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LETTERATURA: INCIPIT: Giacinta Caruso: “L’uomo che rubava manoscritti”, Flaccovio, 2008

19 Marzo 2008

Als ich kan

Capitolo 1

Lunedì

Tutto iniziò con un trafiletto sul Daily Mail. Lise King lo lesse mentre faceva colazione. Era un afoso lunedì di luglio. Londra era stata investita da un’ondata di caldo eccezionale con temperature che già alle otto del mattino superavano i trenta gradi Celsius. L’elevato tasso d’umidità rendeva l’aria opprimente. Lise aveva aperto tutte le finestre del minuscolo appartamento di Atlantic Road, a Brixton, ma era stato inutile: si soffocava. Scoraggiata, pensò che forse era venuto il momento di comprare un ventilatore.
Dopo essersi tolta la t-shirt che indossava per dormire e fermato sulla nuca i lunghi capelli castani, aprì il giornale e vide il trafiletto. Erano poche righe in fondo alla pagina che la fecero sobbalzare sulla sedia.
Il giorno prima un uomo era caduto dal Cutty Sark e si era schiantato sulla banchina scatenando il panico fra i turisti che facevano la fila per visitare lo storico veliero ancorato a Greenwich. L’uomo era morto sul colpo e non era stato possibile identificarlo perché privo di documenti. La polizia forniva un identikit nella speranza che qualcuno lo riconoscesse: alto, sui quaranta, aspetto latino, capelli e occhi scuri, aveva un vistoso tatuaggio sul braccio sinistro, un cuore con la scritta Nicole Forever.
Lise aveva trattenuto il fiato. Conosceva quel tatuaggio. Ricordava perfettamente il giorno in cui l’aveva visto per la prima volta. La rabbia era stata così devastante che aveva detto cose di cui poi si era pentita.

Lise si era trasferita a Brixton due anni prima. Aveva scelto il quartiere degli immigrati caraibici non perché fosse diventato di moda, ma perché quello di Atlantic Road era l’unico appartamento che era riuscita a trovare quando il ragazzo con cui viveva, all’improvviso, l’aveva scaricata. Siccome la casa era del suo ex, Lise era stata costretta a fare le valigie. All’inizio si era rifugiata da un’amica, ma la convivenza si era rivelata difficile, così appena l’agenzia le aveva proposto l’appartamento di Atlantic Road l’aveva preso senza pensarci neppure un attimo.
Lise scriveva guide turistiche per un piccolo editore. Lavorava a casa e per arrotondare accettava anche collaborazioni extra, come quella che poco dopo il suo trasferimento a Brixton le era stata offerta dalla Rcp (Real Creative Partners), un’agenzia con sede nel quartiere, che esaminava progetti per cinema e tv e poi li proponeva a produttori e reti televisive.
Il capo e fondatore della Rcp si chiamava Jack Bignell. Figlio di un inglese e una francese che lavoravano per un’organizzazione umanitaria, era cresciuto in Costa d’Avorio e per la maggior parte dei suoi quarantacinque anni si era spostato da un capo all’altro dell’Africa per girare documentari che un’associazione cattolica poi riversava su cassetta e vendeva in tutto il mondo. Qualche anno prima, però, Jack Bignell aveva abbandonato la sua professione e si era stabilito a Londra, dove aveva fondato la Rcp.
Da sempre Lise inseguiva un sogno: diventare sceneggiatrice. Aveva frequentato corsi, partecipato a seminari e conferenze, si era procurata i migliori software che insegnavano come scrivere un copione, era addirittura arrivata al punto di pagare uno scrittore perché esaminasse ogni sua nuova sceneggiatura per migliorarla. Però i risultati erano stati sconfortanti. Nessun produttore a cui aveva mandato i suoi lavori aveva mai risposto.
Poi un giorno aveva notato in Effra Road la targa della Rcp. Si era presentata convinta di incassare l’ennesimo rifiuto, ma Jack Bignell non le aveva sbattuto la porta in faccia. Anzi. Si era mostrato entusiasta delle sue idee al punto di proporle di scrivere con un altro sceneggiatore un serial su una suora missionaria in Africa.
Non era quello che aveva sognato, ma Lise ne fu comunque felice. Finalmente, pensò grata, qualcuno le offriva un’opportunità.
Così conobbe l’uomo del tatuaggio.
Jack Bignell li aveva presentati il luglio precedente. Lise ricordava che era lunedì, come quel giorno, ma faceva freddo. Tirava un vento gelido da nord che le aveva fatto rimpiangere di non aver indossato una giacca. Infatti era andata all’appuntamento con il suo vestito preferito: un modello senza maniche di seta nera a piccoli pois bianchi.
Qualche mese dopo l’uomo del tatuaggio, per convincerla del fatto che il loro primo incontro era impresso per sempre nella sua memoria, aveva detto compiaciuto che ricordava persino com’era vestita: portava un abito verde a pois. Lei non aveva fatto commenti, ma aveva pensato che, a meno che non fosse daltonico, era proprio un gran bastardo.
Quel lunedì di luglio, quando Lise era entrata nell’ufficio di Effra Road, Jack Bignell era in compagnia di un tipo alto con gli occhiali, vestito completamente di nero. Il contrasto fra lui e Bignell non passava inosservato. Quest’ultimo aveva lunghi capelli biondi, lineamenti regolari e occhi azzurri che gli conferivano un aspetto dolce e rassicurante. L’uomo con gli occhiali invece aveva pelle, capelli e occhi scuri, tratti molto marcati e un’aria vagamente minacciosa.
Lise aveva pensato subito che era brutto e, inspiegabilmente, aveva provato una punta di delusione.
Dopo le presentazioni, mentre aspettavano che Bignell servisse il caffè, l’uomo le aveva chiesto a bruciapelo:
“Hai visto Butterfly Kiss?”.
Butterfly Kiss era un film di Michael Winterbottom, ma Lise non lo aveva visto.
Quando lo disse all’uomo, lui scosse leggermente il capo facendo una smorfia e Lise capì che era stata appena sottoposta a un esame, ma non lo aveva superato.
Naturalmente il giorno dopo si era precipitata a cercare il dvd di Butterfly Kiss. Il film era una storia di lesbiche. Più tardi Lise si era resa conto che già quell’episodio avrebbe dovuto metterla in guardia sull’uomo del tatuaggio.

Lise si riscosse dai ricordi. Non riusciva a credere che ora lui fosse morto. Sfracellato sulla banchina di Greenwich, per giunta. Non lo vedeva da ottobre, ma in quel lasso di tempo non era trascorsa settimana senza che non avesse messo a punto un piano per riprendersi quello che lui le aveva sottratto con l’inganno.
La sua morte ora risolveva, di colpo e senza che lei dovesse muovere un dito, un problema che l’aveva angustiata per otto lunghi mesi.
Ma prima doveva scoprire il suo indirizzo. Quando l’aveva conosciuto, l’uomo del tatuaggio abitava a Brixton, sopra il ristorante italiano di Market Row, dove saltuariamente lavorava come cameriere.
Una volta le aveva raccontato che in passato si era mantenuto per sei mesi a Los Angeles servendo cappuccini in un bar. Era andato in California per partecipare alla Screenwriting Expo, una manifestazione di tre giorni riservata ad aspiranti sceneggiatori provenienti da tutto il mondo, ai quali veniva offerta la possibilità di presentare la propria idea a una schiera di agenti e produttori hollywoodiani.
Anche Lise sognava di parteciparvi. La manifestazione di Los Angeles era una sorta di mercato delle proposte, una vetrina troppo importante per rinunciarvi. Era risaputo che chiunque negli Usa avesse un’idea buona e le capacità tecniche per svilupparla poteva sfondare.
L’uomo del tatuaggio però aveva fallito. Si era presentato nelle sale del Los Angeles Convention Center con tre proposte. Aveva avuto cinque minuti per illustrare ognuna di esse a una commissione di produttori e manager. Purtroppo non erano piaciute.
Lui l’aveva presa con filosofia. Non era un ingenuo. Sapeva che ogni anno a Hollywood venivano registrate circa cinquantamila sceneggiature, ma gli studios ne acquistavano solo qualche centinaio. E di queste, pochissime diventavano film. Così, superata la delusione, aveva deciso di rimanere a Los Angeles per tentare la fortuna. Però aveva resistito solo sei mesi. Rivelò a Lise che in quel periodo si era svegliato spesso di notte, confuso e disorientato, senza sapere chi fosse e quanti anni avesse. La cosa, oltre che spaventarlo, l’aveva convinto che era giunto il momento di tornare a Londra.
Lise sapeva che non abitava più in Market Row, ma non conosceva il suo nuovo indirizzo.
Con un sospiro si alzò e mise i piatti della colazione nel lavandino. Li avrebbe lavati più tardi. Se voleva riprendersi quello che le era stato rubato, era venuto il momento di dare un nome all’uomo del tatuaggio.

All’Amit, l’Area Major Investigation Team, di South Londra furono molto cortesi con Lise. La ricevette un ispettore di mezz’età, basso e tarchiato. Si chiamava Skenan.
“Così crede di conoscere l’uomo caduto dal Cutty Sark”, disse scrutandola attentamente. Aveva occhi sporgenti, di un celeste slavato, che le fecero venire in mente quelli di un bambolotto che aveva avuto da bambina. Un giorno, per curiosità, aveva provato a cavarli per vedere com’erano fatti. Non c’era riuscita e gli occhi del bambolotto, a causa dei suoi tentativi, erano rimasti leggermente in fuori. Come quelli dell’ispettore che aveva davanti.
“Se ho ben capito, era italiano e viveva da molti anni a Londra”, continuò lui.
“Da almeno dieci”, confermò Lise.
“Come si chiamava”.
“Max”.
“E il cognome?”.
“Non lo ricordo. Era lungo e impronunciabile”.
L’ispettore Skenan rimase per qualche istante assorto.
“Che lavoro faceva?”.
Lise esitò. L’uomo del tatuaggio non aveva né arte né parte. Escludendo qualche occupazione occasionale, come quella di cameriere, non aveva mai lavorato nel vero senso del termine. La sua vita, dall’adolescenza in poi, era stata una lunga sequenza di fallimenti.
Lise si accorse che l’ispettore la stava fissando. “Non sa neppure quale fosse la sua professione?”.
Lei deglutì nervosamente. “Per la verità, quando l’ho conosciuto diceva di essere uno sceneggiatore. Infatti ci presentò il titolare della Rcp, un’agenzia di Effra Road che si occupa di cinema e tv. Dovevamo scrivere una sceneggiatura per un serial televisivo”.
“E l’avete fatto?”.
Lise s’irrigidì. “No”.
“Come mai?”.
La ragazza evitò lo sguardo indagatore di Skenan. “Scoprimmo di non essere adatti a lavorare insieme”, disse tutto d’un fiato.
“Mi sta forse dicendo che avete litigato?”.
Lise annuì.
“Quindi è una sceneggiatrice”, osservò in tono accusatorio l’ispettore. “Mi aveva fatto credere che si guadagna da vivere scrivendo guide turistiche”.
“Infatti è così. Scrivere sceneggiature è soltanto un hobby”, disse mentendo. Se avesse parlato del suo sogno, Skenan non avrebbe capito.
“Dove abitava?”.
Questo mi auguro proprio di scoprirlo grazie a voi, pensò Lise. Se era andata alla polizia, era soltanto perché sperava che rintracciassero rapidamente l’indirizzo dell’uomo del tatuaggio.
“Quando lo frequentavo viveva in Market Row. Ho saputo però che ha traslocato. Jack Bignell, il titolare della Rcp, era suo amico. Lui dovrebbe essere in grado di dirvi cognome e indirizzo”.
“Quando ha visto Max per l’ultima volta?”.
Lise si morse il labbro inferiore. Nella sua mente passò rapida l’immagine dell’uomo del tatuaggio fermo davanti al cinema Ritzy mentre irretiva la sua ultima preda, una biondina che aveva meno di vent’anni e lo guardava con occhi adoranti. Era il cinque novembre dell’anno precedente. Ricordava bene la data perché era il giorno in cui l’avevano scippata all’uscita della metropolitana di Brixton. Aveva in borsa un taccuino con gli appunti per una guida dei labirinti del Regno Unito e aveva dovuto rifare il lavoro da capo.
“Nell’autunno scorso, credo”, rispose evitando di guardare l’ispettore. “Ma non ci siamo parlati. Passavo per Effra Road e l’ho visto fermo davanti al cinema Ritzy”.
“Era solo?”.
Lise trasse un respiro profondo. “No, stava parlando con una ragazza”.
Lo sguardo di Skenan si fece attento. “Sa chi era?”.
Lei scosse la testa. “Siete sicuri che si sia trattato di un incidente?”, chiese poi in tono incerto. “Non potrebbe essersi gettato?”.
L’ispettore le rivolse un’occhiata scettica.
“Un suicidio? Mi sembra poco probabile. Ora, signorina King, dovrà venire con me all’obitorio per il riconoscimento”, disse alzandosi.

Scheda del volumeAutrice: Giacinta Caruso
Titolo: L’uomo che rubava manoscritti
Editore: Dario Flaccovio
Pagine: 142
Prezzo: 12,00 euro
Isbn: 978-88-7758-806-7Contenuto: Leggendo il giornale, Lise King scopre che lo sconosciuto precipitato dal Cutty Sark al quale la polizia sta cercando di dare un nome è Max, l’uomo che qualche tempo prima le aveva rubato una sceneggiatura, scomparendo poi nel nulla. Per cercare di recuperare il manoscritto, va all’obitorio per identificare il cadavere, ma non è la sola a farlo. Anche Jamaica Jones, una nera dalla bellezza abbagliante, sostiene di sapere chi è il morto. Intanto la polizia accerta che l’uomo non è caduto dal veliero, ma è stato spinto. Mentre cerca di ricostruire gli ultimi giorni di vita di Max, Lise trova il quaderno di appunti dove lui aveva espresso il desiderio di realizzare un film su un campione automobilistico del passato: Achille Varzi, eterno rivale di Tazio Nuvolari. Lise decide di rubare l’idea a Max. Achille Varzi, negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali, aveva bruciato la sua carriera sportiva per amore di una bellissima nobildonna tedesca, moglie di un gerarca nazista, che lo aveva iniziato alla morfina. Proprio a causa della droga, il campione era stato costretto a ritirarsi dalle corse, tornando in pista solo dopo la seconda guerra mondiale. Ma purtroppo aveva perso la vita durante una gara. Lise decide di appropriarsi del sogno di Max. Scriverà lei la sceneggiatura sulla vita di Varzi. Le cose però si complicano. Lise si ritrova a fare i conti con il passato ambiguo dell’uomo, che riserva scioccanti sorprese, fino a finire nel mirino del suo assassino.Biografia autrice: Giacinta Caruso è nata e vive al lago Albano, in provincia di Roma. Ha lavorato per una decina d’anni come giornalista per un quotidiano romano. “Il giardino delle delizie”(Dario Flaccovio, 2005)  è il suo primo romanzo. Il secondo, sempre per lo stesso editore, è “Il triangolo di Rembrandt” (2006). Con questi due libri, l’autrice è tradotta o in corso di traduzione in Serbia, Repubblica Ceca, Russia, Argentina e paesi di lingua spagnola. Con Dario Flaccovio ha pubblicato anche “Il quadrato magico di Dürer” (2007).

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart