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LETTERATURA: INCIPIT: Marco Innocenti: “La città degli uomini soli”, Flaccovio, 2008

7 Aprile 2008

Il fatto è che non conosciamo mai davvero le persone che crediamo di conoscere meglio. I nostri rapporti con gli altri sono di solito unilaterali. Il punto di contatto tra due esseri umani è più piccolo di quanto non si immagini. Sono come circonferenze che si intersecano creando una piccola zona di interessi comuni, ma il resto si ignora.

 Rodolfo Walsh

Sin tu perfume que aspirar, / sin tu sonrisa mágica, / sin tu sabor al despertar / yo no seria nada / Sin los caminos de tu piel / por donde perderme, / sin la locura de tu amor / yo no podria vivir.

 Me moriria sin ti, José Luis Perales

Capitolo I

La ragazza dei giardini Bard

 

Autunno era arrivato e aveva ripreso il suo posto.
Dell’ultima estate, del suo clima insolito e delle migliaia di morti per il caldo che avevano nutrito le pagine dei giornali e animato le conversazioni sotto l’ombrellone di improvvisati esperti di meteorologia, a Mediterranea non si parlava più.
Era un pomeriggio d’ottobre. Viale dei Gloriosi Liberatori era intasato di automobili impazzite per la pioggia che strombazzavano rabbiosamente cercando di guadagnare qualche metro nei due serpentoni che muovevano in direzioni opposte: l’uno verso il Ponte della Grande Vittoria e il vecchio centro di Mediterranea, l’altro verso i sobborghi nord-occidentali e il quartiere residenziale di MediLand, dove gli sfavillanti centri commerciali erano pattugliati giorno e notte da milizie private, equipaggiate come se dovessero combattere una guerra.
Schubert Gambetta camminava a passo lento nel quartiere dell’Isola Verde, con il bavero dell’impermeabile blu scuro rialzato e il solito pacco di giornali e riviste sottobraccio. Non si curava della pioggerella che cadeva svogliata come da un rubinetto chiuso male. Con le labbra sottili serrate in una smorfia, continuava a pensare al lavoro che aveva lasciato a metà. Gli rimordeva non essersi fermato in ufficio. Un’ora in più gli avrebbe fatto parecchio comodo, si sarebbe avvantaggiato, invece l’indomani lo aspettava il lavoro da smaltire. Sì, andarsene era stato un errore, ma con quella pioggia aveva pensato di anticipare l’uscita dagli uffici per non restare imbottigliato sul Ponte della Grande Vittoria. La chiusura della Linea 2 della metropolitana, dopo l’incidente alla stazione di piazza dei Tigli, aveva ulteriormente aggravato la situazione del traffico. E poi, lo aveva innervosito la telefonata di Mister Cap che gli diceva – con quel tono borioso, per giunta – che in estate le entrate dell’agenzia investigativa erano calate del trenta per cento secco. Come se fosse colpa sua.
“Se Mister Cap trattasse meglio i suoi uomini, invece di abbassargli lo stipendio riducendoli alla fame”, aveva commentato la Segretaria, “Mario Kempes non se ne sarebbe andato a lavorare per quegli stronzi dell’Agenzia investigativa Carlos Babington e i nostri clienti più affezionati non ci avrebbero abbandonato uno dopo l’altro. In fondo, è sempre sulle disgrazie di quei ricchi coglioni che abbiamo campato: le corna della prima moglie, qualche caso di spionaggio industriale, e poi ancora le corna della seconda, della terza e della quarta moglie. Dico bene, detective Gambetta?”.
Kempes, Kempes, sempre con questa storia di Kempes, aveva brontolato tra sé Schubert. Sembrava che, se l’Agenzia investigativa Cap era da quasi un quarto di secolo la prima di Mediterranea, il merito fosse tutto di Mario Kempes. Oltre che di Mister Cap, ovviamente.
Mentre rimuginava su tutto questo, mordicchiando come d’abitudine il piccolo crocefisso d’argento che pendeva sul suo petto, gli capitò il primo fatto insolito di quel giorno d’ottobre che doveva cambiargli – per usare una frase abusata – la vita. Una donna di colore, di corporatura massiccia e alta una spanna più di lui, lo afferrò energicamente per il braccio. I fatti si svolsero in pochi secondi. La donna sembrava essersi materializzata dal nulla.
Quando Schubert si girò, si ritrovò di fronte il faccione feroce della nera che gli chiedeva urlando che cosa avesse contro di lei. Lui, così su due piedi, non capì. Gli pareva di non aver fatto niente. Come al solito stava camminando a testa bassa, attento a non dare nell’occhio, come qualcuno che fugga gli sguardi altrui per il timore di trovarvi qualcosa di ostile o, per contro, di troppo benevolo.
Era fatto così. Usciva di casa verso le otto del mattino, pigiato tra centinaia di pendolari nei vagoni della metropolitana, se era bel tempo, o in auto, se pioveva. Andava in agenzia, controllava la posta elettronica e iniziava la sua investigazione su internet, dove, secondo lui, certe volte si poteva trovare la soluzione dei casi senza alzare il sedere dalla scrivania. Incrociava i dati, faceva qualche telefonata ai suoi informatori e non usciva neanche dall’ufficio. Quando si trattava di beccare mogli o mariti nell’atto del tradimento, in flagrante, optava per appostamenti il più possibile senza rischi, perché c’era sempre la possibilità che il fedifrago si accorgesse di essere pedinato e la prendesse piuttosto male… Con la macchinetta fotografica ci sapeva fare ma preferiva, se ne aveva la possibilità, che le foto le scattasse un assistente.
“Sei un detective in pantofole”, l’aveva apostrofato più d’una volta quel figlio di buona donna di Kempes.
Poi, alle sei spaccate del pomeriggio, Schubert tornava a casa, parcheggiava l’auto nel garage sotterraneo del palazzo a otto piani dove abitava e si faceva una decina di minuti a piedi fino alla sua edicola di fiducia in piazza dei Tigli, a comprare chili di carta stampata. Quindi tornava indietro e si rinchiudeva nel suo appartamento all’ultimo piano, con una doppia mandata di chiave. Ma adesso la tranquillità del suo rifugio all’Isola Verde era lontana.
  “Dico a te, stronzo! Che cosa hai contro di me?”, lo incalzò la nera a muso duro, con gli occhi scintillanti d’odio, piccole perle bianche incastonate nella notte della sua pelle.
  Schubert tornò a chiedersi che cosa avesse fatto per suscitare una tale reazione. Ma ricordava soltanto i suoi passi discreti sull’asfalto, i suoi pensieri su Mister Cap e una vecchia canzone d’amore che da qualche minuto ripeteva tra sé, a bassa voce, come un lamento continuo e indistinto.
Probabilmente la donna aveva scambiato quel mugolio – oltretutto lui era tremendamente stonato e fin da piccolo se ne vergognava – per un insulto razzista.
“Stronzo! Dico a te, non mi senti?”, ripeté agitando le mani grandi e nodose.
   Quando il detective si riebbe dalla sorpresa, ormai era tardi. La donna gli mollò una spinta, facendolo cadere con il sedere sull’asfalto bagnato. Poi Schubert sentì un sibilo che sembrava il rumore di uno sputo.
 
Una manciata di secondi. Fu questo il tempo che Schubert impiegò a capire che non si era fatto niente. Soltanto una bella botta sull’asfalto. Un dolore sopportabile all’osso sacro. Poteva rialzarsi.
La sua prima preoccupazione fu quella di raccattare il portafogli che gli era scivolato. Poi, si occupò delle riviste che gli erano cadute. Recuperati i giornali, con la mano libera si palpò i pantaloni per valutare quanto fossero bagnati e dopo si toccò i capelli, biondo cenere e lunghi, che gli coprivano l’occhio destro come la benda di un pirata. Ebbe subito conferma del suo sospetto. Oltre ad averlo mandato a gambe all’aria, quella maledetta gli aveva sputato addosso. Se non fosse stato per il suo ciuffo lo avrebbe colto dritto in fronte.
Sentì la rabbia montargli in corpo. Gli venne l’impulso di correrle dietro e farla pentire del suo gesto. Prenderla a schiaffi, renderle lo sputo. Ecco quello che una parte di lui avrebbe voluto fare. Sarebbe stata una reazione adeguata al suo mestiere di detective. D’altra parte, c’erano agenti della polizia che ammazzavano per molto meno.
“Anche un piccolo crimine merita una grande punizione”, sosteneva Kempes. Ma la donna era già distante una decina di metri. La vide allontanarsi, avvolta in una camicia di seta a fiori, con i jeans attillatissimi che le strizzavano le natiche gonfie come due meloni.
Decise che era meglio lasciar perdere. Si trattava certamente di una puttana che durante la notte batteva sul viale dei Gloriosi Liberatori. Una delle poche rimaste, perch̩ negli ultimi tempi Рanche in considerazione del coprifuoco che vigeva in quella zona Рla polizia aveva ripulito la strada.

SCHEDA DEL LIBRO
Autore: Marco Innocenti
Titolo: La città degli uomini soli
Editore: Dario Flaccovio
Pagine: 144
Prezzo: 13,00 euro
Isbn: 978-88-7758-800-5CONTENUTO: La famiglia è sacra. Soprattutto a Mediterranea, dove il governatore Andrade e il cardinale Ademir hanno progettato di internare tutti coloro che – superati i trent’anni se donne e i trentacinque se uomini – non sono ancora regolarmente sposati. La legge “Pro Familia” minaccia la libertà di migliaia di persone: tra loro c’è Schubert Gambetta, investigatore privato disilluso e con problemi sentimentali. A salvarlo potrebbe essere la nascente relazione con Luisa, ma la donna nasconde qualcosa. Forse è legata alla famigerata polizia speciale, incaricata di tenere d’occhio i “senza famiglia”. Mentre entrano in funzione i primi Centri di Raccolta e Controllo, dove chi non è sposato viene recluso, Schubert dovrà fare i conti con una verità che ha più di una faccia.

BIOGRAFIA AUTORE: Marco Innocenti nasce a Pisa nel 1966. Vive a Firenze, dove collabora con alcune agenzie di pubblicità come copywriter. Negli anni ’90 si dedica ai fumetti: pubblica storie brevi sulla rivista “Schizzo” e crea il personaggio dell’investigatore privato “Lenin”, protagonista di una serie di albi. Esordisce in narrativa con il romanzo “Contro il resto del mondo” (Baldini &Castoldi, 2000) e vince il premio Euroclub-Linus, riservato agli autori under 35. I personaggi di questa opera prima sono ripresi in Ladri di stelle (Manni, 2005), che ottiene la Segnalazione Speciale Premio Pisa. Con Dario Flaccovio ha pubblicato nel 2007 il romanzo “Diario di un accalappiacani”. Innocenti è inoltre autore di libri per l’infanzia, editi da Giunti Junior.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart