dolce di Grace non era mai esistita.” Il rapporto tra i due, precisa Hardy, si sviluppò “impercettibilmente, come il fiorire di germogli sugli alberi.”, a sottolineare ancora una volta che nessun rumore, bensì quiete, ed anche un briciolo di gioia, accompagnano gli eventi che preparano la tragedia.
Sulla figura del medico Fitzpiers non è da escludere che abbiano avuto una qualche influenza “Lo strano caso del dottor Jekill e di Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson, uscito nel 1886, ossia appena un anno prima, e anche il romanzo gotico di Mary Shelley: “Frankestein ovvero il Prometeo moderno”, del 1818.

Sta di fatto che gli accenni, anche se fugaci, al macabro, relativi agli esperimenti del dottor Fitzpiers, rappresentano una novità nella produzione di Hardy. E perfino i riferimenti a leggende, riti e superstizioni hanno in questo romanzo uno svolgimento più marcato. Si pensi, ad esempio, alla notte della vigilia di mezza estate, quando le ragazze, tra cui Grace, s’inoltrano nel bosco per svolgere un rituale da cui avrebbero tratto auspici  per il loro matrimonio. Ad un certo punto fuggono spaventate perché – dice una di loro – “Abbiamo visto Satana che ci inseguiva con la sua clessidra.”
Ci si accorge a questo punto che Hardy, abilmente, sta tenendo in disparte gli altri personaggi (Marty, Giles, e in particolare la signora Felice Charmond) per concentrarsi sulla vicenda in fieri che riguarda “il bellissimo, irruento e irresistibile Fitzpiers” e la dolce e frastornata Grace, lasciandoci tuttavia intuire che essi non saranno affatto marginali, poiché il Destino, che li ha voluti far comparire ad un certo punto della storia, li terrà in serbo per accendere in qualche modo le luci su di loro quando Edred Fitzpiers e Grace Melbury saranno chiamati a pagare lo scotto per aver creduto possibile la felicità su questa terra. Gli avvertimenti non mancano ai due, sin dai primi giorni del fidanzamento allorché il promesso sposo cerca di convincere Grace (“che si sentiva più dominata che protetta da lui”) a non sposarsi in chiesa, bensì, per una necessaria discrezione, in “un ufficio del registro”, onde evitare il pettegolezzo sulla differenza tra le rispettive classi sociali di appartenenza che una cerimonia appariscente avrebbe potuto suscitare non solo nel villaggio ma anche nel circondario. Pur concedendo, infine, che il matrimonio si celebri in chiesa, tanto fa il diabolico dottore nei confronti dell’ingenua fidanzata che riesce a forgiare “la sua volontà in modo da renderla passiva e accondiscendente a tutti i suoi desideri.”
Grace, inquieta e infelice, non ha nessuno con cui confidarsi. Giles, perduta la proprietà, si è fatto vincere dall’indolenza, si trascina senza scopo per il villaggio, destando lo stupore e la compassione di tutti. Solo quando giunge il tempo della raccolta delle mele egli percorre i paesi con la sua macina e la sua pressa per spremere il sidro, “fissate su delle ruote” e trainate da “una coppia di cavalli”. È la sua sola fonte di guadagno. Hardy non intende mai nasconderci i lacci che il Destino pone sugli accadimenti, lasciandoci intuire che essi serviranno ad imprigionare nella gelida morsa dell’infelicità ben più di un personaggio.
Intanto, Grace ribadisce anche al marito di sentirsi attaccata alla sua gente, sebbene il collegio l’abbia raffinata e dotata di una buona cultura. È da lì che ella proviene e se il marito disprezza Giles Winterborne, lei gli ricorda di essere cresciuta con lui e di appartenere alla stessa razza. Echi di “Cime tempestose” (1847) di Emily Brontë sono presenti in questo richiamo, e anche in altri che appaiono nel capitolo XXVIII (ad esempio, “ella tornò ad essere la semplice ragazza di campagna di una volta, con tutti i suoi istinti originari, e ancora latenti.”) e, messi insieme, lanciano un ponte più che solido tra Grace e Cathy: “Ricorda che io sono cresciuta con lui finché non mi hanno mandata a scuola, per cui in fondo non posso essere così diversa da quell’uomo. E comunque non sento affatto di esserlo.”, dice a suo marito. Come pure Winterborne va sempre di più avvicinandosi, anche se blandamente, a Heathcliff, come si comincia a vedere nel capitolo XXXI. Dall’altra parte accade simultaneamente che al medico  viene riferito che il suo prestigio e la fiducia della gente stanno venendo meno a causa del suo matrimonio con una donna di condizione inferiore e che pure Mrs Charmond ha commentato sfavorevolmente: “Avrebbe potuto trovare di meglio. Temo che abbia sprecato le sue opportunità.” Sono, anche questi, ingredienti preparatori del dramma. Dice risentito Fitzpiers a sua moglie, dopo aver cenato al piano terra con i genitori di Grace (che hanno allestito per loro un’ala della grande casa) e con alcuni paesani venuti a festeggiare il ritorno della coppia: “Se decidiamo di restare in queste stanze, non dovremo più mischiarci con i tuoi congiunti al piano di sotto. Non lo sopporto, questa è la verità.” Ma non basta al Destino incrinare l’armonia nuziale. Esso intende andare oltre, creare un solco tra i due, ed ecco che ha scelto lo strumento più efficace. Arriva infatti per il dottore una chiamata urgente da parte della bella e ricca Mrs Charmond, destinata a procurare il primo incontro tra i due. La donna è rimasta ferita dal ribaltamento della sua carrozza. Così, quella sera, fa notare Hardy, Fitzpiers, preso dall’emozione per quell’appuntamento, “Per la prima volta, da quando erano sposati, se n’era andato via senza darle un bacio.”
Si può supporre che Hardy abbia avuto presente il romanzo di Pierre Choderlos de Laclos, “Le relazioni pericolose“, uscito nel 1782, quando descrive Mrs Charmond (“una donna dalle molte perversioni, che si deliziava dei contrasti più accesi.”; “una grande seduttrice, a suo tempo”) sdraiata sul divano come una scaltra ammaliatrice in attesa della sua preda, poiché il pensiero va dritto proprio alla marchesa de Merteuil. Così descrive ciò che il medico vede entrando in casa della donna: “vide la figura elegante di una donna distesa sul sofà, in una posizione leggermente studiata, tale da non compromettere l’acconciatura della magnifica massa di capelli che le coronava il capo. Una vestaglia di acceso color porpora forniva un mirabile contrappunto al castano particolarmente intenso delle sue trecce; il suo braccio sinistro, nudo fin quasi alla spalla, era gettato indietro, e tra le dita della mano destra ella teneva una sigaretta, mentre, arricciando delicatamente le labbra, soffiava con indolenza un sottile filo di fumo verso il soffitto.” La plasticità e l’efficacia della descrizione sono di una tale resa da richiamare alla mente la morbidezza, la postura e la sensualità delle due Maja riunite insieme, eseguite da Francisco Goya tra la fine del Settecento e i primi dell’Ottocento, conservate al museo del Prado di Madrid. Un’ulteriore osservazione che un tale spunto suggerisce è che in questo romanzo, a differenza che negli altri, Hardy fa molte citazioni, a dimostrazione di una conoscenza non superficiale del mondo dell’arte e della letteratura in particolare.
L’amore per la vita semplice è uno dei punti che Hardy tocca frequentemente nei suoi lavori. In “Via dalla pazza folla” è il pastore Oak il simbolo di questo convincimento. Qui, invece, è Giles Winterborne, umile, modesto (da quando ha perso la casa vive in una baracca solitaria), rozzo, ma puro e sincero. Se ne accorge presto Grace, tradita dal marito, la quale si “era ormai convinta che l’onestà, la bontà, la virilità, la tenerezza, la fedeltà potessero trovarsi, in tutta la loro purezza, soltanto nel cuore degli uomini semplici” Eppure Hardy, nel mentre esalta questo aspetto dell’uomo, ne sottolinea con le sue numerose intersezioni, l’assoggettamento ad un Destino che proprio su tali qualità ha deciso di riversare il suo accanimento, considerando, con ciò, l’uomo una pessima eccezione da neutralizzare e far scomparire dalla faccia della terra.
La lettera che Marty consegna a Fitzpiers, da lui dimenticata nella tasca (che ricorda quella di Tess ad Angel, finita sotto lo zerbino), lo scambio dei cavalli tra Melbury e suo genero, e le relative conseguenze, lo straniero misterioso che fa rapide comparse nella storia, sono i piccoli elementi che Hardy introduce senza troppo rumore, i quali in realtà rappresentano un ulteriore innesto preparato dal Destino per provocare l’esplosione tragica. Se ricordate, anche il sindaco di Casterbridge, nel romanzo omonimo, che precede questo di un anno, era stato perseguitato dalle conseguenze di un’ubriacatura, per non parlare dell’infausto matrimonio di Jude, nel romanzo del 1896. Hardy, insomma, ci vuole suggerire che i grandi eventi sono quasi sempre generati da fatti minori, quando ordinari e quando addirittura insignificanti. Bisognerebbe aprire gli occhi su questi, poiché è attraverso di essi che il Destino combina le sue trame. A proposito della situazione di innamorata in cui si trova Mrs Charmond, da cui non riesce a liberarsi, Hardy annota: “Ma il Cielo non l’aiutava mai.”, e ancora: “Tutto cospirava contro la sua volontà di rispettare la promessa fatta a Grace!”
Se si osservi la struttura della narrazione, si può notare che essa si lega e acquisisce ulteriore movimento proprio da questi piccoli eventi, dimostrando che Hardy fa della sua filosofia l’abito perfetto della sua scrittura.
Un ciarlatano come l’apprendista avvocato Beaucock, ad esempio, finito malamente a bazzicare le taverne, anziché inspirare diffidenza a Melbury, lo entusiasma e abbindola con la notizia tutta da verificare che una nuova legge avrebbe potuto consentire il divorzio tra sua figlia e suo genero. Bastano le chiacchiere davanti ad un bicchiere di rhum di un tale individuo perché l’imprudente Melbury s’infiammi e, informandone Winterborne, torni a sollecitare il cuore del vecchio amico, che ormai si era rassegnato alla definitiva perdita della sua amata Grace. Succederà la stessa cosa in “Tess dei D’Urberville“, di qualche anno più tardi (1891) allorché il parroco del villaggio insinua nella mente del padre di Tess il convincimento che la sua famiglia abbia nobili origini.
È, dunque, un romanzo in cui si compendiano molti dei motivi ispiratori di Hardy e soprattutto, nello svolgimento contrastato dei sentimenti che avvincono i personaggi, da Fitzpiers a Mrs. Charmond, da Grace a Giles, a Mr. Melbury, esso è quasi sicuramente il romanzo che più riassume e denuncia la rigidità e i pudori della società vittoriana, nonché i limiti e le forzature di essa.
Il senso di colpa, le regole sociali, la differenza di classe scuotono alternativamente la coscienza dei protagonisti, a tal punto che si potrebbe dire che tutto ciò lascia già intravedere i prodromi di un cambiamento che avrebbe presto scosso la società inglese agli albori del nuovo secolo. Si pensi a David Herbert Lawrence, nato giusto in quegli anni, il 1885, il quale non tarderà molto, sarà il 1928, proprio l’anno della morte di Hardy, a dare alle stampe “L’amante di Lady Chatterley”. Di Grace, infatti, e del suo dramma, l’autore scrive: “univa nervi moderni a sentimenti primitivi”.

Anche la natura, in questo romanzo, porta una novità: essa si veste di un manto spettrale e funereo, che va al di là della atmosfera di vastità e solitudine che effondeva nei precedenti lavori. Nel capitolo XL si legge: “L’estate stava finendo; durante il giorno gli insetti ronzavano appesi ai raggi del sole; di notte i globi di rugiada appesantivano le foglie; e dopo gli acquazzoni, al crepuscolo, l’umidità e il gelo strisciavano fuori dalle fosse. Le piantagioni erano sempre strane, a quell’ora della sera – perfino più spettrali che nella stagione in cui si spogliano gli alberi, quando alle masse si sostituiscono le linee sottili. Le superfici lisce delle piante lucenti spuntavano nel buio come occhi senza palpebre: volti e figure inquietanti si disegnavano alla luce esangue, che s’era in qualche modo insinuata sotto alle tenebre fitte, mentre più in basso, di quando in quando, scorci di cielo si ritagliavano tra i tronchi, come lenzuola spettrali, e sulle punte dei rami si abbandonavano mollemente alcune lingue biforcute.” E nel capitolo XLII: “Accanto c’erano altri alberi, stretti gli uni contro gli altri, che combattevano per sopravvivere, coi rami sfigurati dalle ferite causate dai colpi e dai graffi che si scambiavano a vicenda. Era il rumore della lotta tra quei vicini, che ella aveva sentito durante la notte. Ai loro piedi giacevano i ceppi marci degli alberi caduti in battaglia molto tempo prima, che spuntavano dal loro letto di muschi come denti neri da gengive verdognole.” Ciò potrebbe configurarsi come un preambolo, un’anticipazione di quel tetro e spaventoso pessimismo di morte, che caratterizzerà i due romanzi successivi, quello che narra le vicende di Tess e quello che narra le vicende ancora più terribili di Jude.
Hardy, tuttavia, cerca complessivamente di mitigare il suo pessimismo, accentua il valore del sentimento nei rapporti tra i personaggi, nel tentativo di dare a loro e a noi una speranza. Ma la sua filosofia è ancora forte e resistente. Infatti, si avverte in modo assai palpabile questo scontro in atto, poiché le buone intenzioni di Hardy si realizzano, sì, in questo romanzo, ma cospargendo il percorso di dolore. Il Destino, infatti, ancora una volta, dopo aver tessuto abilmente il male, se lascia un piccolo pertugio alla gioia perseguita con accanimento dal suo autore, con l’ultima unghiata, servendosi di Giles e di Marty, celebra definitivamente la morte.

Chi ha paura di Thomas Hardy?

(pubblicato su vibrissebollettino il 19 novembre 2005)

Ieri, 18 novembre 2005, la postina mi ha consegnato l’ultimo Stilos, 8 -21 novembre 2005, (mi pare che il periodico letterario non abbia numerazione). L’ho aperto, scorso in molte parti, ma la sorpresa piacevole è stata quella di leggervi un articolo di Barbara Pasqualetto dedicato a Thomas Hardy, in particolare al suo breve romanzo “Una romantica avventura”, pubblicato quest’anno da Sellerio. Per la verità, l’editore palermitano aveva già fatto uscire l’opera di Hardy nel gennaio 1994, nella collana “Il castello”, con la stessa immagine di copertina (Assia Noris nel film omonimo di Mario Camerini), ma in un formato più grande e in un numero di pagine conseguentemente ridotto a 122. Non si tratta, quindi, di una novità in assoluto ma, se potessi, darei ugualmente un premio alla Pasqualetto per aver ricordato a tutti noi uno degli autori più importanti della letteratura di tutti i tempi, non solo quindi “dell’età vittoriana”, di cui si parla sempre troppo poco.
Il mio incontro con Hardy risale al 1975 e ne rimasi subito affascinato. È suo uno degli incipit che ritengo più riusciti, e appartiene a “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”, del 1886: “Una sera, sul finire dell’estate, prima che il nostro secolo avesse raggiunto il trentesimo anno, due giovani, un uomo e una donna, che portava in braccio una bambina, s’avvicinavano a piedi al borgo di Weydon-Priors, nel Wessex Superiore. Erano vestiti con semplicità, ma non male, sebbene la densa polvere accumulata sulle scarpe e sugli abiti, evidentemente durante il lungo viaggio, desse ora al loro aspetto un che di frusto che non gli tornava certo di vantaggio.” (trad. Luigi Berti). Quando iniziai a leggere questo incipit era il 27 aprile del 1975, e terminai il romanzo il 10 maggio. Poche settimane prima, il mattino del 1 marzo avevo finito di leggere “Via dalla pazza folla”, che è del 1874. L’11 maggio cominciavo “Tess dei D’Urberville” (1891), che terminai il 28 giugno. Il 6 luglio sarà la volta di “Jude l’oscuro” (1895), finito di leggere il 18 agosto.
Tra “Via dalla pazza folla” e “Vita e morte del Sindaco di Casterbridge”, lessi  “Il ritorno del nativo”, del 1878. Dunque: credo di poter legittimamente celebrare i miei “primi” 30 anni dal fortunato incontro con questo grande artista, di cui, debbo confessare, mi resta ancora da leggere il grande affresco disegnato in “Nel bosco”, che è del 1887.
In realtà, si dovrebbe stare alla larga da uno scrittore come Hardy, che ha della vita una concezione tragica come pochi altri, e forse nessuno dell’età contemporanea. A mio avviso, bisogna risalire ai grandi tragici greci come, ad esempio, Sofocle, Euripide e Eschilo, per ritrovare una cupezza che le assomigli. Il destino non è mai benevolo in Hardy. E nemmeno indifferente, come taluni credono, alla presenza dell’uomo. Anzi, si compiace di studiare tutte le trappole possibili per disseccare sul nascere ogni germoglio di ottimismo e di felicità. C’è sempre un momento di distrazione nella vita dell’uomo; ebbene in quell’attimo – una specie di orrido buco nero – il destino insinua il suo inganno devastatore e da quell’istante tutto ciò che può rappresentare il delirio e la miseria dell’esistenza si rovescerà addosso ai personaggi, che si riveleranno tanto fragili quanto privi di volontà. Succede in “Via dalla pazza folla” al ricco fittavolo Boldwood, innamorato  della bella Batsceba, al quale un violento temporale distrugge la fattoria e alla sventurata Fanny che avrebbe potuto sposare il soldato Troy, se non si fosse recata il giorno delle nozze nella chiesa sbagliata. O al sindaco di Casterbridge Michael Henchard che, a seguito di una ubriacatura, vende al mercato moglie e figlia, e ne pagherà la colpa fino ad arrivare a scrivere quel suo terribile testamento: “Che non si dica nulla ad Elisabeth-Jane Farfrae della mia morte per non arrecarle dolore; che non mi si seppellisca in terreno consacrato; che non sia chiamato il becchino a sonar la campana; che nessuno veda il mio cadavere; che nessuno accompagni il mio funerale; che non sia piantato alcun fiore sulla mia tomba; che nessuno si ricordi di me.”
E non vi fa rabbia la lettera di Tess che va a finire sotto lo zerbino, dimodoché il fidanzato, alla vigilia delle nozze, non la trova e non può leggervi la sua generosa confessione, ossia che era  già appartenuta al cugino? In Hardy c’è la ferma convinzione che sull’uomo incomba un destino, un mostro, che lo dileggia e si accanisce a umiliarlo e a smascherarne la nullità. Ciò che capita anche a Jude, infatti, dopo che troppo precipitosamente ha sposato Arabelle. La orribile fine dei suoi tre bambini, e la solitudine desolata in cui trascorre gli ultimi giorni della sua vita, sono quanto di più angoscioso si possa trovare in letteratura, degno della “Medea” di Euripide.
Che cosa, allora, ci attira di questo tragico narratore?
La sua capacità di irretirci, la sua scrittura, che inanella cerchi concentrici fino a trasformarli in una punta acuminata che incide la nostra anima; la natura che partecipa muta e onnipresente ai giochi perversi del destino. La natura ha in Hardy un ruolo fondamentale: essa, attraverso gli ampi e misteriosi, cupi, paesaggi della brughiera dà testimonianza della piccolezza e vulnerabilità dell’uomo, il quale appare sempre come uno sperduto camminatore, mai sicuro della propria meta, e anche nei momenti in cui sembra che la felicità lo possieda, egli porta dentro di sé l’ombra spettrale dell’annientamento. L’uomo è sorretto soltanto dalla propria fragilità, dunque, in modo tale che egli, nel momento in cui crede di essere arrivato, crolla precipitosamente, senza poter opporre nemmeno una minima resistenza. La natura diventa così una complice e fascinosa protagonista del dramma dell’uomo. È per suo tramite, infatti, che riusciamo a leggere la maschera tragica dipinta sul volto dei personaggi. I silenzi della brughiera sono i lamenti della nostra anima. L’erica, che come un tappeto sterminato ricopre la brughiera, assume l’inquietante valore di una vita contorta, aspra, dove la lusinga di una bellezza e di una felicità durature si scontra con l’aridità di una terra che non sa produrre se non piccoli arbusti.
Se è vero che amo altri scrittori di pari grandezza, quali Dickens, Zola, Balzac, è vero anche che nessuno di questi sa trafiggere come Hardy non il cuore ma quello spirito che patisce e si umilia dentro ciascuno di noi. La scrittura di Hardy, ossia, è, per il nostro spirito, strumento per la scoperta di quella parte buia della nostra esistenza, a cui non sappiamo dare un nome e un volto, e che ci fa sentire degli esseri dispersi in una immensità mostruosamente schierata contro di noi.

Thomas Hardy: “Via dalla pazza folla”.

Forse è lo scrittore che mi ha dato più emozioni. Sebbene il suo pessimismo scacci da noi la fiducia e la speranza, Hardy è scrittore profondo e capace di farci diventare protagonisti della vita, immergendoci dentro le sue bellezze, le sue contraddizioni, i suoi dolori, le sue terribili fatalità. Non si esce dalla lettura dei suoi libri senza avere imparato qualcosa della vita, senza averla sentita palpitare dentro di noi allo stesso modo che ha palpitato dentro i suoi personaggi. Hardy è scrittore che ammalia, il suo modo di narrare trascina e rapisce. “Via dalla pazza folla” è forse il libro dal quale emerge più luce che negli altri, perché, pur nella tragicità della loro esistenza, luminosi sono la bella Batsceba e il pastore Oak. La scena descritta nel capitolo V delle pecore che si gettano nel precipizio e quelle relative al temporale e all’incendio nel granaio (capitoli XXXVI e XXXVII) sono di rara suggestione e bellezza. Personaggio sfortunato e triste, reso immortale dalla penna di Hardy, è l’infelice Fanny Robin. Lessi il romanzo nel 1975, nella traduzione magistrale di Piero Jahier e Maj-Lis Rissler Stoneman. Queste alcune frasi significative che annotai: “La natura esige un po’ di bestemmie al momento opportuno”; “L’uomo non è mai così credulo come nel ricevere opinioni favorevoli sulla bellezza di una donna di cui è semi o completamente innamorato.”; “la decisione di evitare un male raramente prende corpo prima che il male non sia tanto progredito da rendere impossibile evitarlo.”; “Il silenzio ha qualche volta lo straordinario potere di apparire quasi come l’anima disincarnata di un sentimento che erri senza il proprio scheletro, ed è allora più impressionante della parola.”; “Le donne non la fan mai finita di muover lamento sull’incostanza maschile, ma sembra che esse sole ne disprezzino la costanza.”; “Coloro che possiedono il potere di rimproverare col silenzio, possono ritenerlo un mezzo più efficace della parola. Vi sono accenti negli occhi che non si trovano sulla lingua, e più discorsi ci giungono da pallide labbra di quanti ne possan entrare nell’orecchio.”; “Dove vi è molta parzialità, vi deve essere anche qualche ristrettezza di mente.”  Da questo come dagli altri celebri romanzi di Hardy sono stati tratti film di ottima fattura.

Thomas Hardy: “Jude l’oscuro”.

Quando si termina la lettura di questo libro, si sta male, giacché raramente troviamo concentrata tanta disperazione e tanta sfortuna; tuttavia resta l’ammirazione per un artista che sa raccontare e incanta. Pensate che la casetta dove Hardy scrisse, nel sud dell’Inghilterra, molti suoi romanzi si trova in mezzo ad un bosco, e si deve lasciare l’auto in uno spiazzo terroso ed inoltrarsi in una intricata foresta per raggiungerla; poi all’improvviso ecco che appare un albero gigantesco e accanto la sua casa, che ne conserva le memorie. Uomo minuto, un esserino, Hardy, ritratto a fianco della sua bicicletta, con baffoni spioventi: eppure un gigante della scrittura. È il suo ultimo romanzo, questo, che lessi nella traduzione di Suso Cecchi D’Amico. Trascrivo alcune frasi che mi hanno colpito: “in una società civile, la paternità di un bimbo è una faccenda che riguarda esclusivamente la donna che lo ha partorito.”; “il cuore di un uomo torna sempre ad accostarsi a colei che gli fu sincera.”; “L’amore ha una sua oscura moralità quando la rivalità entra in ballo.”; “La crudeltà è la legge che governa l’intera natura e la società. Non possiamo sottrarci, neanche volendo.”; “gli uomini migliori, i più grandi, sono quelli che dal mondo non hanno avuto nulla.”; “L’influenza delle donne è così misteriosa ch’esse riescono a tentare l’uomo a far cattivo uso anche della bontà.”

Thomas Hardy: “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”.

L’inizio di questo libro è davvero straordinario. Un uomo e una donna, che ha in braccio una bambina, camminano nella brughiera, diretti ad un villaggio. S’imbattono in una fiera paesana, come ce ne sono dappertutto in Inghilterra, e qui, per una di quelle fatalità presenti in tutta l’opera di Hardy, il protagonista, perdente al gioco, vende sua moglie. Le peripezie della vita, che lo vedranno divenire uomo rispettabile e ricco, e addirittura sindaco di Casterbridge, lo porteranno infine ad esclamare in punto di morte quella terribile frase: “che nessuno si ricordi di me”. Grande storia, grande narratore, che mi sono gustato tanti e tanti anni fa nella traduzione di Luigi Berti.

Thomas Hardy: “Tess dei d’Urberville”.

Pensate che tutta la vicenda, che ha una tragicità da far accapponare la pelle, nasce perché un prete mette nella testa di un povero contadino l’idea di avere origini nobili, e addirittura di essere imparentato con una delle migliori e ricche famiglie del posto. Ci va di mezzo la bella Tess, figlia di questo sciocco sognatore, la quale subisce ogni sorta di cattiveria da parte del presunto cugino, che la seduce e abbandona. Anche qui la vita contadina, le lunghe camminate nella brughiera, la natura che diventa partecipe del destino degli esseri umani, giocano il ruolo di una presenza che incombe ed inquieta.
Nella traduzione di Aurelio Zanco, riporto questa frase: “La cosa migliore è dimenticarci che la nostra natura e le nostre azioni trascorse sono state in tutto eguali a quelle di migliaia e migliaia di persone, e che la nostra vita e le azioni avvenire saranno simili a quelle di migliaia e migliaia di altri.”

Thomas Hardy

(Da: Sìlarus – Anno XII – NN. 63 e 64; Gennaio-Febbraio e Marzo-Aprile 1976)

Non sono molti i critici italiani che si sono interessati all’opera di Hardy; gli vengono rimproverati alcuni difetti (certe esagerazioni, troppe considerazioni, macchinosità) e ciò sembra sufficiente a giustificarne l’indifferenza o quantomeno il mancato approfondimento.
Devo dire subito di essere rimasto affascinato dalle opere di questo straordinario scrittore e di averle trovate ricche di molte qualità: dalla grandiosità degli scenari naturali alla minuziosa rappresentazione del particolare, dalla vivezza di ambienti sociali soprattutto rurali alla descrizione di singoli stati d’animo, alla sensazione del tempo, ecc.
Il paesaggio, e più precisamente la natura, ha gran parte in Hardy; egli ne è affascinato, senza temerla tuttavia; sempre cerca di rappresentarla allo stato selvaggio, libero, nel quale si dispieghi appieno.
Forse è solo così che possiamo comprenderla, poiché se è vero che Jude è persuaso che “la natura schernisce i più puri sentimenti dell’uomo e rimane indifferente alle sue aspirazioni”, in Hardy non vi è la convinzione di una natura cattiva, che si accanisce addirittura contro l’uomo; piuttosto il desiderio di arrivare a conoscerne l’essenza attraverso la rappresentazione delle sue manifestazioni.
L’uomo ignora che cosa sia la natura e resta disorientato, stupefatto, anche affascinato da lei. In “Tess dei d’Urberville”, al cap. XIV, i contadini stanno falciando il grano con una grossa macchina: “…il grano in piedi si riduceva ad un’area sempre più ristretta col trascorrere della mattina. Conigli, lepri, serpenti, ratti, topi si rifugiavano nell’interno come in una fortezza, inconsapevoli della natura effimera del ricovero e della condanna che li attendeva in un’ora più tarda del giorno allorquando… si sarebbero trovati ammucchiati insieme, amici e nemici, finché gli ultimi pochi metri di grano in piedi sarebbero caduti anch’essi sotto i denti dell’infallibile falciatrice ed essi sarebbero stati tutti messi a morte dai bastoni e dai sassi dei mietitori”.
Al capo. XLIII dello stesso libro si legge: “… sopravvenne un incantesimo di gelo secco, in cui strani uccelli sopravvenuti da regioni oltre il polo australe cominciarono ad arrivare silenziosamente sull’altipiano di Flintcomb-Ash; magre creature spettrali dagli occhi tragici, occhi che avevano contemplato scene di orribili cataclismi in regioni polari inaccessibili,… occhi che avevano veduto l’urto degli icebergs e lo smottamento di colline di neve alla luce saettante delle aurore boreali; occhi che erano stati quasi accecati dal turbine di tempeste colossali…”.
Ecco la natura dispiegare la sua potenza nel temporale di “Via dalla pazza folla”: “… il grande albero sulla collina… apparve quasi infuocato… Fu uno scoppio stupefacente, secco e spietato… egli vide che t’albero si era spaccato per tutta la sua altezza e sembrava che un’enorme fetta della sua corteccia fosse stata asportata… Un fetore solforoso riempì l’aria…. Cap. XXXVII); oppure manifestare la sua cupa, silenziosa bellezza ne “Il ritorno del nativo”: “Il luogo {la brughiera di Egdon) aveva in realtà una stretta parentela con la notte e, quando la notte sopraggiungeva, appariva evidente la tendenza delle sue ombre a fondersi col paesaggio… e la terra esalava tenebra con lo stesso ritmo con cui la riversava il cielo” (libro I, Cap. I).
In “Via dalla pazza folla” è la natura che spinge il “cane giovane, figlio di Giorgio” a guidare le pecore nel precipizio; al sopraggiungere di Oak “gli si fece vicino; gli leccò la mano, e dette a divedere che si aspettava qualche grande ricompensa per gli straordinari servizi prestati» (Cap. V); e in “Tess” raduna “tra i rami folti” i fagiani morenti, che poi nel corso della notte “erano caduti giù ad uno ad uno”: “Sotto gli alberi giacevano sparsi parecchi fagiani, con le penne variopinte spruzzate di sangue; alcuni erano morti, alcuni torcevano debolmente un’ala, alcuni fissavano con occhi sbarrati il cielo, altri erano scossi da un palpito febbrile, altri giacevano contorti, altri ancora distesi… e tutti tremavano di sofferenza» (cap. XLI).
Poi ecco che l’uomo, in una notte chiara, osserva dalla sommità della collina la volta celeste e contempla, come il pastore Oak, “il proprio solenne incedere attraverso le stelle” (Via dalla pazza folla”, cap. II).
Anche Henchard, dopo aver venduto Susan al marinaio, uscito dalla tenda contempla il crepuscolo: “Nell’assistere a questa scena., s’avvertiva l’istinto naturale di rinnegare l’uomo, sgorbio in un universo altrimenti benevolo” (cap. II).
La natura non è giudicata, quindi, ma osservata in ogni suo stato, dal quale emana il fascino di un misterioso sistema che stravolge il nostro ordine, sistema nel quale anche l’uomo in certi momenti riesce ad inserirsi armoniosamente, e provare una sensazione cosmica. Lo abbiamo visto più sopra per Oak, ma ritroviamo questi straordinari momenti nella passeggiata che Tess ed Angelo fanno all’alba, nel cap. XX: “Ella gli appariva spettrale, come se fosse soltanto un’anima disincarnata… In quelle ore non umane potevano avvicinarsi agli uccelli acquatici…”; o nella cavalcata di Batsceba: “La ragazza, che non indossava abito da cavallerizza, si guardò intorno per un momento, come per assicurarsi che ogni essere umano fosse fuori di vista, poi si stese supina sulla groppa del cavallo, la testa sulla coda, i piedi sulle spalle e gli occhi al cielo” (cap. III).
Hardy è ricco di sensazioni magiche, dense di mistero: ciò discende dalla concezione che egli ha della natura, come di un’entità dalla essenza sconosciuta.

I suoi personaggi sono attenti ad ogni avvenimento, dal quale traggono presagi; oppure consultano lo stregone o “l’indovino completo” per cercare una spiegazione a fatti incompresi o per leggere nel futuro.
Così in “Via dalla pazza folla” Marianna, preoccupata del ritardo di Batsceba, ricorda che ha “lasciato cadere la chiave, e cadendo sul pavimento di pietra si è rotta in due. Rompere una chiave è un pauroso presagio” (cap. XXXIII).
Jude, ancora giovane e disorientato, dà la colpa delle sue disgrazie alla lettura troppo assidua dei libri pagani (cap. V). Tess, osservata finalmente da Angelo, gli ricorda che si erano già incontrati al ballo: “ma non volesti danzare con me. Oh, spero che quello non sia stato per noi un infausto presagio” (cap. XXX). Henchard consulta il veggente “Fumo” sulle condizioni del tempo atmosferico (cap. XXVI).
Ė tuttavia ne “Il ritorno del nativo” che il magico pregna di sé tutto il racconto. Quando Eustacia, acceso il falò, vede arrivare Wildeve, gli dice: “Ho deciso che saresti venuto; e sei venuto infatti! Ho avuto la prova del mio potere” (libro I, cap. VI). Susan, la madre che crede di avere la sua bambina stregata da Eustacia, punge quest’ultima in chiesa con “un lungo ferro da calza”. Sempre lei, modella una figurina di cera raffigurante Eustacia e la trafigge di spilli, poi mentre scaglia nel fuoco quell’immagine, recita il Padre Nostro a rovescio (libro I, cap. VII).
Questa presenza del magico (anche nei racconti minori, ad esempio “L’impronta”) che arriva ad assumere toni così cupi, crea quel rapporto di soggezione dell’uomo alla natura più ancora delle manifestazioni dirette della natura stessa. Se è vero che il magico deriva dal non comprendere l’uomo le ragioni di molteplici espressioni della natura, da tale sensazione (di stupore, di sgomento, di meraviglia, eccetera) egli fa derivare un sistema di difesa (presagi, superstizioni, riti) che tende a separarlo dalla natura, di cui infine egli medesimo è manifestazione.
Così l’errore dell’uomo è quello di tentare di opporsi alla natura o quantomeno di sentirsi diverso da lei; da ciò la conseguenza che una normale sensazione, per esempio di stupore, di sbigottimento, si trasforma in dramma, disperazione, ostilità, odio.
Oltre al fascino della natura, Hardy sentì straordinariamente quello del passato, e più ancora del tempo.
Non condivido il giudizio di Cassola quando scrive che Hardy ha saputo rendere il sentimento del tempo in poesia (si veda, fra le tante “Vecchia panchina” e “Fieri canterini”), ma non nella narrazione. Mentre nei fantasmi di Christminster (in “Jude”) o nella legione di soldati di Adriano (ne “Il sindaco…”) che appaiono suggestivamente ai protagonisti, o nei tumuli che s’incontrano via via nel paesaggio hardiano, noi riconosciamo il sentimento del passato, e più esattamente la resistenza alla morte che si realizza attraverso il pensiero dei vivi, in altre stupende pagine vediamo rappresentato un immenso creato in cui il tempo non distrugge, ma circola incessantemente combinando passato e presente in un unico flusso che impregna di sé tutto, uomini animali cose. Il tempo quindi, nel suo fluire che potremmo definire circolare (alle soglie della immobilità), non annienta, non trascorre per non tornare più, ma compie un eterno moto in cui tutto ciò che esiste rivive continuamente.
Questa sensazione (questo sentimento del tempo) è davvero straordinaria.
Nella brughiera di Egdon il sibilo dei campanellini “dell’erica fiorita nell’estate scorsa”: “era il prodotto complessivo di cause vegetali infinitesimali, che non erano però né steli, né foglie, né frutti, né fili d’erba, né rovi, né licheni, né muschio” (“Il ritorno del nativo”, libro I, cap. VI).
Venn, sempre nella brughiera, osserva “un’anatra selvatica, appena giunta dalla patria dei venti settentrionali, ricca di un’immensa conoscenza del Nord. Catastrofi glaciali e episodi legati a tempeste di neve, luminosi effetti aurorali, la Stella Polare allo zenit, i relitti della spedizione Franklin al di sotto: tutta una meravigliosa serie di fenomeni per lei assolutamente normali” (ibid., libro I, cap. X).
La signora Yeobright vede dinanzi a sé una colonia di formiche che trasportano “faticando senza interruzione” grevi carichi: “Ricordò che da anni si verificava in quel punto lo stesso movimento di formiche: quelle di un tempo eran certo le antenate delle formiche che passavano ora”, (ibid. libro IV, cap. VI. Si veda anche la successiva bellissima descrizione dell’airone).
Così è ritratto il sopraggiungere della bella stagione in “Tess”, cap. XX: “La stagione si sviluppò e maturò. Un’altra generazione di fiori, foglie, usignoli, tordi, fringuelli e simili creature effimere occupò le posizioni in cui solo un anno prima altri erano stati al loro posto allorquando questi non erano che germi e particelle inorganiche”.
In una conversazione tra Angelo e Tess, questa dice: “La cosa migliore è dimenticarci che la nostra natura e le nostre azioni trascorse sono state in tutto eguali a quelle di migliaia e migliaia di persone, e che la nostra vita e le azioni avvenire saranno simili a quelle di migliaia e migliaia di altri” (ib. cap. XIX).
Forse è il sentimento del tempo (questo meccanicismo e onnicomprensività dell’esistenza), così forte nell’opera di Hardy, che genera lentamente nei protagonisti un senso di stanchezza, un anelito della morte come occasione finalmente di pace.
La capricciosa, l’irrefrenabile Eustacia, anche lei ne è toccata e a Clym dichiara: “…un posto vale l’altro per arrivare alla tomba dove troverò finalmente pace” (“Il ritorno del nativo” libro V, cap. III).
La moglie di Henchard, Susan, forse più di lui anela alla morte e tutta la sua vita è segnata dalla sofferenza, dalla stanchezza: come pure la povera Fanny che scompare silenziosamente com’era vissuta. Davvero straordinario questo personaggio minore a cui è legata una delle più belle descrizioni di Hardy, allorché Fanny, camminando sopra la neve di sera, si porta sotto la finestra della caserma dove alloggia Troy («Via dalla pazza folla», cap. XI).
Anche Jude desidera morire ma “la riposante morte lo disprezzava e non aveva voluto prenderlo con sé” (“Jude”, cap. XI); tuttavia è soprattutto in Tess che il pensiero della morte è costante e vi assume il significato che con essa l’uomo, annientandosi, terminerebbe il suo scontro con la natura.
Come le sensazioni descritte più sopra, le quali hanno armoniosamente unito i personaggi alla natura, anche la morte può rappresentare qui, più che un annientamento in senso stretto, un ritorno, una rinuncia alla propria personalità per scorrere, insieme alle altre cose, nel flusso perenne della natura; la chiave per la conoscenza delle sue leggi, insomma la pace.
Così pensa Tess nel cap. XIV: “tra pochi anni sarebbe stato come se tutti non fossero mai esistiti ed ella stessa ricoperta d’erba e obliata”; e nel cap. XV: “c’era ancora un’altra data di maggiore importanza per lei…. la data della sua morte”.
La domanda che infine farà ad Angelo: “credi che c’incontreremo ancora dopo la morte? Voglio saperlo” (cap. LVIII) rivela l’inquietudine che deriva da un ordine universale che l’uomo non riesce a comprendere e la speranza che la morte non rappresenti un annientamento ma il misterioso passaggio, attraverso quel flusso perenne, ad altre esistenze.
Pure il testamento di Henchard, così terribile, spietato (“che nessuno si ricordi di me”) esprime il ripudio della vita in quanto esperienza nella quale si è inesorabilmente dominati dall’ignoto.

II

I personaggi dei romanzi quanto più sono analizzati nel loro intimo tanto meno si avvicinano alla realtà. Questa considerazione mi viene suggerita dall’altra, a mio avviso, non meno importante e cioè che ogni uomo non può conoscerne un altro se non esteriormente, o meglio naturalisticamente (al pari di una pianta, di una casa, di un animale).
Neppure è corretto dire che possa conoscerlo per quel che appare, perché ciò include pur sempre che attraverso l’esterno sia possibile discendere nell’intimo dell’uomo. Questa operazione, quando avvenga, è fatta sempre sulla misura (sulla esperienza personale) di chi la compie; conduce pertanto al risultato (fallace) di una realtà a misura di chi la osservi.
Se ciò può anche essere tollerato con riguardo all’osservatore singolo il quale consideri il rapporto tra la realtà e se medesimo, non può più esserlo nel momento che si voglia considerare tutta la realtà, nei suoi molteplici rapporti con più singoli. Ciascuno di questi rapporti, così come ciascuno di questi uomini, è diverse e sconosciuto all’altro. L’osservatore non può fare altrimenti che immaginare ed analizzare a sua misura, con ciò operando nell’unico nodo possibile ma pur sempre erroneamente.
Da ciò quindi discende quanto dicevo all’inizio, e cioè che i personaggi dei romanzi possono forse soddisfare il solo rapporto del loro autore con la realtà ed apparire veri a lui e, probabilmente, verosimili a quei lettori il cui rapporto con la realtà è più vicino a quello dello scrittore; resta però vero che nessuno, nemmeno l’autore, può dirsi certo che quei personaggi, sopratutto se esaminati anche interiormente, possano esistere nella realtà.
Si deve concludere che lo scrittore rappresenta più propriamente il rapporto realtà – personaggio anziché quello di realtà – uomo, ed apre al lettore la porta ad un mondo fantastico, distinto — ed anche meglio analizzabile perché l’autore ne possiede la chiave — dell’altro.
Tutto questo per dire altresì che i personaggi di Hardy sono straordinari. Egli li scava a fondo sia attraverso l’analisi dei sentimenti, sia con l’annotazione di taluni loro atti e sia anche con la storia stessa che rappresentano. Tutto ciò insieme costituisce l’amalgama di un personaggio palpabile, vivo e per di più leggibile fino nell’intimo.
Li accomuna la medesima lotta contro il destino, l’ignoto che si presenta improvvisamente a sconvolgere la loro vita; tuttavia sono diversi l’uno dall’altro, e nella diversità, stupendi.
Eustacia compare la prima volta di notte sulla sommità del Rainbarrow in una descrizione ricca di densità e di fascino, tra le migliori di Hardy. Ė il venditore di ocra Venn che la osserva: “Guardando, mentre si riposava, la montagnola, l’uomo notò come sulla cima, ch’era stata sinora il punto più alto dell’intero paesaggio, fosse comparso qualcosa di più alto ancora. Emergeva dal monticello emisferico come il chiodo di un elmetto. Uno straniero dotato di fantasia avrebbe potuto credere che si trattasse d’uno degli antichi celti costruttori del tumulo, a tal punto era assente dalla scena ogni traccia di modernità. La sua figura rimaneva là, immobile come il colle su cui posava” (libro I, cap. II).
Ė il personaggio più affascinante, in continua lotta contro tutto; avida di sentimento, superba, inquieta, passionale; la sua presenza provoca suggestione negli altri (una donna la crede addirittura strega). Odia la brughiera, senza accorgersi che ne è parte essenziale (più di Thomasin, che invece l’ama), che solo là può dispiegarsi: “Sono malinconica per natura: come se avessi la tristezza nel sangue” (libro I, cap. VI).
La sua sconfitta ha le radici nel suo carattere che ha “perduto l’idea divina di poter fare quel che si vuole e non (ha) acquistato il gusto modesto di fare quel che si può” (libro I, cap. VII). Ė una sognatrice che si dispera per la impossibilità di vivere il sogno (una notte sogna di essere baciata da un cavaliere chiuso in un’armatura d’argento (libro II, cap. III).
V’è nella sua vita l’occasione di trovare la pace: il matrimonio con Clym. Ella alla fine riconosce la bontà di quell’unione, ma è troppo tardi; le pare ormai sciupata irreparabilmente. Nella notte che si avvia ad incontrare Wildeve così pensa: “Infrangere i miei voti coniugali per lui….non e un buttarmi via? Avrei tanto, tanto voluto essere una donna eccezionale, e il destino mi è stato avverso!… Oh, perché ho aperto gli occhi in questo mondo così mal combinato?…” (libro V, cap. VII). Noi sappiamo dal venditore d’ocra Venn che Eustacia aveva ancora tentato di resistere al destino quella notte, recandosi da lui per chiedere aiuto; poi all’ultimo momento aveva desistito: “Sentii un suono di pianto e di singhiozzi – racconta Venn – Aprii la porta e misi fuori la lanterna e, proprio al punto estremo in cui arrivava la luce vidi una donna che. quando la luce la colpì, voltò la testa, poi corse giù per la collina” (libro V, cap. VIII).
Anche Tes è una lottatrice, più semplice ma assai tenace. La sua bellezza, al contrario di quella di Eustacia, non mette soggezione, anzi attira gli uomini, e ancora bambina Tess dovrà portarsi dietro la colpa di aver ceduto ad Alec e combattere così contro le convenzioni. Si isolerà da tutti: “l’unica idea sua sembrava quella di evitare l’umanità” (cap. XIII); e anche dopo la rottura dell’unione con Angelo sceglierà di isolarsi a Flintcomb-Ash.
Abbandona la cura della sua persona per “non correre altri rischi derivanti dal suo aspetto”(cap.XLII). Infine (come Eustacia dispera ormai di riconciliarsi con Clym) Tess non spera più in un ritorno di Angelo, tanto atteso, e cade di nuovo nelle braccia di Alec.
Eustacia non compie quest’ultimo passo verso Wildeve, preferisce affogare nel la diga. Tess reagirà subito dopo, non appena vede che il suo Angelo è tornato a cercarla; uccide l’amante e raggiunge Angelo: “Era così pallida, così ansante, così tremante in ogni muscolo che egli non le rivolse alcuna domanda ma, prendendole la mano e mettendosela sotto il braccio, la condusse con sé” (cap. LVII).
Poi sarà la “giustizia” ad uccidere Tess.
Dobbiamo dire che Henchard rende forse più di tutti, e tragicamente, l’immagine dell’uomo colpito dal destino.
Batsceba è invece una vincitrice. Anche lei ad un certo momento desidera morire, quando scopre il neonato nella bara di Fanny; ma è pensiero rapido, subito respinto.
Ella è corteggiata come Tess, ma sa tenere testa agli uomini. Dopo l’amara dichiarazione di Troy (“non sei nulla per me, nulla” – cap. XLIII), confiderà alla domestica Liddy: “Ho riflettuto su ogni cosa stamani, e ho scelto la mia via. Una moglie fuggita è un ingombro per tutti, un peso per se stessa, e un oggetto di ridicolo … Liddy, se mai tu dovessi sposarti … ti troverai in una spaventevole situazione: ma ricordati questo: non mollare” (cap. XLIV).

Dirige con abilità una fattoria e al mercato attira l’attenzione di tutti per la sua bellezza e la capacità negli affari. Boldwood, un fittavolo composto, riflessivo, perderà la testa per lei, dando vita ad uno straordinario personaggio drammatico contro cui il destino si accanisce crudelmente: “Per tutta quella notte si sarebbe potuto vedere la cupa forma di Boldwood errare per le colline e le brughiere di Weatherbury, come un’ombra infelice pei campi funerei dell’Acheronte” (cap. XXXIV).
Batsceba ha la freschezza della fanciulla (si veda la cavalcata del cap. III), la sensualità della donna (“amò Troy nel modo in cui amano soltanto donne indipendenti, quando abbandonano la propria indipendenza”, cap. XXIX), la dolce caparbietà dell’innamorata. Anche su di lei tuttavia le avversità lasciano il segno e Hardy ci dirà al momento delle nozze con Gabriele che Batsceba “ora non rideva mai apertamente”.
Accanto a questi grossi personaggi ve ne sono altri ben disegnati e di rilievo come Boldwood, Fanny, Wildeve, Arabella, il simpatico Giuseppe Poorgrass, Vilbert, la signora Yeobright, Lucetta, Alec (assai meno Angelo), Clym, Jude; tuttavia tre personaggi: Oak, Venn e Farfrae (ed anche Phillotson), pur non assumendo nel romanzo la dimensione gigantesca delle tre donne e di Henchard (un po’ meno Sue), ne sono una straordinaria chiave di lettura. Sono tutti uomini pazienti, tenaci, ordinati, “le cui virtù erano come filoni metallici in una miniera” (“Via dalla pazza folla”, cap. XXIX).
Essi paiono alla fine i personaggi emergenti, emblematici della concezione hardiana della vita, secondo la quale l’uomo può resistere al destino soltanto se sa attendere, osservare attorno, controllare se medesimo di fronte agli sconvolgimenti dell’esistenza. Non è un caso che Batsceba, vincitrice nella lotta con il proprio destino, ha con essi più di una caratteristica in comune.
“Jude l’oscuro” rappresenta la più dura e scoperta denuncia delle convenzioni sociali, e già in “Tess” il contenuto aspro di tale denuncia comincia ad apparire chiaramente; ma nei romanzi di Hardy vi è la presenza sotterranea costante di una di queste convenzioni: il rango, ossia la distinzione sociale. Oak avverte duramente che la perdita del gregge lo trasformerà da fittavolo a fattore e sentirà a differenza di prima uno stacco da Batsceba. Eustacia è sdegnata di sentire un’attrazione verso Wildeve, “un uomo non apprezzato da una donna (Thomasin) a lei tanto inferiore” (cap. XI, libro I), la tragedia di Henchard e il successo di Farfrae rappresentano un’altalena di questo motivo; Tess avverte la sua dura condizione nei confronti del “cugino” Alec; Jude dedica alla conquista di una migliore posizione sociale tutto il suo dramma.
Il rango ha certamente un ruolo di primo piano nelle tragedie di Henchard, Tess, Jude. Proprio perché è così, si può dire che Hardy indugi con maggior simpatia laddove questa crudele distinzione non ha posto, non è sentita; vi si sofferma quasi con sollievo.
I gruppi, davvero meravigliosi, descritti da Hardy hanno questo significato, evidenziano una unità, una compattezza, un’armonia che li sbalza in primo piano; e li rende portatori di una serenità che manca agli altri, ai grossi personaggi, per esempio.
In “Via dalla pazza folla” si raccolgono forse le rappresentazioni più belle, più ampie, più luminose: la birreria di Warren, il giorno di paga dei dipendenti di Batsceba (che sono una galleria ricca di caratterizzazioni spesso spassose: Poorgrass, Cainino Ball, Henery Frey, Labano Tali); il circo dove si è rifugiato Troy.
Descrizioni di gente meno chiacchierona, fervida nel lavoro e negli affari ci vengono dalla piazza del mercato in “Vita e morte del sindaco di Casterbridge”: “Qui mareggiavano … formando un piccolo mondo di ghette, di fruste e di sacchetti campione: uomini dalle pance spaziose, in pendìo come fianchi d’una montagna; uomini le cui teste nel camminare si piegavano simili agli alberi nei venti di novembre, che nel parlare si dimenavano in vari atteggiamenti, s’abbassavano, allargando i ginocchi, e schiaffandosi le mani in tasca nei più remoti recessi della giacchetta…” (cap. XXII).
Si veda anche questo incidente sulla “strada alta”: “… una ruota posteriore aveva urtato contro il muro della chiesa vicina; e l’intera montagna del carico s’era rovesciata, mentre due delle quattro ruote s’erano alzate per aria insieme al cavallo, attaccato alla stanga. Invece di pensare a mettere in sesto il carico, i due uomini erano scesi a vie di fatto” (ib. cap. XXVII).
Suggestiva è la conversazione di uomini e donne intorno ai falò sul Rainbarrow ne “Il ritorno del nativo”, dove appaiono personaggi, come nonno Cantle, che ricordano quelli della birreria di Warren; e carica di sensualità la festa campestre al chiaro di luna, dove Eustacia incontra Wildeve.
La danza sulla torba in “Tess dei d’Urberville” ha più di una affinità con questa festa (entrambe notturne e cariche di sensualità).
Di nuovo luminoso ed ampio è il gruppo della vaccheria di Talbothays. Anche in “Jude”, Hardy non manca di cogliere questi momenti collettivi (si veda la processione dei rettori e la festa della rimembranza), ma qui vi è una vena malinconica, ed essi sono distanti da Jude: paiono rivoltarglisi contro.
Ė necessario soffermarsi ora su due motivi che sembrano accentuati piuttosto dall’autore che dal romanzo: la sessualità (o meglio la asessualità) e la crudeltà di certi accadimenti.

Un solo personaggio è veramente ricco di sessualità: Arabella. Questo protagonista minore è in realtà di spicco per il suo modo pratico, abile di vivere (si ricordino le sue “fossette”), contrapposto all’inquietudine spesso cerebrale dei suoi maggiori. Quando ha in mente uno scopo (per esempio sposare Jude) non va per il sottile e trova l’occasione per concedersi a lui: “… voglio che faccia qualcosa di più che innamorarsi. Voglio essere sua, che mi sposi. Voglio averlo. Non ci posso rinunciare … Impazzirò se non posso darmi completamente a lui” (cap. VII).
Passa da un uomo all’altro, fino a darsi a Vilbert per il solo piacere di godere la vita in tutte le sue forme.
Di Jude sappiamo che è un passionale (cap. X), ma certamente assai sbiadito se, per sposare Arabella, prende una bella sbornia e accetta di vivere a quel modo con Sue.
Tess attrae gli uomini, ma ella non ne è attratta ed anzi è facile per lei starne lontano. Eustacia s’incontra con Wildeve sopratutto per il piacere di ribellarsi ai modelli di una società che sente soffocata.
Gli altri personaggi sono freddi, indifferenti, persino asessuali (Clym, Angelo); normale ci pare Batsceba, e un’atmosfera di sensualità è più propria di certe situazioni collettive che di singoli personaggi, secondo quanto è stato già sottolineato.
Hardy tuttavia fa proprio di Arabella un ritratto che predilige, ad esempio, a Sue, come fa della spontaneità di Tess una caratteristica positiva del personaggio (anche se la società poi ne approfitta). Egli ha simpatia per ciò che si lascia trasportare dal moto della natura, imprevedibile, improvvisa, esplosiva, e dà a questo flusso il dono di una perennità che fa sopravvivere l’uomo (Tess non è toccata da quelle che la società chiama “colpe”, come Arabella riesce a non soccombere grazie alla sua sessualità).
Troviamo nei romanzi di Hardy circostanze dalle quali dipendono avvenimenti importanti; e spesso esse sono tanto più insignificanti, minute, quanto più ne derivano delle calamità. Soltanto “Jude l’oscuro” ci pare meno esposto a questo motivo caratteristico di Hardy, ma gli altri romanzi ne sono colmi. Ecco che nella notte in cui Troy prova pietà per Fanny e amore per Batsceba, la prima muore e provoca in lui quella terribile dichiarazione che raggela Batsceba (“non sei nulla per me, nulla”). Anche la tomba di Fanny, curata con amore pure da Batsceba, viene deturpata dallo scroscio di una canala: “Quasi tutti i fiori erano stati addirittura sradicati dall’acqua, fuori dalla terra, e giacevano con le radici all’aria, nei punti dove erano stati sballottati dall’acqua” (cap. XLVI).
Eustacia non vuole aprire alla signora Yeobright e quando si decide a farlo, questa se n’è andata: durante il ritorno morirà sfinita dalla stanchezza. Clym la scaccerà per questo. Eustacia attende che Clym la richiami a sé; non vuole tornare da Wildeve, ma ecco che la lettera che Clym le scrive per fare pace con lei viene dimenticata dal capitano Vye, e Eustacia si getterà nella diga.
Tess vuol confessare ad Angelo, prima di sposarlo, la sua colpa con Alec; gli scriverà una lettera, ma questa finirà sotto il tappeto e non sarà letta da lui. Quando Tess, la prima notte di nozze, vorrà rivelarglielo, Angelo rimarrà turbato e si distaccherà da lei. Tess, come Eustacia, lo attende pazientemente e proprio nel momento in cui, stanca, sfinita dall’attesa, si butterà nelle braccia del seduttore Alec, ecco che Angelo ritorna.
Ė però nel “Sindaco” che il motivo assume toni drammatici, fino a provocare l’annientamento del protagonista Henchard. Non appena questi ha confessato ad Elisabetta di essere suo padre, una lettera della defunta moglie gli rivela che non lo è: è figlia del marinaio a cui l’aveva venduta. Quando sta per riavvicinarsi ad Elisabetta, ad amarla di nuovo, compare il vero padre, il marinaio Newson.
Intanto Farfrae, da lui avviato al commercio del grano, gli ruba il cuore della ragazza, infine quello di Lucetta e trae la sua fortuna nel commercio dalla rovina di Henchard. Quando costui, ormai derelitto, si decide a visitare Elisabetta e Farfrae, frattanto sposatisi, non viene riconosciuto dai domestici né, quindi, ricevuto dai padroni. Questi, intuito più tardi che si trattava di Henchard, lo andranno a cercare, ma lo troveranno già morto, con accanto il terribile testamento.
Questo motivo a volte genera nel romanzo una certa macchinosità, dà inverosimiglianza a taluni fatti, e noi non possiamo fare a meno di immaginare l’autore nel momento in cui, forse con sarcasmo, dipinge quelle circostanze. Tuttavia, riconosciamo che è da esse che prendono il via i grandi personaggi hardiani; ed è proprio dal fatto che drammi così terrificanti alla fine dipendono da circostanze tanto banali che la particolare visione del mondo dello scrittore tocca tonalità e grandiosità uniche.


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Bart