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LETTERATURA: I MAESTRI: Anna Banti e il tempo

7 Febbraio 2008

di Cesare Garboli

[da: “Pianura proibita”, Adelphi, 2002]

Presto si terr√† a Firenze, nella sala Luca Giordano di palazzo Medici Riccardi, un convegno di studi sull’opera di Anna Banti. Non sono pochi a Firenze quelli che si ricordano di Anna Banti con sentimen¬≠ti misti di affetto, insofferenza, antipatia, ammirazione, avversione.
Non era una donna facile e non faceva nulla per sembrarlo. Viveva come una qua¬≠lunque signora borghese, ma con l’alterigia, la seve¬≠rit√†, il contegno sprezzante, la solitudine di una re¬≠gina o di un’imperatrice. Si guardava e si studiava allo specchio, come tutte le donne, ma dentro uno specchio immaginario, fuori dai tempi presenti, fuori dal disprezzato, odiato, insopportabile oggi. Il suo carattere (la sua ¬ęcorazza caratteriale¬Ľ, direbbe Wilhelm Reich), pi√Ļ ancora della sua fantasia, la tra¬≠scinavano verso il passato, a curiosare e a rifarsi col piacere della Storia.
Era moglie di Roberto Longhi, del quale era stata allieva, a Roma, in una terza liceo del Visconti. Aveva esordito come storica dell’arte collaborando all’¬ęArte¬Ľ di Adolfo Venturi, con ricerche e articoli che non sarebbe cattiva idea ristampare. Si firmava anco¬≠ra col suo vero nome, Lucia Lopresti. Io ricordo due o tre articoli di penna gi√† molto sicura, indipenden¬≠te, niente scolara e niente apprendista: una visita, bellissima, a Santa Maria in Trastevere, e un Marco Boschini scrittore d’arte, che si merit√≤ una segnalazione del Croce in un fascicolo della ¬ęCritica¬Ľ.
Anni Venti, gli anni dei viaggi di Longhi per i mu¬≠sei e i mercanti d’Europa coi Contini-Bonacossi. Quando si spos√≤, era perfettamente convinta che fosse arrivata la felicit√†: sposare Longhi era toccare il cielo. Impieg√≤ una vita a ricredersi, e non si ricre¬≠dette mai completamente. Intanto aveva lasciato gli studi, la carriera. Vicino a Longhi, nella stessa stan¬≠za, non era facile proseguire. Cambi√≤ allora, per co¬≠s√¨ dire, vocazione. Fu lo stesso Longhi a suggerirle il romanzo: le piaceva scrivere storie, quella era la sua strada. Si chiam√≤ Anna Banti e scrisse qualche rac¬≠conto che piacque a Emilio Cecchi.
La Banti √® stata una personalit√† primaria, tormentatissima nella storia della cultura italiana di questo secolo. ¬ę Come ci si sente a vivere con un ge¬≠nio? ¬Ľ disse con cattiveria Berenson a Longhi, il gior¬≠no in cui i due orsi si rividero dopo un trentennio di gelo. In tutta la fiction bantiana, interamente da ri¬≠studiare, brillano ancora oggi due grandi libri, Artemisia (1947) e La camicia bruciata (1973), e uno dei racconti pi√Ļ belli di tutto il Novecento, Lavinia fug¬≠gita (1950). Ma era anche una grande studiosa, sa¬≠peva come muoversi nelle biblioteche, come fare ri¬≠cerche e leggere i documenti. La biografia della Serao √® un piccolo gioiello.
Come romanziera, √® stata pochissimo letta. Sotto certi aspetti, era una donna sfortunata, e forse per questo cos√¨ scostante, inavvicinabile, autoritaria; di carattere imperioso, si adattava con sforzo a pratica¬≠re la diplomazia a cui certi impegni la costringeva¬≠no; e soffriva in segreto, nei momenti di solitudine, di grande vulnerabilit√†. Le volevo bene per questo. La vitalit√†, la prosperit√†, l’intelligenza stimolavano nella Banti la cattiveria. Aveva battute sibilanti, fero¬≠ci, come verso quell’allievo di Longhi al quale aveva rivolto con civetteria, per gioco, con un fare da com√©dienne che interpreti una regina madre, qualche do¬≠manda piena di curiosit√† verso certi fatti sentimen¬≠tali di cui si chiacchierava. ¬ęPotrei essere impoten¬≠te¬Ľ rispose quello con un ghigno, un po’ dandy e un po’ mefistofele. La Banti si fece di pietra: ¬ęL’ho sempre pensato¬Ľ.
Al contrario, la generosit√†, la bont√†, la carit√†, la piet√†, virt√Ļ che non le mancavano affatto, si chiude¬≠vano in lei dentro un guscio, un ripostiglio intimo di cui aveva buttato la chiave. Queste virt√Ļ le teme¬≠va, le giudicava deboli, virt√Ļ da femminuccia. Coabi¬≠tavano in lei con mai confessati abbandoni a una malinconia immedicabile, con una volont√† di cinismo sempre frustrata, e con un senso ostinatamente rimosso, ma non vinto, di vanitas.
A met√† degli anni Cinquanta, assecondando un certo gusto gratuito di cui si compiaceva, la Banti scrisse un breve romanzo, malvagio e perverso, che non figura tra i suoi pi√Ļ noti. √ą la storia di due so¬≠relle, Agnese e Angelica, visitate da una passione di¬≠versamente possessiva ma egualmente sciagurata per lo stesso uomo. La maggiore, Agnese, √® di quel¬≠le ragazze che si dicono, o si credono, bruttine; se non fosse che proprio la certezza di non essere de¬≠gna del dio Priapo, di non infiammare e provocare il desiderio dei maschi, la rendono dolcissima e re¬≠missiva, e, per questo, perfino attraente. L’altra, pi√Ļ giovane, ci viene descritta come una ragazza strana e impetuosa, una ragazza sportiva, piena di futuro e di vita, di quelle che fendono l’aria distratte con ge¬≠sti e movimenti bruschi, incoscienti, autoritari, e la¬≠sciano delle ammaccature e dei lividi su tutto ci√≤ che incontrano.
Siamo in una citt√† italiana volutamente impreci¬≠sata e irriconoscibile. Se √® vero che la storia di que¬≠ste due ragazze fu rubata dalla Banti a Giovanni Testori, il quale gliel’avrebbe raccontata per vera, la citt√† potrebbe essere una citt√† lombarda, non troppo lontana da Milano. Ma un certo colore, certi usi onomastici ci sposterebbero verso un Sud appena accennato, e magari inventato. Pi√Ļ imprecisato an¬≠cora il tempo: fugacissimi accenni a una guerra di¬≠sinvoltamente data per appena trascorsa, e altre spie incidentali disseminate qua e l√†, come le corse di Indianapolis, farebbero coprire al romanzo un trentennio di storia del Novecento, pi√Ļ o meno tra gli anni Trenta e la met√† dei Cinquanta. Titolo, La monaca di Shangai.

A mettere in moto il racconto e a spingerlo avanti per pi√Ļ di due generazioni, √® un’eredit√†. Un ingen¬≠te patrimonio proveniente da zii e prozii cade inaspettato sulle gracili spalle di Agnese, la sorella sognatrice; e appena ricca, Agnese viene subito attraversata da un pensiero ambiguamente generoso. Far√† con tutti quei soldi la felicit√† di un giovane po¬≠vero e di gran famiglia, che divide il suo tempo con le due ragazze senza mai prendere partito n√© per l’una n√© per l’altra. La Banti √® narratore troppo ele¬≠gante per fare di un giovane marchese spiantato un volgare cacciatore di dote; e se il giovanotto accetta la mano tesa, lo fa meno per cupidigia di denaro che per amore di una tranquilla esistenza. E’ di quei maschi che non scelgono ma si fanno prendere, e il denaro gli serve da scacciapensieri. Agnese diventa marchesa e sposa felice; e la pi√Ļ piccola, la sportiva e spavalda Angelica, cresciuta nella convinzione di impressionare il mondo, sfida parenti e amici con uno di quei gesti da grande protagonista che lascia¬≠no tutti a bocca aperta e che tanto piacevano alla Banti. Si fa monaca missionaria, e salpa per l’Estremo Oriente.
Il nuovo e penitente nome di Angelica, che forse non ha poca parte nel farle prendere il velo, √® suor Maria della Passione. Spesso nei romanzi della Ban¬≠ti il malumore di un giorno, un colpo di testa inde¬≠cifrabile e temerario decidono di una vita, per esse¬≠re poi regolarmente seguiti e pagati da infauste con¬≠seguenze. Non una settimana o un mese, come pu√≤ succedere a noi, ma la totalit√† della vita pu√≤ essere giocata, per la Banti, sopra uno scatto d’orgoglio. Angelica non demorde, resta fedele al capriccio; passano dieci, dodici anni; e intanto la povera Agne¬≠se, gravidanza dopo gravidanza, nutre e alleva il pi√Ļ sconsiderato e immaginario dei rimorsi, quello di avere rubato alla sorella, coi soldi e lo sposo, anche il diritto alla felicit√†. Invece di regalarsi a una vita tranquilla, pi√Ļ passano gli anni pi√Ļ la timida e vul¬≠nerabile Agnese, moglie e madre felice, si regala a un tetro vapore fantastico. La morte prematura di una bambina a cui ha dato il nome di Angelica √® il segno palese, mandato dal cielo, della sua vita pec¬≠caminosa; il velo stesso della sorella √® un rimprove¬≠ro che le brucia; per di pi√Ļ, Agnese si √® rivelata mol¬≠to meno inadatta ai sacrifici priapici di quel che lei non immaginasse; far l’amore le piace; e il piacere, quanto pi√Ļ vittorioso e goduto, si trasforma appena uscita dal letto in un ricordo indegno, continua¬≠mente messo a confronto con l’immagine santa del¬≠la sorella tradita e lontana.
C’√® un solo modo di espiare; confessarsi, raccon¬≠tare la propria indegnit√† morale e carnale; e rac¬≠contarla alla vittima, a suor Maria della Passione. Cos√¨ Agnese imbastisce un forsennato memoriale, met√† lettera, met√† confessione e met√† romanzo, do¬≠ve si autoaccusa di crimini mai commessi: lei ha ru¬≠bato il fidanzato alla sorella; lei se lo gode in un let¬≠to ripugnante; lei ha messo al mondo delle creature infette. Mai sorge in Agnese il sospetto che la realt√† della sua vita, e quella della monaca, trovino altra spiegazione che non le sue colpe immaginarie. Mai le viene il sospetto che suor Maria della Passione, di l√† dai deserti cinesi, invece di praticare la santit√† e di curare gli infermi, sia una perversa creatura che si diverte a far nascere nei malati e nei medici pas¬≠sioni niente affatto celesti. L’immaginario, per la Banti, √® pi√Ļ forte e pi√Ļ solido di qualunque realt√†.
Ma non basta. Il rimorso non √® pena abbastanza severa; bisogna risarcire. Bisogna far pagare i misfat¬≠ti alla propria carne. Agnese fa testamento; e toglie quanto pi√Ļ pu√≤ ai figli e al marito, arricchendo la sorella e lasciando istruzioni perch√© venga inviata a Shangai, a tempo opportuno, anche la lettera-me¬≠moriale. Siamo a met√† del romanzo: il trapasso di Agnese √® ormai maturo. La Banti va per le spicce; non pi√Ļ di tre o quattro righe, e un parto pi√Ļ sfor¬≠tunato degli altri, le bastano per far fuori quella ma¬≠dre senza cervello, insieme al suo ultimo nato.
Di qui in poi, riassumo per sommi capi ci√≤ che √® facile indovinare. Non appena riceve il plico con le autoaccuse della sorella, la monaca le prende per oro colato; si convince che le cose sono andate pro¬≠prio cos√¨; quel delirio la vendica e la riscatta, e so¬≠prattutto le torna comodo, dal momento che tutta la sua vita passata viene a risplendere di un grande amore offeso e tradito, e di un sacrificio reso all’a¬≠more; e dunque si smonaca, ritorna in Italia, s’im¬≠possessa del cognato, lo sposa, e, forte dell’eredit√† e dei quattrini, manda a morte sistematicamente i ni¬≠poti, rovinando con perfetta innocenza la loro educazione e la loro vita. Tutto questo non le dar√† nes¬≠suna felicit√†, perch√© la tetra soddisfazione di toglier¬≠si giorno per giorno, instancabilmente, il piacere di una vendetta postuma non fa che fortificare e ren¬≠dere sempre pi√Ļ indistruttibile proprio il pensiero di essere stata, in giovent√Ļ, insopportabilmente tra¬≠dita. Il memoriale di Agnese √® un boomerang. Nes¬≠suna medicina potr√† mai guarire l’ex monaca dall’odiosa ferita che la fa vivere. Per uno di quei mec¬≠canismi perversi e contagiosi che possono essere messi in moto solo dalla follia, la sorella vincente √® a sua volta vittima inguaribile, e prigioniera a vita, del¬≠la farneticazione della povera Agnese.
In tutta questa storia, che coinvolge il destino di due famiglie e un passaggio non indifferente di ge¬≠nerazioni, manca un grande personaggio che do¬≠vrebbe spadroneggiare: il tempo. Questo protagoni¬≠sta non ha vita e non ha forma. Il tempo che passa durante tutto il racconto e fa nascere, viaggiare, in¬≠vecchiare, morire delle persone dai lineamenti di volta in volta irriconoscibili, √® un tempo che non scorre, non cammina, non √® neppure fermo; sem¬≠plicemente, non c’√®. La Banti non lo degna di nes¬≠suna attenzione: il tempo √® un elemento insignifi¬≠cante, non √® una categoria che fondi l’esistenza, non √® una funzione del racconto, non √® generato dai fatti e non li genera; non √® niente. C’√® anzi uno scambio di dimensioni; il tempo non √® che lo spa¬≠zio, la scacchiera dove si muovono i pezzi. Lo strano √® che nella Monaca di Shangai ¬†c’√® un grande sperpe¬≠ro, una grande ricchezza e un grande accumulo di tempo; ma non c’√® l’emozione del tempo, la perce¬≠zione del suo trascorrere. Si pensa, naturalmente, al cinema; il tempo della Monaca di Shangai √® infatti il tempo che scorre nei film, il tempo senza futuro e senza passato delle immagini, un tempo che fugge nel presente e non ritorna indietro. A pensarci, non dovremmo troppo meravigliarci: il dopo Proust, gli effetti e le conseguenze mai abbastanza calcolabili del cinema, l’invadenza sempre maggiore con cui i sogni ci spodestano della nostra vita e ce la decifra¬≠no, hanno lasciato una traccia strisciante in ogni forma d’arte del Novecento, sviluppando nella no¬≠stra esperienza del mondo una famigliarit√† e una sensibilit√† involontarie non solo verso la metafisica ma verso tutto ci√≤ che abbiamo sempre immaginato e chiamato irreale. Il caso della Banti presenta per√≤ dei tratti paradossali, se si pensa che ci troviamo di fronte un romanziere di tradizione, lontano e anzi nemico dell’avanguardia. La Banti ha sempre eletto a modelli della sua vocazione i grandi maestri del realismo, Defoe, Balzac, Manzoni, Verga. Proprio nella Monaca di Shangai si vede con grande chiarez¬≠za come il racconto sia tagliato prima con le forbici, a grandi linee, poi lavorato come un tessuto fine, grazie al calco sapiente e minuzioso del linguaggio e dei ritmi manzoniani. Si apre a caso il romanzo ed √® subito Manzoni, tutto intero in una goccia: ¬ęFu in uno di quegli amplessi forzati e dolorosi che Agnese, accostata la guancia alla fronte della figlietta, la sent√¨ bruciare¬Ľ. Attenzione: non √® un calco retorico ma un prestito strutturale: in questo fugace accordo manzoniano si sta decidendo una morte, e il rac¬≠conto sta svoltando per una nuova strada.

Se si parte da questi ritmi e da questo linguaggio, vuol dire che lo slittamento verso la metafisica √® in¬≠volontario, e cos√¨ anche la percezione di una durata irreale, di un oltre, di un’eternit√† sempre attuale, nascosta e come prigioniera nel tempo. Si potrebbe definire il realismo della Banti un realismo fantasmatico, un tipo di realismo che attualizza, come certe fotografie di ectoplasmi, delle forze, delle me¬≠teore psichiche, dando loro non il corpo o la forma buia e sconvolta che loro spetterebbe, ma il vestito corretto e ben piegato dei romanzi tradizionali. Queste meteore, questi nuclei d’immaginario che esplodono e tendono a formare un sistema sono funzioni romanzesche che non hanno radice nel tempo e quindi non conoscono il peso, la resisten¬≠za, il valore della realt√†; mentre possiedono, al con¬≠trario, tutta l’energia per produrla, per farla esistere dal niente, come violenta espressione di un furore astratto e incontenibile. Il romanzo diventa allora una fotocopia e insieme una truccatura: da una parte, il film veloce e convulso, l’impronta senza me¬≠diazioni che la nube dell’immaginario, al suo pas¬≠saggio, lascia sullo schermo della realt√†; dall’altra, il faticoso e paziente riadattamento dell’impronta ori¬≠ginaria a una morfologia tradizionale. Questo pro¬≠cesso spiega la perversa e involontaria tendenza dei romanzi della Banti a viaggiare lungo due sensi contrari: uno costruttivo, positivo, lo stradone pieno di segnali e di frecce un po’ anni Cinquanta, anche un po’ ostentate, in direzione Verga, Manzoni, Balzac, Ottocento, realismo, ecc.; l’altro un viale novecentesco, pi√Ļ simile a noi, dove cammina un romanziere di luce artificiale e di fissit√† stralunata, dalle visioni convulse e dai traumi nodosi e irreali, schiavo di rabbie puerili e posseduto da un aggressivo senso di vanit√† del mondo. Lungo questo viale si possono vedere affacciati a una finestrina, da dove sporgono fuori un nasuccio dispettoso, anche l’espressioni¬≠smo e la metafisica.
Quest’impressione di novecentismo involontario, col suo tasso non esiguo di spettralit√†, risulta tanto pi√Ļ curiosa se si pensa che la Banti ha sempre co¬≠struito, curato, lavorato i suoi romanzi con lo scru¬≠polo di uno storico abituato a ricerche d’archivio e di biblioteca. Ma che cosa la Banti chiedesse alla Sto¬≠ria confesso di non averlo mai capito con precisione. Amava veramente il passato? O c’era in lei soprattut¬≠to il bisogno di aggredire il passato, di saccheggiarlo, facendogli carico della propria solitudine e della propria incertezza? Un romanziere appassionato di epoche defunte o lontane √® portato di solito a trova¬≠re in ci√≤ che √® realmente accaduto una resistenza, un limite che fa da scorta e da freno all’immagina¬≠zione. Romanzare la Storia, per quanto sia discutibi¬≠le questo tipo di vocazione, significa servire la Storia, recuperare il passato, raccontare il tempo, ridare vi¬≠ta a ci√≤ che √® andato perso. Nella Banti non succede cos√¨. Il passato √® asservito, sottomesso al presente, riportato al qui e ora da comandi brutali, imperativi, dagli ordini di una padrona. La Storia non aggiunge nessuna realt√† a ci√≤ che ci viene raccontato, perch√© il passato non offre resistenza, √® reso cedevole. La Banti si getta sui documenti, li studia, delimita un campo d’azione, e di l√¨ in poi l’immaginario devasta, violenta, infierisce, fa esistere e intreccia psicologie, persone, destini con pi√Ļ arbitrio e capriccio di quan¬≠to non avvenga in qualunque romanzo in abiti con¬≠temporanei. L’oggettivit√† dello storico s’intorbida, e la ricostruzione di eventi veri e lontani, ricostruzione che dovrebbe soppesare col misurino la quantit√† di vissuto e di verosimile che se ne pu√≤ filtrare, si com¬≠plica d’interessi che fanno trionfare la psicologia, la fantasia, l’io, l’oggi, come in Artemisia e in Noi crede¬≠vamo, dove si direbbe che gli scenari siano stati di¬≠pinti con tanta cura, con tanta arte, non solo per da¬≠re realt√† ai fatti immaginari che vi sono ambientati, ma anche, e forse pi√Ļ, per disperderli, e aggiungere alla polvere e alla caducit√† della Storia un’altra nega¬≠zione, un’altra perdita, la vanit√† delle nostre immaginazioni e delle nostre favole.
Nel 1966, quando la Banti scrisse Noi credevamo, volle misurarsi con un romanzo di forti recrimina¬≠zioni politiche che rimetteva in discussione la solu¬≠zione di compromesso, moderata e gradita ai pie¬≠montesi, del nostro cosiddetto Risorgimento. A fon¬≠damento del romanzo era una storia vera, il fal¬≠limento politico e la lunga detenzione a Procida e a Montefusco di un proavo, il calabrese Domenico Lopresti, patriota democratico finito poi, dopo l’u¬≠nificazione, impiegato doganale. Una storia tetra, di un grigio plumbeo pi√Ļ che sulfureo, che permetteva alla Banti di combinare un po’ tutto, il suo istinto di ribellione, il gusto del romanzo storico, il vecchio e mai tramontato realismo anni Cinquanta, e la sua in¬≠tima fedelt√† a dei valori famigliari. Ma il romanzo le scapp√≤ di mano: non era un quadro politico e sociale del Mezzogiorno, come lei voleva, e neppure la metafora autoreferenziale di un destino in perdita, e di tante ¬ęillusions perdues¬Ľ. Era la storia, forse in¬≠consapevole, di una malattia e di un delirio; una sto¬≠ria in negativo che riconduce a un’area novecentesca e aiuta anche a far luce, pi√Ļ in generale, sui me¬≠todi bantiani nel trattamento della psicologia. Questi metodi non sono affatto tradizionali, e ci riporta¬≠no al rifiuto del tempo da cui siamo partiti.
Ogni romanzo di tradizione presuppone uno sguardo gettato sul comportamento delle passioni, uno studio non necessariamente analitico e scien¬≠tifico, ma comunque una morfologia delle passioni: che cosa sono, da dove nascono, cosa producono, come si trasformano, e come muoiono. Far coinci¬≠dere il decorso di una passione qualunque con una funzione romanzesca √® l’abc di ogni romanziere. Ma questo fondamentale, questo elemento prima¬≠rio √® proprio quello che la Banti rifiuta. La Banti sdegna di occuparsi di un processo naturale stu¬≠diandolo nel suo sviluppo, accompagnandolo nella sua crescita e nel suo destino di malattia e di morte, come farebbe qualunque bravo naturalista. La Ban¬≠ti parte da dopo. Ignora gli antefatti, dove i roman¬≠zieri di solito indugiano, e ignora la durata, il tempo in cui matura l’infezione; va subito alla cancrena, anzi parte dalla cancrena. Si entra nelle psicologie della Banti quando il male √® gi√† suppurato, quando le passioni sono malate, e, nello stesso tempo, energiche, vive, pazze: quando il processo morboso √® or¬≠mai irreversibile, e occupa stabilmente e maligna¬≠mente la vita, rigoglioso come un tumore in piena espansione, come lo stupro di Artemisia. Le passio¬≠ni che dividono il loro tempo con la salute, la fre¬≠schezza, l’emozione di vivere non la interessano. Le piacciono gli stordimenti, i lunghi riposi dopo una vita dissennata e sbagliata, il confino di Marguerite Louise a Montmartre, gli anni che scorrono nel penitenziario di Domenico Lopresti, il tempo sempre uguale dei convalescenti, o quello calendariale dove si succedono le maledette vicende della Monaca di Shangai. Sembra pi√Ļ facile ora capire perch√© non proviamo mai l’emozione che il tempo sia passato, in qualunque punto di questi romanzi si torni indie¬≠tro. Il tempo della Banti √® cos√¨ fermo, cos√¨ immobi¬≠le, perch√© le storie e i destini dei suoi personaggi so¬≠no spesso e volentieri manicomiali.
Tante volte, quasi ogni volta che mi incontravo con lei, mi chiedevo dove e come potessero trovar posto, in quella vita cos√¨ bene organizzata, attiva, creativa, positiva, i diavoli che la Banti teneva accucciati dentro di s√©. Fino a che punto quella donna eternamente eretta sullo schienale della stessa pol¬≠trona, il telefono da una parte, i fogli e le penne sul¬≠lo scrittoio dall’altra, i fascicoli e il plaid sulle ginocchia, il sorriso contegnoso e sussiegoso, piena di un tedio e di un’infelicit√† che solo la supponenza riusci¬≠va a mascherare, fino a che punto avrebbe retto? o un giorno la paura e l’orrore d’invecchiare l’avreb¬≠bero piegata? Mi chiedevo che cosa maledicesse, la Banti, nella sua vita, e che cosa consacrasse. Si era data un’illusione d’eternit√†, frutto, probabilmente, della convivenza con Longhi, il quale, grazie ai qua¬≠dri, viveva come gli d√®i sempre al presente, anche se immerso nel passato. ¬ę… la mia quasi nulla sensibi¬≠lit√† per il rapido rotolare degli anni ¬Ľ dice Longhi in un memorando luogo del saggio sul Braccesco. Ma dopo il ’70, dopo la morte di Longhi, quanto ancora sarebbe durata l’illusione di abitare l’Olimpo? A un tratto, senza mezzi termini, mi arriv√≤ la risposta.

Nell’inverno del 1981, cinque anni prima di mo¬≠rire, la Banti consegn√≤ all’editore Rizzoli un libro che riusc√¨ non poco indigesto a molti degli allievi e dei pi√Ļ intimi frequentatori di Longhi, Un grido lace¬≠rante. In questo libro dichiaratamente autobiogra¬≠fico, l’intimit√†, i rapporti coniugali, la vita a due con Longhi vengono sottratti a sguardi volgari e indiscreti solo grazie a piccole aggiustature, a minimi ritocchi fantastici. Il grande storico dell’arte che fu suo marito, la Banti lo nasconde sotto il nome di Belga, quando non lo chiama Maestro tout court; a se medesima, demolendo anche il proprio nome d’arte e sdoppiandosi in una persona inventata, im¬≠pone un meschinello e vagamente poetico nome di ispettrice o maestrina, Agnese Lanzi, di cui √® facile ricostruire l’iter associativo e fantastico; le date di pubblica memoria sono anticipate, cos√¨ che il Lon¬≠ghi si ammala e muore nella finzione quando la mo¬≠glie √® sulla quarantina, e non, come nella realt√†, quando la Banti aveva gi√† passato i settanta; il ma¬≠noscritto delle lezioni liceali di Longhi, la Breve ma veridica storia della pittura italiana, ritrovato e pubbli¬≠cato postumo dalla stessa Banti, viene promosso a corso universitario; e cos√¨ l’incontro della giovane Anna Lucia col futuro sposo e maestro √® spostato qualche anno pi√Ļ avanti, agli anni dell’universit√† e non a quelli del liceo.
Ma, sotto il tenue velo fantastico, la storia raccon¬≠tata nel Grido lacerante non √® meno autobiografica che fededegna. Piuttosto, √® difficile decifrarla. Un gri¬≠do lacerante √® un libro che si presta a troppi ossimori: √® un libro sfacciato e tremante, riservato e impudico, esibizionistico e reticente, casto e osceno, vero e in¬≠ventato, e, soprattutto, furiosamente freddo; pagine autobiografiche scritte d’un fiato come in trance, ti¬≠rate su dal profondo di un pozzo, vaneggianti come il delirio di una sonnambula e invece saldamente or¬≠ganizzate da un cervello abituato a ragionare e a di¬≠fendersi, e quindi lucidissimo e attentissimo a dove mettere i piedi per non cadere e per non tradirsi.
In questo scartafaccio tumultuoso, mezzo roman¬≠zo e mezzo autodaf√© come il memoriale dell’altra Agnese della Monaca di Shangai, il tempo √® tutto al passato; e poco importa ormai se √® un tempo che √® stato rimosso, il non-tempo di una passione o di un’esistenza malata. Quel tempo tutto al passato √® adesso un macigno, come si fa a spostarlo e a rimuoverlo? Bisogna guardarlo in faccia, affrontarlo, e non √® facile raccogliere da terra ottanta anni spar¬≠si come i gioielli della ragazzetta del Caravaggio che figura in copertina. Per giunta, la Banti non √® affat¬≠to sicura di ci√≤ che vuole, non sa se demolire il pas¬≠sato o dargli vita eterna, e cos√¨ cambia instancabil¬≠mente di direzione, si abbandona al vento e lascia che le onde spingano la barca sempre pi√Ļ lontano da dove il timone sta puntando. A ogni paragrafo il libro √® un libro diverso che aspetta sempre di co¬≠minciare: il riepilogo di una vocazione vissuta come un ripiego e un rammendo, la cognizione retrospettiva di un tradimento odioso, sogni e ambizioni di storica e studiosa dell’arte negoziati e venduti in cambio della felicit√†, il bilancio di un’attivit√† di romanziera giudicata pi√Ļ o meno fallimentare (e co¬≠munque accuratamente demolita), il rimpianto di ci√≤ che avrebbe potuto essere migliore o diverso, il risveglio da un incubo e il riemergere, al contrario, di una perfida felicit√† ingannatrice. A volte la pre¬≠senza cos√¨ centrale di Longhi sembra quella di un vampiro che succhia tutte le linfe, e a volte il pre¬≠sente √® un guscio vuoto, se non torna a riempirlo al¬≠meno il ricordo di un matrimonio irrecusabile e in¬≠decifrabile. Un grido lacerante √® tutte queste cose in¬≠sieme, ma nessuna √® tale da stravolgere le altre, e da sottometterle a un principio unificatore.
Finch√© un giorno, dietro una pila di fogli bianchi, viene alla luce uno scartafaccio. √ą il manoscritto della Breve ma veridica storia della pittura italiana, gli appunti di un corso redatto da Longhi nel 1914, po¬≠co pi√Ļ che ventenne, per i candidati alla maturit√† in due licei romani, il Tasso e il Visconti. Sempre colle¬≠zionista di se stesso, il Longhi aveva diligentemente conservato lo scartafaccio e aveva anche pensato, in qualche occasione, di darne degli estratti a stampa. All’emozione del ritrovamento, seguono nella Banti la commozione e il grande turbamento della lettu¬≠ra. Quel testo non le √® sconosciuto, ha il suono, il timbro della voce di Longhi. Ogni parola che trova scritta la riporta indietro di sessant’anni. Si rivede tra i banchi del liceo, la voce di Longhi le arriva dal¬≠la cattedra.
Prima Giotto, poi, seguendo la falsariga dei ma¬≠nuali, lo stile opposto e incantevole dei senesi, la lo¬≠ro linearit√†, cos√¨ squisita da sfiorare il segno orienta¬≠le. A questo punto, dice la Banti, il discorso di Lon¬≠ghi si faceva oggetto e addirittura pareva incarnarsi. Sembrava che le parole avessero un modello. La Banti sospende per qualche minuto la lettura. Sfrec¬≠cia un ricordo lucido, le palpebre sbattono, gli oc¬≠chi catturano un’immagine che rinasce da ogni pa¬≠rola: Alice, una compagna sempre veduta in prima fila, la grazia fatta persona.
Alta, sottile, eretta, Alice cammina con una lievis¬≠sima ondulazione delle spalle, che non √® slancio ma misura. Si muove n√© lenta n√© alacre, come scivolan¬≠do, ha i piedi stretti, come per un’elegante com¬≠pressione, i piedi di un uccello delicato. Il viso lun¬≠ghetto, pi√Ļ che bianco madreperlaceo, mentre la bocca vividamente sanguigna e i lunghi occhi grigi risaltano su quel candore. Il collo s’inclina sulla spalla, la testa √® piccola, bendata di capelli lisci, di un nero cos√¨ profondo da dare sul blu e sul violetto. Ogni suo passo ha un’armonia un po’ pigra, un rit¬≠mo, e su quel ritmo la Banti riascolta le parole di Longhi e se le ripete con tale attenzione da giurare che siano modellate su quel corpo e su quel viso.

Non c’√® niente che sappia sviluppare l’immagina¬≠rio pi√Ļ della gelosia. Ibernata, sepolta, la gelosia si √® conservata intatta sotto il tempo. √ą ancora di pietra come sessant’anni prima, l’occhio pazzo, annebbia¬≠to, preciso vede perfettamente tutto ci√≤ che non vorrebbe vedere, riconosce la verit√† e sa guidarla per vie infallibili a farti del male. La grazia della pit¬≠tura senese ha il corpo di Alice, il Maestro √® inna¬≠morato di quella grazia. Come si fa a dargli torto? Anche la Banti √® innamorata di quella grazia. Non √® solo un confronto mortificante. Come si fa ad ama¬≠re la bellezza e a sentirsene cos√¨ indegni? La Banti si conosce bene e non si piace. Si rivede com’era: ma¬≠gra, viso angoloso, zigomi alti, qualcuno l’aveva ac¬≠costata all’egiziana Nefertiti, ma che cosa le impor¬≠ta? Longhi non ha mai parlato di arte egiziana. Le due compagne, finito il liceo, si perderanno di vista. Si ritroveranno negli anni Cinquanta, una sera di fine estate. Da guerra a guerra, sono passati trent’anni. Alice √® seduta a un caff√® e beve un po’ curva. Il marito, ebreo, le √® stato ucciso dai tedeschi. √ą lei a rivolgersi per prima alla Banti, i suoi ricordi sono precisi. Volano dei saluti cordiali. Dopo quel gior¬≠no, le due donne non si vedranno pi√Ļ.
La gelosia sa come fare del male, ma sa fare i mi¬≠racoli. Alice non fa a tempo a uscire di scena, e l’ul¬≠timo libro della Banti ha gi√† trovato il bandolo, il suo principio d’ordine. ¬ę Molte cose la gente immagina e crede sull’inevitabile declino della vecchiaia: ipotesi spesso sbagliate¬Ľ; √® il capoverso un po’ sostenuto, l’adagio che segue senza soluzione di continuit√† l’e¬≠pifania di Alice. La vecchiaia non esiste: pensiero ful¬≠mineo sul quale si chiudono seccamente tutti i ricor¬≠di; poche righe meditative, dove s’incrociano, si accavallano, e si possono riconoscere in filigrana, rim¬≠picciolite e chiuse dentro un minuscolo globo di ve¬≠tro, due o tre delle piste culturali del Novecento che pi√Ļ hanno rincorso, unito, diviso la storia e la me¬≠tafisica: le intermittenze proustiane, l’attualismo gentiliano, e la scissione tra storia e tempo, tra cate¬≠gorie cronologiche e categorie formali nella storia dell’arte, che √® il fondamento della metodologia longhiana. Ma il pensiero della Banti non √® qui debitore, direttamente, n√© a Longhi n√© a Proust n√© a Gentile. Se c’√® un debito che la Banti deve pagare a chi le ha insegnato a cancellare il tempo, esso va pagato a uno di quei tumori che possono occupare e spodestare una vita: non essere degna del dio Lon¬≠ghi, non essere uguale agli d√®i, non essere capace di amare e di essere amata; frustrazione ben pi√Ļ crude¬≠le di quella di non piacere al sempliciotto dio Priapo. Il passo che vi leggo si trova in coda al Grido lace¬≠rante, e conclude tutta l’opera della Banti:

¬ęMolte cose la gente immagina e crede sull’inevita¬≠bile declino della vecchiaia: ipotesi spesso sbagliate. Non √® vero, per esempio, che la memoria dell’et√† tarda non registri il presente, i giorni e i fatti recenti, per rivolgersi soltanto al passato. Ora, l’esperienza personale di Agnese negava questo luogo comune. Per lei il presente era scontatissimo, un presente pre¬≠visto, una specie di futuro indovinato, digerito, senza sorprese; mentre il vero passato rimaneva inerte, nella sua cassaforte, da cui poteva toglierlo a volont√†, pezzo per pezzo, a capriccio, e senza soverchie com¬≠piacenze. In altre parole, lei non credeva al tempo, elemento disturbante, nocivo all’essenza della vita umana, la quale era tutta un divenire. Si sapeva che lei amava la storia e a volte glielo rimproveravano: ma, pensava, la sua storia era in continuo movimen¬≠to, non quella fissata dalla tradizione e inchiodata dai documenti. Presente e passato sono un istante da catturare e stringere come una lucciola nella mano. Non ci riesce chi vuole ¬Ľ.


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4 Comments

  1. Commento by wissia — 22 Gennaio 2009 @ 11:47

    salve…
    sto cercando DISPERATAMENTE ‘La monaca di Sciangai’…non importa il prezzo, basterebbe averne una QUALSIASI EDIZIONE, IN QUALSIASI CONDIZIONI purch√® leggibile!
    Qualcuno mi può aiutare?
    Wissia

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 22 Gennaio 2009 @ 13:33

    Hai cercato qui: http://www.maremagnum.com/index.php ?

    Altrimenti prova in Biblioteca e vedi se puoi fotocopiarlo, trattandosi di libro fuori catalogo.

  3. Commento by Roberto Accornero — 8 Settembre 2010 @ 09:59

    Meraviglioso Garboli. Com’√® nutriente leggerlo, sempre.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 8 Settembre 2010 @ 11:24

    Grazie dell’apprezzamento, Roberto.

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