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Il «porcellum» alla sbarra

2 Dicembre 2013

di Michel Ainis
(dal “Corriere della Sera”, 2 dicembre 2013)

Processo al Porcellum, atto primo: domani alla Consulta s’aprirà l’udienza pubblica. Ma sul banco degli imputati non c’è solo la legge elettorale, c’è soprattutto la politica. Quella incarnata dalla destra, che nel 2005 confezionò la legge. Dalla sinistra, che nel 2006 vinse le elezioni, senza sognarsi d’abrogarla. Dall’ammucchiata destra-sinistra-centro, che ci governa da un paio d’anni senza mai battere ciglio, benché questa legge ci abbia spinto sul ciglio d’un burrone. Infine dai grillini, che disprezzano il Porcellum però dichiarano di volerlo conservare. Sul banco degli imputati c’è dunque il Parlamento, in tutte le sue articolazioni. E c’è il governo, che non ha avuto il fegato di sbrigare la faccenda per decreto.

Sicché adesso tocca alla Consulta, e non sarebbe il suo mestiere. Con quali conseguenze? Qui possiamo disegnare solo ipotesi, scenari, congetture. Il diritto non è una scienza esatta, altrimenti i suoi responsi verrebbero sottratti al verdetto di un giudice d’appello. Il primo dubbio circonda l’ammissibilità della questione. Significa che prima di deciderla nel merito, la Corte costituzionale deve misurarne la «rilevanza» nella causa intentata da Aldo Bozzi (nipote del politico liberale) davanti al tribunale di Milano: un cittadino che contesta l’espropriazione della sua libertà di voto. Significa perciò che quel giudizio dovrà dipendere, in positivo o in negativo, dal giudizio della Consulta. In caso contrario quest’ultima verrebbe interpellata direttamente dai cittadini: in Spagna si può fare, in Italia no.

Ma è «rilevante» l’eventuale annullamento della legge elettorale dopo un’elezione contestata, però ormai consumata? Per la Cassazione questo problema non è affatto un problema, e d’altronde pure la giurisprudenza costituzionale offre almeno un precedente (sentenza n. 236 del 2010). Staremo a vedere.
Ciò che sicuramente non vedremo è il vuoto, la sparizione di qualsivoglia congegno elettorale. Altrimenti i mille parlamentari in carica diverrebbero immortali, nessuno mai potrebbe rimpiazzarli. Loro magari ne sarebbero felici, noi un po’ meno. Sicché un sistema pronto all’uso deve pur sopravvivere, dopo che la Consulta avrà usato i ferri del chirurgo. Quale? Per esempio un proporzionale puro, se in sala operatoria verrà amputato il premio di maggioranza. Oppure il Mattarellum . Dice: ma la Corte costituzionale ne ha già negato la reviviscenza, bocciando il referendum abrogativo che intendeva favorirla. Errore: altro è l’abrogazione (con legge o referendum), altro è l’annullamento (con sentenza). La prima vale per il futuro, il secondo retroagisce nel passato. E dopotutto tale soluzione suonerebbe assai meno creativa, meno invasiva. Rimetterebbe in circolo una scelta già timbrata dal legislatore italiano, mentre il proporzionale alla tedesca è roba per tedeschi.

E sul Parlamento in carica, quali conseguenze? Taluno opina l’illegittimità di ogni suo atto, compresa la rielezione di Napolitano. Balle. Se una sentenza vieta la fecondazione assistita, per rispettarla non dovremo uccidere il bambino nato con la fecondazione assistita. Meno ballista, viceversa, l’idea che sarà impossibile convalidare l’elezione di qualche centinaio di parlamentari, dato che le Camere non vi hanno ancora provveduto. Per evitare lo sconquasso, la Consulta potrebbe cavarsela con una pronunzia d’incostituzionalità «differita», che scatterebbe insomma alle prossime elezioni. Come ha già fatto, per esempio, rispetto ai tribunali militari (sentenza n. 266 del 1988). Ma è una frittata, comunque la si giri. E la gallina da cui sbuca l’uovo fritto è il sistema dei partiti .



Il “porcellum” alla prova della Consulta. La politica appesa all’udienza di domani

di Ugo Magri
(da “La Stampa”, 2 dicembre 2013)

La sorte del governo Letta, le ambizioni di Renzi, le residue chance del Cavaliere, le mediazioni di Napolitano, insomma l’intero castello di carte della politica italiana, è appeso a quanto deciderà domani la Corte costituzionale. Sotto la lente della Consulta, infatti, arriverà la legge elettorale vigente, il famigerato “Porcellum”. È fissata una pubblica udienza, al termine della quale i giudici della Corte dichiareranno ammissibile o inammissibile il ricorso presentato da un singolo cittadino, l’avvocato Bozzi, e accolto in sede di Cassazione. Ne deriveranno alcune immediate e rilevanti conseguenze sul piano politico.

Ipotesi numero 1: la Corte respinge il ricorso. Grande soddisfazione del “Porcellum”, che si salva dal secondo assalto (il primo fu quasi due anni fa, con il referendum dipietrista bocciato proprio dalla Consulta). Ciò non renderebbe l’attuale legge inattaccabile; di sicuro, resterebbe viva la contestazione nei confronti delle liste bloccate, che producono un Parlamento di “nominati”. Sul premio di maggioranza continuerebbe a pesare un forte sospetto di incostituzionalità. Ma da Grillo, da Berlusconi e dallo stesso Renzi, lo stop della Consulta al ricorso verrebbe accolto come un disco verde alle elezioni da celebrare proprio con il “Porcellum”. Magari già nella prossima primavera. Rendendo davvero sovrumani gli sforzi di Napolitano e di Letta.

Ipotesi numero 2: la Corte giudica ammissibile il ricorso. Ciò non significa che lo approverà. In teoria, potrebbe venire bocciato. Però nessuno può avere la certezza di quanto verrà deciso, forse nemmeno gli stessi giudici. L’impressione di chi se ne intende è che dalla Consulta ci si possa attendere davvero di tutto, compreso un annullamento in radice della legge attuale, troppo storta per poter essere raddrizzata, e una “reviviscenza” del “Mattarellum”, vale a dire del sistema in parte maggioritario e in parte proporzionale che fu in vigore fino al 2005.

E quando verrà sciolta, in questo secondo caso, la prognosi della Consulta? Ci vorranno settimane, più probabilmente mesi prima della decisione finale. Col risultato che, nel frattempo, nessuno potrà azzardarsi a chiedere elezioni politiche anticipate. Perché il Capo dello Stato avrebbe facile gioco a obiettare: non si può andare alle urne con un sistema elettorale gravemente indiziato di incostituzionalità, su cui addirittura pende un giudizio della Consulta. Prima si cambia la legge e poi si ritorna a votare.
Sarebbe musica per le orecchie di Enrico Letta. Un po’ meno per quelle dei suoi avversari.


Porcellum, si tenta l’accordo. Consulta, domani la sentenza
di Redazione
(da “l’Unità”, 2 dicembre 2013)

È la prima delle cause iscritte a ruolo dell’udienza pubblica di domani, martedì 3 dicembre: il ‘Porcellum’ finisce al vaglio della Consulta, chiamata a valutare la legittimità delle norme che attualmente regolano il nostro sistema elettorale. Relatore della causa sarà il giudice Giuseppe Tesauro. Mentre al Senato, alla vigilia del verdetto, stasera alle 20 si riunisce la Commissione Affari Costituzionali: si tenta l’accordo per un ritorno al Mattarellum.

A sollevare la questione di costituzionalità era stata la prima sezione civile della Cassazione, nello scorso maggio, sulla base di un ricorso presentato dall’avvocato Aldo Bozzi, in qualità di privato cittadino.

La Suprema Corte, nella sua ordinanza di rimessione alla Consulta, aveva dichiarato «non manifestamente infondate» le questioni di legittimità concernenti «l’attribuzione del premio di maggioranza per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica e l’esclusione del voto di preferenza». Il meccanismo «premiale» previsto per la Camera, aveva evidenziato la Cassazione, «incentivando il raggiungimento di accordi tra le liste al fine di accedere al premio, contraddice l’esigenza di assicurare la governabilità» e «provoca una alterazione degli equilibri istituzionali»: per questo, sarebbe «manifestamente irragionevole», in contrasto con l’articolo 3 della Costituzione, nonchè «lesivo dei principi di uguaglianza del voto» (art.48, comma 2, Cost.) e della «rappresentanza democratica» (articolo 1, comma 2, e 67 della Cost.).

Per quanto riguarda il premio al Senato, si legge nell’ordinanza della Cassazione, «la violazione dei principi di ragionevolezza e uguaglianza del voto» sarebbe «ancor più evidente», se si considera che «l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia regione per regione».

Quanto all’esclusione del voto di preferenza, la Cassazione aveva evidenziato che «il dubbio è se possa considerarsi come ‘diretto’ oppure come sostanzialmente ‘indiretto’, e quindi incompatibile con la Costituzione, un voto che non consente all’elettore di esprimere alcuna preferenza, ma solo di scegliere una lista di partito, cui in definitiva è rimessa la designazione dei candidati». Sulle tre questioni, dunque, i giudici costituzionali dovranno pronunciarsi a partire da martedì: impossibile una previsione sui tempi della decisione – anche perché c’è chi ritiene possibile perfino un rinvio – così come sull’orientamento della Corte: se da più parti vengono avanzati dubbi sull’ammissibilità del ricorso, il dibattito resta complesso sull’esito della camera di consiglio, e sul modo in cui i giudici, se dovessero dichiarare incostituzionale il ‘Porcellum’, affronteranno, nella loro sentenza, il ‘nodo’ del sistema elettorale.


Renzi licenzia Alfano
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 2 dicembre 2013)

Come era ampiamente prevedibile, Letta, Alfano e Renzi stanno già litigando per le poltrone vecchie e nuove. Taci tu che non conti una mazza, dice Renzi ad Alfano. Taci tu che se mi insulti faccio cadere il Letta, risponde il secondo. Spettacolo triste di fine larghe intese. A confronto il comico Grillo sembra un gigante. Mandiamo a casa Napolitano, il governo e l’euro, cioè le cause dei nostri mali, tuona dal palco del Vaffa-day il leader dei Cinquestelle. Come dargli torto. Serve una rivoluzione vera, altro che accordi sottobanco. E nessuna rivoluzione può arrivare dal Parlamento e dai palazzi, per definizione luoghi della conservazione. E la rivoluzione, tramontati i tempi dei forconi e delle marce su Roma, non può che essere quella monetaria sostenuta da un voto elettorale chiaro. Basta euro (almeno basta con l’euro così come lo conosciamo e subiamo), basta Europa padrona in casa nostra. Ci aveva provato tre anni fa Berlusconi a porre con forza nelle sedi internazionali il problema di rivedere trattati e condizioni. Ricordate? Fu massacrato dalla stampa di sinistra e dai frequentatori dei salotti buoni per aver ipotizzato il ritorno alla Lira. Sembrava una stravaganza, oggi è tema vero e condiviso, secondo i sondaggi, da oltre il 50 per cento degli italiani, oltre che da economisti di fama e premi Nobel.

Per bloccare questa idea, mezza Europa si diede da fare per disarcionare Berlusconi. Hanno arruolato il nostro capo dello Stato, i banchieri, hanno fatto cadere un governo e insediato i tecnici pro euro di Monti. Ma siccome non è bastato, oggi per disinnescare la minaccia hanno comperato un pezzo di dirigenza del Pdl pensando così di sfasciare una volta per tutte il centrodestra euroscettico. A occhio, anche questo tentativo è destinato a fallire. Ma ora tocca a Forza Italia fare sentire la sua voce: basta parlare di scissioni e poltrone. Diteci che vi batterete per sottrarre il Paese al giogo mortale dell’euro. È questione fondamentale e dirimente. Perché fino a che lo urla Grillo (copiando Berlusconi) la cosa desta curiosità e simpatia. Ma se lo dice il primo partito liberale d’Europa diventa fatto politico rilevante. Tre anni fa Berlusconi lanciò inascoltato l’allarme e ne pagò tutte le conseguenze. Aveva visto avanti ma l’opinione pubblica non era pronta. Oggi i tempi sono maturi. La rivoluzione monetaria si può e si deve fare (magari insieme a Grillo, perché no).


Nel Paese tutto cambia ma tutto resta uguale
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 2 dicembre 2013)

Otto mesi dopo le elezioni politiche non è cambiato niente, in Italia. Almeno, dal punto di vista degli orientamenti di voto. Permane, infatti, un equilibrio instabile fra tre grandi minoranze. Minoranze che interferiscono reciprocamente. In Parlamento e nel Paese.

È la principale indicazione che emerge dal sondaggio di Demos, pubblicato oggi sulla Repubblica. Il Centrosinistra e il Centrodestra: appaiati, poco oltre il 30%. Il M5S sopra il 21% e in lieve crescita. Il Centro, invece, ridotto in uno spazio quasi residuale. Intorno al 5%. Dopo il voto, però, è cambiato il sistema partitico. Nel Centrosinistra si è riaperta la questione, irrisolta, della leadership. Mentre il Centro si è ristretto e, al tempo stesso, diviso. Pochi voti e tanti leader: Monti, Casini, Mauro… Ma le novità più importanti sono avvenute a Centrodestra. Il Pdl non c’è più. È tornata Forza Italia. Per reazione, è sorto un Nuovo Centro Destra, intorno ad Alfano e ai ministri. “Destra Repubblicana”, l’ha definita Eugenio Scalfari. L’esito principale di questa scomposizione è che i due partiti post-Pdl, insieme, hanno recuperato quasi 6 punti percentuali, rispetto allo scorso ottobre. Allargando la base elettorale del Pdl anche rispetto alle scorse elezioni di febbraio. In altri termini, secondo la logica proporzionale, 1: 2=1,3.

LE TABELLE

Certo, conteggiare insieme due partiti divisi, esito di una scissione, è discutibile. Tuttavia, sono entrambi figli dello stesso padre, Silvio Berlusconi. E la legge elettorale li spinge – o meglio: li costringe – a tornare insieme, in caso di nuove elezioni. Per non rischiare, in caso contrario, di perdere. Entrambi.

È, semmai, interessante osservare come FI, da sola, non abbia perduto consensi rispetto al Pdl, due mesi fa. Quando la frattura di Alfano si era già consumata, in Parlamento. Al contrario. Oggi è quasi al 21%. Mentre il Ncd ha conquistato uno spazio elettorale significativo, ma limitato. Poco sopra il 5%. I suoi elettori provengono per oltre il 50% dal Pdl e per quasi il 10% dal Centro (Monti e Udc). Attratti da un comune richiamo: autonomia da Berlusconi ma contro la Sinistra. La separazione ha, peraltro, marcato in modo evidente l’identità politica dei due elettorati: l’Ncd spostato a centro-destra, FI molto più a destra.
Ciò che distingue maggiormente i due partiti, però, è il giudizio sul governo. Fra gli elettori di Ncd, infatti, si osserva la quota più ampia di giudizi positivi (dopo i Centristi): 70%. Oltre il doppio di quel che emerge fra gli elettori di FI: 33%. Il dato più basso, ad eccezione del M5S (23%). I due partiti post-Pdl, così, ripropongono un’anomalia normale nella politica italiana.

Recitano, cioè, il doppio ruolo: di governo e di opposizione. Come hanno fatto la Lega e lo stesso Berlusconi, per decenni. Senza bisogno di dividersi. Il rapporto con il governo spiega, in parte, anche la tenuta di FI. Che oggi beneficia della rendita di opposizione a Letta. In declino di fiducia, nelle ultime settimane. L’andamento delle intenzioni di voto, rilevate nel corso del sondaggio, mostra, infatti, un aumento dei consensi per FI dopo l’uscita dalla maggioranza (martedì 26 novembre). Il Centrodestra, in questo modo, dopo essere stato in svantaggio per mesi, si avvicina al Centrosinistra e, praticamente, lo raggiunge. Entrambi allineati fra il 32 e il 33%. Così Berlusconi rilancia la strategia adottata, con successo, nella recente campagna elettorale. Caratterizzata dalla polemica contro Monti, leader di Scelta Civica e, in precedenza, premier del governo tecnico. Sostenuto da una maggioranza di “larghe intese”. Come quella del governo guidato da Letta. Bersaglio, non da oggi, delle critiche di Berlusconi e FI. Che cercano, in questo modo, di allontanare ogni responsabilità delle scelte fatte – e non fatte – negli scorsi mesi. Negli scorsi anni. Per intercettare, a proprio favore, il clima d’opinione del Paese. Avvelenato dalla crisi economica. Sfavorevole a ogni istituzione e a ogni attore politico.

A Centrosinistra, il Pd ha perduto consensi rispetto a ottobre (circa 3 punti). Ma resta il primo partito, (29%). Anche se i congressi e la campagna delle Primarie per il segretario non sembrano aver prodotto, fino ad oggi, lo stesso entusiasmo del passato. D’altronde, c’è un vincitore annunciato: Matteo Renzi. Un po’ a disagio, nella parte. Lui: è un outsider di successo. Oggi non recita il ruolo dello sfidante, ma dello sfidato. In mezzo a due figure diverse. Cuperlo, evoca la tradizione e l’organizzazione politica, radicate sul territorio. Civati, invece, compete con Renzi sul suo stesso piano. La giovinezza e la capacità mediatica – esibita, con grande efficacia, nel “faccia a faccia” su Sky.

Più in generale, pesa la delusione per la vittoria mancata alle elezioni politiche. Contro le attese suscitate dalle Primarie di un anno fa.

Così è arduo, domenica prossima, immaginare una partecipazione ampia come nelle precedenti occasioni. Potrebbe non essere un male. Costringerebbe il nuovo segretario a considerare il Pd un partito ipotetico (per citare Berselli): da (ri) costruire. A considerare la fiducia degli elettori: un obiettivo da ri-conquistare. Accettando la sfida del M5S. Che ieri, a Genova, ha di nuovo riempito la Piazza, per un nuovo V-Day. In nome dell’impeachment di Napolitano. L’ultimo riferimento istituzionale dotato di fiducia, fra i cittadini. Un nuovo passaggio della marcia contro i partiti e le istituzioni condotta negli ultimi anni. Con successo, visto che, secondo il sondaggio di Demos, il M5S continua a mantenere un livello di consensi superiore al 21%. Più di quanto segnalassero le stime elettorali pochi giorni prima del voto di febbraio. Peraltro, il M5S dispone di una base “fedele” più ampia di quel che si potrebbe pensare. Visto che il 60% di quanti l’hanno votato alle elezioni oggi confermerebbero la loro scelta. Ma la fedeltà verso Grillo e il M5S suona come la misura dell’in-fedeltà verso gli altri partiti e verso le istituzioni. Verso la democrazia rappresentativa. In un Paese che, dopo mesi di “larghe intese”, appare diviso assai più che condiviso.


L’antipolitica corre verso Bruxelles
di Elisabetta Gualmini
(da “La Stampa”, 2 dicembre 2013)

È un altro mondo quello di Grillo rispetto ai partiti tradizionali o a quel che resta di loro. Negli anni, maledettissimi, della democrazia depressa.
È l’altra faccia di un sistema politico impallato e scassato dall’inerzia degli ultimi venti anni. Inutile sperare che la meteora sparisca lasciando solo una piccola scia o che le sconcertanti semplificazioni del comico-politico lascino insoddisfatti cittadini dai gusti raffinati. C’era una folla smisurata ieri ad ascoltare Grillo a Genova, una adunanza gigantesca di persone in carne e ossa (altro che partito virtuale) davanti al corpaccione mobile del leader-conduttore-presentatore. Un po’ concertone del 1° Maggio, un po’ comizione politico, non si poteva sperare di meglio per dare il calcio di inizio alla campagna elettorale per le europee. Grillo usa i temi e il metodo di sempre. Non cambia nulla nel suo messaggio. Ma il contesto della competizione europea gli sarà ancora più favorevole.

La «rivoluzione culturale» da Roma a Bruxelles. Accantonata per un attimo la lotta contro la casta, e messa temporaneamente in naftalina l’armatura del guerriero (solo un timido tut-ti-a-ca-sa intonato dalla folla), Grillo rispolvera i temi classici delle origini, quelli che hanno segnato la nascita del Movimento. Da un lato la lotta contro la moneta unica e l’Europa delle tecno-burocrazie, che opprimono con i loro oscuri bizantinismi i popoli-sovrani; dall’altro la ricerca di un neo-ambientalismo sostenibile. Temi cari alla destra e cari alla sinistra, così che tutti possano stare dentro. Grillo torna a proporre il referendum sull’Euro, l’introduzione dei dazi sui prodotti, la difesa del made in Italy, il cartello dei Paesi del Sud contro la Germania dei ricchi e i Paesi del Nord. Martella poi sulle energie rinnovabili, la bioedilizia e la reinvenzione green del lavoro. Nulla di nuovo, se si pensa ai 20 punti del Febbraio 2013. Stesse convinzioni snocciolate come verità assolute, indiscutibili. Infarcite da grafici banali e citazioni sgangherate. Inutile chiedere al capo dei capi di sviscerare i pro e i contro. E’ tutto molto semplice. «Si va in Europa e si cambia tutto».

Il governo del popolo, dal popolo, per il popolo. Torna l’utopia del Movimento 5 Stelle. L’appello al popolo-sovrano che deve riappropriarsi del potere. I cittadini comuni che scoperchiano il marcio delle istituzioni. «Io non mi sono messo a fare politica. Io facevo l’idrogeno in casa, sono curioso. Il falegname, l’elettricista tutti devono dare una mano». Più che una anti-democrazia quella dei 5 Stelle è una immaginifica democrazia perfetta, che realizza tutte le iniziative dei cittadini, restituendo, con ricette alla portata di tutti, una superiore etica pubblica, giustizia, benessere e libertà. E’ la visione «redentrice» della democrazia che garantisce la salvezza ai cittadini senza l’odiosa intermediazione dei partiti.

E’ un’offerta che oggi in Europa trova diversi pubblici disponibili a comprarla. In tutti i Paesi dell’Unione i movimenti populisti ed euroscettici vedono crescere i loro consensi grazie, più o meno, alle stesse rivendicazioni e utopie. Tuttavia il Movimento 5 Stelle gode di un consenso di gran lunga superiore ai cugini tedeschi, francesi, britannici o olandesi, perché non solo Grillo capitalizza sulla crisi economica (da noi più profonda che altrove) e sulla stanchezza nei confronti di un’Europa considerata opaca e occhiuta mandante di condizioni non più sopportabili. Da noi è la crisi della politica che ancora morde. E l’esistenza di un governo non espressione di un mandato elettorale facilita il gioco dell’accostamento tra un’Europa manovrata da oscure tecnocrazie e una politica domestica, nella narrazione di Grillo, governata dal Quirinale (contro cui non a caso ha rivolto l’ennesimo attacco). La sfiducia nei confronti di partiti arroccati in difesa continua a essere altissima. Grillo è sempre uguale a se stesso; i suoi parlamentari pure. Sono gli altri che devono recuperare terreno. Ma se continuano ad arretrare, intimoriti dal voto e al tempo stesso incapaci di prendere decisioni esemplari, la folla di Genova è destinata a ingrossarsi, fino al possibile epilogo di un risultato sonante alle elezioni europee.


Renzi e Alfano ai ferri corti: ora Letta è appeso a un filo
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 2 dicembre 2013)

Il governo è sull’orlo di una crisi di nervi. L’acido botta e risposta a distanza tra Angelino Alfano e Matteo Renzi si consuma tutto sulle pagine di Repubblica.
E a farne le spese è il premier Enrico Letta che oggi salirà al Colle per fare il punto con Giorgio Napolitano sull’iter parlamentare della fiducia che andrà a pietire alle Camere.
All’indomani dell’attacco a muso duro del sindaco di Firenze, che ha dato il benservito al vicepremier, Alfano prova a mostrare i muscoli e concede una contro-intervista al quotidiano diretto da Ezio Mauro per avvertire il futuro segretario del Pd. “Non tiri troppo la corda”, è l’avvertimento. Ma la corda, a cui è appeso l’esecutivo, si sta sfilacciando. E la rottura è prossima.

Renzi ha cambiato verso, per dirla con Pippo Civati. E da “amico” del governo, come si era presentato nel match televisivo su Sky, è tornato su posizioni belligeranti. Una giravolta repentina registrata ieri dalla Repubblica in una intervista aggressiva e dai toni infuocati: “Con me il Pd volta pagina, la mia forza mi consente di porre tre condizioni al governo, se le accoglie bene, altrimenti dico addio alla maggioranza”. Un allarmante ultimatum per Letta alla vigilia del faccia-a-faccia con Napolitano, ma soprattutto uno schiaffo in faccia ad Alfano che ai suoi occhi aveva alzato un po’ troppo la cresta dicendo di avere potere di vita o di morte sul governo.

“Ricordi che io ho 300 deputati, lui solo 30 – gli ha ricordato senza mezzi termini – se si va al voto, io non ho paura, lui sì perché Berlusconi lo asfalta”. Insomma, dal “patto a tre” (Letta-Renzi-Alfano) il Paese è tornato, nel giro di poche ore, sul baratro della crisi. “Nulla di tutto questo”, ha rassicurato il mediatore Dario Franceschini a conoscenza di una fantomatica “intesa” tra il premier e il sindaco per puntellare l’esecutivo. Tuttavia, ad Alfano i modi di Renzi devono essere apparsi un tantino bruschi. Così, dopo una lunga giornata di punzecchiature e battibecchi a distanza, il vicepremier è andato a rilasciare una contro-intervista a Repubblica per far sentire la sua voce. “Renzi non tiri troppo la corda perché noi non abbiamo paura di andare a votare – è l’avvertimento – decida lui se assumersi la responsabilità di far cadere il premier del suo partito”.

In realtà, i toni di Alfano sono tutt’altro che intimidatori. Anziché far pesare il proprio ruolo all’interno del centrodestra, prova a elemosinare un patto per il 2014 per poi tornare alle urne nel 2015. Il ragionamento è che Renzi attacchi il vicepremier per colpire Palazzo Chigi. “Certo, è un modo per far fibrillare il governo – ha spiegato – tra una settimana, però, ci sarà il nuovo segretario del Pd e finalmente avranno altro cui pensare”. Da mesi il governo è condizionato dallo scontro interno al Partito democratico che, dopo il flop di Pier Luigi Bersani, ha vissuto lo psicodramma del cambio al vertice. “Magari adesso riusciranno a pensare anche ai problemi del Paese…”, ha commentato Alfano proponendo una sorta di “contratto di governo”. Un patto che difficilmente verrà mantenuto tra i tre sottoscrittori, tutti in campo per una battaglia personalistica che poco ha a che vedere col bene del Paese. Tanto che alla proposta di Alfano Renzi ha risposto facendo la linguaccia: “Se Alfano vuole fare polemica sappia che non ci troverà perché siamo impegnati a parlare con gli italiani”.


I senatori a vita: con i socialisti e i vendoliani
di Redazione
(da “Libero”, 2 dicembre 2013)

I senatori a vita prendono posizione. Nel giorno della decadenza di Silvio Berlusconi sono finiti sotto gli strali di Sandro Bondi che ha urlato: “Vergogna” (si riferiva al fatto che loro, in Aula, si erano presentati soltanto o quasi nel giorno cruciale per il Cav). Ma in questi giorni una scissione si è verificata anche tra di loro. Forse la parola “scissione” è esagerata ma certamente si tratta di un riposizionamento che ha delle ripercussioni politiche. Come scrive La Stampa, due dei quattro senatori scelti alla fine di agosto da Giorgio Napolitano, hanno scelto di stare con Carlo Rubbia ed Elena Cattaneo e hanno formalizzato il loro passaggio dal Gruppo Misto al gruppo per le autonomie Psi. Si uniscono quindi a Riccardo Nencini ed Enrico BuemiClaudio Abbado e Renzo Piano invece sono rimasti al Misto dove è iscritto anche Carlo Azeglio Ciampi con sette senatori vendoliani di Sel e cinque ex grillini approdati al Gruppo Misto dopo la diaspora da Grillo.


Ferrara: “Lupi mi fa ribrezzo, Formigoni mi fa venire i brividi”
di Redazione
(da “Libero”, 2 dicembre 2013)

La zampata dell’Elefantino, questa volta, è ancora più veemente, più difficile da incassare. Un colpo da ko, quello scoccato da Giuliano Ferrara su Il Foglio del lunedì, contro Maurizio Lupi e Roberto Formigoni, due protagonisti della scissione, due fondatori del Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Insieme a loro, nel mirino, ci finiscono anche Magdi Cristiano Allam ed Eugenio Scalfari, ma è contro i due ciellini che l’intensità dell’attacco è spaventosa. Ferrara, nel suo editoriale, parte proprio da Cl e premette: “Ho amato molto il popolo ciellino e alcuni dei loro leader che si esposero con passione e foga rudimentali ma autentiche nelle battaglie culturali dei primi anni del nuovo secolo”.

Il ribrezzo per Lupi – A fronte di quei leader che “ho amato molto”, però, c’è per esempio Lupi, che Ferrara ricorda mentre “regge la coda battesimale di Magdi Cristiano Allam e mi sembra il solito incubo di chi combatte per certe idee e incontra il becchino delle cause giuste sul suo cammino”. Allam, dunque, si trasforma in “becchino delle cause giuste”, ma Lupi, all’Elefantino, fa ribrezzo. Perché? Presto spiegato: “L’idea che si possa scroccare un simbolo di conversione alla presenza di un Papa come Ratzinger, e nei giorni della Pasqua, mi ha sempre fatto ribrezzo”. Appunto. Quindi una digressione su Allam, “il battezzato” che “non ha fatto che cercare nuovi grotteschi battesimi del fuoco nei meandri e nei recessi più improbabili della politichetta nazionale di serie B”, fino ad approdare in Fratelli d’Italia (“oooops!”, scrive ironico Ferrara).

“Che spettacolo…” – Archiviato Lupi, la furiosa passeggiata dell’Elefantino prosegue sulle membra di Formigoni, che “audacemente si sottopone allo screening televisivo di Santoro dopo l’emancipazione opportunista dei ministeriali”. “Mamma mia, che spettacolo – prosegue -. Marco Travaglio (ce ne ha anche per lui, ndr), che nella circostanza sembrava un angelo da quel demonio che è, gli ha fatto una domandina semplice: che senso avesse mollare Berlusconi una settimana prima della decadenza da senatore senza nemmeno accettare a uno scarto di identità”. Secondo il direttore, “Formigoni avrebbe potuto essere sincero, avrebbe potuto dire che non ce la facevano più, che la sua e quella dei suoi amici opportunisti era una storia individuale e collettiva tutta da riscrivere, che aveva vissuto un dramma tra fede e sacrestia, tuffi e case in Sardegna”, ed eccetera eccetera. Se così avesse detto, sottolinea Ferrara, “se non altro” Formigoni si sarebbe guadagnato “la credibilità personale minima necessaria di un peccatore in cerca di perdone”. Ma invece, “niente di tutto ciò”.

A valanga contro Formigoni – La tirata contro l’ex governatore della Lombardia prosegue. Durissima. “Quello che ha parlato con lingua biforcuta e poco evangelica – verga l’Elefantino – era un burocrate dalla pronuncia di lego, un volto di una ipocrisia irritante, spocchiosa e vana, con un sorriso così tremendamente italiota, un linguaggio del corpo così confortevolmente impacciato, così falso e inelegante da fare venire i brividi anche a un immoralista quale mi ritengo. Si intuiva – prosegue velenoso – il progetto di ritessere, con qualche compiacente intervista a Repubblica, e lasciando cadere i compagni d’avventura di un tempo che l’avevano difeso contro i denti aguzzi delle procure e delle inquisizioni mediatiche, un’immagine perbene e accettabile in società al riparo del partito del nipote di Gianni Letta”. Il Celeste viene quindi così ribattezzato: “Roberto Cristiano Formigoni”.

E contro Barbapapà… – Dopo gli attacchi, le conclusioni, altrettanto dure. “Se questi (Lupi e Formigoni, ndr) avessero detto: siamo stati protagonisti di un incubo, ci tagliamo i ponti alle spalle, vogliamo costruire qualcosa di nuovo (…) e ci dissociamo dalla linea della nuova Forza Italia per convinzione politica, bah, forse si sarebbero guadagnati un angolo di paradiso tra le persone intelligenti e sincere”. Non è andata così. E Ferrara scrive: “Ma passare dal voto per la nipote di Mubarak a quello per il nipote di Gianni con la stessa callidità di sempre è stato, in particolare per leader che avevano giocato la carta cristiana in politica, uno spettacolo che sfida perfino la misericordia di Francesco”. Infine una chiosa con cui Ferrara mette al tappeto anche il fondatore di Repubblica: “Ci vuole lo stomaco di una antica maitresse-à-penser come Scalfari per considerare nuova destra repubblicana un’accolita di sepolcri imbiancati”.


Colle ricco, mi ci ficco!
di Dagoreport
da “Dagospia”, 2 dicembre 2013)

Colle ricco, mi ci ficco! Avvertite Bella Napoli che la corsa per la conquista della poltrona del Quirinale ha registrato un’accelerazione imprevista. Alla richiesta di impeachment del BeppeMao si somma la ben nota insofferenza di Matteuccio Renzi che sta facendo breccia tra i suoi azionisti (leggi parlamentari Pd), quindi i giochi in primavera si possono riaprire.

Tra i possibili concorrenti alla grand boucle quirinalizia in pole position il sempreverde Mariuccio Draghi in rapporti sempre più tesi con Frau Merkel. Così, come ogni attore o modella in cerca di successo, il nostro Mariuccio comincia a farsi il book, come si dice nel mondo della moda, per registrare incontri e foto che gli serviranno al momento giusto.

E inizia da Roma con un tocco nazionalpopolare. Che ha fatto il nostro Mariuccio? Ieri si è recato in supermercato Casal Bertone, alla periferia orientale di Roma, per partecipare alla colletta alimentare, cioè la spesa a favore della gente bisognosa. Fin qui niente di male, anzi un’azione indubbiamente encomiabile.

Perché allora il nostro Mariuccio, in giacca e cravatta come dovesse partecipare ad un riunione della Bce, si è fatto immortalare attorniato dai giovani volontari facendo fare alla foto il giro rete? Tenta di dare una spiegazione l’agenzia LaPresse nella sua entusiastica cronaca: “Mario Draghi partecipa alla colletta alimentare. A scoprirlo è stato ‘Linkiesta’ che ha pizzicato il presidente della Banca Centrale Europea nell’ipermercato Auchan di Casal Bertone, a Roma. Draghi era accompagnato dalla moglie e ha donato al Banco alimentare un carrello pieno di cibo, alimenti per l’infanzia, latte e omogeneizzati. Il presidente della Bce voleva restare in incognito, ma una foto scattata con i volontari della Colletta l’ha incastrato”, si legge nel take dell’agenzia.

Le ciambelle (trattandosi di colletta alimentare) non sempre escono col buco. Il Corrierone dei poteri marci, bardo da sempre delle azioni di Mariuccio, non può tacere la notizia ma la relega a pagina 26. Sempre meglio di niente e non ti abbattere la prossima volta andrà meglio. Un consiglio, per questo tipo di pubblicità, rivolgiti ad Alfonso Signorini. Alfonsino la pazza per questo tipo di operazioni è il numero uno. Non ha rivali.


Quirinale, c’è Draghi se Napolitano lascia
di Redazione
(da “Libero”, 1 dicembre 2013)

Un Quirinale accerchiato. Contro Giorgio Napolitano continua a sparare ad alzo zero il guitto ligure Beppe Grillo, che insiste nel reiterare la sua pseudo-folkloristica richiesta di impeachment, che conta il giusto. Quel che conta, semmai, è l’ortodossia degli onorevoli, che eterodiretti dal grande capo Beppe, compatti, si schierano contro il Colle. Tra le fila delle truppe antiquirinalizie non si possono scordare i forzisti, deputati e senatori ex Pdl, capeggiati da Silvio Berlusconi, che dopo lo strappo hanno abbandonato la maggioranza delle (furono) larghe intese e continuano la loro battaglia contro Napolitano, finito in cima alla lista degli “indiziati” per il trattamento subito dal loro leader, concluso (per ora) con la decadenza.

Il plotone – Grillini e berlusconiani. Ma anche renziani. Già, perché il Colle fa venire il maldipancia pure al sindaco rottamatore, a quel Matteo Renzi che tra meno di una settimana si sarà preso il Partito democratico con la vittoria stra-annunciata alle primarie. Non è certo un mistero: Renzi soffre Napolitano, e come lui, ora, anche molti parlamentari del Pd. Proprio quel Pd che tra poco Matteo si prenderà. Dunque, a breve, contro Napolitano si potrebbe venire a plasmare la più trasversale delle fronde: che parte da destra con Berlusconi e si conclude a sinistra con Renzi, in mezzo le scheggie impazzite a Cinque Stelle.

Il candidato – Colle accerchiato, come detto. E se cadesse Letta, è cosa nota, Napolitano rassegnerebbe all’istante le sue dimissioni: come ha più volte lasciato intendere, ha accettato il secondo mandato alla presidenza della Repubblica a patto che il governo da lui creato continui il suo lavoro (ipotesi, ora, decisamente più improbabile nel medio-lungo termine). Dunque, a primavera, potrebbe concretarsi il “ribaltone” al Colle: governo addio, Napolitano pure e il via alla “caccia” a un nuovo inquilino per il Quirinale. E questo nuovo inquilino, secondo Dagospia, potrebbe essere l’attuale presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.

Quella foto… – Il governatore gode di stima diffusa, tra le fila del Pd così come tra i centristi e a destra, sia che si parli di Forza Italia sia che si parli di Nuovo Centrodestra. Inoltre dall’inizio del suo mandato all’Eurotower si è posto come un baluardo verso lo strapotere della Merkel e di Berlino, un punto a suo favore nel Parlamento italiano. Draghi, insomma, pare il candidato ideale, l’uomo designato a prendersi le chiavi del Colle. Dagospia, con malizia, fa notare come la foto circolata domenica sul web (pizzicato da Linkiesta, Draghi ha partecipato a una colletta alimentare in un supermarket alla periferia di Roma) potrebbe essere un primo spot in vista della candidatura. L’immagine conta…


Incontro Letta-Napolitano: fiducia alle Camere la prossima settimana
di Raffaello Binelli
(da “il Giornale”, 1 dicembre 2013)

Il faccia a faccia tra il Presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio è durato poco meno di un’ora. Giorgio Napolitano ed Enrico Letta hanno concordato una verifica in tempi stretti per l’esecutivo: già la prossima settimana il governo si recherà in parlamento per verificare, formalmente, l’esistenza di una maggioranza anche dopo lo strappo di Forza Italia.

Una verifica formale, dato che sia Letta che Napolitano, si legge in una nota del Quirinale, “hanno ribadito il convincimento che l’approvazione da parte del Senato della legge di stabilità su cui il governo aveva posto la questione di fiducia, dopo che il gruppo parlamentare Forza Italia-Il Popolo della Libertà aveva dichiarato di non condividere tale fondamentale legge e di ritirare pertanto l’appoggio al governo, ha confermato la permanenza del rapporto fiduciario anche nella nuova situazione politico-parlamentare venutasi a determinare”.

Ma se la maggioranza esiste ancora che senso ha la verifica? In primo luogo per registrare, nero su bianco, la nuova situazione politica che si è venuta a creare. Inoltre il passaggio parlamentare servirà a “prospettare indirizzi e contenuti dell’attività di governo, segnando la discontinuità intervenuta tra la precedente e la nuova maggioranza, esigenza sottolineata in particolare dalla delegazione parlamentare di Forza Italia nel corso dell’udienza del 28 novembre scorso. Tale passaggio non può che assumere i caratteri di un dibattito sulla fiducia”.

“Il Presidente Napolitano ha quindi invitato il presidente del Consiglio a concordare con i presidenti delle Camere tempi e modalità del dibattito, che potrà svolgersi già durante la prossima settimana, pur essendo tuttora in corso la sessione di bilancio”. Dopo poco il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, ha comunicato che il governo sarò in Parlamento l’11 dicembre, la mattina alla Camera e il pomeriggio al Senato.

Niente dimissioni né rimpasto
Secondo quanto trapela da ambienti del governo non ci dovrebbero essere cambi nella compagine dell’esecutivo, se non per sostituire i sottosegretari di Forza Italia. Quanto al “patto per il 2014” sarà messo a punto, ridefinendo con qualche piccola integrazione (ad esempio sulla giustizia) il programma su cui il governo ha preso la prima fiducia in aprile, al termine di un giro di consultazioni informali con i partiti che sostengono il governo e che si concluderà dopo l’elezioni del prossimo segretario del Pd. È questa la “road map” concordata in piena sintonia dal premier Letta con il capo dello Stato. Il programma per l’anno venturo, nell’intenzione del presidente del Consiglio, si dovrebbe concentrare su tre aspetti: riforme (istituzionali, della
politica e della legge elettorale); economia, con grande attenzione su lavoro, spending review e privatizzazioni; ed infine sull’Europa, con la conferma dell’impronta europeista e la messa a punto della gestione del semestre di presidenza dell’Ue. Non sembra cambiare neanche la posizione sul fronte dell’orizzonte temporale dell’Esecutivo: l’orizzonte resta di 12-18 mesi, al termine del quale il governo sarà valutato per i risultati raggiunti. Sempre che qualcuno (Renzi?) non voglia staccare prima la spina.

Forza Italia: Letta alle Camere segna crisi di fatto
“Il voto di fiducia che Letta dovrà chiedere al Parlamento va interpretato non solo come un segno chiaro di discontinuità che abbiamo da subito chiesto – dichiarano in una nota congiunta capigruppo di forza Italia, Renato Brunetta e Paolo Romani – , ma anche come una crisi di fatto. Una presa d’atto ufficiale della fine del governo delle larghe intese. Prendiamo atto della sollecita risposta del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, alla nostra richiesta su una parlamentarizzazione della crisi
di governo, dopo l`uscita di Forza Italia dalla maggioranza che sosteneva l’esecutivo Letta. Con questo passaggio alle Camere finirà in modo definitivo il governo delle larghe intese, e con esso questa fase della legislatura”.


Precisazione del giudice Esposito
(da “Dagospia”, 1 dicembre 2013)

Al direttore di Dagospia.

Leggo sul sito di Dagospia la seguente notizia, apparsa alle ore 15,48 del 28 novembre 2013: “NON DITE AL BANANA CHE OGGI A ROMA C’E’ CHI HA BRINDATO ALLA SUA SALUTE. ALLE 14 IN PUNTO, IL GIUDICE ANTONIO ESPOSITO HA FATTO IL SUO INGRESSO ALLO SPLENDOR PARTHENOPES INSIEME AL COLLEGA DAVIGO” “A un passo dal Palazzaccio, il presidente della sezione feriale della Cassazione che ha condannato il Cavaliere ha diviso ill desco in allegria con l’ex “professore” del pool di Mani Pulite. Tante risate, saluti a destra e a manca, e un caro pensiero al decaduto di Arcore…”

Poiché la notizia così come rappresentata è frutto di pura fantasia, La invito, a norma di legge, e con riserva di azione legale, a pubblicare immediatamente la seguente smentita: il Dott. Antonio Esposito, e gli altri sei componenti delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, tra i quali precisamente il Presidente della Corte stessa, Dott. Santacroce, e il consigliere Dott. Davigo, si sono recati – dopo che l’udienza di quel giorno era stata aggiornata alle ore 15 – per consumare un rapido pranzo presso il ristorante Splendor, sito a pochi metri dal Palazzo di Giustizia – pieno, come sempre, di magistrati che lavorano nell’adiacente Cassazione -.

Quindi, nessun “brindisi alla salute” di chicchessia, nessuna “divisione del desco in allegria”, né “tante risate, saluti a destra e a manca”, nessun “caro pensiero” ad alcuno, circostanze queste semplicemente e completamente inventate. Si è trattato della normale e usuale colazione che i magistrati consumano presso il vicino ristorante prima di riprendere l’udienza o iniziare la Camera di Consiglio.

Dott. Antonio Esposito
___
(Mah! Tutto è possibile: anche che quel giorno Esposito fosse triste dentro di sé per la cacciata del caimano. bdm)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart