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LETTERATURA: I MAESTRI: Anna Maria Ortese: “Poveri e semplici”

4 Febbraio 2008

 di Cesare Garboli

[da: “La stanza separata”, Mondadori, 1969]

 A distanza di quasi un anno dalla pubblicazione di un solitario e lavoratissimo romanzo di ispirazione patetica,
ma insieme nascostamente crudele, Gloria di Sergio Ferrero – un racconto di stile dolce, e, per così dire, di finto cuore « aspra attualità psicologica, di cui nessuno ha fatto le viste di accorgersi – uno stesso tema, la storia di un sodalizio intellettuale e « resistenziale », ci è riproposto da Anna Maria Ortese col suo fortunato, anche se discusso, Poveri e semplici: non un romanzo, quanto piuttosto una memoria sentimentale, una fiabesca invenzione intessuta su motivi autobiografici.
Come in Gloria di Ferrero, anche in Poveri e semplici la vicenda si impernia intorno a un’amicizia che lega sorti e persone degli anni ’50, un gruppo di destini diversi ma solidali, di vite ancora adolescenti, soprattutto, in cerca di una rivelazione adulta: giovinezze del dopoguerra affratellate da un comune, ardente, disinteressato sentimento di esistere nella storia e per la storia. E come sempre avviene in queste piccole, occasionali comunità affettive, quando le ragioni del cuore presto si confondono con la quotidiana pratica del vedersi e del frequentarsi, o addirittura del vi­vere assieme e del seguire uno stesso orario nei pasti, anche nei « gruppi di amici » della Ortese e di Ferrero, secondo la commovente regola della vita, esplodono o covano amori, si avvicendano gelosie, emergono rivalità e antagonismi, si disegnano schieramenti, si definiscono caratteri e fisionomie individuali, escono e rientrano personaggi di primo e secondo piano, membri fissi o avventizi che la comunità assorbe o rigetta in un seguito incessante di latenti risse emotive e improvvise riconciliazioni, ferma restando la radice dell’albero, cioè quella misteriosa, tenace complicità di fondo che sarà sempre il complicato segreto degli amori di gruppo. E allo stesso modo che nel libro di Ferrero, in quello della Ortese la cerchia e l’intreccio delle amicizie, mentre sembra recitare una parte di coro-protagonista, fa invece da sfondo a una primaria vicenda d’amore, di brusca e inattesa rivelazione e risoluzione finale. Autentica differenza di trattamento, nei confronti di un ordine di fatti, quello sentimentale, gelosamente custodito e coperto da entrambi gli autori, il lieto fine della Ortese, come si addice a una fiaba, contro l’amaro sic transit del Ferrero, come sta bene nei romanzi seri.
Ma le singolari analogie tra due prodotti tecnicamente così diversi non si limitano soltanto alla superficiale affinità del tema. Anche se in modi opposti, in termini cioè apertamente lirici e rievocativi nella Ortese, quanto consapevolmente sorvegliati e studiati in Ferrero, entrambi gli autori in uno stesso anno, a distanza di pochi mesi, si mostrano particolarmente sensibilizzati a quello speciale stato di  grazia, a quella indefinibile musica che emettono le vicende e i rapporti umani, anche i più semplici, quando ci si trovi, a vivere in immediata, naturale vicinanza e intimità  con la storia. Esistono tempi, si sa, che poi diventano appunto memorabili, nei quali si ha l’impressione di vivere, con  più naturalezza che in altri, immersi nella storia, protetti dal suo alito come da un vasto e umido ventre materno, come se il rumore del mondo che cammina, intorno a noi, potesse avere per qualche misterioso miracolo lo stesso suono dei nostri passi, obbedire allo stesso ritmo delle nostre umili azioni quotidiane.
Tempi di liberazione, di speranza, di sollievo, nei qua­li ci sentiamo meno protagonisti della nostra    vita che di una vita che ci trascende, e pure coincide stupendamente con la nostra. Viviamo, allora, nella cieca fiducia, nella perfetta convinzione che non la storia, per suo   conto, vada spirando, allargando   i suoi polmoni in un grosso rifiato: siamo  noi, in realtà, a   sospirare per lei, a farla  rinascere e a condurre il mondo per mano. Specie nello   strascico di avvenimenti d’eccezione, sull’onda di rigeneratrici acque di primavera, come è stato nel dopoguerra in Italia, dopo il ’45, in quegli anni di   ricche illusioni confuse,   poteva in­fatti capitare che perfino nel comprare le sigarette, o nel discutere sotto casa con un amico, qualcuno fosse intima­mente persuaso di contribuire in qualche modo  al prossimo mutamento del mondo,   di star cambiando, in quell’istante, quelle occupazioni, coi suoi gesti e le sue   parole, la faccia delle cose. È una   presunzione, quella di sentirsi protagonisti della storia, che ha le stesse caratteristiche della felicità e della giovinezza:  la stessa mescolanza   di umiltà e di superbia, e quella perpetua, obliosa, immotivata festa di abbandoni e di attesa   del futuro che appartiene di diritto agli  innamorati. E infatti esistono tempi nei quali la vita delle persone intreccia con la storia non tanto un matrimo­nio regolare, ma appunto qualcosa di simile a un fidanza­mento, a un poetico idillio prolungato. Si vive sognando, o meglio, per così dire, in un perenne, vivo e eccitante stato di cose nascenti. Si vive, in qualsiasi ora del giorno, una «delle tante ore di un infinito mattino. Si aspetta   la rivolu­tone, in una parola: la rivoluzione che non potrà mancare, che non potrà non scoppiare, da un momento all’altro, con la stessa pacifica, irresistibile naturalezza di una pianta che all’improvviso è in fiore. Naturalmente, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è proprio a questo punto, quando si è e sicuri dell’amore, quando si cammina con beata spavalderia, che il fidanzamento si rompe, la storia ci lascia, ci volta le spalle, comincia a brigare con altri. Viene fatta da altri, da chi non ci pensa per niente, alle primavere del mondo, e appunto per questo lo trasforma.

Per molti della generazione della Ortese, cresciuti mentre il cielo si scoperchiava, quando in realtà si stava chiudendo, questa vicenda è stata una brutta storia, o almeno una strana storia, una giovinezza finita male. Qualcuno ci ha rimesso la bussola, la facoltà di capire, qualche altro addirittura la personalità. E c’è ancora chi non si dà per vinto, in mezzo a tanti che si barcamenano, in perpetuo allarme, e si dannano l’anima per non farsi staccare dal gruppetto dei nuovi primi. C’è chi ha rinnegato il proprio passato. O chi, come Ferrero, ne ha tratto una conclusione in negativo, facendolo oggetto di fredda, intelligente contemplazione maligna. In Gloria, l’amicizia non è che un sentimento, l’ultimo, da dissacrare, il falso luogo dove convergono più giusti e sensati interessi, arrivismi, egoismi meschini. In altri rampolli della stirpe resistenziale, invece, ma si contano sulle dita, nulla è cambiato. Gli anni perduti e benedetti della rivoluzione che non veniva sono ancora là, bellissimi, insostituibili, poveri e semplici. Per questi eterni e irriducibili fidanzati della storia, di quella storia, si è mantenuto intatto, immacolato, secondo il bel verso di Tobino, « il giglio quell’amore ». E tra costoro è la Ortese.
In Poveri e semplici, la Ortese parla da sopravvissuta. E di questo romanzo, del suo eccesso di grazia stucchevole, della sua orgia di « anema e core », del suo caramelloso gusto « diminutivo », se ne è detto così male, da parte di chi sta sempre sull’occhio, che a chiunque possieda almeno una briciola di spirito di contraddizione esso finirà soprattutto per ispirare simpatia. Per camminare con tanta grazia, tanto gentile e tanto onesta, in mezzo al Terrore, in mezzo al corrente conformismo della Letteratura come Sogghigno, o dei sentimenti cattivi, alla buon’ora, ci voleva proprio un coraggio di donna. È altro, un doppio ordine di fatti tecnici, quello che si vorrebbe imputare alla Ortese. È che nel suo precedente romanzo, L’iguana, distaccandosi dai suoi origi­nari modi neo-realistici, la scrittrice lasciava trasparire, in certi scatti di impervia immaginazione, nella fantasiosa ric­chezza del linguaggio, il riflesso di una hidalgosa, cavalie­resca visione della vita. Qui, in Poveri e semplici, forse fraintendendo Cechov, e cercando di bruciare con una sola magica vampa il lungo tragitto che va dalla vita alla poesia, squalificata la letteratura come merce inservibile, le avviene invece di confondere, senza purtroppo accorgersene, lo stato di grazia della poesia con un’onda di sentimenti piccolo-borghesi. Le due cose non stanno assieme. E si sente nel racconto, infatti, la « voce » di chi narra, si avverte la consapevolezza, da parte di chi scrive, di tradurre in fatti significanti quei fatti ordinari, quei « momenti » che dovrebbero illuminarsi, diventare naturalmente, casualmente, privilegia­li nella memoria.
Poveri e semplici è costruito sul filo di ricordi frammen­tari, ottenuto, al modo della Ginzburg di Lessico fami­gliare, cucendo quelle istantanee essenziali della memoria attraverso le quali ci sembra, talvolta, che possa disegnarsi un significato ultimo e incontestabile della vita. La Ortese sceglie un luogo, Milano, e un tempo, due anni del ’50: in questa unità si racchiude un universo perfetto, un bene staccato da tutto, una realtà autonoma, suprema e perduta. E non è detto che non sia proprio questa, alla fine, tentata dalla Ortese, la via maestra della poesia. Ma per conseguire risultati così alti, stando ben fuori dai seminati crepusco­lari, sarebbe necessario che i luoghi, gli avvenimenti, i « frammenti » del racconto della Ortese, la casa di via San Gelso, il caffè del centro, il Natale con l’oleandro, diventassero quella casa, quella strada, quella volta, quel caffè quel Natale. Tutti insieme, i frammenti della Ortese non possono diventarlo, arrivano tutt’al più a organizzarsi in una piccola fiaba. E in genere quella sublime attitudine leopardiana al pronome dimostrativo (questo colle, quella siepe) che sembra sempre di così facile approdo, basta che uno ci provi per accorgersi come sia di ardua, impossibile riconquista.

(1967)


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