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Intervista a Calderoli l’autore del Porcellum

5 Dicembre 2013

di Redazione
(da “Lettera 43”, 5 dicembre 2013)

Chissà come deve essersi sentito lui, il papà della legge chiamata «porcata» per sua stessa definizione.
Al leghista Roberto Calderoli non è piaciuta la decisione della Consulta, che ha bocciato il suo Porcellum: «La toppa è peggio del buco», ha commentato a La telefonata di Maurizio Belpietro l’ex ministro delle Riforme, che nel 2005 dichiarò: «Sono molto felice della firma di Ciampi e sono contento per non avere scritto norme anticostituzionali».
«PURE LA CORTE ILLEGITTIMA». Peccato che otto anni più tardi la Corte costituzionale abbia riscritto la storia: «Ora però sono delegittimati parlamento, presidente della Repubblica e la Consulta stessa», ha contrattaccato Calderoli.
«IL COLLE NON VUOLE IL VOTO». «È evidente che c’è Napolitano che non vuole il voto, ma preferisce sostenere il governo Letta. Domenica ci sarebbero le primarie con la presumibile vittoria di Renzi, che non vede l’ora invece di andare al voto: è chiaro che con questa mossa della Consulta si spiazza Renzi, si spiazza Berlusconi e si spiazza Grillo».
«LETTA PUÒ VIVERE SINE DIE». Insomma a guadagnarci è il presidente del Consiglio: «È una decisione per far vivere il governo Letta che, teoricamente, in assenza di una nuova legge elettorale, potrebbe pure superare il limite della legislatura. Può vivere sine die. Questo capita solo con lo stato di guerra, è incredibile che accadono cose del genere», ha poi spiegato Calderoli intervenendo ad Agorà su RaiTre.
«FRUTTO DEL RICATTO DI CASINI». Il leghista – richiestissimo nel day after del Porcellum ucciso – ha parlato anche ai microfoni di Radio Città Futura. Svelando un retroscena: «A noi il Mattarellum andava benissimo, sia personalmente che come forza politica. Ci fu il ricatto nel 2005 da parte di Casini e Follini: eravamo all’approvazione finale, alla quarta lettura della riforma costituzionale, e l’Udc non avrebbe votato il quarto passaggio se non si fosse introdotto un modello proporzionale: il male originale fu quello».
«IL PREMIO LO CHIESE IL CAV». Un totale scaricabarile insomma: «Dopodiché ci fu l’intervento di Berlusconi che chiese il premio di maggioranza senza la soglia in modo che chi dovesse vincere potesse governare, il presidente Fini volle le liste bloccate, Ciampi volle il premio al Senato a livello regionale e il disastro fu perfetto, per cui della mia legge iniziale non era rimasto praticamente nulla».
«PER ME FINISCE UN INCUBO». Adesso, per lui, «finalmente è la fine di un incubo. Due mesi dopo ho detto com’era la legge che il professore Sartori definì Porcellum: credo fosse molto adatto questo termine. È da otto anni che chiedo di cambiarla e adesso forse sarà la volta buona, ma credo che senza le riforme costituzionali non si possa trovare una legge che risolva tutti i problemi di questo Paese».
«VOLEVANO VOTARE COSÌ». Perché non è stato fatto nulla a livello parlamentare? «Il tentativo di portare dal Senato alla Camera la riforma era proprio per non cambiarla e poter andare al voto con l’attuale legge nella primavera di quest’anno. Corte e Napolitano hanno dato un segnale, nel senso che Letta non si tocca e deve andare avanti».


Porcellum incostituzionale: i fuorilegge
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 5 dicembre 2013)

Volete prima la notizia buona o quella cattiva? Ma sì, dai, cominciamo con quella buona: nell’ottavo compleanno del Porcellum, voluto nel dicembre 2005 dall’Udc di Casini, scritto da Calderoli, approvato da tutto il centrodestra e poi conservato anche dal centrosinistra, la Corte costituzionale ha finalmente stabilito che quella legge non è soltanto una porcata: è anche incostituzionale in almeno due punti, il premio di maggioranza del 55% dei seggi alla Camera per la coalizione più votata (senz’alcun tetto) e le liste bloccate con i candidati nominati dai partiti. Ne discende che sono, se non giuridicamente, almeno moralmente incostituzionali tutti i parlamenti eletti con quel sistema: quello del 2006 (maggioranza Unione), quello del 2008 (maggioranza Pdl-Lega) e soprattutto quello attuale, uscito dalle elezioni del 24-25 febbraio.

Dunque sono incostituzionali anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, rieletto dai parlamentari incostituzionali, e con molti più voti del dovuto (quelli dei deputati Pd-Sel eletti dal premio di maggioranza ora cassato). E lo è anche il governo di Letta jr., che a Montecitorio gode di una vasta maggioranza dopata da quel premio ora caduto: decenza vorrebbe che i deputati in sovrappiù decadessero e andassero a casa. Insomma, tutto il sistema è fuorilegge. E, se avesse un minimo di dignità, procederebbe a una rapida eutanasia per riportarci al più presto alle urne con una legge elettorale finalmente legittima: una nuova, se mai riusciranno a trovare uno straccio di accordo (che sarebbe comunque frutto di un Parlamento illegittimo); o quella disegnata ieri dalla Corte con una sentenza formalmente “caducatoria” (cancella premio e liste bloccate), ma sostanzialmente “additiva” e “paralegislativa” (disegna un sistema elettorale alternativo al Porcellum, che sarà valido al deposito delle motivazioni, visto che il Paese non può restare senza legge elettorale neppure un istante).

Naturalmente lo sapevano tutti che il Porcellum era incostituzionale. Ma si comportavano come se fosse legittimo. Fino alla suprema protervia di pretendere, dal Colle in giù, che un Parlamento e un governo porcellizzati riscrivessero la Costituzione. Con la complicità di decine di presunti “saggi”, anch’essi incostituzionali per contagio, che hanno screditato se stessi e l’intera categoria prestandosi alla controriforma. Ora almeno quella minaccia pare sventata. Ma sia chiaro che qualunque altra “riforma” (tipo quella della giustizia) sarebbe viziata dallo stesso peccato originale: quindi si spera che lorsignori ci risparmino altre porcate.

La cattiva notizia è che, a causa dell’insipienza dei partiti e del loro Lord Protettore e Imbalsamatore, la Consulta riporta le lancette dell’orologio indietro di vent’anni, riesumando l’ultima legge elettorale della Prima Repubblica: quella con cui si votò nel 1992, il proporzionale puro con preferenza unica (a parte lo sbarramento al 4% per l’accesso alla Camera e all’8 per l’accesso al Senato dei partiti non coalizzati). Quella sonoramente bocciata dall’82,7% degli italiani il 18-19 aprile ‘93 nel referendum di Segni & C. che introdusse il maggioritario (poi in parte recepito e in parte no dal “Mattarellum”). Le forbici della Consulta proprio questo fanno: trasformano il Porcellum da legge maggioritaria in legge proporzionale spianando la strada ai nemici del bipolarismo. Napolitano, Letta, Alfano e Casini in testa: i nostalgici dei governi che non nascevano delle urne, ma dagli accordi aumma aumma nelle segrete stanze dei partiti e del Quirinale.

Se, come dicono, Renzi e i 5 Stelle vogliono difendere il bipolarismo (“Morto il nano, ce la giocheremo noi e il Pd, e ne resterà solo uno”, tuonava Grillo), possono rendere un grande servigio al Paese: scrivendo insieme una nuova legge elettorale, col ritorno al Mattarellum o col doppio turno alla francese, che salvi il bipolarismo. Se invece ci faranno votare con la legge della Consulta, ci condanneranno a un futuro terrificante: quello dell’Inciucio Eterno.

(Articolo condivisibilissimo. La consulta non può ignorare, come anch’io ho scritto, l’esito referendario del 1993 e riportarci alla situazione del 1992. Ma in che democrazia siamo? bdm)


Non ci sono riforme senza le larghe intese
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 5 dicembre 2013)

Abolire il bicameralismo perfetto cancellando il Senato può anche essere considerata, nella sua rozzezza, una riforma valida in quanto in grado di ridurre i costi della politica. Varare una legge elettorale che porti al doppio turno di collegio può anche apparire come un atto liberatorio rispetto alle nequizie del Porcellum. E prevedere, insieme a questa innovazione, l’elezione diretta del Premier può essere addirittura considerata una riforma sacrosanta capace di dare stabilità al sistema bipolare e ad assicurare il bene supremo della governabilità e della stabilità governativa.

Ma tutte queste misure messe insieme comportano un cambiamento radicale della Carta Costituzionale. Il ché è sicuramente un bene per chi non crede che la nostra sia “la Costituzione più bella del mondo”. Ma è anche un bel problema visto che proprio la Costituzione più bella del mondo fissa una serie di regole ben precise, con l’art. 138, per essere modificata. Si sa che per aggirare almeno una parte di questi paletti all’inizio della legislatura è stata adottata in Parlamento, tra le proteste degli strenui difensori della intangibilità sacrale della Costituzione, una singolare proceduta semplificatoria.

Ma questa procedura era figlia delle larghe intese, cioè della decisione di forze politiche che fino ad allora erano state nemiche di trovare un’intesa eccezionale per assicurare un governo stabile al Paese e trasformare una legislatura nata precaria nell’occasione per realizzare le riforme indispensabili per la sopravvivenza del Paese.

D’altro canto, a pretendere le larghe intese per le riforme costituzionali era proprio l’art. 138 della Costituzione, un articolo che si può in parte aggirare con allegre procedure parlamentari ma non si può in alcun caso scavalcare come se non esistesse. Senza le larghe intese che consentono di raggiungere i due terzi del Parlamento, in sostanza, le riforme non si possono realizzare. Sarà brutale, ma è così. Ed a nulla vale la considerazione che il Senato non serve a nulla e costa e che il doppio turno di collegio con l’elezione diretta del Premier può essere il toccasana dei mali nazionali. Per fare riforme di questo tipo c’è bisogno di una maggioranza parlamentare larghissima. E se questa maggioranza non c’è le riforme non si fanno.

Gli illuminati strateghi che hanno prima favorito e poi affossato le larghe intese lavorando per spaccare il Popolo della Libertà e per cacciare con feroce ludibrio dalla scena politica il suo leader incontrastato, hanno salvato con le piccole intese la governabilità. Perché il Governo Letta, grazie alla scissione dal centrodestra degli alfaniani, ha i numeri per andare avanti. Ma hanno buttato al vento la missione della legislatura: quella di fare le riforme della Costituzione. Perché è peggio di una provocazione e di una follia chiedere oggi a Forza Italia, a cui è stato scempiato per via politica e non giudiziaria il proprio leader e su cui è stato operato il solito scouting a cui la sinistra ricorre quando vuole governare il Paese senza passare attraverso le elezioni, di lasciarsi bollare come forza populista di opposizione ma dare i suoi voti per applicare l’art. 138 e fare le riforme.

Certo, sarebbe bello abolire il Senato, introdurre il doppio turno di collegio ed eleggere direttamente il Premier consolidando il bipolarismo. Ma è come pretendere di avere la botte piena e la moglie ubriaca. Il Pd, che insieme a Sel rappresenta meno di un terzo degli elettori italiani, rivendica il ruolo di motore della politica italiana e vuole dettare l’agenda delle riforme? Lo faccia e se ha i numeri le faccia. Altrimenti, visto che la missione della legislatura è morta con la fine delle larghe intese, prenda atto che per governare e realizzare le riforme ci vuole la legittimazione del corpo elettorale!


Il Colle: «Legge elettorale? Problema è la volontà politica»
di Redazione
(da “l’Unità”, 5 dicembre 2013)

È la Corte stessa che non mette in dubbio che ci sia una continuità nella legittimazione del Parlamento». A dirlo è il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a Napoli. «Parliamo di una sentenza della Corte Costituzionale che, espressamente, si riferisce al Parlamento attuale dicendo che esso può ben approvare in qualsiasi momento la legge elettorale», ha aggiunto il capo dello Stato.

Per il capo dello Stato «il problema era e resta quello dell’espressione di una volontà politica del Parlamento, tesa a produrre, finalmente, la riforma elettorale giudicata necessaria da tutte le parti». Secondo l’inquilino del Colle «diventa, ormai, imperativa tale espressione di volontà attenta a ribadire il già sancito superamento, dal 1993, del sistema proporzionale, e – ha aggiunto – di ribadirlo insieme con l’introduzione di modifiche costituzionali per quel che riguarda almeno il numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario».


Nuova legge o proporzionale. La strettoia delle preferenze
di Dino Martirano
(dal “Corriere della Sera”, 5 dicembre 2013)

ROMA – E ora può succedere di tutto. Il Parlamento «può sempre approvare nuove leggi elettorali», come sottolinea la Corte, ma di sicuro Camera e Senato dovranno puntare su un sistema che non preveda i due macigni introdotti dal «Porcellum» nel 2005: il premio di maggioranza senza soglia di accesso e le liste bloccate che non danno la possibilità di esprimere la preferenza. Il percorso è segnato dai giudici delle leggi. Eppure la nebbia è ancora fitta perché le opzioni offerte dalla Consulta al legislatore sono molteplici: sistema tedesco «all’italiana» (50% maggioritario con collegio uninominale, 50% proporzionale con preferenza), doppio turno alla francese, proporzionale puro, sistema spagnolo. Se poi il Parlamento non dovesse intervenire, al momento della sua pubblicazione la sentenza della Corte produrrebbe una legge elettorale residuale zoppicante: senza premio di maggioranza, infatti, il «Porcellum» dovrebbe produrre per sottrazione un sistema proporzionale puro ma rimane il problema della preferenza che non può essere il semplice risultato di un’operazione aritmetica.

E se il Parlamento non legifera?
Se per ipotesi si votasse oggi, si andrebbe alle urne con il «Porcellum» perché, come spiega il comunicato della Consulta, «gli effetti giuridici» della decisione avranno effetto solo nelle «prossime settimane», comunque dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza. Bene, ma cosa succederebbe se poi la Corte producesse gli effetti giuridici annunciati in assenza di un intervento legislativo risolutivo? Qui nascerebbero problemi seri perché una «toppa» ce la potrebbe mettere solo il governo con decreto legge, o lo stesso Parlamento con leggina, capace di inserire nell’ordinamento il voto di preferenza. In alternativa, si potrebbe pure andare a votare con una legge imperfetta (proporzionale con liste bloccate) ma poi ci sarebbe l’avvocato Aldo Bozzi, o chi per lui, pronto a risollevare la questione davanti alla Consulta. Questo schema, tuttavia, non convince il professor Andrea Morrone (che con passione seguì il comitato referendario bocciato alcuni mesi fa dalla Corte): «Una semplice operazione di sottrazione, con la cancellazione delle norme relative al premio di maggioranza, non può portare a un sistema proporzionale. Per ottenere questo risultato la Corte dovrà proporre qualcosa in positivo». Stessa considerazione la fa Peppino Calderisi, ex parlamentare del Pdl ora consulente del ministro Quagliariello: «I conti non tornano. Non basta levare il premio per tornare al proporzionale».

Può rinascere il Mattarellum?
Su questo punto la Corte si è divisa. Una parte dei giudici avrebbe sposato la tesi della «reviviscenza» proposta in udienza pubblica dai ricorrenti e illustrata dall’avvocato Giuseppe Bozzi, quella secondo la quale la cancellazione completa del «Porcellum» avrebbe dovuto resuscitare d’incanto la vecchia legge detta del Mattarellum: 75% maggioritario con i collegi uninominali, 25% proporzionale con listini bloccati. Ma così non è andata perché una maggioranza seppur risicata del plenum (8 giudici) ha battuto una minoranza (7 giudici) che avrebbe voluto spingere l’opera di demolizione ben oltre il premio senza soglia e le liste bloccate.

I parlamentari senza preferenza
I parlamentari eletti a febbraio del 2013, senza un voto di preferenza, sarebbero tutti «politicamente delegittimati» se non si prendesse alla lettera il comunicato della Corte. Il quarto capoverso della nota firmata dal presidente Gaetano Silvestri argomenta: «Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali». Per la Corte, questa sottolineata legittimazione delle assemblee parlamentari, che per altro hanno rieletto la scorsa estate il capo dello Stato, vale ora ma deve valere anche dopo la pubblicazione delle motivazioni della sentenza, «dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici». Come dire, il «Porcellum» è una legge imperfetta ma la volontà popolare va rispettata. Per cui si intende che le nuove regole (premio di maggioranza con soglia di accesso, e voto di preferenza) debbano valere per il futuro.

I deputati non convalidati
Ben 629 deputati (tutti tranne quello eletto in Val D’Aosta con il maggioritario) sono stati proclamati dalle corti d’Appello ma non convalidati dalla giunta delle Elezioni di Montecitorio. La Corte, comunque, ha già detto la sua su questo aspetto della sentenza che «è destinata a non avere effetti sugli attuali parlamentari» La sentenza, «sarà cogente solo dopo la pubblicazione delle motivazioni e vengono fatti salvi gli effetti di legge per il passato»


Napolitano: “Il Parlamento resta legittimo”
di Redazione
(da “Il Foglio”, 5 dicembre 2013)

“Il problema era e resta quello dell’espressione di una volontà politica del Parlamento tesa a produrre finalmente la riforma elettorale giudicata necessaria da tutte le parti”. Lo ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Diventa ormai imperativa tale espressione di volontà attenta a ribadire il già sancito superamento, dal 1993, del sistema proporzionale, e di ribadirlo insieme con la introduzione di modifiche costituzionali per quel che riguarda almeno il numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo paritario”, ha aggiunto. Quanto al dubbio di una illegittimità dell’esecutivo eletto con la legge elettorale definita “Porcellum” giunto da più parti in seguito alla decisione presa ieri dalla Consulta, Napolitano ha precisato che “è la Corte stessa che non mette in dubbio che ci sia una continuità nella legittimazione del Parlamento” aggiungendo: “Parliamo di una sentenza della Corte Costituzionale che espressamente si riferisce al Parlamento attuale dicendo che esso può ben approvare in qualsiasi momento la legge elettorale”.

Napolitano si è poi detto stupito dalla sorpresa suscitata dalla decisione della Consulta: “La decisione della Corte costituzionale non può aver stupito o colto di sorpresa chiunque abbia ricordo delle numerose occasioni in cui sono intervenuto per sollecitare fortemente il Parlamento a intervenire modificando la legge elettorale del 2005 almeno nei punti di più dubbia costituzionalità”. Questi punti, ha aggiunto, “erano stati segnalati già nelle sentenze emesse dalla Corte Costituzionale nel gennaio 2008 e nel gennaio 2012 esaminando le richieste di referendum abrogativi della legge vigente”.
___________-
(Tenga presente Napolitano che ai cittadini ormai importa poco o nulla di ciò che è successo finora. Sono abituati a sopportare, ma non più ad essere presi in giro. La frase che ho messo in grassetto preoccupa. Perché dimostra che il parlamento può prendersela comoda, visto che le segnalazioni di illegittimità sono venute dalla stessa corte nel gennaio del 2008 e nel gennaio 2012. Come sappiamo Napolitano non è riuscito nel frattempo a fare un bel nulla (se non qualche sgridata inutile) affinché il parlamento modificasse la legge. Cosa suppone di poter fare ora? Concedere al parlamento abusivo una terza e magari lunga fase di elaborazione della nuova legge almeno da poter arrivare al 2015? Non gli è consentito. Il parlamento di tempo ne ha avuto più che a sufficienza e non gliene può essere concesso altro. Può elaborare una nuova legge che tenga conto delle critiche della corte anche con decreto, come minacciò di fare Letta alcuni giorni fa. Dunque 10 giorni di tempo sono più che sufficienti. Ha inteso il mio e non più mio presidente? Abbiamo diritto al rispetto e alla nostra dignità più volte calpestata ed offesa.bdm)


Legge elettorale, bagarre alla Camera. M5S contro Boldrini
di Redazione
(da “la Repubblica”, 5 dicembre 2013)

ROMA – Nuova bagarre in Aula alla Camera a dodici ore dalla dichiarazione di incostituzionalità di liste bloccate e premio di maggioranza contenuti nel Porcellum elettorale da parte della Corte costituzionale. Dopo la sospensione ieri della seduta, stamani i deputati del Movimento Cinque Stelle sono tornati a denunciare la “totale illegittimità” del Parlamento in carica, al grido di “siamo tutti illegittimi”, scandito in aula dal grillino Angelo Tofalo, suscitando applausi e sostegno dai compagni di partito e grida e contestazioni dai banchi delle altre forze politiche.

La presidente della Camera, Laura Boldrini, non a caso oggi seduta sullo scranno più alto di Montecitorio, non si è fatta cogliere impreparata e ha assunto d’ufficio la difesa del Parlamento in carica: “La Camera è pienamente legittima a legittimata a operare”, ha opposto con fermezza ai grillini.

Come in un film. “Anch’io ieri ho occupato i banchi del governo”, è il mantra dei deputati M5s che intervengono a raffica chiedendo alla presidenza farlo mettere a verbale. Una sorta di riedizione della scena cult dell’Attimo fuggente, con i deputati grillini che fanno a gara a rivendicare di aver partecipato al gesto che, Regolamento alla mano, frutterà una sanzione ai colleghi che effettivamente ieri hanno preso posto tra i banchi riservati al governo.

La protesta M5S.  Il Movimento 5 Stelle aveva chiesto la convocazione immediata della conferenza dei capigruppo per “caledarizzare con urgenza la nostra proposta di legge di ritorno al Mattarellum – ha detto il deputato Alessio Mattia Villarosa -. Il Mattarellum è l’unica legge votata da un Parlamento legittimo”. La presidente della Camera ha replicato alle accuse mosse dai deputati del Movimento: l’affermazione di aver negato al Movimento 5 Stelle la convocazione di una capigruppo urgente “è falsa”, ha detto leggendo in Aula la lettera del vice capogruppo vicario Villarosa e la missiva con cui la stessa Boldrini ha risposto. Nella lettera dell’esponente del M5S, ha sottolineato Boldrini, “si parla di discussione articolata e non di calendarizzare una proposta di legge. Avevo consigliato al presidente Villarosa di consigliare gli altri gruppi, ma la mia è stata tradotta come una negazione, chissà perché”. La richiesta, dunque, è stata respinta dall’Aula. Dopo il voto, tutti i deputati M5S hanno abbandonato Montecitorio per protesta, riunendosi in assemblea per decidere come procedere nella protesta. Poco dopo Villarosa, parlando a Skytg24 in piazza Montecitorio, ha detto che i deputati grillini sono pronti a dimettersi.

Le reazioni alla Consulta. La Commissione Affari costituzionali del Senato, intanto, ha deciso di istituire un comitato ristretto che entro gennaio proverà a cercare un accordo sulla legge elettorale. È la prima risposta dei partiti al parere della Consulta. “La decisione della Consulta di dichiarare incostituzionale il porcellum è ottima. A questo punto non ci sono più pretesti e alibi per alcuno. Si deve procedere con urgenza a cambiare la legge elettorale”, ha detto il ministro dell’Interno e leader di Ncd, Angelino Alfano, a margine della riunione de consiglio Affari interni, in corso a Bruxelles. Ma ha precisato: ”Non abbiamo aperto al doppio turno. Noi abbiamo una vocazione molto bipolare e pensiamo che occorra fare una scelta: o si sta nel centro destra o nella sinistra, e noi abbiamo volutamente indicato il nome ‘centrodestra”’. “Sinceramente non capisco perché dobbiamo prendercela con la sentenza della Consulta. La responsabilità di dove siamo, sulla legge elettorale, è solo della politica, è una nostra sconfitta. Ora abbiamo un imperativo morale: fare in fretta una nuova legge elettorale. Io mi batto per il doppio turno di collegio che garantisce rappresentatività e governabilità. Ora è necessario, obbligatorio, trovare un accordo in Parlamento. Si può anche tornare al Mattarellum. Quello che non si può più fare è ragionare per convenienza. Io non so se ci sia un patto tra Letta e Renzi. So che tutti noi dobbiamo avere la coscienza che non ci siamo battuti per cambiare il Porcellum”, è il commento del candidato alla segreteria del Pd, Gianni Cuperlo.


Le contraddizioni dei sistemi elettorali
di Piergiorgio Odifreddi
(da “la Repubblica”, 5 dicembre 2013)

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale la legge elettorale basata sul premio di maggioranza e sulla mancanza di preferenze. D’altronde, i principi che animano la legge del 2005, denominata metaforicamente Porcellum, sono gli stessi che animavano quella del 1953, denominata realisticamente Legge Truffa. In entrambi i casi, infatti, si violava uno dei principi fondamentali della democrazia: il fatto, cioè, che la rappresentanza dovrebbe essere proporzionale ai voti ottenuti. E si assegnavano a uno o più partiti più seggi di quanto loro spettassero.

Nel passato il premio di maggioranza è stato presentato come un prezzo da pagare per la governabilità: cosa che, ovviamente, sarebbe molto più facilmente e definitivamente raggiungibile attraverso la dittatura. Ed è proprio la tensione fra proporzionalità e dittatura a pervadere gli svariati teoremi di limitatezza della democrazia.

Il primo, e più famoso, di questi teoremi è quello dimostrato da Kenneth Arrow nel 1951 in Scelte sociali e valori individuali, che lo portò al premio Nobel per l’economia nel 1972. Egli enunciò tre principi basilari, intuitivi e condivisi, della democrazia: la libertà di scelta (gli elettori possono classificare i candidati nell’ordine di preferenza che vogliono), la dipendenza dal voto (il risultato di una votazione dev’essere determinato soltanto dai voti espressi dai votanti), e l’unanimità (un candidato che prenda tutti i voti deve vincere).

Arrow si domandò poi se esistesse qualche sistema elettorale che fosse in grado di evitare il cosiddetto paradosso di Condorcet: cioè, il fatto che nei sistemi elettorali soliti si possono creare situazioni circolari in cui i vari candidati vincono uno sull’altro, a seconda dell’ordine in cui si effettuano le votazioni. Cosa ovviamente non accettabile, visto che in tal caso siamo in presenza di “leggi truffa”, in cui il vincitore delle elezioni viene determinato dal sistema elettorale, invece che dai soli voti degli elettori.

Purtroppo, la risposta alla domanda di Arrow è negativa: si può infatti dimostrare matematicamente che esiste un unico sistema che soddisfi i suoi tre requisiti, ed è la dittatura (nel senso che deve esistere qualcuno, il cui singolo voto determina il risultato di qualunque votazione). E’ poiché la dittatura non è ovviamente un sistema accettabile, questo significa che di sistemi democratici non ne esiste nessuno.

Il che spiega perché le discussioni sulle leggi elettorali siano così accademiche e bizantine. Si cerca (o si finge di cercare) l’Araba Fenice, cioè un inesistente sistema democratico, senza sapere (o fingendo di non sapere) che ci si deve invece accontentare di “porcate” o “truffe”, che sono due aspetti complementari (per chi le fa e chi le subisce) di una stessa medaglia.


Il governo è ora più stabile. Letta pronto a fare un passo
di Fabio Martini
(da “La Stampa”, 5 dicembre 2013)

La Corte Costituzionale continua a regalare sorrisi ai presidenti del Consiglio dell’era post-Berlusconi. Un anno fa Mario Monti, ieri sera Enrico Letta. Non appena a palazzo Chigi è stato chiarito il senso di una sentenza difficilmente comprensibile in base al criptico comunicato della Consulta, il presidente del Consiglio ha sorriso interiormente e, pare, anche nella mimica facciale: il combinato disposto della decisione della Corte e delle forze in campo, blinda Letta, gli offre un’ altra opportunità per andare avanti per tutto il 2014. Per il presidente del Consiglio «si fa un punto di chiarezza, la sentenza è un incentivo ad accelerare» per il superamento del Porcellum.

In cuor suo Letta sa bene che la “reviviscenza” del proporzionale con preferenza del 1993 diventa la migliore credenziale per durare un altro anno. Eloquente una battuta sussurrata ieri sera in Transatlantico da uno dei migliori amici del presidente del Consiglio: «Tra i nemici politici di Enrico – a cominciare da Renzi – chi mai oserà chiedere di andare a votare con una legge che riprodurrebbe le larghe intese?».

E a questo punto, Letta proverà a cogliere la palla al balzo: subito dopo le Primarie del Pd, nei primi due giorni della prossima settimana intende ascoltare le forze della maggioranza per presentarsi l’11 dicembre in Parlamento per il discorso della fiducia con la proposta di un disegno di legge governativo contenente due riforme costituzionali (monocameralismo e riduzione dei parlamentari) e alle quali legare anche la legge elettorale. Una mossa con la quale replicare a tambur battente alla sentenza della Consulta.

Un iter che Letta ha immaginato assieme a Dario Franceschini, ministro per i Rapporti col Parlamento e confidente in tutti i passaggi cruciali, ma che presenta diversi ostacoli.

Il primo: non sarà semplice trovare un minimo comun denominatore tra Renzi, Alfano e la nuova minoranza Pd nella quale i popolari proporzionalisti e l’ala bersaniana certo non faciliteranno un’intesa. Ieri Beppe Grillo ha per la prima volta sposato apertamente il Mattarellum nella versione soft, senza additivo maggioritario e tempo fa proprio Letta aveva detto a titolo personale di considerare quella soluzione come quella preferibile. Ma Letta è chiamato a fare i conti con Matteo Renzi e col suo furore, per una decisione della Consulta che il sindaco considera orchestrata e architettata contro di lui e comunque a favore della stabilità del governo. In privato Renzi ha usato termini hard che non ripeterà in pubblico, ma del suo umore politico Letta dovrà tener conto nel calibrare le sue mosse. Anche nel proporre il governo come dominus della nuova fase politica, “macchiata”, secondo l’ottica renziana, da una forzatura delle leggi e della Costituzione.

Nel suo discorso alla Camera Letta annuncerà la presentazione di un disegno di legge governativo col quale si proporrà il superamento del bicameralismo perfetto, l’attribuzione alla sola Camera dei deputati della facoltà di concedere la fiducia al governo, la riduzione dei parlamentari. Direttamente connessa a questi due ritocchi costituzionali, una proposta di riforma elettorale, dai contorni ancora non chiari. Nei giorni scorsi qualcuno aveva ipotizzato un patto già perfezionato tra Letta e Renzi su un modello di riforma a doppio turno, ma risulta che tutti i più recenti colloqui tra i due si siano consumati in un clima di reciproca freddezza che da ieri è diventata gelo.

Anche perché, anche se nessuno lo dice in modo esplicito, nel Palazzo è diffuso il sospetto che attorno al governo sia stata artatamente stesa una rete di protezione. Lo dice in modo chiaro il solo Arturo Parisi, già ministro del governo di cui Letta era sottosegretario alla Presidenza: «Aveva ragione chi da mesi annunciava questa sentenza usando i verbi al futuro, e non al condizionale. L’impressione immediata è quella di una sentenza politica. Nelle conseguenze: la conferma che un Parlamento eletto in base ad una legge illegittima è anch’esso illegittimo, e coinvolge nella sua illegittimità tutte le cariche che da essa derivano». Durissima la conclusione: «Se il Parlamento non interviene il rischio è l’avocazione della funzione di governo a poteri privi di una adeguata legittimazione democratica». Un anno fa il referendum anti-Porcellum fu respinto dalla Consulta e Mario Monti potè proseguire il suo cammino senza i possibili grattacapi derivanti da un referendum. Ieri il replay.


Un colpo all’ipocrisia della politica
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 5 dicembre 2013)

La pressione dell’opinione pubblica e una certa «vocazione» politica hanno prevalso sulle ragioni del diritto. Solo così si può comprendere una decisione della Consulta che ha dichiarato incostituzionale una legge che, da otto anni, ha fatto eleggere dai cittadini la massima istituzione della Repubblica italiana, il Parlamento. Una sentenza che, se non politicamente e giuridicamente, ma almeno dal punto di vista morale, delegittima quasi dieci anni di vita pubblica nel nostro Paese.

Sono significative, del resto, le prime reazioni a questo verdetto della Corte Costituzionale: applausi unanimi e propagandistici delle forze politiche; sconcerto, in privato, e perplessità, in pubblico, della gran parte dei giuristi.

È vero, però, che la decisione sarà accolta da un sospiro di sollievo e dall’entusiastico consenso di tutti gli italiani, giustamente indignati dal comportamento ipocrita e inaccettabile di una classe politica che, nonostante gli appelli del Capo dello Stato sostenuto da un’opinione pubblica insolitamente compatta, non è riuscita a trovare un accordo per cambiare l’obbrobrio del «porcellum». La sentenza, infatti, costituisce un durissimo monito a coloro che ci hanno governato negli ultimi anni, raccoglie lo sdegno degli italiani per l’esproprio della volontà popolare subito da parte delle segreterie dei partiti, ma apre, nello stesso tempo, scenari del tutto imprevedibili davanti a un futuro politico già molto complicato.

La Corte non solo lancia al Parlamento un ultimatum, un messaggio che sarebbe potuto arrivare anche se accompagnato da un più comprensibile rinvio della decisione, ma non lo aiuta a individuare un indirizzo di riforma urgente del «porcellum» finché, fra alcune settimane, non saranno note le motivazioni. A meno che siano attendibili le voci che, ieri sera, confidavano una opinione della Corte altrettanto sorprendente, quella di una sentenza già applicativa della legge elettorale, con due correzioni: il proporzionale puro e la preferenza unica.

È molto difficile, in queste ore, valutare le conseguenze, sul piano strettamente politico, del clamoroso verdetto della Consulta, perché il solito uso della logica e della ragionevolezza potrebbe essere vanificato da un clima di tale confusione, persino tra le istituzioni, da non poter escludere nessuna ipotesi, anche la più inverosimile. A prima vista, però, la sentenza potrebbe garantire al governo Letta, per almeno un anno, un’affidabile assicurazione sulla vita. I paradossali consensi alla decisione della Corte da parte di quelle stesse forze politiche così duramente messe sotto accusa e delegittimate non preludono a un immediato accordo su una nuova legge elettorale, perché gli interessi di parte sono così frazionati da rendere molto arduo il raggiungimento di un’intesa ampia tra i partiti, quale sarebbe necessaria per una riforma così delicata, quella che deve stabilire le regole del gioco elettorale. I tempi, poi, si potrebbero allungare anche per l’opportunità di legare alla nuova legge sul metodo di voto almeno due riforme costituzionali, quella sulla riduzione del numero dei parlamentari e quella sul monocameralismo.

Tale percorso politico che in queste ore i principali esponenti del governo prevedono come il più probabile, e anche quello da loro evidentemente caldeggiato, si potrebbe scontrare con la forza dirompente della sentenza emessa ieri sera dalla Corte che, in un momento di acute tensioni sociali e di gravi preoccupazioni economiche, potrebbe travolgere le sempre fragili difese di un equilibrio politico molto delicato. È chiaro che le forze d’opposizione al governo Letta, a cominciare dal Movimento 5 Stelle, useranno il verdetto come il più autorevole avallo all’attacco di questo Parlamento e alla delegittimazione di quella maggioranza che sostiene l’esecutivo. Ma anche la risorta Forza Italia potrebbe trovare nella Consulta un formidabile alleato per giustificare l’urgenza di nuove elezioni e, così, strozzare nella culla il neonato concorrente costituito dal partito di Alfano.

L’effetto sentenza, infine, potrebbe indirettamente indebolire anche le resistenze di Napolitano a interrompere la legislatura, perché, da una parte, rafforza gli appelli del Capo dello Stato per la riforma della legge, ma, dall’altra, dichiara sostanzialmente illegittima la composizione delle attuali Camere.

L’Italia, insomma, si appresta a vivere scenari del tutto inediti, nei quali si mischiano populismi di vario genere, un antieuropeismo a sfondo autarchico e una crisi di delegittimazione morale di una intera classe politica. In questo clima, le istituzioni fondamentali del nostro Paese rischiano, pure loro, di non credere più a se stesse, al ruolo che devono esercitare in una democrazia. Ecco perché è giusto che siano sensibili alle esigenze dei cittadini, ma nell’assoluto rispetto dei confini del loro potere.


Decade il Parlamento
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, m5 dicembre 2013)

Troppo entusiasmo, troppa fretta di chiudere la partita. E quando si fa i gigioni, se non la storia, la cronaca presenta il conto.
I parlamentari della sinistra avevano ancora in bocca il sapore dello champagne col quale avevano brindato alla decadenza di Silvio Berlusconi, da loro voluta e votata, che si ritrovano tutti decaduti, loro e i loro colleghi di ogni partito.

Una beffa firmata Corte costituzionale, che ieri ha emesso, a sorpresa, una sentenza choc: la legge elettorale, il famigerato porcellum, è illegittimo. Tecnicamente, e soprattutto politicamente, quello attuale è un Parlamento illegale. E se vogliamo estendere il principio, sono da considerare nulli anche i suoi atti. A partire dall’elezione del capo dello Stato. Napolitano, insomma, è un abusivo, abusivi sono i senatori a vita da lui nominati, abusiva è la defenestrazione di Berlusconi da senatore. Ma soprattutto è abusiva l’egemonia numerica del Pd, figlia del premio di maggioranza (148 deputati) dichiarato ieri incostituzionale. Di conseguenza, è illegittimo il governo Letta.

Povera sinistra, vigliacco che una volta riesca a vincere una elezione in modo chiaro e stabile. La sfiga la perseguita, la bracca e ogni volta che è lì per farcela arriva la tranvata.

Già, perché la sentenza di ieri manda a gambe all’aria tutti i piani per il dopo Berlusconi. Letta, Alfano e Napolitano erano a un passo dallo spartirsi il Paese. Renzi, tra poche ore probabile leader del Pd, a un passo da un inciucio col trio di cui sopra. Tutto da rifare, e viene quasi da ridere. Buon senso vorrebbe che si dimettessero tutti, da Napolitano in giù, e si tornasse subito a votare con la stessa legge senza le parti emendate (premio di maggioranza e liste bloccate). Non sarà così, o almeno cercheranno di mettere le cose in modo da andare avanti in qualche modo.

Ma non hanno futuro. Il rispetto delle sentenze non può essere invocato solo quando riguardano Silvio Berlusconi. Per questo Parlamento, e quindi per questo governo, è finita. Altro che semestre di presidenza europea. Già contavano poco o niente prima, figuriamoci adesso che sono giuridicamente delegittimati, e dunque senza alcuna autorevolezza interna e internazionale. Altro che riforme: qualsiasi associazione di categoria o di consumatori potrebbe da oggi impugnare la validità di leggi e disposizioni. Signori, siamo senza Parlamento, presidente della Repubblica e governo. E per quello che hanno fatto fino ad ora, non è un male. Anzi.


di Chiara Sarra
(da “il Giornale”, 5 dicembre 2013)

“Sono 148 i deputati abusivi della sinistra”. L’accusa arriva da Renato Brunetta, che “dopo la sentenza con la quale la Corte Costituzionale ha bocciato l’attuale legge elettorale”, chiede di rendere “immediatamente esecutive le indicazioni che sono state date”.

“I deputati eletti a Montecitorio (dove ancora non sono state convalidate le elezioni dello scorso febbraio) grazie al premio di maggioranza, sono di fatto decaduti e i seggi assegnati grazie a quel premio, giudicato illegittimo dalla Consulta, dovrebbero essere riassegnati subito tra gli altri gruppi presenti in Parlamento”, ha spiegato il capogruppo di Forza Italia alla Camera, “Con la redistribuzione dei seggi il centrodestra avrebbe in tutto solo due onorevoli in meno del centrosinistra, situandosi a 190 e guadagnandone dunque 66 rispetto agli attuali 124. Allo stesso tempo il Pd passerebbe ad esempio da 292 deputati a 165, Sel da 37 a 21.

Quanto al problema della nuova legge elettorale, essa dovrebbe venire adottata dal Parlamento nella nuova composizione a seguito della ridefinizione dell’assegnazione dei seggi o dal governo con un decreto-legge di emergenza limitato a tamponare la situazione in vista dell’elezione di un nuovo Parlamento legittimo cui spetterebbe di riesaminare la questione”, conclude il capogruppo di FI.

Brunetta poi si fa anche un’altra domanda: “Sono un economista e non un costituzionalista perciò non so rispondere, ma mi pongo la questione: mi chiedo se sia legittimo il presidente della Repubblica nominato due volte da un Parlamento votato con il Porcellum”.


Sorgenia ha un buco di 1,8 miliardi
di Marcello Zacché
(da “il Giornale”, 5 dicembre 2013)

C’è un buco che minaccia le banche italiane di cui si dice poco o niente. Una voragine profonda come quella di Alitalia, Telco-Telecom o Tassara-Zaleski.
Si chiama Sorgenia ed è il gruppo energetico controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti, che negli ultimi 10 anni ha accumulato debiti su debiti, fino a raggiungere la soglia da allarme rosso di 1,8 miliardi. E qui ha dovuto chiedere alle banche una moratoria e una ristrutturazione del debito. Il gruppo, fondato nel ’99 dall’Ingegnere in vista della liberalizzazione del settore, da un lato non riesce più a rispettare le scadenze; dall’altro dovrà far fronte nel 2014 e 2015 (tra linee «corporate» e «project») a rimborsi per oltre un miliardo. Le banche tremano. Mentre la Cir chiede uno «sconto» sui debiti senza però voler metterci del suo. Il che, specie dopo il fresco ingresso nelle casse dei De Benedetti dei 350 milioni netti pagati da Fininvest per il Lodo Mondadori, sta irritando non poco le banche coinvolte nella faccenda. Tra queste, prima fra tutte c’è il Monte dei Paschi di Siena che, per non farsi mancare niente, è la maggiore sostenitrice creditizia del gruppo Sorgenia, leader di vari pool di finanziamento erogati negli anni della gestione di Giuseppe Mussari. La banca guidata da Alessandro Profumo, interpellata, non ha voluto fornire alcuna indicazione per «policy aziendale». Ma secondo voci di mercato Mps dovrebbe essere esposta per circa 600 milioni (un ordine di grandezza pari a un quinto dell’aumento di capitale da 3 miliardi che la banca senese ha in cantiere). Intesa è la seconda più esposta seguita poi da Unicredit, Mediobanca, Banco Popolare, Ubi Banca, Bpm e in misura minore anche Carige, Bnl, Cariparma, Pop Etruria e qualche estera. Il debito è distribuito tra le diverse società del gruppo, ma essenzialmente sta in capo alla holding per 800 milioni, a Sorgenia Power (650 milioni) da cui dipendono tre delle quattro centrali elettriche e alla collegata (quindi non consolidata) Tirreno Power (800 milioni), una delle tre «Genco» cedute dall’Enel, di cui Sorgenia detiene il 39 per cento. La situazione è per di più appesantita dal fallimento di una delle banche creditrici, la tedesca Portigon (ex WestLb).

Nei soli primi 9 mesi di quest’anno Sorgenia ha annunciato una perdita di 434 milioni, in gran parte dovuta a svalutazioni. Il nuovo manager operativo, Andrea Mangoni, arrivato a luglio, deve ora negoziare con le banche, che gli hanno chiesto un piano industriale, in calendario per martedì prossimo, nel quale oltre a qualche dismissione ci sarà la richiesta al governo di sovvenzioni (il capacity payment). Ma il punto è che la società si trova in queste condizioni per un errore di fondo commesso dai De Benedetti: quello di investire miliardi nelle centrali a «ciclo combinato» (quelle che funzionano a gas) e di averlo fatto fino a pochi anni fa, quando il crollo della domanda da un lato, e la priorità nel dispacciamento delle energie rinnovabili dall’altro, hanno reso la tecnologia di Sorgenia marginale. Centrali programmate per lavorare 7-8mila ore l’anno si trovano a funzionare per 2.500. Per il resto stanno ferme, non producono ricavi, tanto meno margini, ma solo costi fissi (appesantiti dai famigerati contratti «take or pay») e di ammortamento degli investimenti effettuati. E Sorgenia, a differenza di altri produttori, ha poche o nulle possibilità di diversificazione. Le banche si trovano quindi di fronte un mix di fattori tutti negativi: il peso del debito e la crisi del settore, a cui si aggiunge un azionariato frammentato: la Cir dei De Benedetti controlla il 52% delle attività Sorgenia con gli austriaci di Verbund al 48%; mentre in Tirreno Power Sorgenia ha il 39%, con il 50% dei francesi di Gdf. Per risolvere il rebus Sorgenia ha chiamato Lazard, che se ne occupa con l’ad Marco Samaja e il partner Igino Beverini. Anch’essi, interpellati, non hanno voluto fornire chiarimenti sulla situazione, a conferma della cintura di protezione che si sta stringendo intorno a una vicenda esplosiva. Gli scenari sono diversi e arrivano fino a quello, estremo, secondo il quale il socio Verbund sarebbe deciso a chiedere il concordato preventivo per fermare l’emorragia. Altri invece giurano che la questione sia il primo pensiero dell’Ingegnere. Deciso a non perderci un centesimo. Magari grazie a qualche operazione di «sistema» da organizzare nel 2014. Dopo la vittoria alle primarie del Pd di Matteo Renzi, il candidato sostenuto dalla «sua» Repubblica.


Letta, Renzi, Alfano, Berlusconi: cosa succede adesso
di Redazione
(da “Libero”, 5 dicembre 2013)

Dicono che da quando Giorgio Napolitano lo ha scelto come giudice della Corte Costituzionale, lui si sia dedicato con costanza e pazienza alla questione della legge elettorale. In molti vedono prorprio in lui, Giuliano Amato, l’uomo del prelievo forzoso dai conti del 1992, il grande regista dell’operazione che ha bocciato il Porcellum. Un’unica decisione che, con un colpo solo, ha messo una pietra sul disegno di Silvio Berlusconi di andare al voto e allo stesso tempo sulla sperenza di Matteo Renzi blindando di fatto il governo Letta.

Missione compiuta – L’obiettivo è quello di “mettere in sicurezza” il governo Letta almeno fino alla primavera del 2015, far sì che il governo delle intese sempre più strette porti a casa le riforme: a questo punto prima tra tutte quella elettorale. Una sentenza che fa esultare Letta e il suo vice Alfano che vedono allontanarsi la prospettiva del voto e soprattutto li “smarca” sia da Renzi che negli ultimi giorni, con l’avvicinarsi della data delle primarie del Pd che lo danno per vincente, continuava a fare passi avanti stringendo in un angolo sempre più stretto Letta. Ma non c’era solo Renzi a “fare pressing” e mettere in pericolo la vita del governo. C’erano le spinte di Grillo e di Berlusconi verso il voto. Ma adesso la sentenza ha rimesso tutto e ognuno al suo posto.
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(Non credo proprio che le cose andranno secondo i desiderata di Napolitano-Amato. Anche se ci proveranno. I nodi istituzionali ormai stanno venendo al pettine. bdm)


Votare o non votare? Io dico di no, tanto decide tutto Bruxelles
di Piero Sansonetti
(da “gli Altri”, 5 dicembre 2013)

Un po’ è l’astuzia della ragione – come diceva Hegel – un po’ è l’astuzia delle leggi elettorali – come diceva, forse, Calderoli… -. Fattostà che in questo momento in Italia esiste il “governo unico” nel senso che esiste una e una sola possibilità di formare l’esecutivo: la grande coalizione centrista. Nel Pd si accapigliano e ciascuno giura che lui è contro la grande coalizione eccetera eccetera. Ma non è così. L’equilibrio scovato da Napolitano e che si è realizzato nella costruzione del governo Letta è l’unico possibile, ed è un equilibrio del tutto funzionale al disegno europeo. Cioè funzionale al fatto che il potere vero resti nelle mani delle burocrazie europee e delle lobby nazionali e internazionali che controllano la finanza e i mercati.

Invocare un ritorno alle urne non ha senso, perché le urne sono truccate. Vediamo un momento in modo concreto come stanno le cose qui da noi (ma in Germania è più o meno la stessa cosa). Vige un sistema elettorale bipolare, con fortissimo premio di maggioranza, e convive con un sistema politico di fatto che è tripolare. Questa contrapposizione tra bipolarismo di diritto e tripolarismo di fatto (centrosinistra, centrodestra e Grillo) rende impossibile qualsiasi maggioranza che non sia di coalizione tra poli diversi. Porcellum o Mattarellum non cambia assolutamente niente. E siccome il Movimento 5Stelle – per definizione, e per natura immodificabile – è estraneo ad ogni possibilità di coalizione, le urne non possono fare altro che produrre un governo di unità tra centrosinistra e centrodestra. Qualunque siano le forme nelle quali centrosinistra e centrodestra si presentino al voto ed escano dal voto. Mi spiego meglio: se si andasse alle urne, esiste la possibilità che il governo-Letta possa essere battuto e restare senza maggioranza. Questo perché niente esclude che il nuovo partito di Alfano resti fermo a percentuali ad una sola cifra, e magari anche piccola. In questo caso cosa succederebbe? Nient’altro che il rientro in gioco di “Forza Italia” e un governo di coalizione più spostato su posizioni berlusconiane. Giochi di bilancini, niente di più: il boccino resterebbe in mano al potere europeo, il vero premier resterebbe Ollie Rehn, e la politica italiana resterebbe quella lì: capitalismo molto liberista, ulteriore spostamento di risorse verso il capitale, riduzione non tanto del potere d’acquisto ma del potere tout-court delle classi subalterne. Redistribuzione della ricchezza verso l’alto, magari con qualche misura che comunque spinga ad un aumento dei consumi e dunque ad un’ulteriore subalternità dei ceti poveri. E, dentro questo schema, riduzione dei diritti sociali e dei diritti civili, i quali difficilmente possono espandersi in una situazione di crisi. Lo dico in modo ancora più schematico: uscire dalla crisi restando nella crisi, e usare la crisi permanente come grande strumento di controllo, che si sostituisce alla democrazia e che limita le libertà attraverso l’emergenza e lo Stato d’eccezione.

Esiste qualche possibile forma di reazione?

A me sembra che l’unica possibilità di reazione sia sempre la stessa. Da quando esiste la società e da quando esiste lo Stato: la ripresa della politica, cioè della lotta politica. Non solo sul piano sociale, e non solo della lotta politica radicale e di sinistra. Da parte della sinistra radicale non c’è errore più marchiano che quello di pensare di essere “lei” il problema, o di essere il centro del problema. Non è così: il problema è la ripresa del conflitto politico, a destra, a sinistra e al centro, tra i radicali e tra i moderati. E questa ripresa del conflitto difficilmente può non passare da una fortissima riforma delle istituzioni e delle regole della democrazia. Con questa democrazia la politica è morta. E siccome la politica è stata il killer di questa democrazia, non può pensare che questo sistema democratico la resusciti, così, come per incanto.

La mia opinione è che nessuna riforma elettorale aiuti. E del resto, se è incostituzionale un premio esagerato di maggioranza – perché viola il diritto alla proporzionalità – lo è ancora di più un sistema maggioritario, che ignora totalmente la proporzionalità e – sulla carta – può cancellare ogni minoranza. Il vecchio “mattarellum” è peggio del “porcellum”.

Torno a dire che l’unica riforma possibile è quella presidenziale di tipo americano. L’America è l’unico paese dove il conflitto politico non è mai morto. E non certo per via del sistema elettorale uninominale, ma per il presidenzialismo. E’ nella battaglia per la scelta del Presidente che si esprime la lotta politica tra schieramenti e idee diverse. Ed è nella lotta tra Presidente e Congresso che si svolge la vita della democrazia. Nessuno pensa che una riforma della Costituzione e dei sistemi di rappresentanza possa far risorgere la politica, così, automaticamente. La politica risorge solo se nascono idee e leader. Ma per vivere ha bisogno di un sistema democratico che non è questo nel quale viviamo.
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(Condivido il sempre coraggioso Sansonetti sul punto in cui sostiene che il sistema presidenziale americano risolverebbe tanti nostri problemi. Ma come arrivarci? Su una cosa sbaglia, però: respingere l’utilità del voto. Aspettiamo di vedere i segnali che da esso deriveranno. Mai da trascurare, e forse questa volta forieri di cambiamenti assai più radicali che nel passato. bdm)


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart