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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Amendola #1/29

23 Febbraio 2008

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]

A¬†partire da oggi pubblicheremo, con gli opportuni intervalli, una serie di lettere indirizzate a Giuseppe Prezzolini al tempo che fu direttore de “La Voce”, l’importante rivista che nei primi anni del Novecento coagul√≤ intorno a s√© nomi prestigiosi della letteratura italiana, alcuni dei quali giovani e ancora sconosciuti. Sono gli anni prossimi allo scoppio della Grande Guerra e, oltre ai temi letterari, si respireranno anche il clima, le tensioni, le preoccupazioni, i dissensi che animarono l’Italia di quei giorni. Al termine pubblicheremo alcune lettere dal Fronte scritte da semplici soldati che vi lasciarono la vita.¬†Abbiamo fatto la scelta di ordinare il materiale selezionato in ordine alfabetico rispetto al mittente della lettera, anzich√© in ordine cronologico.

Roma, 27 maggio 1909

Caro   Prezzolini,

senza la disgrazia di Vailati1 e senza un’angina che mi ha tenuto in letto da allora fino all’altro giorno, avrei gi√† risposto alla tua penultima cartolina, come ora rispondo a questa. Ho evitato di scriverti prima perch√© preferivo aspettare, sperando sempre che qual¬≠che cosa potesse farmi cambiar giudizio; ma tu mi tiri per i capelli a dirti che la Voce non mi va, cos√¨ com’√®, nonostante che io riconosca le tue ottime intenzioni, l’ingegno tuo e dei collaboratori pi√Ļ assidui, ed il fatto che siete riusciti indubbiamente a farne un foglio che nulla ha a che vedere, e per onest√† e per intelligen¬≠ti, con gli altri fogli e riviste di cultura che s√¨ stampano in Italia. Nonostante ci√≤ il tono, l’indirizzo, e la forma della V. non mi vanno, e non soltanto non sono con¬≠formi al mio temperamento, ma spesso mi offendono, mi irritano e mi spingono a reagire. Mi sarebbe dif¬≠ficile esprimerti con chiarezza l’impressione che pro¬≠duce in me il tuo giornale: sintetizzando, anche a costo di stilizzare, ti dir√≤ che voi non fate della critica, ma dell’inquisizione. E cio√® voi non combattete le azioni degli altri, in quanto son dannose, ma proprio gli altri in s√©, in quanto son fatti in un certo modo, e voi non gli riconoscete il diritto d’esser quel che sono (e che non hanno scelto di essere), e si ha l’im¬≠pressione che se fosse possibile li brucereste. Cos√¨ √® inquisizione, ed antipatica, quel Voltairino, cos√¨ l’at¬≠titudine anticipata contro il Carroccio, che tu non hai poi consentito a rettificare, nonostante che tu debba aver capito che non avevi alcun diritto di scrivere quello che hai scritto. Ora questa inquisizione pu√≤ far piacere a chi crede, con Croce, alla natura immorale dell’errore; a me, che non ci credo, ripugna.
Ho nominato Croce, ed ho nominato un’altra cosa che nella Voce non mi va. Sai quanto lo apprezzi; ma mi sembra che voi facciate del feticismo. Bastianelli arriva quasi a farne un temperamento alla Rolland! Voi siete crociani troppo e sempre: quando lo nomi¬≠nate, quando lasciate scrivere i suoi amici, e quando vi fate inquisitori, seguendo il vostro temperamento, s√¨, ma col sottointeso della sua filosofia. E in questo intendo distinguermi nettamente da voi.
Potrei ora scendere da questo disaccordo generico, a una infinit√† di disaccordi particolari; ma preferisco non farlo perch√© i particolari dispiacciono sempre. A causa di quel disaccordo generico, io, senza aver affatto deciso di non scriver pi√Ļ niente per la V.mi son trovato in pratica a non saper che cosa scrivere, cosa che mi ha tormentato per parecchio tempo, perch√© pensavo che tu avevi cominciato la rivista contando anche sul mio appoggio. Ma poi ho visto che la ma¬≠teria non ti manca, anzi tutt’altro, e cos√¨ da questo lato mi sono tranquillato. D’altra parte ho riflettuto che anche tu da parte tua, sei uscito fuori di quanto si era strettamente convenuto, facendo della V. non un convegno, ma un organo personale, nel quale un collaboratore, anche se intimo, non pu√≤ far sentire una voce diversa dalla tua. La qual cosa tu hai implici¬≠tamente riconosciuta in un trafiletto di quarta pagina, in uno dei primi numeri. Tutto sommato io non mi sento legato attualmente da impegni verso la V., e poich√© tu hai desiderato che io te ne facessi dichiara¬≠zione esplicita, io non ho potuto esimermi dal di¬≠chiarartelo.
Quanto a Soffici mi dispiace e mi imbarazza. Ho insistito per lui con Picardi, almeno quattro volte. L’ultima, circa un mese fa, mi disse che stava per spe¬≠dire a S. le bozze di stampa. Ora mi dici che non se n’√® fatto niente. Vendetta? Non saprei dirti; ad ogni modo dimmi se credi che io abbia qualche altra cosa da fare nell’interesse di S.

Roma, via XX settembre 39

La rivista II Carroccio fu una delle prime manifestazioni del nazionalismo italiano che io combattei.
Picardi era uno dei direttori della Rassegna contemporanea, dove Soffici avrebbe voluto, pare, pub­blicar un articolo, invitato non so da chi. Mi man­cano qui le collezioni di questi periodici.

Firenze, 6 luglio 1911

Caro Prezzolini,

il tuo Avviso a chi tocca tocca anzi tutto a me: esso mi avverte che nella Voce non è il mio posto, ti prego pertanto di prender atto delle mie dimissioni e di renderle note ai tuoi lettori.2

Firenze, 7 luglio 1911

Caro Prezzolini,

le mie dimissioni significano effettivamente sfiducia in te, maturatasi attraverso l’ultimo incidente, per me rivelatore di qualit√† che io stimo incompatibili con la posizione da te assunta nella Voce. Le tue dichia¬≠razioni sulla Voce poi (delle quali non hai sentito nemmeno bisogno di prevenirmi) mi ripugnano moral¬≠mente, a parte il dissenso del contenuto.
E non √® il caso di manifestare il dissenso: perch√© il direttore della Voce, il quale gode di un’autorit√† mo¬≠rale che il signor Giuseppe Prezzolini non avrebbe acquistato e mantenuto senza l’appoggio materiale e morale di molti amici, e di una certa opinione pub¬≠blica, non ha il diritto di buttare il peso di questa sua autorit√† a favore del signor Soffici, senza prima con¬≠sultarsi coi suoi amici; e tanto meno ha il diritto di fare quelle pubbliche dichiarazioni che per il pubblico sono le dichiarazioni della Voce. Egli poi perde inte¬≠ramente il diritto di far critica morale e di chiedere sacrifici agli altri quando dichiara pubblicamente che intende come castrazione il doveroso sacrificio dei propri impulsi ed in parte della propria personalit√† che spetta a chi vuoi fare opera che valga pi√Ļ della propria persona.
Ora io non t’ho scritto una lettera motivata perch√© avrei dovuto dirti troppe gravi cose, di cui queste non sono che le prime, ed io non voglio, per ragioni di sentimento, offrire armi ai tuoi nemici. Avrei anche fatto a meno di render pubbliche le mie dimissioni, se tu non avessi pubblicato l’Avviso a chi tocca con quel che segue, che mi pone nella necessit√† di chia¬≠rire pubblicamente la mia posizione.
Le mie dimissioni sono perci√≤ irrevocabili: quanto a te fa’ come credi. Non vedo per√≤ perch√© tu dovresti dimetterti in seguito ad un mio atto, visto che non hai mai sentito il bisogno di consultarmi allorch√© si sono presentate quelle occasioni di dissenso che pos¬≠sono condurre necessariamente alla separazione.
Ti prego perci√≤ di pubblicare la mia lettera, che altrimenti dovr√≤ pubblicare altrove. E non ti dico per ora tutto il dolore che ha prodotto in me la tua poca amicizia…

Boscolungo Pistoiese, 28 luglio 19113

Caro Prezzolini,

ti¬† sono¬† grato¬† della¬†¬† tua¬† nota4¬†¬† sui¬† miei¬† scritti¬† di etica; la tua stima mi √® cara come poche perch√© so che non saresti capace di esprimere ci√≤ che non pensi o non senti. E quanto alle tue obbiezioni le capisco, e me le spiego in parte con l’insufficienza delle mie esposizioni, troppo brevi, in parte col fatto che non abbiamo mai avuto quelle ore di completa libert√† di spirito che ci vorrebbero per discorrere di queste cose. Ma non credo che scuotano le mie vedute. Vedi, per lasciar da parte la questione della grazia,¬† che porte¬≠rebbe troppo in lungo, ti posso assicurare che io non consiglierei ad alcuno di reprimere l’impulso che lo porta a restituire il¬† portafoglio portato via.¬† Tu do¬≠mandi: √® bene l’inibizione anche quando porta a com¬≠primere l’impulso verso il bene? e dimentichi due cose, cio√®:¬†¬† che chi cerca di stabilire le basi dell’etica non sa ancora che cosa √® il bene, e non pu√≤ dire se un determinato impulso porti al bene, o a che altro (se esistesse un valore etico evidente per tutti gli uomini come¬†¬† un¬† postulato¬†¬† di¬† geometria,¬†¬† probabilmente,¬†¬† la scienza etica non sarebbe sorta); ed in secondo luogo che io ho definito l’inibizione non come compressione ad ogni costo (quindi cieca), ma come sintesi. Ora la sintesi porta, di fronte ad ogni elemento, ad esaminare la¬† compatibilit√† o¬† meno¬† con l’unit√†¬† di¬† cui entra¬† a far parte¬† (Persona).¬† L’esame pu√≤ portare s√¨ all’esclu¬≠sione (inibizioni nel senso tuo, ristrette) che all’inclusione. Ci√≤ significa che nessun dato pu√≤ entrare cos√¨ immediatamente a far parte dell’uomo etico, ma solo mediatamente, cio√® trasformato (inibito). Ora vedi: io interpreto la razionalit√† in etica come questo cal¬≠colo di compatibilit√† che rende mediati gli elementi nuovi forniti dalla vita alla personalit√† in via di svi¬≠luppo. Ho anche detto che la compatibilit√† di cui parlo non √® capricciosa, ma regolata da un ordine: un ordine per√≤ che non si lascia dedurre dalla logica astratta, ma soltanto esprimere, interpretare da forme logiche da trovare. Come vedi, caro Prezzolini, la mia volont√† √® assai meno cieca di quanto possa sembrare, e l’inibizione √® per me la forma della vita morale; una forma che in concreto non pu√≤ separarsi dalla materia, congiunta alla quale perde, in parte, quel carattere che suscita la tua obbiezione.
Ho letto volentieri gli ultimi numeri della Voce: ora che ne sto fuori l’apprezzo assai di pi√Ļ, e potr√≤ gio¬≠varti come pubblico…

1Giovanni Vailati (1863-1909) amico di tutti noi e collaboratore del Leonardo, matematico e logico, era morto quell’anno a Roma.
2 Un gruppo di futuristi: Marinetti, Carr√†, Boccioni, ed un altro, il cui nome non ricordo, vennero a Firenze per dare una lezione a Soffici che li aveva criticati. Lo attaccarono in quattro all’improvviso. In seguito a questa aggressione, io con Papini, Soffici, Slataper e Spaini attaccammo i futuristi nella stazione di Firenze mentre stavan per prendere il treno. E poi io pub¬≠blicai il seguente Avviso a chi tocca ne La Voce del 6 luglio 1911:
¬ę Vari collaboratori, amici e simpatizzanti della Voce, resi¬≠denti in Firenze, considerato che si tenta di sopraffare con vio¬≠lenze manesche coloro che scrivono nella Voce, prendendoli alla sprovveduta e in stato d’inferiorit√† fisica, decidono di radunarsi tutte le volte che simili fatti si presentano e di reagire con la violenza nel pi√Ļ breve tempo e colla maggior sicurezza di su¬≠periorit√† possibile. E avvertono che la lezione toccata ai futuristi nella stazione di Firenze quando partivano per Milano dopo uno dei fatti accennati, non √® che la prima applicazione di questo sistema. Avviso a chi tocca ¬Ľ.
Il buffo è che, in seguito a questa baruffa, Soffici e Papini fecero amicizia con i futuristi, anzi divennero loro alleati in Lacerba.
3Passaron   pochi   giorni,   evidentemente,   ed   Amendola   fece pace. La sua lettera di dimissione non fu pubblicata.
4Allude ad una mia recensione dei suoi scritti filosofici ap­parsa nel Bollettino Bibliografico de La  Voce (27 luglio  1911).

Nella questione intervenne anche Croce con la seguente lettera:

Napoli, 8 luglio 1911

Caro Prezzolini,

il mio parere √® semplicissimo. Nessuna novit√†: voi dovete restare direttore: l’Amendola deve sentire l’op¬≠portunit√† di non separarsi da voi in questo momento; o proprio vuol farlo, farlo tacitamente, cessando dimeno per ora dal collaborare, ma senza annunzi e dichiarazioni. Importa che la Voce non parli pi√Ļ n√© dei suoi fini n√© delle sue vicende. Alle future aggressioni si risponder√† come si creder√†: con le sfide, con le percosse, con le querele, ecc; in qualsiasi modo, ma senza neppure darne notizia sul giornale, come cosa che non deve interessare i lettori e che non ha peso nelle alte questioni che il vostro giornale tratta. La vera risposta sar√† la vita stessa del giornale, l’opera che andr√† compiendo. Pensate a coloro che svolgeranno la collezione della¬† Voce fra un decennio. Essi s’interesseranno alle notizie che vi troveranno raccolte e ai dibattiti d’idee:¬†¬† saranno indifferenti o annoiati da tutta l’aneddotica delle persone, delle baruffe ecc.
Con¬† questo pubblico ideale innanzi¬† agli¬† occhi¬† avrete¬†¬† il¬†¬† criterio¬†¬† nettissimo¬†¬† di¬†¬† discernere¬†¬† ci√≤¬†¬† che¬†¬† dovete tacere.¬† √ą superfluo che io vi ripeta che per me la Voce siete voi, e senza di voi tutto andrebbe a male, con soddisfazione maligna degli avversari; con danno della¬† vita¬† italiana.¬†¬† Certo,¬† voi¬†¬† dovete¬† correggervi¬† di alcune tendenze, di una qualche violenza o intemperanza o troppo immediata e personale effusione.¬† (Da che pulpito! direte, ma un male che, appunto, ho studiato su me stesso.) Ma le correzioncelle da introdurre in un manoscritto non importano che si debba stracciare il manoscritto o abbandonare il lavoro. Sfrondate la Voce delle contingenze, e tutto andr√† bene. Fate leggere anche all’Amendola questa lettera, e pregatelo anche da parte mia di non far novit√† in questo momento, e di non indurre il pubblico a occuparsi ancora delle persone e dei loro dissensi. Gi√†, io, nelle lettere e negli articoli scritti per voi, non ho potuto digerire le frasi: ¬ę Quantunque non sempre approvi… ¬Ľ ¬ę Malgrado i dissensi, ecc. ¬Ľ. Che diamine! Sono cose codeste che si sottintendono. Noi non siamo del tutto d’accordo con noi stessi del giorno prima o del giorno d’oggi; e abbiamo bisogno di dichiarare che non coincidiamo in tutti i punti con un altro essere? Quelle dichiarazioni mostrano le preoccupazioni personali. Uscire dalle preoccupazioni personali, e oc¬≠cuparsi delle cose, e tirare allegramente innanzi, ecco ci√≤ che bisogna fare. Una stretta di mano dall’

aff.mo B. Croce

____________________

13 maggio 1917

Caro Prezzolini,

ti ringrazio della tua lettera: non avresti potuto farmi pi√Ļ piacere che dandomi notizie le quali mi mettono a contatto col mondo. E ti scrivo subito solo perch√© non voglio tardare a dirti questo: se volessi scriverti a lungo dovrei aspettare che questo momento fosse passato, immaginerai perch√©.
Io sono sempre pi√Ļ sorpreso di due qualit√† degli italiani:1 la loro impressionante debolezza di nervi, e la loro superficiale intelligenza. Il mimetismo dei gesti e delle orientazioni, e la ripugnanza a prepararsi in tempo e ad organizzare l’azione sono le prove di quanto affermo. Quanta apparente disonest√† e insin¬≠cerit√† si riducono a nervi deboli e a superficiale intel¬≠ligenza! Tutto questo pu√≤ dirsi a proposito del con¬≠tagio ¬ę rivoluzione russa ¬Ľ, come avrebbe potuto dirsi di tanti altri contagi che abbiamo osservato negli scorsi anni. Qui da noi l’essere ¬ę profondi ¬Ľ ed ¬ę avanzati d’idee ¬Ľ consiste spesso nel non sapere che cosa si fa, n√© perch√© lo si fa.
Tutto questo a conferma dei tuoi giudizi e delle tue impressioni.
Della propaganda non ho tempo di scriverti oggi. Invece non voglio tardare a dirti che m’interessa molto la riunione di Milano2 e che ci sarei venuto se fossi stato libero: porta, se ti sembra opportuno, la mia adesione, naturalmente all’idea di riunirsi per quello scopo e non alle discussioni o decisioni, che non posso prevedere. Ti ricordi che a Roma parlammo dell’importanza della questione;3 sarei molto lieto se tu, par¬≠tecipando alla riunione, potessi farlo in modo da po¬≠terti fare un’idea dei pi√Ļ importanti passi intervenuti, come strumenti utili di un futuro grande lavoro per l’istruzione e la cultura nazionali, se insomma ti riuscisse, avvicinandoli, di fare un’inchiesta tacita in anticipo.
Del resto io non so quanto durer√† la guerra, n√© quanto tempo rester√≤ quass√Ļ. Non sto bene: ci resto proprio perch√© ora credo di doverci restare. Ma ripar¬≠leremo in avvenire di tutto…

1L’accordo fondamentale con¬† Amendola sul¬† tema del carat¬≠tere del popolo italiano durava anche durante¬† la guerra come mostra la presente lettera.
2Mi pare si trattasse di un convegno per le Biblioteche Po­polari.
3 Amendola pensava che io avrei potuto dirigere un movi¬≠mento per combattere l’analfabetismo e migliorare la cultura del popolo e che, se fosse andato al potere, mi avrebbe chia¬≠mato a lavorare con lui con un incarico ufficiale. Nessuno di noi pensava allora a quel che sarebbe accaduto e a ci√≤ che lo tra¬≠volse.

Letto 2229 volte.
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