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LETTERATURA: I MAESTRI: “I miei personaggi piacciono alle donne”

27 Febbraio 2008

Cibotto intervista Berto
[da “La Fiera Letteraria” di giovedì 29 dicembre 1966]

Che impressioni provi dopo il successo clamoroso del Ma­le oscuro, nel ripresentarti al­la critica ed al pubblico con un nuovo romanzo che stando al lancio pubblicitario viene definito « un romanzo giova­ne », quasi gli altri tuoi lavori fossero di uno scrittore lega­to a moduli ormai superati? Non ti sembra, al contrario, che l’unica maniera di essere giovane da parte di uno scrit­tore, sia quella di restare fe­dele alle sue ragioni naturali?

Invece cambia tutto. Ho co­minciato a scrivere in un mo­mento in cui lo scrittore ave­va la speranza, anzi la pretesa di intervenire immediatamen­te nei fatti sociali-politici del proprio tempo. Questo porta­va ad una specie di generosa alienazione, al desiderio di scrivere su problemi abbastan­za diffìcili nel modo più acces­sibile, per essere alla portata di tutti. Il neorealismo più o meno si basava su questo equi­voco. Ad un certo punto ci sia­mo accorti, purtroppo, che non contavamo assolutamente nulla e che paradossalmente l’unico libro ad avere impor­tanza sul piano sociale era Cristo si è fermato ad Eboli, scritto in un italiano rispetto­samente letterario. Da questa crisi alcuni sono usciti, altri no, come ad esempio Pavese che si è ucciso, Vittorini che ha scelto la carriera del maestro predicando un impegno che era già superato, oppure altri che si sono ridotti in silenzio: Arfelli, Romano, Maldini ecc. Fra questi per quasi dieci so­no rimasto anch’io passando attraverso una malattia che si chiama nevrosi. L’ho curata con la psicanalisi, e questa esperienza mi ha dato non sol­tanto la possibilità di ripren­dere il lavoro, ma nello stes­so tempo di sviluppare certe tendenze verso il psicologi­smo e l’umorismo che avevo soffocate agli inizi per segui­re gli schemi della narrativa neorealistica di tipo america­no. Mi sono gradatamente pie­gato verso una complessa real­tà intcriore convinto che scri­vere significa mettere a nudo se stessi. Ed è proprio nella coincidenza fra se stessi e gli altri che acquista valore l’ope­razione letteraria di un arti­sta. La dicitura romanzo gio­vane è uno slogan pubblicita­rio di una certa efficacia, che però è già stato abbandonato per la sua ambiguità. Non vo­glio che si pensi ad un roman­zo per i giovani. Si tratta in­vece di un romanzo diretto, al­meno nelle mie intenzioni, so­prattutto a quelli che hanno la responsabilità nell’educa­zione dei giovani. Premesso questo, mi preme però sottolineare che nonostante la sua impalcatura settecentesca, co­me ha detto Vigorelli, si tratta di un romanzo attuale, moder­no e aderente alla problema­tica del nostro tempo.

Le due Marie

Trattandosi di signore, mi sia consentito di citare la più affascinante tra i miei critici, Ira Furstenberg: « Sostanzio­sa opera, trecentocinquanta pagine del tutto mancanti di dialogo, quindi fittissime e im­magino faticose da scrivere. Non certo da leggere, perché la storia è molto di tipo che l’orecchio sente familiare ». Bando agli scherzi, non ho as­solutamente timore che diven­ti una cifra retorica, anzi sono convinto che siano lo stru­mento più adatto per appros­simarsi quanto più è possibile a quella complessità e ambi­valenza di ogni sentimento umano, di cui la psicoanalisi mi ha reso consapevole. Na­turalmente per giungere ad una piena accettazione da par­te dei critici d’un simile mez­zo espressivo è necessario da parte loro la piena accetta­zione della « critica psicologi­ca ». Mi è capitato di leggere recentemente un articolo nel quale Eugenio Montale con la chiarezza e onestà che gli so­no proprie, trattava l’argomen­to della critica psicologica, pa­ventandone quasi l’avvento. Non so quanti anni fa il poe­ta Umberto Saba nella prefa­zione alle liriche del piccolo Berto sosteneva al contrario il principio che non esiste altra critica all’infuori di quella psi­cologica.

E’ risaputo che il grande pubblico dei tuoi lettori è for­mato in prevalenza da donne. Non si può più mettere il piede in un qualsiasi ambiente mondano, senza vedere al solo nome Bepi lo scintillare di sguardi accesi e affettuosi. Per di più la tua vita è stata di continuo agitata dal vento del­l’incontro, con commenti di autentico trasporto. Mi sai al­lora spiegare perché nel tuo nuovo romanzo La cosa buffa, i personaggi femminili, conti­nuano ad essere le forbici che recidono lo slancio innocente e trepido e delicato del protagonista?

So benissimo che gran parte del mio pubblico è costituito da donne, e che la mia fortui­ta condizione di scrittore di successo mi rende più facile la simpatia femminile. Data la mia qualità di maschio etero-sessuale non ti nascondo che la cosa mi fa oltremodo piace­re. Tuttavia ripensando ai due personaggi femminili del mio romanzo La cosa buffa, riten­go che le due Marie (perché anche di Marica vuoi dire Ma­ria) facciano quanto è loro na­turalmente consentito per in­coraggiare le libere manifesta­zioni del giovane protagonista. E’ lui che un po’ per carattere e un po’ per man­canza di una appropriata educazione, finisce per comportarsi da inibito. Potrei aggiun­gere che entrambi i personag­gi femminili, anche quello corrotto, arrivano all’atto ses­suale con grande naturalezza e spontaneità. Con una dedi­zione maggiore di quella del maschio, il quale viceversa è soffocato da una quantità di paure: della responsabilità di compromettersi, del contatto, addirittura della propria igno­ranza del corpo femminile. Quindi circa i miei personag­gi femminili sono costretto a pensarla in modo esattamen­te al tuo, pur ammettendo che il protagonista maschile nel suo incessante lavorio per tro­vare giustificazioni alla pro­pria condotta, cerca di scari­care sugli altri almeno una parte delle proprie inibizioni.

Il male oscuro secondo i cri­tici ha rappresentato in prati­ca una specie di tuo esame di coscienza letterario, ed ha se­gnato la nascita di uno scrit­tore diverso. Senonché sfo­gliando La cosa buffa ho avu­to la sorpresa di trovare an­cora uno scrittore che ritorna­va nuovamente a frugare nel passato, invece di dirigersi in avanti. Come mai? Potresti inoltre dirmi che cosa attual­mente hai in fase di prepara­zione oppure allo stato di pro­getto?

Ottimismo

La cosa buffa si divide in due parti. L’avventura con la prima ragazza esaminata inve­ce nella successione dei fatti. Alla fine il protagonista va in­contro all’avvenire con una te­nue speranza, o per lo meno con qualche consapevolezza. La cosa buffa è senz’altro il più ottimista dei miei roman­zi, o meglio, il meno pessimi­sta. Tutti gli altri approdava­no nel suicidio e nell’isola­mento dal mondo. Invece in questo lavoro esiste la probabi­lità di una nevrosi, ma con la possibilità di salvezza se qual­cuno si affaccia a dare un aiu­to. Quanto alla seconda parte della domanda, posso dirti che attualmente sono alle prese con i Vangeli per prepararmi a scrivere, oppure a tentare di scrivere, un dramma intitolato La passione secondo me stes­so. In queste pagine prepara­torie di appunti e osservazio­ni le vado mano a mano pub­blicando sul giornale II resto del Carlino. Quanto alla nar­rativa sto pensando ad un ro­manzo che conto di portare a termine fra pochi anni. Il tito­lo sarà La vedova, ed ho pu­re trovato la citazione appro­priata da usare come epìgrafe del volume. E’ di Proust. Non sono sicuro di riferirtela esat­tamente, ad ogni modo mi pa­re dica così: « Nella vita della maggior parte delle donne tut­to, anche il più grande dolore, comincia con una prova dalla sarta ».


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5 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 27 Febbraio 2008 @ 13:43

    Ottimo lavoro, Bart, il ‘caso Berto’ rappresenta una notevole singolarità nel panorama letterario del 900. Quanto alla critica psicologica sono pienamente d’accordo col grande Saba.
    Berto, da par suo, andrebbe ristudiato. Nell’intervista accenna a quello che sarà un altro suo capolavoro in assoluto. Lui parla di ‘La passione secondo me stesso’ ma credo alluda a La gloria, un testo su cui riflettere, da non perdere.
    Saluti

    Carlo

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 27 Febbraio 2008 @ 19:31

    Ciao, Carlo.
    Mi è sempre piaciuta la scrittura di Berto, pulita, esemplare.

  3. Commento by Alfio Squillaci — 28 Febbraio 2008 @ 23:52

    “Il male oscuro” è un capolavoro assoluto. Vorrei rileggerlo da giorni ma non trovo più la mia vecchia copia (ho la biblioteca in disordine, ma come ordinarli ‘sti benedetti libri?). Cmq ho passato, negli anni ’90 diverse estati a Capo Vaticano e ogni tanto andavo su al faro alla Villa Berto per entrare in contatto col suo spirito… quello delle ultime pagine del romanzo. Potenza e ridicolo della letteratura!

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 29 Febbraio 2008 @ 08:37

    L’altro giorno, Alfio, su Sky, davano “Anonimo veneziano” (che strane coincidenze…) diretto da Enrico Maria Salerno.
    Un’altra bella narrazione di Berto.

  5. Commento by matteo — 29 Febbraio 2008 @ 13:54

    Anche io ho apprezzato Berto, Il male oscuro. E’ stato un approccio graduale, all’inizio del romanzo volevo abbandonare per quei suoi lunghissimi periodi senza quasi punteggiatura, poi mi è diventato avvincente il protagonista e le sue fissazioni psicosomatiche e allora l’ho letto tutto. Davvero notevole e sorprendentemente realistico e attuale!
    Saluti
    Matteo

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