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LETTERATURA: INCIPIT: Hector Luis Belial, “Saxophone Street Blues”, Las Vegas edizioni, 2008

13 Marzo 2008

 El Niño, parte I

La ritrovarono in una pozza di sangue. Nuda, bellissima, e morta. Solo un altro rifiuto solido umano, gelido nella notte di Saxophone Street.
Gli occhi di Samuel Brown erano massi di ghiaccio nero, fumosi e tranquilli come due bombe a mano; negli ultimi settant’anni erano diventati più duri di qualsiasi gancio fosse mai arrivato a pestarli. Ma nonostante questo, crollarono in mille pezzi, gli occhi ed il cuore del vecchio Brown si sgretolarono – come pagine epiche ed ammuffite nel più umido e dimenticato armadietto dell’archivio della polizia – quando la videro in quello stato.
Era tornata a morire lì, nello stesso identico punto in cui, sei mesi prima, qualcuno le aveva piantato un coltello nella fica. Il taglio saliva fino allo stomaco. Il coroner, un tipo verde come le salme crivellate di piombo che costituivano la sua più fedele compagnia, aveva dichiarato con un ghigno: «L’hanno aperta in due.» Il genere di umorismo di chi scherzerebbe sull’alzheimer di sua madre.
La prima volta, però, si era salvata. L’avevano ricucita, ripulita e spedita in una stanza di manicomio con un pacco di fogli sotto il braccio. Circa trentasettemila parole per dichiarare che era diventata pericolosa per se stessa. Lei di parole non ne disse più nemmeno una. Neanche a Samuel Brown.
Poi, un bel mattino, trovano la stanza di manicomio vuota, sangue sul vialetto candido, ed il suo cadavere nell’unico posto in cui avrebbe potuto essere. A Saxophone Street. Il buco di culo della città. Il buco di culo del mondo.
Aveva soltanto sedici anni.

Devo ammettere che avevo un debole per lei. Mi pesa, questa parola, debole, riferita a me stesso.
Gli uomini sono deboli, gli uomini possono sbagliare. Ma io sono un killer; l’errore non è contemplato nel mio mestiere. Anche avere un debole per una ragazzina non è contemplato. Specie quando la ragazzina vende il crack nei ghetti.
Ma lei era come me. Stessa maledetta stirpe di parassiti. Noi esistiamo, in questa città, esattamente come i virus all’interno della carne, gli errori di programmazione invisibili tra le righe del codice. Interferenze relativamente piccole nel continuum del sistema. Non abbiamo nome. Nessuno sa da dove veniamo. Né dove finiremo. Niente documenti, niente certificati, carte di credito, conti correnti, foto di famiglia, mutui, stipendi, legami.
Siamo invisibili, sì, eppure esistiamo. Poi, certo, c’è chi guadagna grosse somme di denaro per uccidere delle persone. E c’è chi fa la fame e muore ammazzato in Saxophone Street.
Fa parte del gioco.

Samuel Brown diceva che quella ragazza era la luna. Un frammento di luna che aveva perduto la via del cielo, e che si era ritrovato in un mondo col quale non aveva molto a che fare. Diceva, c’è una luce in quella ragazza, una grande luce, la gente la odia per questo. La gente odia tutto ciò che non capisce, e tende a non capire un cazzo.
Rimase là, il vecchio sbirro, nero e solitario come un baobab della savana straziato dalla motosega di una multinazionale. Rimase là fino a che la notte non portò via con sé il corpo bianco e senza vita dentro una lenta e scalcinata ambulanza. La sirena non suona quando ti portano all’obitorio – la morte non ha mai fretta. Arriva e basta, come l’inverno, come la tenebra.
Poi i raggi del sole iniziarono a squartare quel che restava della notte, spazzando via gli ultimi ravers dal club abbandonato, trascinando curiosi e flash automatici verso la pozza di sangue, risvegliando gli scarafaggi a gasolio dai bordi delle strade.
Così se ne andò anche Brown, trascinando un piede dietro l’altro, vecchio pugile fermo ad aspettare la vita che passa sotto la pensilina divelta del bus 6. Sul ring e per le strade aveva vinto più di quanto un negro della sua generazione potesse sognare in una città come questa. Ed aveva perso più di quanto qualunque uomo potesse sopportare, senza mai pensare di puntarsi il ferro alla tempia.
Ripensandoci, forse gli ho fatto un favore, quando l’ho ucciso.

SCHEDA DEL LIBRO
Titolo: Saxophone Street Blues
Autore: Hector Luis Belial
Collana: i jackpot
Uscita: gennaio 2008
Pagine: 135
Prezzo: 10 €
Isbn: 978-88-95744-01-8

CONTENUTO
La notte del 30 settembre 1999 una ragazza viene violentata ed uccisa a Saxophone Street.
La mattina del 1° ottobre un bus dell’azienda pubblica di trasporti viene abbandonato di fronte alle vetrine di un grande magazzino. All’interno, cinque cadaveri. Un dj, un criminale appena uscito di galera, un boss mafioso, un ragazzo, un vecchio poliziotto. Tutti morti. E nessuno innocente: tutti quanti hanno passato la notte a Saxophone Street.

AUTORE
Hector Luis Belial ̬ nato nel 1987 da qualche parte nel mondo e attualmente vive a Milano. Il resto non lo conosce nessuno. Belial stesso Рo chi per lui Рsi diverte ad alimentare la propria leggenda proponendo le sue biografie potenziali sul blog www.hectorbelial.blogspot.com.


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1 commento

  1. Comment di max sem sahl — 24 Giugno 2008 @ 15:20

    Non comprerò questo libro. Non reggo questo tono narrativo da bronx post-moderno, impastato di luoghi (molto, troppo) comuni. Il killer, tanto per cominciare. Un killer vagamente (e superficialmente) sentimentale. E poi il vecchio poliziotto negro “che nella vita le ha viste tutte”, cinico e disincantato, eppure ancora capace di commuoversi per una ragazzina seviziata. E il pugnale nella fica, il ventre squarciato. Non so perché (forse per un’associazione di idee del tutto soggettiva), mi ricorda Jack lo Squartatore, e sono passati più di cento anni. Valeva la pena di inventare qualcosa di nuovo. E un d.j. (poteva mancare?). E un boss mafioso (tanto per non privarci di nulla). Perfino il nome della strada è un riferimento diretto (e troppo immediato, troppo ovvio) alla “atmosfera” che si vuole evocare. Il fatto è che non riesco a leggere questo tipo di racconti (in questo tipo di prosa) senza pensare a Fred Buscaglione. Sarà che mi sono fatto vecchio e ho nostalgia di quegli scrittori capaci di scandagliare la profondità dell’animo umano sotto la superficie di vite e vicende ordinarie. Peccato, perché “Babel” mi era piaciuto.
    Max Sem Sahl

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