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LETTERATURA: I MAESTRI: Moravia interprete dei “Promessi Sposi”

25 Giugno 2008

di Carlo Bo

[da “La religione di Serra”, Vallecchi, 1967]

Giovanni Getto nel corso di certe sue ricerche ha trovato in una biblioteca torinese l’Historia del Cavalier perduto di Pace Pasini, uno scrittore vicentino oggi completamente dimenticato morto nel 1644, identificandola col manoscritto anonimo di cui si parla nei Promessi Sposi.

Non sta a noi, almeno per il momento, valutare esattamente l’importanza della scoperta, ci basti alludere al corso d’indagini che determiner√†. Quello che fino a ieri √® stato ritenuto da tutti come uno stratagemma della malizia del Manzoni, oggi √® un dato di fatto, suscettibile di ben altre prospettive e di infiniti problemi. Getto non parla di ¬ę fonti ¬Ľ, ma √® chiaro che la lettura del romanzo del Pasini potr√† aiutare molto il critico che intenda rivedere la tecnica dell’invenzione man¬≠zoniana. Allo stesso modo √® evidente che l’originalit√† del Manzoni resta completamente fuori causa, pur dovendosi mettere in nuova luce il famoso sottotitolo: Storia mila¬≠nese del secolo XVII scoperta e rifatta, giocando ora sulla doppia indicazione.
√ą un capitolo intatto che lo studioso piemontese offre alla critica, certo uno dei pi√Ļ segreti e fino a ieri dato per perduto in partenza.
Non si potrebbe dire altrettanto degli altri capitoli che una larga famiglia di studiosi, di critici o soltanto di lettori di gusto continua a dissodare, ad allargare ad approfon¬≠dire. Penso in modo particolare al capitolo conclusivo di interpretazione generale, sul senso che bisogna dare al romanzo. √ą di questi giorni l’intervento di Alberto Moravia, di uno scrittore che per costituzione, educazione e, diciamo pure, per abitudine sembra lontano dal mondo del Manzoni. Ma √® un’impressione falsa, fin dal suo lontano viag¬≠gio in America negli anni trenta, i Promessi Sposi hanno obbligato Moravia a confessarsi in pubblico.
Il nuovo incontro √® stato favorito dall’editore Einaudi che ha preparato per la collana dei Millenni una ristampa del romanzo, illustrata da Guttuso. Moravia, invitato a scriverne la prefazione, ha finito per seguire una lunga ¬ę riflessione su un aspetto particolare del capolavoro man¬≠zoniano ¬Ľ che dura quaranta pagine grandi.
Non potrei dire di essere d’accordo con tutti i motivi della riflessione moraviana, anzi, ad essere sincero, il pi√Ļ delle volte mi trovavo dissenziente e magari irritato: ci√≤ non toglie che il discorso sia molto stimolante e proprio perch√© rotto, estremamente mosso, e ricco di suggerimenti. Lasciamo andare la questione del realismo cattolico che Moravia per un gioco di intelligenza non documentato presenta come una immagine del realismo socialista, una specie di antefatto sulla strada della propaganda artistica: non √® in fondo la cosa pi√Ļ viva della riflessione, soprattutto quando lo scrittore investe problemi di carattere generale che vanno al di l√† dello stesso Manzoni.
Intanto, √® meglio cominciare col domandarsi : fino a che punto √® lecito trasferire nell’ambito delle nostre preoccu¬≠pazioni un documento profondamente legato a determinate condizioni culturali e spirituali? Il procedimento – non c’√® dubbio – √® pi√Ļ che lecito, ma, detto questo, non si √® mai abbastanza prudenti sulle conseguenze e sui limiti dei motivi accertati nel corso del confronto.
Un primo esempio di equivoco e di contraddizione pos­sibile lo troviamo, a discorso appena iniziato, là dove Mo­ravia argomenta:

II romanzo del Manzoni riflette… una Italia, che con alcune varianti non essenziali potrebbe essere quella di oggi: la religione dei Promessi Sposi rassomiglia, per molti aspetti, a quella dell’Italia moderna, la societ√† che vi √® descritta non √® tanto diversa dalla nostra…

Ora quando si parla di religione dei Promessi Sposi sarebbe opportuno distinguere fra cattolicesimo rappresen¬≠tato e cattolicesimo ispiratore, vale a dire fra le immagini e l’inventore di queste immagini, fra il quadro descritto e il Manzoni. Una volta fatta tale distinzione, appare ben difficile portare sul banco degli imputati il Manzoni, accu¬≠sandolo nella fattispecie o di praticare un cattolicesimo aristocratico o di aver lasciato andare da una parte i prin¬≠cipi e dall’altra l’applicazione pratica delle regole ulteriori o addirittura di non aver avuto nessuna fiducia nella storia, trovando una troppo facile scappatoia nella Provvidenza. Ho paura che su questa strada si finisca per dimenticare quella che era la religione dell’uomo Manzoni e quelli che per forza dovevano essere i punti di misura e di confronto del suo mondo rappresentato. Per Manzoni, si sa, le vi¬≠cende umane non finivano con la morte, essendo la storia continuata e riscattata nel mistero della Provvidenza. Quel¬≠lo che appare incertezza o addirittura dimissione nel gioco della rappresentazione dei suoi personaggi era qualcosa di ben diverso e che va ricollegato alla sua prudenza di par¬≠tecipante. Se avesse inteso sostituirsi al giudice, non avreb¬≠be certo faticato a separare nettamente i buoni dai cattivi, i vincitori dai vinti, a prendere cio√® una posizione politica. Ognuno fa la sua parte, questo solo sappiamo.
Allo stesso modo non sembra possibile accettare le ri¬≠serve del Moravia (che del resto seguono le avventate im¬≠pressioni di Gramsci) sul valore limitato del cattolicesimo di Manzoni e, in particolare di quello degli ¬ę umili ¬Ľ; il limite era dato dalla conoscenza del cuore umano. Sarebbe stato ridicolo dare all’esempio degli umili un riflesso ecces¬≠sivo, superiore alle loro vere forze umane. Se Manzoni avesse seguito quella strada, oggi davvero potremmo accu¬≠sarlo di avere cercato la via della propaganda. Moravia si domanda se Manzoni fosse democratico e pensando al Boc¬≠caccio risponde di no. Aggiunge ancora:

Cos√¨ il realismo cattolico non si contenta d√¨ predicarsi una religione di maniera ma ci presenta un mondo sociale fatto a sua immagine e somiglianza. Ed √® il realismo cattolico, infine, che detta, per bocca di Renzo, la morale finale dei Promessi Sposi: Ho imparato a non mettermi nei tumulti… a non predicare in piazza.
Morale certamente non cristiana: Ges√Ļ, lui, non aveva impa¬≠rato a non mettersi nei tumulti, a non predicare in piazza.

Qui ci sono due grossi equivoci e derivano dal fatto che non √® stato appurato prima e, cio√®, il cattolicesimo se vero, se sincero, ammette di essere definito e classificato? Nel nostro caso, che valore hanno termini come ¬ę aristocratico ¬Ľ e ¬ę democratico ¬Ľ? Una volta che si sia vista l’impossibilit√† di servirsi di tali misure, √® opportuno aggiungere che la morale di Renzo non √® la morale finale del libro; non c’√® nessun personaggio, anzi, che sopporti questo peso, neppure il cardinal Federico. La morale di Cristo tocca soltanto a Cristo praticarla in pieno, agli uomini, agli stessi Santi tocca l’avvicinamento, l’approssimazione. La morale del libro nasce, si, dalla confessione di Renzo, ma con la cor¬≠rezione, che √® poi una vera trasformazione, di Lucia.
¬ę Dopo un lungo dibattere e cercare insieme ¬Ľ non di¬≠mentichiamo di restituire tutto il sapore teologico alla notazione del Manzoni, e avanti, fino alla vera conclusione, della fiducia in Dio e dell’utilit√† dei guai ¬ę per una vita migliore ¬Ľ.
C’√® sempre un altro capitolo e il cattolico Manzoni lo sapeva benissimo: la vita continua, non √® strappata e, proprio perch√© continua, √® opportuno sospendere i giudizi finali, assoluti, soprattutto bisogna scindere il peso dei pec¬≠cati dal peccatore, rimettendo nelle mani di Dio la misura del giudice.
Non √® una posizione di comodo ma di vigilia cosciente. Quando si oppone Tolstoi a Manzoni, la posizione di chi rompe gli indugi con la societ√† e fonde azione e predica¬≠zione a quella di chi sceglie la pazienza e lotta dentro di s√©, evitando perfino la predicazione, si fa una questione di temperamenti e su una scelta di mezzi, condizionata da troppi elementi, si arriva a formulare dei giudizi avventati. Tolstoi poteva cedere al suo istinto, Manzoni no, si sa¬≠rebbe smentito. La fiducia in Dio non √® per Manzoni un fatto di dimissioni, un comodo sottrarsi alle sofferenze co¬≠me ¬ę prova ¬Ľ. Quando si giudica spenta la morale dei Pro¬≠messi Sposi si dimentica tutto quello che la precede e la nutre, la storia della nostra lunga corruzione. Si dimentica di confrontare la nostra miseria, la nostra impotenza alla onnipotenza divina e il nostro dovere alla nostra debolezza.
Questa √® la lezione alta del Manzoni; non √® la lezione dei grandi libri, √® una lezione trovata da povera gente, ma trovata insieme, nell’umilt√† e nella sofferenza quotidiana delle avversit√†. Nella morale dei due poveretti c’√® forse anche la spiegazione dell’impopolarit√† del libro: lasciamo pure andare le sottili disquisizioni dei critici, il libro √® im¬≠popolare perch√© predica una verit√† di per s√© impopolare e difficile e che, in un paese che si dice cattolico a voce, suona addirittura impensabile. Lo stesso Manzoni c’√® stato su tutta la vita e noi stentiamo a decifrarla, proprio perch√© al ¬ę sugo di tutta la storia ¬Ľ cerchiamo di togliere la linfa stessa che lo nutre e lo rende eterno, alla vita degli uomini, al lavoro fatto in comune l’idea della comunione dei Santi.

4 giugno I960


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7 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: I MAESTRI: Moravia interprete dei ‚ÄúPromessi Sposi‚ÄĚ - Il blog degli studenti. — 25 Giugno 2008 @ 09:52

    […] Read more Posted by | […]

  2. Commento by Carlo Capone — 25 Giugno 2008 @ 17:43

    Evito analisi sulla morale cattolica, non ne ho gli strumenti. Quanto all’identificazione dell’Italia de I Promessi Sposi con quella moderna ( sia essa otto o novecentiesca ) mi scopro distante dalle tesi di Moravia ma anche dall’impostazione storica data dall’Autore al suo romanzo. E per impostazione storica intendo gli usi, i rapporti sociali, la solidit√† di certe consapevolezze civili in un determinato periodo.
    Ma ragioniamo.Un ras di provincia della Lombardia spagnola si incapriccia di una verginella indifesa, e che fa? manda due scagnozzi a intimorire il curato per impedirne l’ufficio.
    Dunque, questo signore, pur campione di dispresso di una qualsiasi convivenza civile e dei principi minimi del vivere in comune,non riesce a sottrarsi all’obbligo del permesso,sia pure coatto,dell’autorit√† ecclesiastica. Si comportava cos√¨ nel seicento lombardo il vero don Rodrigo? ho i miei dubbi. La confusione civile e legislativa, lo stato fatiscente di un’istituzione satrapesca qual era il vicereame, gli consentivano un ampio spettro di azione. Quella sventurata poteva essere sua senza richieste di sorta, non c’era bisogno di intimidire. Vado, me la prendo e ne dispongo a piacimento. Chiuso. Nel silenzio e nell’omert√† pi√Ļ totali. No,le dinamiche descritte nel romanzo sono quelle di un’epoca ben diversa, di un humus storico in cui il controllo sociale, sia pure labile e contorto, esiste e come.Questa de I Promessi Sposi non √® l’Italia del seicento ma l’Italia contadina del primo ottocento. Un errore di collocazione storica non da poco, dal punto di vista della tecnica narrativa.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 25 Giugno 2008 @ 19:21

    E’ vero quello che dici, Carlo, don Rodrigo avrebbe potuto benissimo agire diversamente. Tuttavia poteva anche agire cos√¨ come ha fatto. Chiudere a Lucia la strada del matrimonio con l’innamorato Renzo avrebbe potuto rendere pi√Ļ facile e duraturo il suo rapporto con Lucia.
    La tua osservazione non so se sia mai stata sollevata da qualcuno. Sarebbe stato interessante porla al giudizio dello scomparso Carlo Bo, un critico cattolico di grande acume e fama.

    Bart

  4. Commento by Carlo Capone — 25 Giugno 2008 @ 20:36

    Non so, Bart, in merito alla collocazione storica del romanzo l’ho sempre pensata cos√¨. Giusto o meno che sia il mio convincimento esso pu√≤ fungere da spunto di discussione. Mi sembra ad esempio interessantissima la tua osservazione sulla libert√† di scelta di don Rodrigo. Apre scenari.

    Carlo

  5. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 26 Giugno 2008 @ 22:40

    Condivido l’osservazione di Bartolomeo, in quanto l’invaghimento di Don Rodrigo era semplicemente un capriccio scaturito soprattutto da una scommessa fatta con un cugino. Se avesse preso Lucia con la forza, come ben avrebbe potuto, la scommessa andava a farsi benedire.
    In quanto alla collocazione storica del romanzo √® evidente che il Manzoni avverte pressanti le istanze del del suo tempo e ne informi un poco la trama. Nonostante questo, non va dimenticato che il Manzoni ha composto l’opera mediante una sottile e forse schiva coscienza morale, dopo aver studiato e meditato a lungo i fatti storici. In sostanza l’opera storica del Manzoni non √® qualla di Walter Scott, che ha episodi storici poco attendibili e spesso pittoreshi.
    Gian Gabriele Benedetti

  6. Commento by Carlo Capone — 27 Giugno 2008 @ 16:52

    A maggior ragione, che bisogno c’era di ‘avvertire’ il curato?
    Don Abbondio serve pi√Ļ al narratore che alla storia.

    Carlo Capone

  7. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 27 Giugno 2008 @ 20:11

    Semplicemente perch√© non procedesse alle nozze e Lucia restasse libera. Anche il narratore, ovviamente, ha bisogno di “costruire” la sua storia. Sinceramente non mi dispiace che vi sia la figura di don Abbondio nel romanzo. E’ un personaggio, divenuto ormai proverbiale, che fa meditare non poco
    Gian Gabriele Benedetti

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