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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

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LETTERATURA: INCIPIT: Riccardo Arena: “Quello che veramente ami”, Flaccovio, 2008

4 Maggio 2008

I

In fondo a tutto, oltre le dune bionde pettinate dal vento, al di là delle serre dall’alito rovente, oltre i muretti a secco e i tetti delle masserie, al di là delle rade oasi di erba, verde d’inverno e gialla d’estate, sopra le cime dei carrubi, delle acacie, degli eucalipti, dei pini, in fondo a tutto c’era il mare.
Sulla cima del gelso, invece, c’ero io e sotto tutto il mio mondo, fatto di madre padre sorella nonni zii cugini parenti vicini amici. Avevo messo fra me e loro la sapiente, inossidabile fermezza dei miei quattordici anni e tre rassicuranti metri di altezza, tre metri di pura, sincera, favolosa, introvabile, inedita libertà.
Ricordo che laggiù c’erano gli occhi chiari della zia Betta, che evocava Calvino e il Barone rampante, vieni giù, diceva sorridendo, mica sei Cosimo Piovasco di Rondò, che sale sull’albero per un banale litigio e non ne scende più, ma che ti sei messo in testa?
Rideva, non mi pigliava sul serio come nessuno, lì sotto, rideva ma parlava proprio lei, lei che era bella, giovane ma soprattutto compagna, lei che voleva fare la rivoluzione e in quel mitico ’68, anno delle Olimpiadi di Città del Messico, dunque anno bisesto anno funesto, l’anno del Maggio Francese e delle Università occupate, degli scontri di piazza e della febbre improvvisa che pareva avere preso milioni di ragazzi in tutto il mondo, parlava proprio lei che era andata a tirare le pietre alla polizia agli Champs Élysées, ma sebbene fosse comunista non riuscivo a detestarla, adoravo tutto di quella zia tranne i suoi modi di semplificare e ricondurre tutto a Calvino, Sartre, Sciascia, insomma agli intellettuali che a me facevano un’antipatia profonda, non perché non fossero intellettuali e non dicessero cose sensate, ma perché erano comunisti.
Avanti, scendi, mi dicevano da sotto e io risposi così, d’istinto, senza riflettere, dissi quella parola che non potevo dire perché, soprattutto in presenza di donne e bambini, mi era stata categoricamente vietata, la dissi con più piacere perché mi era stata proibita da quando avevo messo piede in quella città dove non volevo più tornare, la dissi perché per me era un modo per riaffermare la mia libertà e più ancora la mia identità culturale e umana, la mia appartenenza a un popolo, a uno Stato e a una nazione non riconosciuti da alcun Paese sovrano, a un’etnia che nei secoli dei secoli sta e starà sempre per i fatti suoi, indecifrabile da tutti coloro che vorranno perdere tempo a capire i siciliani.
‘Sta minchia, non scendo, dissi, e mi sentii libero, ma veramente libero e forte, anche se in realtà avevo solo accelerato la mia fine, perché mio padre, che lì sotto era stato fino a quel momento trattenuto a stento e si era limitato a fare scendere, con pazienza ma con metodo, tutti proprio tutti i santi del Paradiso, mio padre invocò la mia testa, aveva la Giulia 1300 ti targata Palermo carica all’inverosimile e pronta per partire e non voleva aspettare più e poiché lui, grande invalido di guerra, non poteva venire su, la trattativa fu affidata al nonno, al nonno guerriero che quel giorno di settembre aveva settantasei anni, era nodoso e rugoso come la corteccia di un abete ma dovevate vederlo, come saliva sul gelso, come un gatto, lui che era stato ardito pluridecorato e che tutti noi ragazzini temevamo per il mitico scudiscio che aveva portato dalla guerra di Libia, diciannove anni aveva quando era partito la prima volta per un’impresa militare e poi se le era fatte tutte, la Grande Guerra, l’Etiopia, la Spagna e l’Albania e la Seconda Guerra, e ogni volta prima di andare aveva fatto un figlio, un figlio per ogni impresa ed era arrivato a sei.
Cosa vuoi, mi chiese, cento milioni e un elicottero o ti basta una passata di scudiscio, ma io sapevo che il nonno non faceva male a una mosca, no, mi accontento solo di non tornare a Milano, gli dissi, sto bene qui in Sicilia, siamo praticamente in Africa e là sopra – scusa se lo dico – ci scassano la m…, sì proprio la minchia, nonno, c’è freddo, ti guardano con la puzza al naso se parli con il nostro accento, ti guardano storto se cerchi di imitarli, si va a tavola alle dodici e mezza e alle sette della sera, ci sono le ciminiere, lo smog, ora si sono messi pure a fare casino, ogni giorno una manifestazione…
Il nonno mi guardò con gli occhi scuri che erano il nostro marchio di fabbrica, ce li avevamo tutti i maschi di famiglia, dal più grande al più piccolo, e va bene, resta, disse, però lasci la scuola, non è che ogni giorno ti posso accompagnare così lontano e poi servono braccia per la terra, dovrai alzarti alle quattro ogni giorno e d’estate alle tre, e d’inverno se gela pure alle due o alle tre, mentre d’estate dovrai raccogliere alle due del pomeriggio se fa troppo caldo e le piante soffrono, ci sono sessanta gradi nella serra alle due del pomeriggio, ma dobbiamo raccogliere, altrimenti le primizie vanno a male e le primizie, le piante sono la nostra vita, insomma fai tu, per me puoi restare, fammi sapere e se ne andò senza dire altro, lasciandomi lì confuso tra tutti quei numeri implacabili di levatacce e fatica, lasciandomi come quella parola che non si dice, come un minchia quale mi sentii.
E mi ci sentii ancora di più quando salì mio cugino Alfonso, due anni più di me e si sentiva grande, saggio e soprattutto figo, si fermò un metro e mezzo più sotto, si accese la solita sigaretta che fumava al riparo dalle ire di suo padre, meglio conosciuto come figlio della guerra di Libia (mentre mio padre era stato concepito ed era figlio della Grande Guerra, la zia Betta della guerra civile di Spagna e così via) e cercò di prendermi per affumicamento, sei pazzo, mi disse, a Milano c’è la vita, la lotta operaia, il proletariato in piazza e mentre lo diceva guardava assorto e dritto davanti a sé, pareva guardare lontano e scorgere, al di là del mare all’orizzonte, i destini ineluttabili della produzione industriale e delle classi lavoratrici, ma poi abbassò la voce per precauzione, per proseguire impunemente nelle sue profonde riflessioni, minchia, disse, ma poi c’è una fica che tutte le buttanazze del nord ce la sbattono faccia-faccia, a noi meridionali e…
D’improvviso si bloccò come fulminato, tale e quale San Paolo, e sulla sua personale via di Damasco capì a modo suo, assunse un’espressione atterrita, cercò i miei occhi scuri con i suoi uguali, vero e proprio bollo sull’onestà indiscutibile delle nostre madri e sulle capacità amatorie dei nostri padri, e poi riprese serio e compenetrato, minchia, chiosò finemente, ma non è che il problema è che sei arruso?
Arruso chi, volevo dirgli, ma se ci ho pure toccato le minne a Serenella, quest’anno, e lo sai benissimo, mentre giocavamo a nascondino mettevamo alla prova questo cazzo di ’68, la libertà sessuale e il buttanesimo dilagante, così lo chiamano invidiosi i nostri padri, e ho provato la lingua minuscola di Serenella, quella con le minne più grosse fra tutte le ragazze, lingua minuscola perché me ne ha dato un pezzettino minuscolo, però le minne sì che se le è fatte toccare e mentre tastavo quella morbidezza rotonda e i bottoncini dei capezzoli ho sentito sotto una cosa che mi tirava dentro i pantaloncini…
No, non dissi niente ad Alfonso, di tutte queste cose. La buttai in politica. Gli raccontai la scena di quel ragazzo manganellato selvaggiamente dalla polizia mentre sui celerini piovevano bulloni da tutte le parti, in un’aria appestata dall’odio e dai lacrimogeni, mentre io ero terrorizzato, con mio padre che mi riparava dietro il bancone della nostra libreria e cercava di proteggere la vetrina del nostro negozio tirando giù la saracinesca, rividi anche il contrassalto dei manifestanti e il poliziotto rimasto isolato, preso a sprangate e che, finito per terra, non dava più segni di vita, eppure c’era ancora chi gli dava calci sul fegato e allora mio padre, che aveva fatto la guerra, ma quella vera, era uscito dal negozio e se ne era fregato del fatto di avere una protesi al posto della gamba destra, dal ginocchio in giù, se ne era pure infischiato di essere solo contro dieci o contro cento: aveva in mano lo scudiscio del nonno e aveva cominciato a menare a dritta e a manca, disperdendo i similproletari armati di caschi, spranghe e coltelli e salvando la vita a quel figlio del popolo in divisa.
Alla fine erano arrivati i rinforzi, la polizia in assetto antisommossa – meglio tardi che mai, anche se la sommossa era finita da un pezzo – e incredibilmente i celerini avevano fermato mio padre. Pensavo a uno scherzo, invece lo avevano proprio ammanettato e se lo erano portato via, dentro un cellulare.
Un provocatore fascista – scrissero i giornali del giorno dopo – un infiltrato in una manifestazione sostanzialmente pacifica, degenerata per l’intervento di scalmanati di estrema destra che volevano screditare le ragioni della protesta.
E mentre ricordavo queste cose ad Alfonso, a voce bassa perché sotto non ci sentissero – non stava bene dire che tuo padre era stato in gattabuia, anche se solo per una notte – e mentre Alfonso ci rideva su, mi ritrovai le dita appiccicaticce di un liquido scurastro, l’umore del gelso: frutto buonissimo a mangiarsi, ma che macchiava di un colore nero, difficilissimo da togliere.
Era un colore strano, che aveva l’aspetto e – se ti leccavi le dita – anche il sapore del sangue.

Ecco, dopo avere trascorso quasi quindici anni in questo carcere di San Vittore, davvero mi dico che da quell’albero non sarei dovuto scendere, che mi sarei dovuto tenere stretti il gelso, i muretti a secco, la nostra bella antica masseria di famiglia, le dune, le serre, il mare d’erba, il mare verde o giallo che si confonde col mare vero, che lì da noi è sempre azzurro, d’estate e d’inverno, dovevo tenermi la nostra casa del Nespolo dei Malavoglia, le estati caldissime e selvagge, le passeggiate scalzi in mezzo agli scarabei rossicci e agli scravagghi neri, creature mitologiche che mio cugino Alfonso prendeva in mano e rimirava, ripetendo quello che diceva sempre suo padre figlio della Libia e cioè che noi passeremo, i nostri pronipoti svaniranno, ma quegli animaletti pieni di zampe, nelle nostre campagne della provincia di Ragusa, ci saranno in eterno.
No, non dovevo scendere e forse sarei stato un uomo felice.
Invece esco oggi da questo carcere, oggi che siamo nel 1992, anno di Olimpiadi, dunque anno bisesto anno funesto, e dopo che ho contato in galera le Olimpiadi di Mosca, quelle boicottate dagli americani, quelle di Los Angeles, boicottate dai russi, quelle di Seul e adesso ci sono, ci saranno le Olimpiadi di Barcellona.
Non posso liberarmi, però, se non mi libero del fardello della mia storia, se non mi interrogo sul perché di tutto questo.
Non ho mai raccontato a nessuno i motivi che mi hanno portato qua dentro e tu, mio compagno di cella, ora hai l’esclusiva e, anche se probabilmente te ne fotti, voglio raccontarti perché un ragazzo che saliva sugli alberi è riuscito a infilarsi in un tunnel dal quale non è più uscito.
Te la racconto in terza persona, questa storia, perché in fondo quello che descrivo non sono più io.
Forse non lo sono mai stato.

SCHEDA LIBRO
Autore: Riccardo Arena
Titolo: Quello che veramente ami
Editore: Dario Flaccovio
Pagine: 256
Prezzo: 13,50 euro
Isbn: 978-88-7758-810-4
  
CONTENUTO
Milano, 1977: nel campo di battaglia creato dall’odio politico, nel pieno della contestazione di sinistra, Enrico detto il Tunisi, siciliano emigrato e fascista fino al midollo, con un padre torturato dai fantasmi degli orrori visti durante la guerra, incontra Monica, vicina all’area dell’Autonomia dura e pura. Tra rugby, politica, botte, morti, feriti e pistolettate in piazza, agli albori dello spontaneismo armato di estrema destra e mentre monta l’onda del terrorismo rosso, sarà amore vero quanto tormentato. L’incontro tra i giovani degli Anni di piombo e gli uomini che combatterono la Seconda Guerra Mondiale è invece il confronto tra due generazioni mandate al massacro e bruciate in nome di ideali di cui conoscevano ben poco.
AUTORE
Riccardo Arena è giornalista professionista e si occupa di cronaca giudiziaria al “Giornale di Sicilia”. Corrispondente de “Il Foglio” e di “Panorama”,  ha trattato i più importanti processi tenuti nel capoluogo siciliano, da Andreotti a Dell’Utri a Cuffaro. Nella sua carriera ha vinto un riconoscimento al premio “Cronista dell’anno” e due premi “Informazione e sanità”, settore di cui era specialista e su cui ha scritto un libro-inchiesta, “Sanità alla sbarra” (1994).”Quello che veramente ami” è il suo primo romanzo.
Pagina web: http://www.darioflaccovio.it/scheda/?codice=DF8104

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9 Comments

  1. Commento by eva — 8 Maggio 2008 @ 00:01

    mi sembra un bell’incipit: vorrei saperne di più sullo scrittore. è un esordiente? ha già pubblicato altro? se sì, cosa? io credo che sugli anni ’70 si sia scritto molto, ma poca roba è veramente di qualità. cercherò questo libro per capire se appartenga alla roba di qualità o se sia una delusione.
    ciao a tutti
    eva

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 8 Maggio 2008 @ 07:18

    Nella scheda ricevuta dalla Casa editrice Flaccovio, e che trovi al termine dell’incipit, si legge che si tratta del suo primo romanzo, anche se l’autore è un giornalista che ha già una lunga pratica con la scrittura.
    Ciao.

    Bart

  3. Commento by titti — 19 Maggio 2008 @ 13:55

    incipit delizioso. suscita desiderio di godere della lettura.

  4. Commento by giovanni — 24 Maggio 2008 @ 20:20

    Io l’ho trovato e già letto tutto. E’ un bel libro, toccante, vibrante di sentimenti e passioni, per tutti coloro che hanno vissuto gli anni di piombo sulla propria pelle e per coloro che non essendoci stati possono in qualche modo farsi un’idea della forza che animava le tensioni e le lotte di allora. Per grandi linee si può comprendere lo spirito che muoveva gli scontri di quel periodo grazie anche ad una ricostruzione per grandi linee dei principali eventi storici. Lo scrittore è riuscito con chiarezza e calore a tratteggiare quei momenti bui, rischiarandoli col cuore, l’energia e l’umanità dei suoi protagonisti nei quali evidentemente egli si rispecchia. Bravo!

  5. Commento by massimo — 28 Maggio 2008 @ 10:47

    Efficace e avvincente, si legge tutto d’un fiato. In più di un’occasione lo stile narrativo riesce a creare un grande coinvolgimento emotivo e a stimolare la riflessione sul tema dell’impegno personale e della forza dei valori; ce n’è bisogno in un momento in cui si tende a fare del disimpegno un “imperativo categorico”, mentre i valori veri vanno spesso a farsi benedire (… insieme a un’espressione più appropriata!).

  6. Commento by eva — 28 Maggio 2008 @ 10:48

    Grazie a Bart per la risposta
    Eva

  7. Commento by lucia — 27 Giugno 2008 @ 00:49

    Non lo comprerò,l’incipit mi è bastato a coraggiarmi su tutta la linea.Mi sembra troppo costruito,lo stile è banale e retorico. Non credevo che nel 2008 ancora si potesse scrivere:”le dune pettinate dal vento”,”l’alito rovente” ecc.ecc.
    E non se ne può più di questo mix alla Camilleri di italiano-siciliano che non ha ormai niente a che vedere con una ricerca o sperimentazione linguistica ,al contrario risulta urtante e sciatto.
    I siciliani poi non si smentiscono mai dal punto di vista della tematica erotico-sessuale, e anche qui l’autore la affronta con una volgarità patetica. Non compro un libro con “le minne”, “arruso”,e così via.

  8. Pingback by DopaBlog il blog personale di Luigi Rossini » Blog Archive » Cuore nero — 12 Luglio 2008 @ 19:44

    […] L’incipit del libro è qua […]

  9. Commento by antonella — 21 Luglio 2008 @ 17:23

    E’ un libro molto bello, che ti cattura sin dalle prime pagine: fra i tanti che ho letto ultimamente è forse l’unico che ti fa venire voglia di arrivare fino in fondo e non riesci a liberartene fino a quando non hai finito. Ho letto il commento di lucia e vorrei solo dirle che lo stile non è affatto uniforme in tutte e 250 pagine, la lingua è l’italiano e il mix col siciliano (cosa che comunque non trovo affatto disdicevole) è molto raro. Così come la volgarità.

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