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LETTERATURA: STORIA: I MAESTRI: Emozioni e pensieri

1 Dicembre 2013

di Arrigo Benedetti
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, mercoled√¨ 3 settembre 1969]

Le analogie

¬ę Ricordati i caff√® di Pie¬≠troburgo… ¬Ľ.

Appena obbietto, alle ipote¬≠si di rivoluzione possibile di qui all’autunno, per lo pi√Ļ accolte nei salotti, che in giro voglia di sedizioni non se n’avverte, qualcuno si mette a descrivere la capitale zari¬≠sta, nel 1917. Ne conoscono i particolari, quasi vi fossero stati. Uomini ironici, eleganti, talvolta colti frequentavano i locali costosi, irridevano ai fatti di cronaca, non s’accor¬≠gevano ch’erano il seme d’un rivolgimento generale vicino, ne sorridevano e seguitavano a divertirsi, come se la scon¬≠fitta sul fronte tedesco non esistesse.

E’ vero: a Pietroburgo, al¬≠lora, la rivoluzione s’insinu√≤ nei ristoranti francesi, nei cir¬≠coli esclusivi, nelle abitazioni lussuose, e coloro che n’era¬≠no visitati non se n’accorge¬≠vano.

¬ę Proprio cos√¨ ¬Ľ! C’√® chi lo dice in questa estate riferen¬≠dosi all’Italia. Spiagge affol¬≠late, fiumi d’auto, pendici ap¬≠penniniche simili a Villa Bor¬≠ghese, la domenica, citt√† de¬≠serte. Eppure, senza negare che a ottobre possano darsi difficolt√† ‚ÄĒ o per oggettivi problemi, o per astio, o per noia ‚ÄĒ si esamini l’attendi¬≠bilit√† di talune analogie: ap¬≠punto. fra le dissipazioni di Pietroburgo, cinquantadue an¬≠ni fa, e le distrazioni a cui s’abbandonano gli italiani fra luglio e settembre.

Lo confesso; sarei tentato di rispondere non con un ra¬≠gionamento ma con uno sber¬≠leffo a coloro che paiono si¬≠curi di sapere dove il mondo ha deciso d’andare, quasi che esso, inteso come corpo so¬≠ciale, si dirigesse dove noi che ne facciamo parte non sappiamo e non vogliamo. La mondanit√† italiana in attesa d’un brivido rivoluzionario ‚ÄĒ per fiacchezza o per noia ‚ÄĒ ha quasi l’aria di credere che coloro, ai quali s’addebita il proposito d’una ribellione, siano un esercito misterioso, per ora nascosto negli anfratti della penisola. Aspettano che si muova la massa. Loro si preparano a guardarne i movimenti, qua¬≠si si trattasse d’una rappre¬≠sentazione teatrale, o come dicono d’un happening.

Nessuno che tenti di capi¬≠re quali persone fisiche pos¬≠sano, riunendosi, comporre l’ipotetica moltitudine. Mai che gli venga in mente di far coincidere l’esercito miste¬≠rioso con la gente che, a Fer¬≠ragosto, ha trasformato l’Ita¬≠lia in un colossale pic-nic. Non hanno il coraggio di chie¬≠dersi se, quella, dovrebbe es¬≠sere la materia prima della rivoluzione. Gi√†: parcheggi d’auto dovunque, ristoranti, bar, cantanti che si produco¬≠no perfino nelle balere, sui monti. Pensioni a prezzi che vanno dalle 2000 al giorno in su. E in genere la tendenza a recitare la parte dei ricchi; perfino la povera gente, che ha raggranellato i soldi per la scampagnata, non lamen¬≠ta la sua condizione. Sta alla commedia. Ormai siamo in pochi in Italia, a non subire, verso le otto di sera, il fa¬≠scino del ¬ę drink ¬Ľ: goffaggi¬≠ne lessicale che per lo meno spiega a quale punto ‚ÄĒ an¬≠che se restano grosse e opa¬≠che chiazze di miseria ‚ÄĒ il costume s’avvii a essere uni¬≠tario.

Difficile immaginare mino¬≠ranze raffinate e egoistiche al caff√®, e contrapporle a masse rese omogenee dalla fame e dalle sofferenze della sconfit¬≠ta militare subita, appunto dalla Russia, nel ’17. C’√® un esercito compatto che va nel¬≠la stessa direzione, edonisti¬≠co; difficile trovare chi am¬≠metta d’essere povero; prevale, anzi, chi, magari poveris¬≠simo, s’indigna della povert√† altrui, e d√† a intendere di godersi la sua porzione di be¬≠nessere. Viene semmai spon¬≠taneo chiedersi fino a quando durer√† la tendenza italiana a stare tutti insieme, a chiuder¬≠si nell’egoismo individuale e a supporre che esista un eser¬≠cito rivoluzionario in aggua¬≠to per√≤ composto da genti sconosciute: gli altri.

In Africa

Il ceto medio, o, come di¬≠cono volentieri coloro che non ricordano o ignorano le obiezioni di Benedetto Croce e di Adolfo Omodeo a certe semplificazioni, la borghesia italiana seguita a occuparsi dell’Africa. C’√® l’esperienza dell’ultimo decennio del seco¬≠lo scorso, con la resistenza del maggiore Galliano a Macall√®; ci sono le ultrasettantenni chiamate Adua, Asmara, le ultracinquantenni chiamate Derna. I benestanti, o se volete i ¬ę borghesi ¬Ľ, fornivano all’avventura africana ufficialetti, li sacrificavano a un ideale patriottico, √® vero, venato d’esotismo d’origine francese. Quasi si direbbe che le relazioni fra gli italiani benestanti – i borghesi, insomma – e l’Africa abbiano avuto una tendenza missionaria e laica insieme. Almeno fino al ‚Äė12, per la spedizione libica. Il caso etiopico invece sta a s√©. Anche allora le famiglie del ceto me¬≠dio offrirono giovani ufficiali e vagheggiarono fattorie, af¬≠fari; ma prevalse, e non solo nella propaganda, una specie di populismo con l’immagine del contadino-soldato, il qua¬≠le appena in Etiopia, s’ingi¬≠nocchia non per pregare ma per dare da intenditore uno sguardo alla zolla. Dovemmo insomma sopportare il mito della buona terra, a pochi de¬≠cenni dall’esodo dalle campa¬≠gne. Ed √® populismo, per esempio, la persistente idea dei camionisti italiani che sa¬≠rebbero ancora la nervatura dell’impero restituito al Ne¬≠gus, il quale anzi, proprio per ci√≤, li proteggerebbe.

Le mamme per√≤ con l’Etio¬≠pia non c’entrano; semmai, il ricordo di Macall√® le rese guardinghe; ebbe inizio forse, proprio per il timore di stra¬≠ge, un minimo d’opposizione al regime. Le mamme, invece, tornano a offrire le loro crea¬≠ture all’Africa ora, accettan¬≠do, senza timore, l’idea del figlio missionario-laico, soste¬≠nuto di spirito ecumenico, forte della sua laurea, delle sue specializzazioni: un pos¬≠sibile dottor Schweitzer di do¬≠mani, sullo sfondo, non della tormentata Nigeria, ma del¬≠l’idilliaco Uganda, dove Pao¬≠lo VI √® chiamato il Pap√† (con l’accento) bianco.

I rifiuti

La sera colui che dalla To¬≠scana interna corre verso le coste si trova a viaggiare in successivi profumi. Appena finita la vecchia autostrada Firenze-Mare, imbocca la nuo¬≠va che completata porter√† domani da Livorno a Sestri Levante, l’automobilista ha in faccia l’aria resa balsamica dai pini, che, appena dirada¬≠no e finiscono, lasciano sentire l’aroma amaro degli oleandri cresciuti fra le due bande metalliche degli spar¬≠titraffico. All’improvviso, per√≤ si ha l’impressione di sbatte¬≠re contro un invisibile muro di fetore. La bella natura na¬≠scosta dalle tenebre sembra inaspettatamente in putrefa¬≠zione.

Residui di pesce, di frut¬≠ta, di verdura, di carni fer¬≠mentano su un lato dell’au¬≠tostrada che vorrebbe intitolarsi ai fiori. Certe notti fu¬≠migano giacch√© uomini ad¬≠detti alla nettezza urbana hanno ‚ÄĒ ipotesi ragionevole ‚ÄĒ dato fuoco ai rifiuti che, nella consunzione, spargono nell’aria un tanfo ancora pi√Ļ insopportabile, il quale toglie il gusto di procedere verso la costa luminosa. Perfino l’idea del ristorante, del bar che fra poco l’automobilista raggiun¬≠ger√†, o delle persone con le quali voleva incontrarsi, non arride pi√Ļ. Uno squallore per¬≠mea ogni cosa o persona a cui si rivolga la mente.

A me succede di costeggia¬≠re la zona fetida anche di giorno e, una volta, ho visto a monte dell’autostrada, una montagna di spazzatura vario¬≠pinta; un’altra, un cumulo ne¬≠rastro e fumante: visioni che riempiono di sgomento sebbene il sole splenda, le Apuane non abbiano perso l’imponen¬≠za, le colline l’amenit√†, le pi¬≠nete la fragranza.

La carica

Un amico, tempo fa distin¬≠tosi quale direttore del cata¬≠sto, ufficio prestigioso nella nostra citt√†, dopo un’aspetta¬≠tiva, spiegabile col fatto che misurare gli immobili altrui lo nauseava, improvvisamen¬≠te s’√® deciso a lasciarsi rein¬≠tegrare nella carica.

Finora, egli spartiva i co¬≠noscenti: da un lato quelli che non avevano mai smesso di salutarlo, sebbene avesse rinunciato alle responsabilit√† catastali; dall’altro, i molti che, dopo il rifiuto, sebbene egli continuasse a passeggia¬≠re nelle vie cittadine, pareva¬≠no non vederlo.

¬ę Ora ¬Ľ mi ha detto l’ami¬≠co ¬ę sembrano ammettere di nuovo la mia consistenza fisica. Certi mi telefonano di¬≠cendosi felici d’avere finalmente trovato il mio numero. Ma √® sempre stato sull’elenco, rispondo. Ed essi ribattono: Gi√†, ma c’era un malefizio, e, per quanto lo cercassimo, non ci riusciva rinvenirlo. Le donne mormorano: Non c’√® pi√Ļ nessuno che sappia misu¬≠rare i terreni come lei. Tutti concordano: il catasto aveva bisogno di me. E mi confida¬≠no d’avere in serbo un pezzo di terra da misurare: hanno gi√† avanzato la richiesta, in carta bollata e coi timbri ne¬≠cessari ¬Ľ.


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ÔĽŅ

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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart