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LETTERATURA: INCIPIT: Stelvio Mestrovich: “Delitto in casa Goldoni”, Carabba, 2007

20 Gennaio 2008
[Su suggerimento dell’amico Felice Muolo, inauguriamo questa nuova sezione dedicata agli incipit dei romanzi appena usciti. Va da sé che una particolare attenzione sarà data a quelli scritti dai nostri collaboratori. In questo primo avvio, proponiamo anche l’incipit del precedente romanzo di Mestrovich: “Venezia rosso sangue”, Flaccovio, 2004]


Il suono del violoncello cessò de balin, improvvisamente e con la velocità di un pallino da fucile. “No. Così non vado a tempo”, si arrabbiò Tartini. “Aveva ragione Le Blanc che definì questo strumento miserabile, infelice, odiato e degno di pietà, nonché destinato a morire di fame!”. E sospese lo studio del Concerto in la minore di Brahms.
Si alzò nervoso e lo divenne ancora di più, quando mise a posto lo specchio che pendeva tutto a sinistra. La faccia che vide lo impaurì. “Quello sono io?”, borbottò con la sigaretta in bocca, andando verso la finestra.
Era il sette agosto. E il pendolo, vicino allo specchio, segnava le quattro e cinque del pomeriggio. Il termometro trentasei gradi. Il caldo era insopportabile. Da uno degli scu­ri l’ispettore capo vide il suo gatto Annibale che si distendeva lungo l’unico segmento d’ombra rimasto in corte. Venezia è città d’acqua e soffre maledettamente l’estate, perché ne prolunga l’agonia. Il vento, la pioggia, il freddo, la nebbia ne minano l’esistenza, ma la fanno vivere come una signora.
Il campiello Colombina, deserto e infuocato, ricordava antiche e improvvisate arene in cui si cacciavano i tori, prati­che assai diffuse quando le piazze e le piazzette erano ricche di alberi e di erba per pasturare i cavalli, le mule e greggi minuti.
Un rumore sordo lo allontanò dalla finestra. Alla signora Rebetz, la vicina di casa di Giangiorgio, doveva essere caduto per terra qualcosa di pesante. Seguirono uno zavatar e una specie di grattata al pavimento. “Imalorsega!brontolò l’uomo in dialetto.
Tornare al violoncello? Farsi un’altra doccia? Distender­si con la lettura di uno di quei tanti libri dati per dispersi e buttati in pilate che crescevano come funghi nell’humus del salotto?
No.
Tartini spense la sigaretta e andò in cucina. Accese il ven­tilatore, si tolse la maglietta e rimase a torso nudo. Si scolò una birra diaccia e dette fuoco a un’altra Memphis White. Chissà come mai gli vennero in mente la bora e Trieste, il flagello e la flagellata e si rivide lungo il molo Audace tra i soffi violentissimi, secchi e freddi, del vento di nord-est. E si sentì riavere. A volte basta così poco… poco… infatti gracchiò il cellulare.
“Palazzo Centani al secondo piano. Un morto in biblio­teca”.
La voce di Farsetti suonava indisponente.
“Un morto come?”.
“Ammazzato”.
“Carlo Goldoni, forse?”.
Il braccio destro di Tartini non gradì il sarcasmo.
“Sì, il corpo è putrefatto”.
E aggiunse:
“II medico legale si sta mettendo le mani nei capelli. Po­che ossa, ma di gran peso”.
Giangiorgio ridacchiò anche se non ne ebbe voglia. L’ef­fetto della birra era scomparso, il ventilatore non lo soddisfa­ceva, ricominciava a sudare.
“Mandami a prendere”. “Già fatto”.
Salito sul motoscafo della polizia a San Marcuola, Tartini si pose controvento alle spalle di un giovane agente dall’aria tranquilla. Corsero a sirene spiegate lungo il Canal Grande sino al Palazzo Layard, dove girarono per il rio di San Polo. Al rio Terrà dei Nomboli, poco dopo il ponte omonimo, la lancia si fermò, destando l’interesse di un paio di gatti che stavano giocando su una altana e che cessarono immedia­tamente di saltarsi addosso. Ad aspettare Giangiorgio c’era Farsetti. Gli fece strada e cominciò a informarlo.

Scheda del libro
Titolo: Delitto in casa Goldoni
Autore: Mestrovich Stelvio
Editore: Carabba
Pagg. 328
Prezzo: € 16

“Venezia rosso sangue”, Flaccovio, 2004

Don Augusto, parroco di San Rocco, dopo essere stato sel­vaggiamente picchiato nel corridoi o della canonica – percos­se che gli avevano procurato la frattura delle ossa nasali, un ematoma alla regione orbitale sinistra ed escoriazioni alla gamba destra – trascinato in chiesa, fu ucciso nel confessionale per i colpi infertigli al cranio con un pesante Cristo di ferro.
L’omicidio doveva essere stato commesso intorno alle tre del mattino ed era stato scoperto dal sagrestano verso le sei e un quarto, ora nella quale abitualmente si affacciava in chiesa per la prima messa.
Le indagini furono affidate all’ispettore di polizia Giangiorgio Tartini, un discendente de celebre musicista istriano. Seccato di essere stato svegliato così presto, a Tartini toccò salire sul primo vaporetto per Venezia. Lui abitava a Lido, da solo, in un appartamentino isolato, perché odiava la gente che in massa, ogni giorno, si riversava al capezzale della città che moriva, portandole falso amore, egoismo e spregio.
La nebbia era ancora alta all’inizio di quella giornata di fine ottobre e aveva lo stesso colore triste e indefinibile del mare. Anche il vaporetto, che li solcava entrambi, semivuoto, pro­cedeva anonimo verso il campanile di San Marco che non si vedeva, coperto com’era dal sudario delle goccioline microscopiche.
L’ispettore aveva voglia di un altro caffè, uno non gli bastava, anzi, gli accresceva il desiderio del secondo. Ancora pochi minuti, pensò, e saremo a Venezia. Intanto, con la mano destra, tormentava il pacchetto di sigarette e guardava in dire­zione della poppa. Pure il Lido era scomparso. In quel tratto, non si distingueva niente. Come se fossero all’interno di una cappa. Ha un suo fascino la cosa, disse tra sé, il fascino dell’i­gnoto o del cammino della vita, che poi è la stessa solfa. In un velocissimo esame di coscienza riconobbe di essere un tipo inquieto, come inquieta si poteva classificare la sua discen­denza. Il padre era istriano, la madre slovena, il fratello Mirko triestino, i nonni materni di origine ungherese. Una ruota che aveva girato, nel corso degli anni, attorno alla città di Pirano d’Istria, base e origine dei Tartini. E qualche somiglianza fisi­ca col celeberrimo violinista c’era pure: la fronte ampia, il naso aquilino o demoniaco, come lo definivano una volta, i capelli un po’ lunghi, gli occhi geniali ed estrosi. Da giovane – ora era sulla soglia della cinquantina – aveva studiato il violoncello.
L’imbarcadero appariva spettrale. Nella manovra d’attracco il vaporetto lo urtò con una certa violenza. Sulle losanghe del Palazzo Ducale che si affacciavano sulla laguna, di marmo bianco, rosa e grigio, la nebbia scivolava lenta, torpida. Prima di andare alla chiesa di San Rocco, l’ispettore si fermò al Caffè Florian. È ancora intatto, pensò, non è bruciato come La Fenice. Quello che non rubano, si distrugge. L’Italia e pro­prio uno strano paese.
Lasciò le considerazioni tra i cristalli dei lampadari, uscendo dallo storico Caffè con la sigaretta accesa. Giunse sul luogo del delitto che già la nebbia diradava.

Scheda del libro
Titolo: Venezia Rosso sangue
Autore: Mestrovich Stelvio
Editore: Flaccovio
Pagg. 200
Prezzo: € 13


Letto 2789 volte.


8 Comments

  1. Comment di felice muolo — 21 Gennaio 2008 @ 18:29

    Bravo, Bart. E vai! Onesto e umile come sei, ti ringrazio per la citazione.

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 21 Gennaio 2008 @ 18:33

    La tua idea è davvero buona. Vedremo se sarò capace di gestirla oculatamente. Grazie di nuovo.

  3. Comment di felice muolo — 22 Gennaio 2008 @ 17:05

    Stelvio, non conoscevo la tua scrittura. Posso dirti che sei in gamba? Penso che gli incipit siano molto meglio di una recensione per evidenziare la qualità di uno stile. Sei d’accordo?

  4. Comment di Stelvio Mestrovich — 22 Gennaio 2008 @ 17:40

    Per Felice Muolo.

    Grazie, Felice. Grazie di avermi definito ‘in gamba’. Sono d’accordo con te e con l’amico Bartolomeo. Un buon incipit vale di più di una schioppettante recensione.
    Spero di incontrarti personalmente alla prima occasione, che potrebbe essere la presentazione del libro alla Sala dei Granai presso il Comune di Altopascio.
    Grazie ancora e un caro saluto.
    Stelvio Mestrovich

  5. Comment di felice muolo — 23 Gennaio 2008 @ 09:33

    Grazie per l’invito, Stelvio. Devo vedere dove si trova Altopascio. Se mi sarà possibile venire, ci sarò. Altrimenti, ci vederemo in un’altra occasione. Saluti.

  6. Comment di Tiziana — 31 Gennaio 2008 @ 16:08

    Sono Tiziana e scrivo da Rufina, Firenze.
    Ho letto tutti i libri di Mestrovich, compreso l’ultimo “Delitto in Casa Goldoni”, quindi l’Incipit è stata
    una ‘ripetizione’. Ad ogni modo, se dall’incipit si comprende il valore o meno del romanzo, debbo una volta ancora complimentarmi con Stelvio Mestrovich.
    Purtroppo, molto spesso, il valore di un libro NON corrisponde al successo dello stesso.

  7. Comment di sal — 23 Luglio 2009 @ 16:11

    Sì, è proprio una buona idea questa e sono d’accordo con Stelvio Mestrovich: vale più un buon incipit di una schioppettante recensione. Tanto è vero che è grazie a questa pagina web che comprerò i due libri. Grazie:)sal

  8. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 23 Luglio 2009 @ 21:34

    Mi fa piacere, sal. Stelvio, che conosco personalmente, è uno scrittore molto bravo, e si dedica alla scrittura con serietà, impegno e passione.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart