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Invernizio, Carolina

23 Gennaio 2009

Il bacio di una morta
La vendetta d’una pazza
I ladri dell’onore
La sepolta viva
I Misteri delle Soffitte
I Misteri delle Cantine
Il treno della morte
La felicità nel delitto

Il bacio di una morta

 

Sono ben oltre un centinaio le opere di questa autentica e imbattuta regina del gotico, che godette di un successo di pubblico davvero invidiabile: una straordinaria macchina da best seller. Di contro non godette dei favori della critica. La stessa sorte toccata a Francesco Mastriani (1819 – 1891), anche lui autore di oltre cento opere.
I suoi romanzi, il primo dei quali fu “Rina, o l’angelo delle Alpi”, del 1877, hanno visto varie riduzioni cinematografiche. “Il bacio di una morta”, di cui ci occuperemo, vanta due trasposizioni: la prima del 1949 ad opera di Guido Brignone; la seconda del 1974 per mano di Carlo Infascelli. Entrambe con lo stesso titolo del romanzo.
Un’altra opera celebre è “La Sepolta viva”, del 1896, che ad essa è strettamente congiunta, come lo è “La vendetta di una pazza” annunciata dall’editore come “seguito e fine al «Bacio di una morta»”, e uscita nel 1894, inframezzata da “L’orfanella di Collegno”, del 1893.
Il bacio di una morta” si apre con una lunga dedica al marito Marcello Quinterno, che va segnalata per la delicatezza del sentimento e per il debito di riconoscenza che l’autrice riconosce nei confronti del marito: “Se la mia vita triste, ritirata, ha un lato luminoso, è la vostra tenera e cordiale bontà per me. A voi debbo l’ispirazione di molti miei lavori; voi svegliaste in me l’idea di sollevarmi alquanto dalla mediocrità.”
Alfonso, sposato con una donna andalusa, Ines, non ha più notizie della contessa Clara Rambaldi, sua sorella. Un giorno riceve da lei una richiesta d’aiuto e quando giunge a casa sua apprende la notizia che è morta da pochi giorni.
La morte farà da guida a questa storia. Essa sarà sempre presente, sin dalla visita che Alfonso ed Ines faranno alla tomba della sorella: “Il solenne silenzio che regna in quel luogo, sacro al riposo dei morti, i grandi alberi, le croci mortuarie, tutto è propizio alle più folli e deliranti visioni. La è la morte: davanti, di dietro, al nostro fianco, sotto i nostri passi, sotto l’erba che calpestiamo; è impossibile sottrarsi al suo pensiero. Anche l’uomo più forte, più scettico trema, si sente il cuore stretto da una gelida pressione. I monumenti assumono ai nostri occhi un aspetto strano, fantastico, bizzarro; ombre vaghe, sfumate, sembrano librarsi dinanzi a noi, fra le tombe, nell’aria; un sudor freddo scorre per tutto il corpo, le labbra diventano mute.”
La bara, che si trova depositata nella cappella in attesa della sepoltura, viene scoperchiata e assistiamo ad una descrizione di Clara che ci suggerisce il confine labile tra vita e morte. Clara sembra viva, la sua bellezza è intatta. Potremmo definirla viva o morta, indifferentemente: “Ella era bella di una celeste purezza, e sotto quelle trine candide, con quel vestito bianco, pareva una vergine assopita nei pensieri del cielo.” È un passaggio chiave, che va al cuore stesso della ispirazione e della poetica dell’autrice, strettamente legate al suo tempo. L’aspetto gotico e macabro è rafforzato qui da un romanticismo in certi punti perfino esasperato, che però in quegli anni conquistava ed esaltava molti lettori. Non è da escludere in questo rapporto tra la vita e la morte, in questa corrispondenza di sentimenti tra i vivi e i defunti, la suggestione dell’opera foscoliana “Dei sepolcri”, del 1806.
Il racconto si svolge quietamente, con tempi mai frettolosi, anzi tendenti ad una sorta di dilatazione. Si direbbe che sia proprio da questa dilatazione che derivi, pur nel macabro in cui ci ritroviamo immersi, la leggerezza della storia. Se si eccettui lo stile che paga un largo tributo al suo tempo (“Clara teneva i gomiti appoggiati alla balaustrata e con una delle bianche e affusolate mani sosteneva la bionda testa. Non si poteva vederle il viso, ma dai sospiri frequenti che le sollevavano il petto, si capiva l’affanno che le pesava sul cuore.”), si potrebbe dire che il gotico della Invernizio è agli antipodi degli horror che invadono la narrativa e il cinema di oggi, allo stesso modo che il poliziesco di un Conan Doyle o di un’Agatha Christie sono lontani dai pesanti e spesso violenti gialli che invadono gli scaffali delle librerie.
Nella trama compaiono anche tracce di quel fiabesco macabro (figli sgraditi e allontanati) che ritroviamo in tante favole, da Cenerentola, a La bella addormentata nel bosco, a Pollicino, e così via, per limitarci alle più note. Poco o niente invece troviamo di quanto di importante era appena accaduto o stava accadendo in Francia con autori come Stendhal, Balzac, Flaubert, Hugo, Maupassant, Zola, se si fa eccezione per Alexandre Dumas e Eugène Sue, ai quali la Invernizio è debitrice di qualche tributo (ad esempio a “Il conte di Montecristo”, nel camuffamento di Clara – “la Dama Nera” – recatasi a Parigi per vendicarsi sul marito e ritrovare la figlia Lilia). I due autori d’Oltralpe, infatti, assai famosi e popolari, non possono essere stati ignorati dalla Invernizio, che ne deve aver assorbito, da essi più che da taluni minori, alcune fantasie.
Da quando Clara è uscita dalla catalessi che l’aveva fatta credere morta, la storia ripercorre per larga parte l’antefatto. Ossia, Clara viene a sapere da un  vecchio e devoto servitore della madre defunta, Nemmo, dell’esistenza del fratello. Ne prende cura, all’insaputa del padre, che lo crede precipitato in un burrone come gli ha raccontato, mentendo, il capraio Ronco che lo accudiva sin dalla nascita, e ne fa un giovane elegante e istruito.
Il rapporto tra Alfonso e Clara, della quale Guido ignora che il primo sia fratello, sarà causa di incomprensioni e litigi tra i due sposi. Come lo sarà Nara, l’affascinante e malvagia ballerina, che, sedotto il cuore di Guido, si frapporrà fra lui e la moglie. Questa è una delle descrizioni di lei: “Era splendidamente bella ed abbigliata con elegante semplicità. Nulla di più voluttuoso dei suoi occhi grandi, stupendi, dalle pupille luminose: il suo colorito bruno era alquanto animato: le labbra sensuali, di un rosso vivissimo, spiccavano sullo smalto dei denti bianchi, umidi, come quelli di un fanciullo: la bruna lanugine, che gettava una specie d’ombra agli angoli della bocca, dimostrava il carattere focoso, appassionato di quella donna: le sue narici rosee si dilatavano frementi: nello sguardo aveva qualcosa d’indefinito, d’imperioso.”
Mescolando a tratti il genere macabro con quello cavalleresco, l’autrice tesse una trama che si va via via infoltendo e complicando, sostenuta com’è da una immaginazione ricca indubbiamente di notevoli suggestioni. Sciantose maliarde, conti, duchi e marchesi, duelli, fughe e riapparizioni, veleni, collegano la Invernizio alle correnti europee del romanzo avventuroso e popolare.
Non si può nascondere che il peso degli anni grava fino alla fine sul romanzo, in vero più sulla scrittura che sulla cupa storia, la quale, infatti, ancora mantiene tesi i fili della narrazione. Figlia intera del suo tempo (si pensi all’uso di certe parole, come colpabilità in luogo di colpevolezza), ne consegna a noi le tracce con una testimonianza di consuetudini e di sentimenti oggi del tutto mutati.

La vendetta d’una pazza, 1889.

 
Il romanzo è del 1894.
Una donna stremata dalla fame cammina nella notte come una pazza, lamentandosi. Per sua fortuna incontra un “medico burbero, misterioso, che viveva tutto solo, come un orso, in una casetta lontana dall’abitato, che non esercitava la sua professione che verso i bisognosi, dai quali non si faceva pagare”. È il dottor Moro che, acceso un fiammifero, in quella notte buia, vede nel volto della donna la miseria in cui era sprofondata. La conduce a casa sua, dove vive con un anziano domestico: “… ora che l’ho ricoverata sotto il mio tetto, mi diventa cara.”.
Si appalesa subito il rapporto tra bene e male, e il primo soccorre chi si è lasciato travolgere dal secondo e vive nella sordità dei buoni sentimenti. La sconosciuta crede di essere tutta nelle mani di Satana e che Dio l’abbia abbandonata.
La scrittura della Invernizio è diretta, senza fronzoli.
Nella casa il dottore ha un quadro dove è raffigurato un uomo che ha davanti a sé un patibolo. Alla domanda della donna, il medico rivela che è il ritratto dell’uomo che disonorò e uccise la sua fidanzata, e quel quadro è lì per ricordargli che egli deve cercare la figlia di lui per fare la sua vendetta.
La sconosciuta osserva il quadro, trovando nell’immagine un qualcosa che la inquieta.
Le curiosità del lettore, come si vede, sono state accese e stimolate sin dal principio.
Ma la Invernizio non lo fa attendere di più e soddisfa subito la prima curiosità: quella sconosciuta, il cui nome è Nara, una ballerina fuggita dal manicomio, dove, creduta pazza, era stata rinchiusa, è proprio la figlia dell’uomo ritratto nel quadro. La quale, anziché spaventarsi, decide di far innamorare di sé il medico: “mi farò amare da lui…”.
È evidente che ha un disegno tragico nella sua mente esaltata, una qualche vendetta da compiere. Ci si domanda, visto il proposito di Nara di farsi amare: Essa può passare attraverso l’amore?
È ciò che andremo a scoprire e ci stimola.
Mara crede di aver patito un sopruso; si accenna a un suo tentato delitto per il quale è stata condannata al carcere, e da lì tratta in manicomio, poiché era riuscita a simulare la pazzia:
Due nomi emergono, intanto, quello del conte Guido Rambaldi, di cui era innamorata, e quello di sua moglie Clara, la sua rivale.
Dalle descrizioni si comprende che la ‘pazza’ doveva condurre una vita sufficientemente agiata.
Senza dubbio, comunque, un demone è dentro di lei.
Nel fuggire dal manicomio ha incontrato una povera merciaia in un bosco, ne riceve alimento e assistenza, e poi, onde impossessarsi dei suoi documenti d’identità, la uccide: “Ed agile e forte com’era, si gittò all’improvviso sulla merciaia, la stese a terra, le pose un ginocchio sul petto, e la strinse con le dita nervose intorno alla gola. Fu l’affare d’un minuto.”.
Nulla di più atroce che uccidere una donna, che le aveva generosamente offerta una parte della sua colazione, al solo fine di rubarne le vesti e l’identità: “La pazza non è più. È risorta merciaia.”.
Rubati i documenti d’identità occorreva fare di più, rendere la morta irriconoscibile: “L’occhio di Nara scintillava in quel momento proprio del fuoco della pazzia; una rabbia selvaggia s’impossessò di lei. Coi piedi, ella pestò il viso dell’infelice, che le aveva per così dire, salvata la vita. Con un selce le sfondò un occhio freddamente, senza provarne orrore e ribrezzo.”.
Si noti la gelidezza di questa descrizione, che riesce a mantenere nettamente separata l’autrice del romanzo dal suo personaggio.
Così vestita, coi panni dell’uccisa: “nessuno avrebbe riconosciuta in lei l’elegante e bellissima Nara, la pazza, forse a quell’ora inseguita.”.
Trovato il corpo della merciaia, spacciato dalla polizia per quella di Mara, la voce dell’assassinio si diffonde e genera sgomento e paura.
Nella casa dei conti Rambaldi Mara è conosciuta e la notizia della sua morte genera meraviglia. Di lei, di una sua vendetta si aveva paura.
Invernizio ci presenta rapidamente, citandone appena i nomi, i personaggi di questa nobile famiglia. A frequentarla è anche il dottor Moro, che aveva curato e ospitato Mara, non riconoscendola. Egli nutre dei sospetti su quanto dichiara la polizia e su quanto scrivono i giornali. La donna uccisa, che noi sappiamo essere la merciaia e non Mara, è infatti risultata incinta dalla perizia effettuata sul suo corpo; e il dottore ha ragione di credere che non sia Mara che trovavasi rinchiusa e vigilata in manicomio, anche se gli altri della famiglia ammettono che essa possa aver subito una qualche violenza nello stesso manicomio in cui era ricoverata, dato che era molto bella.
L’autrice comincia a disegnare il mondo in cui Nara si è mossa fino a che non è stato commesso il delitto oggetto di quello che è stato chiamato “il processo Rambaldi”, in cui lei era l’accusata, poi ritenuta colpevole e pazza e punita con la reclusione in manicomio.
Di questo processo sapremo più avanti.
Il disegno apparecchiatoci dalla Invernizio è quello di un quadro ancora composto di ombre e di mistero, nei quali ha voluto immergerci senza che noi possiamo ancora prendere una strada precisa che ci conduca ad una logica conclusione.
Una tecnica da thriller.
Il palcoscenico è già colmo di personaggi, ma ancora non sappiamo quali siano i maggiori.
Intanto, il dottor Moro, per aiutare Nara a trovare una occupazione, racconta ai Rambaldi ciò che gli è capitato con l’incontrare la sconosciuta nel bosco e chiede che aiutino la giovane, viste le precarie condizioni in cui si trova.
Nella casa, ad ascoltare il racconto, si trovano Clara moglie di Guido, Guido stesso, la loro figlia Lilia con la nutrice di quest’ultima, Gertrude, Alfonso e la moglie di lui, Ines, oltre a un notaio. Alfonso e Guido sono cognati, e il primo è fratello di Clara.
Non è stato dato ancora un volto a costoro, mentre di Nara è già tutta evidente la sua crudeltà.
Intanto, la mattina successiva, dopo aver passata la notte in casa del medico, questi, nel darle il buongiorno, nota la sua straordinaria bellezza, seppur rinchiusa in quei miseri cenci della merciaia uccisa, e Mara, prontissima, si accorge di aver fatto colpo su di lui, e orridamente pensa: “Ci è cascato, ora di quell’uomo ne farò quello che voglio.”; “… quando le passioni si destano sul declino dell’età, sono più terribili di quelle che si traversa in gioventù.”.
Al medico ha detto di chiamarsi Rosita e riesce a convincerlo a tenerla in casa con sé, disposta anche a fare la serva.
Poiché il medico ha voglia di parlarne, quando sono a cena Mara gli chiede, astutamente, di raccontarle la storia del processo Rambaldi, tenutosi a Firenze, processo che lei conosce molto bene, essendone stata l’imputata principale.
Raccontate, le dice Nara, facendogli capire che ne ha sentito parlare: “Ah! sì, sì, ricordo che ne fu fatto molto rumore. Si trattava di una moglie avvelenata dall’amante del marito, poi seppellita viva e risorta per l’opera di un fratello.”.
Del processo tuttavia si dirà poco; si saprà che Nara aveva, sbagliando, somministrato del narcotico, anziché del veleno, alla sua rivale Clara, entrambe innamorate di Guido, che Clara aveva sposato. Data per morta, Clara era ritornata in vita e nel processo Nara era stata riconosciuta come l’autrice del tentato omicidio e, considerata pazza, era stata rinchiusa in manicomio, da cui, come sappiamo, è riuscita a fuggire, ritornando sulla scena con il nome falso di Rosita.
Un’altra sera il dottore incomincia a raccontare un’altra storia, di quando era medico a Siviglia, dove aveva condotto i suoi studi. Aveva aiutato una giovane, Manola, rimasta senza genitori, e questa, nonostante la differenza di età, gli aveva chiesto di sposarla, essendo innamorata di lui. Succede però alla viglia delle nozze, che un uomo, di nome Rul, che era stato ospitato in casa del medico insieme con una sua figliola, Nulì, violenta e uccide Manola. È arrestato e condannato a morte sul patibolo, ma il medico non è ancora soddisfatto e si è messo in testa di rintracciare la bambina Nulì per farle fare la stessa fine della sua amata Manola.
Il lettore si è già domandato, a questo punto, se Nara sia quella Nulì che il dottor Moro sta cercando.
La risposta gli viene data subito. Terminato il racconto, e rimasta sola, Nara si rannicchia nel suo letto, ha un sorriso spietato e dice tra sé: “Se egli sospettasse chi sono, ma lo saprà un giorno, lo saprà.”.
Nara-Nulì è dunque il punto di congiunzione tra il processo Rambaldi e l’assassinio di Manola. Le due famiglie dei Rambaldi e del dottor Moro sono state ferite dalla stessa donna.

I fili si intrecciano e i sospetti e gli interrogativi che si accumulano rendono ansioso il lettore.
La scrittura della Invernizio è concentrata sui fatti, li mette al centro della narrazione e non si disperde per altri lidi. Le descrizioni delle atmosfere e degli ambienti sono veloci e stringatissime, asciutte. Un esempio: “All’indomani la giornata era splendidissima: gli uccelli cantavano allegramente sulle piante, il sole inondava tutta la campagna; un profumo di gelsomini ricopriva l’aria.”.
Manca qualsiasi segnale di sentimento.
Del resto, tutta la scrittura ha in sostanza questa asciutta corda musicale.
Una sera, Nara decide di mettere in atto il suo piano di vendetta. Ha dato del narcotico al dottore e all’anziano servitore (che ne muore), e ha indossato gli abiti del medico per mascherarsi. Quindi si reca alla villa dei conti Rambaldi, incontra dei saltimbanchi e con loro prende accordi circa il suo piano, promettendo una ricca ricompensa in denaro, sottratto al dottor Moro, al quale lascia questo biglietto eloquente: “Vecchio imbecille, tu credevi di avermi innamorata e che io acconsentissi a divenire tua moglie; invece tu stesso non hai servito che ai miei disegni. Tu cercavi la figlia dell’assassino che inviasti al patibolo e l’avevi sotto il tuo tetto e non te ne eri accorto. Parto, portando meco il tuo oro e puoi ringraziare il tuo Dio, se ti risparmio la vita. Spero che non ci vedremo mai più. ROSITA.”.
Ecco dunque sciolto definitivamente l’interrogativo la cui risposta il lettore aveva già anticipato: Nara è la figlia di Rul, l’assassino condannato al patibolo per aver violentato e ucciso Manola, la promessa sposa del dottor Moro.
La vendetta di Mara è matura, intanto. Orchestrato il piano, con l’aiuto di uno dei saltimbanchi, rapisce Lilia, la figlia dell’odiata Clara e lancia questo anatema, nel mentre osserva la casa dei Rambaldi andare a fuoco: “Ah! finalmente anche voi piangerete, a lacrime di sangue. Vostra figlia è per voi perduta, e nel suo cuore porrò tanto odio verso sua madre, che la sua mano stessa sarà quella che mi servirà per colpirvi un giorno.”.
L’asciuttezza e la perentorietà della scrittura della Invernizio sono presenti massimamente nelle descrizioni, che pur tuttavia sono costruite in modo da suggestionare il lettore, al quale è affidata la facoltà di un personale ampliamento: “L’inverno era venuto, un inverno freddissimo, eccezionale tanto che anche i vecchi non si ricordavano di averne mai passato uno uguale.
A Milano la neve era caduta in gran copia e di un’altezza straordinaria, tanto che le carrozze non potevano più circolare per le vie, e pochi e rari pedoni s’incontravano per la città.
Suonavano le 8 di sera; la nebbia era fittissima; il silenzio aveva a poco a poco guadagnate tutte le strade ed i sobborghi più popolati.”.
Siamo a Milano, poiché è lì che si sono rifugiate Mara e la piccola Lilia. La malvagia donna vi conduce una vita appartata ma signorile, tanto che la credono appartenente “a famiglia nobile”. Ricopre di tutti i vizi Lilia, cercando di legarla a sé. La porta perfino a teatro, sottoponendola all’ammirazione di tutti. Nara può condurre una vita così agiata, poiché ha ancora una discreta somma proveniente dal furto ai danni del dottor Moro. Del denaro, ricavato anche con la vendita di vari gioielli, ne era avanzato “ancora diecimila” franchi: “Si disse che quella bambina doveva essere la figlia di qualche principe.”; e della madre, che si fosse separata dal marito.
L’ordito della trama è lineare, trasparente; si parte dal basso e si verticalizza la storia senza deviazioni, a tale che un solo filo possa tenerla unita.
Nara riceve la proposta di matrimonio da un vecchio e ricco signore, che l’ha notata e se n’è invaghito.
È una trappola tesale dal dottor Moro, che cerca la sua vendetta. Intanto, assente Nara, Lilia viene rapita. Da chi? Dal conte Guido suo padre. Il dottor Morto e il conte avevano agito di concerto. Il dottore avrebbe liberato la piccola Lilia dalla presenza di Nara, facendola uscire di casa, e nel frattempo il padre, con la complicità della portinaia, che aveva le chiavi dell’appartamento, si sarebbe ripreso sua figlia.
Le cose procedono secondo i piani e ora Lilia è in viaggio per tornare da Clara, sua madre.
Nara, invece, si trova prigioniera e rinchiusa in una buia stanza a casa del dottor Moro e, a causa della sua mente esaltata e disperata, non vede che fantasmi.
Gli accenti romantici sono molto presenti. La stessa storia è stata costruita sul filo del romanticismo, e gli aspetti gotici vi appaiono tenuissimi, come qui, nel caso di Nara tenuta prigioniera dal dottor Moro: “E su quella parete passavano e ripassavano figure tremende, orribili, che si agitavano, stendevano le braccia verso di lei e quelle ombre ora si facevano piccine piccine, ora parevano smisurate tanto da toccare il soffitto.
Nara accovacciata sul tappeto tentava di sottrarsi a quelle orribili visioni, ma anche chiudendo gli occhi, le vedeva sempre, dinanzi a sé.”.
Siccome Lilia, ritornata a casa, non crede che Clara sia sua madre, si rende necessario trarre Nara fuori della prigione in cui il dottor Moro l’ha rinchiusa affinché dica la verità alla piccola.
Ci penserà Alfonso a condurre Nara dai Rambaldi con la promessa di renderle la libertà e il perdono, se avesse convinto la piccola Lilia, ossia che non era sua madre e che l’aveva ingannata, e che la vera madre era Clara.
È il momento ora di lasciare al lettore la scoperta di come questa storia drammatica finirà. Ci limitiamo ad anticipargli che il piano programmato da Alfonso e Nara sortirà una tragedia e che Nara subirà una dura condanna. Quale?
La narratrice ci racconta di avere fatto questo straordinario incontro: “L’anno scorso, andando a Trespiano, incontrai sulla pubblica via, un carretto tirato a mano da un ragazzino scalzo e lacero, che si fermava ad ogni istante per chiedere con voce piagnolosa l’elemosina ai passanti, a favore della donna, che trascinava sul carretto.
Guardai quella donna con un senso di repulsione e disgusto. Pareva contorta in tutte le membra, aveva un viso spaventevole, deforme, le guance chiazzate da macchie giallastre, gli occhi spauriti, il contorno delle sopracciglia ridotto a piaga; invece del naso due buchi neri, schifosi: un vero mostro insomma. Non parlava e mandava un suono stridulo, gutturale che faceva male a sentirsi.”.
Avrete sicuramente indovinato chi sia questa donna.

I ladri dell’onore

Uscì nello stesso anno de “La vendetta d’una pazza”, il 1894.
Si avverte subito il fiato di una narrazione lunga, che si ripercuote su descrizioni più ampie e partecipate. È una quieta scrittura che si prepara ad un lungo viaggio: “Una porta abbastanza larga apre sopra un androne lastricato, alla cui sinistra si vedono alcuni usci stretti, tarlati; a destra uno sfondo oscuro, che fa capo ad una scaletta, resa scabrosa dallo strato di fango ammucchiato dal giornaliero passaggio degli inquilini. In fondo all’androne vi è un cortile, dove si trovano pure diversi usci che danno accesso a poveri quartieri: ma ciò che più colpisce il passeggiero che passa dinanzi a quella casa e vi getta una occhiata, è un largo tabernacolo, posto nel muro di faccia alla porta d’ingresso e che racchiude un affresco, rappresentante la SS. Annunziata.”.
In una di quelle luride abitazioni, una anziana donna è moribonda, assistita dalla giovane figlia di nome Gin, che così viene descritta nel momento in cui si alza per andare ad aprire l’uscio a cui era stato bussato: “La giovane si alzò ed allora poté vedersi come avesse il collo avvallato fra le spalle disuguali, e questa deformità faceva apparire più magro il resto della persona che altrimenti non sarebbe stata priva di grazia, tanto più che era di una statura giusta, non ordinaria tra le gobbe.”.
Tra la fanciulla, che la gente chiama la Gobba, e la madre morente c’è un conto aperto. Gin (il cui vero nome è Teresa Francone) infatti ha avuto una figlia che la madre ha nascosta da qualche parte e Gin vuole ritrovarla. Spera che la madre, in punto di morte, le riveli il posto dove l’ha rinchiusa.
La madre, soprannominata la Rava, era stata una merciaia, ma il lavoro che le procurava la massima soddisfazione era quello di mezzana: “Ella conosceva dei segreti per attirare gli amanti, farsi sposare dall’uomo che si desiderava; faceva il gioco delle carte, dava dei rimedii che si dicevano proprio miracolosi per far sparire la rogna, ed altre brutte malattie.”.
Il padre, Giuseppe Francone, pure lui gobbo e soprannominato Balota, fa il ciabattino. Marito e moglie non disdegnano di bere e di ubriacarsi.
Ma la moglie ha un amante, Giacone, “un omaccione dalla figura sinistra” e insieme combinano l’omicidio di Balota. La bambina, che ha sette anni, nascosta, vede tutto, lo dice alla mamma che le ingiunge di mantenere il segreto, o l’ucciderà: “Vuoi che ti strozzi, brutto aborto, vipera maledetta?”. La versione ufficiale resta che Balota è “morto stanotte di un colpo”.
Arrivati sin qui, già è presente in abbondanza il gusto gotico che crea nell’immaginario del lettore, figure e scene macabre.
Giacone e la Rava convivono e sono frequenti le scene di violenza che vede l’omaccione percuotere ed insultare spesso la donna. Gin cresce in mezzo a questo scandalo. Mandata a scuola, si rivela intelligente e profittevole, ma non basta ad allietarla. Una sera crede di aver ucciso Giacone dandogli una coltellata (e invece è rimasto ferito nello scellerato tentativo di violarla), fugge e decide di uccidersi gettandosi da un ponte sulla Dora (la storia è ambientata a Torino). Un ricco industriale di nome Attilio Morra la convince a non farlo, e le offre riparo in una delle case di sua proprietà.
L’autrice ci mette in guardia dal credere che Attilio sia una persona buona e disinteressata. Le attenzioni e le delicatezze offerte alla giovane hanno un prezzo: si tratta di aggredire in modo sottile ed elegante la virtù di Gin. E ci riesce: “Quella notte Gin si addormentò felice, con la testa appoggiata sul cuore del signor Attilio.”.
Rimasta incinta, le viene dalla madre sottratta la figlia e nascosta da qualche parte. Sono passati ben otto anni e Gin ancora non è riuscita a strapparle dalla bocca il segreto, né da Giacone, al quale ha dovuto cedere sperando di conoscere la verità: Ma anche il “barabba” Giacone non sa niente e l’ha solo ingannata.
È un losco dramma quello che ci viene rappresentato, dove ai buoni sentimenti presenti nella giovane, sono opposti cinismo e trivialità.
La stessa raffigurazione del bene affidato dall’autrice ad una gobba, lascia intendere di quanta oscurità e perversione la Invernizio intenda coprire la sua storia.
La madre, infine, afflitta da una gran sete, pur di ottenere l’acqua dalla figlia, le rivela (verità o bugia? Lo scopriremo nel finale) che la bambina si trova presso il padre, che l’ha voluta trattenere a sé: “l’ha pagata bene…”.
Allora pensa di andarsela a riprendere: “Nessuno aveva il diritto di sottrarle la sua creatura, neppure il padre, dal momento che era marito di un’altra donna.”.

Attilio ha una figlia proprio dell’età della figlia di Gin; si chiama Margherita. Quando la disperata donna si reca da lui e la vede, la crede sua figlia, e corre ad abbracciarla e baciarla, con meraviglia di Sofia, la moglie di Attilio.
Attilio le assicura che non è lei la figlia che sta cercando, e che lui mai aveva saputo di averla messa incinta.
Quando Gin torna a casa, sperando di ricavare dalla madre la verità, questa è già morta.
La Invernizio ci lascia nel dubbio. Attilio e Sofia hanno detto la verità? Margherita è davvero la loro figlia, e non la figlia di Gin?
La scrittura della Invernizio è rivolta alla tragicità. Ad esempio, il chiamare spesso Gin con l’appellativo “la gobba” ha lo scopo di mantenere cupa l’atmosfera dentro la quale si muovono i personaggi. Nessuno vi appare normale e tutti sono avvolti da un manto di mendacità.
Dovremo essere noi lettori ad intuire il candore delle coscienze e stanare il male là dove si nasconde.
È una sfida che ci lancia l’autrice.
Intanto gli anni trascorrono e siamo arrivati al decimo anno da che Gin si è messa a cercare la figlia, di cui ignora perfino il nome. A quest’ora dovrebbe essere una signorina. Ma come vive?
Una diciottenne molto bella, nello scendere dal tram, vi finisce sotto, ferendosi al capo. È condotta in una vicina farmacia e medicata dal dottor Ramello (“è sempre il primo ad accorrere in soccorso degli sventurati.”). È costei, la figlia di Gin?
Perché l’autrice ci mette sotto gli occhi questo incidente, uno dei tanti che dovevano accadere nella Torino del tempo?
Spontaneo immaginare che il giovane personaggio apparso or ora in scena sia niente meno che la figlia tanto cercata da sua madre. Sarà così?
Il suo nome è Lorenza Adile, commessa in un negozio: “Poteva avere diciotto anni.
I suoi capelli color castagno, avevano dei riflessi d’oro; i lineamenti erano assai regolari, delicati, la bocca molto graziosa, il nasino volto lievemente all’insù.
Vestiva con eleganza e semplicità insieme.”.
Guarda caso, nell’incidente ha perso il cappellino, e sapete chi l’ha ritrovato? Gin, proprio lei che, quando glielo porge, viene a sapere dalle stesse labbra della giovane che è un’orfana ed è cresciuta all’Ospizio.
Il lettore già attende il confronto e il disvelamento come culmine della storia. La Invernizio non ha paura di lasciarci indizi pesanti, e sa di tenerci al guinzaglio con gli occhi sgranati e la bocca spalancata.
I sottointesi che lascia si imprimono come i profumi in un’aria rarefatta.
Nella famiglia di Attilio Morra è conservato un segreto: Margherita è figlia di Sofia e di un suo amante, Berto (di cui sapremo tutto più avanti), e non di Attilio, il quale sa di non essere suo padre, ma l’ha accettata come fosse sua.
Ci sono già due fili che probabilmente sono destinati ad incrociarsi, quello che guida la storia di Margherita e quello che si porta con sé la storia di Lorenza.

Poiché Margherita sembra sicura figlia di Sofia, quale legame potrà mai esserci con l’altra?
Sofia, però, nutre dei dubbi (che si porterà dietro fino al loro scioglimento), ossia che Margherita non sia sua figlia e che sia stata scambiata con la sua vera figlia dal marito Attilio, visto il grande amore che le porta e che è innaturale per un uomo la cui moglie ha avuto la figlia da un amante: “Finge o l’ama realmente. È mia figlia o mi fu cambiata?”. Più avanti troveremo un’altra frase che ci mette la pulce nell’orecchio: “Attilio non era uomo da dare il suo nome, sopportare sotto il suo tetto il frutto dell’adulterio.”.
Eccoci in pieno mistero. E abbiamo fatto solo i primi passi. Tuttavia si ha già sentore che dobbiamo ricordarcelo questo interrogativo che angustia Sofia.
Il figlio di un ricco banchiere, un libertino, Piero Zanna, fa la corte ad entrambe, che sono state colpite dal suo fascino: “Ma Lorenza vale quanto lei, ed è un capriccio che voglio ad ogni costo levarmi.”; “Piero sognava ad occhi aperti: vedeva chinarsi verso di lui ora la figura bruna, ardente, appassionata di Margherita: ora quella bianca, soave di Lorenza!”.
Il banchiere, che si chiama Enrico, trovandosi a cena con il figlio Piero e sapendolo innamorato di Margherita, gli rivela che deve allontanarsi dalla ragazza poiché è la figlia di suo fratello Berto, nel frattempo morto, e di Sofia, quindi sua cugina. Il loro era stato un amore clandestino.
Ma il lettore sa che noi abbiamo fatto una ipotesi ancora più avanzata, ossia che ci sia stato uno scambio e quella che si chiama Margherita altro non è che il frutto della relazione tra Gin, la gobba, e Attilio. Ossia, Attilio, con lo scambio, ha voluto trarre a sé la vera figlia avuta da Gin (nel finale avremo i dettagli di questo scambio: “La Rava attendeva nella mia camera. Lo scambio delle due creature avvenne in pochi minuti.”).
Non c’è dunque nessuna parentela tra Piero e Margherita. C’è invece cuginanza tra Piero e Lorenza. Il padre Enrico dirà a Piero qualcosa che al momento non immagina neppure lontanamente sia la verità, ma soltanto una sua personale ipotesi: “Lo ripeto: Margherita è figlia di Attilio, lo prova la sua stessa tantissima rassomiglianza col padre, l’adorazione di questi per lei”. Potrebbe essere la conferma che si tratta della figlia di Attilio e di Gin. Più avanti, Gin, guardando un ritratto di Berto, dirà: “È strano come assomigli a Lorenza; si direbbe suo fratello.”. Che potrebbe essere una conferma che Lorenza è figlia di Berto e Sofia.
Invernizio si diverte a farci girare la testa, ma l’intreccio dato alla storia ci conduce a questo risultato.
Sarà così, oppure l’autrice ci sta preparando una trappola?
Andiamo avanti, ammirando la capacità della Invernizio a reggere un simile intrico.
Va notato che nessuno spiraglio di sentimento o di partecipazione alle emozioni dei personaggi compare nella secca scrittura della Invernizio.
Il romanzo va avanti per un pezzo esaltando questo equivoco in cui madre e figlia paiono non essere consanguinee, ma le figlie di ciascuna di esse essere il frutto di rapporti extraconiugali, fuori della cerchia familiare.
Succede così che Sofia crede che Margherita sia la figlia avuta con il suo amante Berto e la tratta con amorevolezza, e Gin crede che Lorenza sia la figlia avuta da Attilio, e pure lei la tratta amorevolmente (il lettore vedrà che i rapporti saranno rivoltati).
Si fa strada così il dramma di Piero e di Margherita che si amano, ma essendo considerati (sbagliando) cugini, i genitori negano il consenso al loro fidanzamento e dunque al loro matrimonio.
Il centro del romanzo si è spostato dunque su questo rapporto basato sugli intimi segreti e sull’equivoco.
Pare di rivivere, con qualche complicazione in più, la storia di Romeo e Giulietta.
Invernizio si muove assai bene nell’intrico di questi misteriosi rapporti. Tratta tutto seriamente, lasciando che sia il tempo a far maturare il disvelamento. Il lettore tuttavia ha fretta, e non v’è dubbio che quest’ansia faccia parte dello scaltro disegno dell’autrice, la quale traccia quest’altro indizio nel momento in cui Sofia confida al marito l’intenzione di Margherita di fidanzarsi con Piero, il nipote di Berto. Attilio, uscendo dal colloquio se la ride sotto i baffi, sapendo che Margherita non è la figlia di Sofia, bensì della gobba Gin: “Soffre e dubita e non sa l’inferno che io ho nel cuore; l’ho ingannata, ma ero nel mio diritto, e non era lei, no, che meritava la mia compassione.”.
Piero, intanto, ha diretto il suo corteggiamento a Lorenza, visto che per quanto riguarda Margherita, ha ricevuto il diniego del padre, e Lorenza (figlia di Berto e di Sofia) ben presto cede alle sue lusinghe, ignorando che Piero (figlio di Enrico, fratello di Berto) è suo cugino.
Va a vivere in un appartamentino messole a disposizione da Piero e lascia all’amica Rosetta, che abita sullo stesso pianerottolo, una lettera per Gin, in cui le chiede perdono per non avere ascoltato i suoi consigli.
Ricordiamoci che il romanzo ha un titolo sufficientemente esplicativo: “I ladri dell’onore”, e stiamo conoscendo quanto gli uomini meritino un tale appellativo, e anche quanto le fanciulle siano incline alla seduzione.
Se non ci fossero tanti anni di distanza e l’ambiente non fosse di gran lunga mutato, noi penseremmo al romanzo di Choderlos de Laclos, “Le relazioni pericolose”, del 1782.

Il romanzo è diviso in sei parti.
Quando inizia la seconda parte abbiamo un ritratto di come è diventata Gin la gobba. Lo disegna il garzone del Caffè Giacchino rispondendo alla domanda di uno sconosciuto, un vecchio vestito di lerci panni, un disgraziato che va in cerca di lei: “… dacché la conosco, l’ho sempre veduta tutta infagottata, con quella grossa cassetta sulle spalle, un viso arcigno, scuro; dicono che è una brava donna, che fa dei miracoli con le sue medicine, i suoi impiastri; ma io, grazie a Dio, non ne ho mai avuto bisogno, né mi fiderei; puzza di strega lontano un miglio, e non ci sarebbe da stupirsi avesse fatto un patto col diavolo”.
L’immagine della gobba acquista ora i contorni gotici di una strega. Dimenticata ormai la sua bellezza, che fece innamorare Attilio Morra.
Lo sconosciuto altri non è che Giacone, l’amante di Rava, la terribile madre di Gin, che le ha nascosto la figlia.
Fuggito di prigione è in cerca di Gin, e la trova. La donna lo rifocilla, ma lo prega di andarsene subito da casa sua. Sparisce dalla scena, ma per poco, poiché Gin pensa ora a servirsene per un suo disegno.
Abbiamo ora un colloquio tra Gin e Lorenza in cui la figlia si accorge e crede di avere conferma che Gin è sua madre.
L’autrice insiste cinicamente sull’equivoco, sapendo che noi già dubitiamo su questo tipo di consanguineità tra Gin e Lorenza, e vuole che cresca l’attesa sul disvelamento della verità.
Ci mette sulle tracce, però, poiché Gin vuole dare a Lorenza la certezza di quanto si sono dette. Si reca all’ospizio dove era stata allevata Lorenza e rimane perplessa quando le mostrano il lenzuolo in cui era avvolta la neonata nel momento in cui era stata accolta: “Quel lenzuolo non poteva appartenerle.
Era di tela finissima, morbido come la seta, un po’ ingiallito dal tempo, ma senza alcuna macchia. Solo un angolo era stato tagliato, per togliervi, certo, le cifre, che potevano porre sulle tracce di colei o di coloro che avevano abbandonata la bambina.”.
Si è detto di Giacone. Gin se ne serve per metterlo a spiare Piero, l’amante di Lorenza, il quale la sta trascurando, forse innamorato di un’altra. Di chi? È questo che Giacone deve scoprire.
Ma il lettore sa già la verità. Piero sta frequentando Margherita, che noi sappiamo essere la vera figlia di Gin: “Margherita si sentiva felice.”. Il padre, Attilio, vorrebbe che sposasse un giovane ricchissimo, Bruno (di cui più avanti sapremo la triste storia. Bruno è il cognome), ma Margherita lo tiene scaltramente a distanza.
Anche Lorenza attende che Giacone scopra chi sia l’innamorata di Piero, ossia la sua rivale.
Si sta dunque incidendo sul percorso che porterà le due giovani ad incontrarsi.
La Invernizio non ha fretta e ogni passaggio reca l’impronta della narratrice decisa e sicura, che sa muovere con delicata destrezza le sue pedine.
La scrittura si giova di questa maturazione della storia e acquista solidità, nonché ulteriore attrattiva.
Lo si nota in modo speciale in tutta la parte in cui si parla di Rosetta (ne abbiamo già accennato; è la dirimpettaia) che sta partorendo e desidera essere perdonata dai suoi genitori per aver abbandonato la casa ed essere fuggita col suo innamorato, Aldo. Le scene che si susseguono avrebbero potuto far tracimare il sentimento che scorre in quei terribili istanti, ma la Invernizio padroneggia la scrittura egregiamente.
Lorenza sa dalla gobba che Piero, che lei ama, fa la corte ad un’altra fanciulla, e noi sappiamo che si tratta di Margherita.
Ci troveremo dunque a vivere questa scellerata situazione in cui Gin si adopererà per togliere Piero dalle braccia di Margherita (la sua vera figlia) e attrarlo di nuovo verso Lorenza, che non è sua figlia, ricordiamolo, ma è la figlia di Berto Zanna (fratello di Enrico, il padre di Piero) e di Sofia, e dunque, come già si è detto, cugina di Piero.
Inoltre, poiché Gin crede che Margherita sia figlia di Attilio avutala da Sofia (invece sappiamo che il padre è Berto), e che Lorenza sia figlia di lei e di Attilio, le considera sorelle, figlie dello stesso padre.
Come vedete, alla Invernizio non mancano l’immaginazione e la capacità di costruire degli intrecci tortuosi. I maggiori personaggi vivono dentro una bolla d’illusione e di ipocrisia, e vi è, al momento, un uomo solo che sa la verità su Margherita, sua vera figlia, Attilio Morra (la sua complice, la Rava, madre di Gin, è morta).

Il quale sa anche di aver consegnato alla Rava, la quale a sua volta, anziché ucciderla, l’ha consegnata all’ospizio, la figlia di sua moglie e di Berto Zanna, zio di Piero. Non sa ancora, tuttavia, che la Lorenza circuita da Piero, è quella medesima figlia.
Il quale Attilio, a causa delle ingenti e stravaganti spese sostenute per i suoi vizi, non naviga in buone acque e sta per fallire. Tutti credono solida la sua famiglia, e invece stiamo per assistere al suo crollo. L’unica via di scampo è riuscire a combinare il matrimonio di Margherita con il giovane che abbiamo conosciuto, Bruno, il quale non ha buoni natali, ma il padre ha fatto fortuna e, morendo, gli ha consegnato un patrimonio immenso. Le nozze tra Bruno e Margherita lo solleverebbero da ogni timore, risolvendo i suoi problemi economici.
Il lettore non ha idea di come il breve riassunto che stiamo facendo del corposo romanzo sia poca cosa rispetto agli ornamenti e alle tessere che irrobustiscono i fili della complessa trama; e meraviglia la capacità singolare della Invernizio a immaginarla e costruirla pazientemente. Si rivela una campionessa di architettura e una sapiente conoscitrice dei travagli umani.
A complicare le cose ci si mette un delitto. Piero, che tanta parte ha avuto nella storia degli amori delle due fanciulle protagoniste, viene ucciso da Attilio in una lite, il quale aveva minacciato Piero di non osare più incontrarsi con sua figlia Margherita. Al suo rifiuto era sorta una furibonda lotta nella quale il giovane aveva avuto la peggio.
A scoprire il cadavere è Lorenza, che sarà accusata di aver preso parte al delitto.
Da questo momento il romanzo diventa un giallo e ne recepisce tutte le attrattive, compreso il ritmo che si fa febbrile.
Dovremo risparmiare al lettore ulteriori dettagli e qualche novità, onde evitare di svelare le parti succose delle indagini che si apriranno e porteranno alla scoperta dell’assassino (seguiremo anche tutto il processo), che già si conosce, ma le cui tracce si faranno complesse e reversibili, visto che egli saprà abilmente fugare i sospetti.
La Invernizio vi si muove a suo agio e non tralascia di toccare e sviluppare tutte le ipotesi. messe in campo dal processo.
Ci sfileranno davanti i sospettati e conosceremo le loro risposte agli interrogatori subiti.
La scrittura si è fatta incisiva e lapidaria, e contiene un crescendo che avviluppa e stordisce.
Un solo esempio: noi sappiamo che Lorenza è figlia di Sofia e di Berto, il fratello di Enrico, padre dell’assassinato Piero. Ebbene quando Enrico vede per la prima volta l’accusata Lorenza, prova una certa inquietudine. Quella fanciulla gli ricorda qualcosa, e noi sappiamo che non può che ricordargli il fratello defunto, di cui (egli non lo sa ancora) è figlia.
I sospetti, al momento, sono diretti a tre personaggi che conosciamo: Lorenza, considerata la mandante insieme con Gin la gobba e Giacone, reputato l’esecutore del delitto.
Le numerose pagine che seguono sono tutte intrise di verità e di menzogne, di passi falsi nelle indagini, di equivoci, di piccole verità che si stanno assommando, di deviazioni, di errori e malintesi.
Pensate: la bravura della Invernizio sta nel fatto di averci già reso noto l’assassino, eppure riesce a suscitare in noi l’ansia tipica di chi ancora non sa chi sia il colpevole. Si serve degli interrogatori e delle riflessioni e dubbi suscitati dagli stessi sospettati per raggiungere questo risultato.
Ad un certo punto, si arriverà ad ammettere che Lorenza e Margherita sono sorelle, e a questa rivelazione, al fine di proteggere quella che lei crede sua sorella, Lorenza si accuserà dell’omicidio di Piero.
Gin, quando a lei tocca la parola, esclama “Né Lorenza, né io siamo colpevoli, e Giacone non mi serviva ad altro se non per procurarmi la chiave di quell’appartamento e seguire i passi del signor Piero. L’assassino si nasconde nell’ombra, esso forse è in questa stessa sala per godere della nostra sconfitta e della propria impunità, ma non godrà lungo del suo trionfo, lo giuro.”.
Saranno i periti a scagionare i tre sospettati, a motivo che le impronte lasciate sul collo della vittima appartengono a delle dita che non potevano essere quelle dei ritenuti colpevoli. Inoltre vi è rimasta anche l’impronta di un anello che l’assassino portava al dito.
In sala si mormora, i giurati sono perplessi: Perché allora Lorenza si è accusata del delitto? I giurati non possono immaginarlo, ma noi sappiamo che Lorenza si è accusata per salvare Margherita, che (sbagliando) crede sua sorella.
Ce n’è da soddisfare ogni appassionato di gialli.
Assolta la maggiore indiziata, Lorenza, le indagini continuano per trovare il vero assassino.
Intanto si acquisisce un altro punto che ingarbuglia abilmente la trama: Lorenza, che ha sentito dire da Gin che Margherita è sua sorella, non ci crede, ed è decisa a chiarire il mistero; e non solo, è decisa anche a scoprire chi sia stato l’assassino di Piero, convinta che non possa essere che un signore distinto e non un balordo qualunque.

Enrico, il padre di Piero, anche lui la crede davvero innocente, e le confida di sospettare che l’assassino sia Bruno, con il quale Margherita sta per unirsi in matrimonio. Bruno avrebbe tolto di mezzo, in questo orribile modo, il suo rivale in amore.
Come vedete, al momento ancora non si è aperta la pista che porterà ad Attilio, il vero assassino.
Gli equivoci che si incontrano nel corso delle indagini, restano tuttavia stimolanti e smuovono la curiosità del lettore per le conseguenze che si sviluppano grazie ad essi. Diventano storie nella storia, e la scrittura della Invernizio si rivela sempre più di una sorprendente modernità.
Ormai il lettore ha acquisito la certezza che quest’opera è, nel suo genere, un fine capolavoro.
Per scoprire la verità, d’accordo con Enrico Zanna, il banchiere, Lorenza andrà a servire presso Margherita, che intanto si è sposata con Bruno. Margherita non la conosce (non la conosce nemmeno la madre Sofia, che però ne resta affascinata), anche perché si presenta truccata e con un altro nome, Fede.
È in questa veste che ascolta, nel delirio in cui cade Margherita, presa dalle doglie, la verità sulla paternità del nascituro. Fede-Lorenza è la sola al suo capezzale e l’assiste nel parto. Sa, così che il padre della bambina è Piero e non Bruno.
Invernizio non descrive talune scene audaci, come questa del parto ed altre di natura sessuale. In due righe liquida vicende di questo tipo, per una scelta che riflette la sua particolare sensibilità.
Nata la bambina, Lorenza ne dà notizia al padre di Piero e gli rivela, senza remore, che è figlia di Piero e non di Bruno, che entrambi sospettano sia l’assassino di Piero.
Invernizio carica sul povero Piero pesanti fardelli, facendoci intendere, a noi che già conosciamo il nome dell’assassino, quanto un’indagine possa condurre a terribili deviazioni: “Anche il banchiere ormai era certo che Bruno avesse fatto il colpo, e Margherita non lo ignorasse.”.
Non la pensa così, Gin che, chiamata dal banchiere Enrico Zanna, gli dice che per lei l’assassino del figlio Piero è Attilio Morra.
È la prima volta, dunque, che Attilio viene sospettato da qualcuno. Anche Margherita dubita di lui. Si è aperta una crepa. Vediamo se si chiuderà o si amplierà fino a diventare un precipizio: “Ma ognuno portava in cuore il proprio dubbio, il proprio sospetto, il proprio segreto.”.
Non c’è niente da invidiare a Agatha Christie o a George Simenon.
Si ha la sensazione che il grumo dei fatti accumulati al principio del romanzo, e che ha innestato nel lettore tanti interrogativi, ora l’autrice lo stia sciogliendo a poco a poco come la neve di un ghiacciaio. All’operazione inziale di accumulo, sta seguendo la trasparenza e la fluidità dei vari rivoli che ne scaturiscono.
Uno dei più inquietanti si scioglierà con la sorprendente e inaspettata visita che Attilio farà alla gobba, durante la quale le insinua che Margherita è la figlia della loro relazione, e non Lorenza. Attilio si è deciso a questo passo, poiché la bambina di Margherita è stata rapita, ed egli crede che Gin la gobba sia coinvolta e sappia qualcosa. Se lo dirà, lui le rivelerà qualcosa su Margherita.
A rapire la bambina sono stati invece Lorenza e il padre di Piero, il banchiere Enrico, servendosi del suo vecchio domestico Batistin. Ora Pieretta (questo è il nome che il banchiere le ha dato) si trova nella casa di quest’ultimo, assistita dalla sorella di Batistin, Luisa, e dalla balia di nome Nana.
Enrico, a domanda di Margherita, le rivelerà d’essere stato l’autore del rapimento e che conosce il luogo dove si trova la figlia di Margherita, che lui sa bene essere figlia di Piero, e dunque sua nipote. Le fa anche capire di custodire un segreto che riguarda suo padre Attilio: “Non sapete quello che ha fatto vostro padre nel passato, quale inganno tese a sua moglie.”. Allude allo scambio delle due bambine.
Sofia invece sospetta ora del marito Attilio, il quale, sapendo che Margherita è figlia non sua, ma di Berto, ha voluto, con lo scambio, vendicarsi.
Scoperte alcune lettere tenute segrete da Attilio, Sofia dubita perfino che il marito abbia ucciso il suo amante Berto, avvelenandolo. Si conferma, vieppiù, che Margherita non sia sua figlia, e che Attilio l’abbia scambiata con un’altra (e noi sappiamo quanto è vicina alla verità!). Margherita, a sua volta, dubita che a rapire la sua bambina sia stato il marito, Bruno, il quale, poverino, è da altri, come si è visto, e dalla stessa Margherita, sospettato di aver ucciso Piero.
Il ritmo della narrazione si è fatto lucido ma tumultuoso. Gli eventi si snodano e manifestano uno dietro all’altro, facendoci gustare una capacità di regia ammirevole.
Non ci sono punti di debolezza nella trama e nella scrittura perentoria dell’autrice.
All’accusa che Bruno riceve da sua moglie Margherita, così risponde, pieno d’ira: “La pazzia non può scusare il tuo sospetto su di me. Io, così vile, da assassinare un uomo, solo perché lo supponevo mio rivale? Io, così miserabile, da strapparti dal seno la nostra creatura e forse ucciderla, sempre pensando a quel morto [Piero], venuto adesso a porsi fra noi? E sei tu che hai pensato a ciò? Sta bene, non ho più altro a dirti, ma questo non m’impedisce di andare in traccia della verità.”.
Notate quanta movimentazione è esplosa in queste poche pagine, in cui si trovano coinvolti i maggiori protagonisti, ciascuno col proprio segreto e il proprio sospetto. Tutto ruota come un’ombra intorno alla verità.
Maestria e abilità assolute dell’autrice.
Una lunga confidenza (una vera e propria opera d’arte, un cameo) tra Sofia e Gin la gobba metterà in chiaro alcuni degli aspetti che si stavano chiarendo, ma non ancora chiariti: “L’uscio si aprì: comparve la levatrice, tenendo fra le braccia la mia creaturina fasciata ‘Datemela datemela’, esclamai sollevandomi con sforzo sul letto. Attilio stesso la prese dalle mani della levatrice per deporla nelle mie. Ma tutta l’emozione potente da cui mi ero sentita invasa si calmò ad un tratto, osservando la bambina. Era adorabile, non lo nego, ma nulla dei suoi tratti ricordavano i miei o quelli di Berto. Assomigliava perfettamente a mio marito e, cosa ancora più singolare, la piccina era così robusta, formata, che sembrava avere più di un mese.”.
Molte nebbie si diraderanno e il lettore si compiacerà del modo esemplare in cui le molteplici verità che erano nascoste, vengono alla luce.
La soluzione del giallo, già conosciuta dal lettore, arriverà dopo una serie di ipotesi e veleni. I quali fanno di questo romanzo un libro avvincente e perfettamente riuscito.
Nel finale troveremo anche, accanto al sentimento romantico controllato da una scrittura severa, la conferma del gusto gotico dell’autrice, lieve, appena sussurrato.

La sepolta viva

 

Uscito nel 1896, ha un titolo che lo accomuna ad un libro omonimo di Francesco Mastriani, del 1877.
La scena che apre il romanzo ci ricorda un quadro del giovane Picasso in cui è raffigurata una morente, con intorno una suora e un medico.
Una giovane di circa sedici anni, Maria, è moribonda, infatti, e ha attorno a sé la mamma, la baronessa Giulia Costanzi, già vedova, e “di una bellezza straordinaria”, la quale scongiura il medico, Carlo Rapallo, di salvare la figlia, ma il medico non dà più speranze.
Infatti muore: “All’alba venne il dottore con due uomini che portavano la cassa. Rosalia aveva acceso altri ceri nella stanza e disposte molte rose intorno alla morta. Più tardi vennero alcune fanciulle vestite di bianco, seguite dalle compagnie religiose e da preti, per il trasporto della salma.”.
Nel romanzo il gusto gotico si palesa sin dall’inizio. Il medico Carlo, qualche anno prima, si era trovato nello stesso cimitero dove ora è stata sepolta la piccola Maria: “Carlo avrebbe voluto scoprire ciascuna di quelle tombe, trovare il segreto di ogni morto sepolto.
Mentre così pensava, con la testa e le mani che ardevano come per febbre, vide in uno degli angoli del cimitero un punto rosso, che sembrava un lume, e come un’ombra che si alzava e abbassava ad ogni istante.”. È il becchino Gianmaria (“un uomo forte come un toro”), il quale, dissotterrata una cassa, stava spogliando il morto per appropriarsi del corredo: “… il mio maggior guadagno è nei capelli delle donne se li hanno belli e lunghi.”.
Tra il medico, che lo aveva sorpreso a rubare, e il becchino si stabilisce un patto. Il medico terrà segreto il vizio scellerato di lui, e il becchino, che si è impegnato a non spogliare più i morti, gli fornirà segretamente dei cadaveri da sezionare, una delle ambizioni del medico.
Carlo gli chiede di poter avere nel suo gabinetto di studio il corpo di Maria, onde sezionarlo e capire quale sia stata la causa della morte. Affare fatto, risponderà il becchino che, per quell’incarico, ha ottenuto una ricompensa più alta.
Il cadavere di Maria viene puntualmente consegnato, di notte: “La poverina era pallida, fredda, ma il suo viso non aveva ancora preso il lividore proprio dei cadaveri. Le sue forme sparivano sotto l’ampio vestito bianco, le mani si erano disgiunte e la treccia nerissima pendeva lungo la tavola.”.
È un inizio folgorante e ci viene in mente il romanzo gotico di Mary Shelley, “Frankenstein”, del 1818 o i tanti racconti di Edgar Allan Poe (1809 – 1849). Mi viene in mente, in particolare, il suo “Ligeia”, del 1838.
Il medico inizia l’autopsia: “Con atto subitaneo si chinò su quel misero corpo. Ma l’affilato ferro chirurgico aveva appena intaccato il tessuto epidermico che ne sprizzò un fiotto di sangue rosso vivissimo. Al tempo stesso la morta mosse una mano, mandò un lieve gemito, e le sue labbra mormorarono…”.
Dunque, Maria è viva!
Il dottore le dice: “Non piangete, non piangete. Capisco il pensiero che vi agita. Senza di me voi sareste stata sepolta viva. Dio, Dio che cosa orribile!”.
La ragazza non desidera, però, che si sappia quanto è accaduto. Vuole che la si creda morta. Le dice il dottore: “Ormai non appartenete più al mondo dei viventi: siete cancellata dalla lista dello Stato Civile.”.
E allora? Che cosa potrà mai succedere a causa di questa incredibile decisione? Siamo appena all’inizio del romanzo e la Invernizio ci mette di fronte ad una storia che ha dell’incredibile. Per quanto tempo si potrà tenere nascosta la verità? A che cosa mira la sedicenne Maria? Quale segreto nasconde?
Ad un certo punto, Maria scompare, lasciando un biglietto a Carlo in cui rivela d’amarlo e che a tempo debito gli spiegherà ogni cosa.
La ritroviamo con il nome di Marion in un locale dove fa la cantante e ha molti ammiratori. Si fa passare per trovatella.
Quale potrà mai essere il suo segreto se ha accettato di vivere una vita faticosa, mentre, tornando in seno alla famiglia, la baronessina avrebbe potuto godere di una esistenza agiata e senza preoccupazioni?
Dalla tetraggine di un cimitero Invernizio ci ha trasferiti nell’atmosfera allegra e passionale di un locale notturno.
Due persone si sono innamorate di Marion (Maria): il conte Arnaldo Ricca, che ha sposato la vedova e baronessa Giulia Costanzi, la madre di Maria, creduta morta; e il medico Carlo Rapallo, che l’ha salvata dalla morte apparente.
Carlo viene condotto dall’amico Luigi Ribotto (medico come lui) a teatro dove si esibisce come cantante Marion e, senza svelarsi, la riconosce: “Maria, il suo amore, il suo sogno doveva ritrovarla così?”.
Maria lo allontana da sé; ella sarà Marion, la nuova veste che ha indossato, la sua mascheratura, fino a tanto che non abbia compiuto la sua vendetta.
Di questa vendetta, Invernizio non ci dice niente. È un riuscito motivo di suspence. Non ci fa trapelare alcun indizio.
Invece è innamorata segretamente di Carlo, Lisa, la sorella dell’amico Luigi: “Lisa non era una bellezza, ma riusciva oltremodo simpatica per la bontà che era evidente nella sua fisionomia, per il sorriso franco delle sue labbra.”.
Filippo, un ufficiale di cavalleria amico di Giulia sin dall’infanzia, è innamorato della donna, le fa la corte, aiutato in questo dalla domestica della baronessa, Rosalia.

Ecco disegnati alcuni filoni che terranno il lettore incollato al romanzo. La curiosità si è accentuata aggiungendo al segreto di Maria, che cerca una misteriosa vendetta, gli amori di Carlo e di Arnaldo per Maria, e di Filippo per Giulia.
Quando si traccia la vita della baronessa Giulia, si scopre che da piccola ha assistito all’assassinio compiuto dal padre nei confronti della moglie, accusata di tradirlo, e di avergli sentito dire che lei era figlia del proprio amante. Inoltre, aveva fatta la prostituta in strada e in una occasione aveva incontrato il barone Fernando Costanzi che, impietositosi, l’aveva sposata.
Siamo nella fase della tessitura dei fili e degli intrecci, al momento non intuibili nei loro sviluppi.
Invernizio ha messo in gioco molto pedine, infatti.
Vi aggiunge quella che ci informa che Carlo (il quale ama Maria) si è sposato con Lisa, la sorella dell’amico Luigi; e quella che la baronessa Giulia ha avuto un bambino, Guelfo, dal nuovo marito Arnaldo Ricca.
Ma non basta. Intanto Maria-Marion è andata ad abitare nel vecchio palazzo del barone Fernando, cedutole da Arnaldo, e a questa notizia, Giulia è sconsolata. Ancora non ha visto la cantante Marion, e dunque non sa che la nuova proprietaria è nientemeno che sua figlia, creduta morta: “Il palazzo del defunto barone in mano ad una cantante?”.
In più, Arnaldo fa la corte assidua a Marion, senza riconoscere in lei la piccola Maria, creduta morta. Marion riconosce invece nell’uomo il nuovo marito di sua madre, la baronessa Giulia, e sta al suo gioco.
Sappiamo ora quale è la vendetta che Marion va cercando e la confida proprio ad Arnaldo. Sua madre Giulia ha ucciso suo padre avvelenandolo.
Nel corso della festa organizzata per festeggiare la nascita di Guelfo, ci si accorge che il bambino non è più nella culla; è sparito.
Quanto sopra è narrato senza infondervi alcuna emozione. I personaggi si muovono in un ambiente che si potrebbe dire asettico e la Invernizio usa la parola come uno strumento chirurgico.
Non troviamo sbavature sentimentali, e le occasioni che ne offrirebbero il fianco, sono vinte da una asciuttezza esemplare.
Il quadro che si delinea è questo: Maria (ora Marion) ha saputo che il padre è stato avvelenato dalla mamma, Giulia, la quale aveva avvelenato anche lei. Entrambi destinati ad essere sepolti vivi. Ha scoperto che Arnaldo, il nuovo marito di Giulia, non sa nulla di questo avvelenamento; è totalmente estraneo. Ma la madre, un’autentica assassina, si è incapricciata dell’ufficiale di cavalleria Filippo e ha deciso di avvelenare pure Arnaldo, per sposare il nuovo amante. Una vera furia, una mantide religiosa.
E Guelfo, il neonato dall’unione di Giulia con Arnaldo, chi lo ha rapito?
Alla domanda di Carlo Rapallo, il medico che la salvò, e al quale sta facendo le sue confidenze (per ora è il solo che ha riconosciuto Marion per Maria) fa capire che anche quel bambino sarebbe stato avvelenato insieme al padre Arnaldo, per liberare il campo al nuovo spasimante, Filippo: “Se siete venuto qui per parlarmi a favore di mia madre, avete fatto un passo inutile. Se avete timore per quel fanciullo, rassicuratevi; in qualunque luogo egli sia, sarà sempre più sicuro che tra le braccia di sua madre.”.
Mettiamo questa descrizione esemplificativa dello stile assai severo della Invernizio: “Una pioggia fine fine, mista ad un vento freddissimo sferzava i vetri, le persiane, faceva camminare speditamente i passanti. La via Lagrange era deserta: tutte le botteghe erano chiuse i lumi già spenti. Era vicina la mezzanotte. Un uomo che indossava un lungo pastrano, con un cappello calato fin sugli occhi, andava rasente i muri delle case, ma senza allungare troppo il passo, come se gli tornasse indifferente la pioggia o il vento, finché, fermatosi dinanzi ad un portone chiuso, trasse una chiave di tasca e si accinse ad aprire.”.
Il lettore converrà che l’efficacia di questa scrittura deriva da uno sguardo sulla realtà che non ha mascherature sentimentali. L’autrice crea gli intrecci e ne allunga i fili impassibilmente verso un orizzonte che solo lei conosce e che il lettore non può ancora immaginare, anche se qualche volta può accadere, ma in questo romanzo la Invernizio non ha incertezze e tremori. Va dritta per la sua strada. Anche quando il contenuto è di sapore romantico, non lo è mai la sua scrittura.

Marion sta diventando la calamita che attira tutti i personaggi maschi di questa storia. Chi per un verso, chi per un altro, hanno tutti a che vedere con lei. Che genera nelle rispettive mogli, sentimenti di odio e di vendetta.
Giulia ne è gelosa e litiga con il marito, il conte Arnaldo Ricca, e nel corso della scenata, a Arnaldo scappa detto che Marion gli ricorda la povera Maria.
Giulia ne resta colpita e vuole vederci chiaro, e promuove un’indagine per scoprire chi sia davvero Marion, la cantante, affidandola ad un vecchio servitore, Stenio, il quale andrà a servizio in casa di Marion, apposta per spiare.
Il lettore si aspetta, a questo punto, due risoluzioni: il disvelamento che Marion altri non è che Maria e l’incontro tra madre e figlia; nonché il riconoscimento che Guelfo, il bambino rapito a Giulia, sia ritrovato.
Le pagine che ci preparano al finale stanno sciogliendo molti interrogativi, e il percorso appare spianato da una serie di confidenze e circostanze, ciascuna delle quali irretisce il lettore. La trama non è sfuggita di mano, né sfugge, all’autrice. Un dolore continuo passa attraverso le pagine di questo romanzo. Il passaggio della verità attraverso questa zona di rammarico e di tristezza, si piega al dolore, dolore per le occasioni perdute, che non ritornano più, per i segreti che si sono erroneamente conservati nel proprio animo, per le diffidenze, le gelosie, le incredulità, le bugie, le resistenze, i cedimenti, le speranze, le coincidenze; tutto ciò spiana una ampia palude di relazioni temerarie, felici ed infelici.
La verità si va piano piano componendo, leggera come una piuma, in una prosa che scioglie gli ostacoli; i malintesi e gli intrecci si snodano; la loro complessità iniziale viene abbattuta come muro dietro al quale si nasconde un po’ di felicità. Le cattive intenzioni diventano pudibonde e si dissolvono onde scomparire per sempre.
Ci troveremo davanti ad arresti, scarcerazioni, sospetti, gelosie, rivelazioni varie che contribuiranno a mantenere alto l’interesse del lettore, sino all’ultima riga.
Diremo solo che a Giulia, anche lei creduta morta, accadrà di vivere la stessa esperienza della figlia e temerà di essere sepolta viva: “Le ore passavano; nessuno più veniva. Ad un tratto sembrò alla contessa di sentirsi avvolgere la faccia con una benda ed un fazzoletto di seta, impedendole così di poter scorgere quanto avveniva intorno a sé. Sentì solo che l’alzavano di peso: poi le parve che la deponessero dentro una cassa e alcune voci di uomini, che non riconobbe, arrivarono alle sue orecchie. (…) Parve a Giulia sentir ricadere quel coperchio sulla testa; in pochi minuti aveva sofferto tutto quello che una creatura umana può soffrire in una vita intera, e l’ultima sensazione fu così forte e terribile che ella finì col perdere ogni conoscenza, smarrire completamente i sensi.”.
Se non le accadrà di essere sepolta viva, lo dovrà alla figlia, a quella Maria-Marion, che aveva tanto odiato. Ma il destino interverrà ancora sulla sorte di Giulia, ma questo lasciamo al lettore di scoprirlo da sé.

I Misteri delle Soffitte

 
Il romanzo uscì nel 1901.
Si comincia con un omicidio. La giovane Giulietta Lovera “detta la Bionda”, che ha una figlia appena nata, Gina, viene trovata gravemente ferita nel suo appartamento. Siamo nel periodo di carnevale e l’assalitore è mascherato da Pierrot, e viene fermato da un inquilino di quello stabile, Aldo Pomigliano. Una sconosciuta, anch’essa mascherata e che dirà di chiamarsi Speranza, ha preso tra le sue braccia la piccola Gina. La madre, di lì a poco, muore, ma sembra aver riconosciuto la donna mascherata, che Aldo fa passare all’ispettore di polizia come sua sorella.
Il delitto resta un mistero, poiché nessuno sa dire niente sull’uomo mascherato da Pierrot, né si immagina che relazione ci sia stata tra Speranza e l’uccisa, la quale prima di morire, pare averla riconosciuta. La bambina viene affidata a Speranza.
Questo è l’intrico dei fatti messi insieme nelle pagine di inizio. Vi è già abbastanza materia da rendere interessante lo svolgimento di questa storia, alla quale l’autrice dà un’impronta da giallo.
Tanto più che immediatamente ci presenta una coppia che sta vivendo un momento difficile della loro relazione, il conte Livio Rossano e la moglie Bianca. La quale Bianca altri non è che la sconosciuta Speranza, fatta passare da Aldo come sua sorella.
Sapremo che il Pierrot che ha causato la morte di Giulietta è Fabio Ribera, che per questo delitto è incarcerato. Ilda, la fidanzata, lo crede innocente, e si adopera per provarlo.
È interessante notare che, essendo carnevale, alcuni di questi personaggi si sono mossi ed hanno agito nascosti dietro una maschera.
Ci sono fili sottili che collegano i personaggi tra loro. Pur essendosi Fabio dichiarato colpevole e condannato a sei anni di prigione, il lettore avverte che la storia di questo delitto non è ancora finita e che legami e propositi misteriosi inducono a credere, come suppone la stessa Ilde, che egli sia stato strumento di altri.
Ad esempio, il marito di Bianca, il conte Livio, è più che felice di tale condanna, poiché “cercherò il mezzo di sbarazzarmene per sempre [si tratta di Fabio] e di ridurre Ilda ad ogni mio volere.”.
Ilda, la fidanzata dell’accusato, inizia la sua personale indagine; va ad abitare nella soffitta in cui è stato commesso l’omicidio e assume un altro nome, Laura Favre, ed un’altra figura, truccandosi in modo da non essere riconosciuta.
La Invernizio va avanti come una locomotiva; sembra indifferente al racconto, fredda e impegnata esclusivamente a disegnarne la trama, con una tessitura complessa, da spadroneggiare ma tale da intimorire il lettore. Quando troviamo delle descrizioni, esse sono asciutte, essenziali. È, la sua, una scrittura senza ornamenti. Le parole sono piccole ruote che mandano scintille. Molto differente dalla scrittura riccamente ornata di Francesco Mastriani. La Invernizio è una scrittrice pisigna, invece, più pronta a togliere parole che ad aggiungerne.
La contessa Bianca ha litigato con il marito e vivono nella stessa casa, ma separatamente. Livio è un donnaiolo e un mezzo furfante che vuole consumare la dote della moglie, la quale si è sentimentalmente avvicinata a Aldo.
Fabio che è in prigione, reo confesso dell’assassinio di Giulietta, in un libro trova uno scritto del conte Livio che gli rivela che la sua fidanzata Ilda ha un amante.
Sarà vero o è una trappola? Sta di fatto che Fabio rimane “stupidito” nel leggere il messaggio.

A Ilda non mancano certo i corteggiatori; quando passa in strada tutti l’ammirano: “Ella appariva di una bellezza maravigliosa, vestita con eleganza suprema. Sotto il largo cappello a piume, i capelli nerissimi, divisi sulla fronte, le scendevano fino agli orecchi, ai quali scintillavano due brillanti di una grossezza straordinaria. Nulla di più voluttuoso del pallore del suo volto, dei suoi occhi bistrati, color verde-mare. Le labbra provocanti, di un rosso acceso, mettevano in mostra, nel sorriso, denti di una bianchezza lattea.”.
Invernizio copre il percorso della sua storia con molti interrogativi, e il lettore rischia di smarrirsi all’interno di una trama piena di insidie, che manifesta una capacità straordinaria dell’autrice nel tenere e governare i molti fili.
Difficile, o almeno complesso rendere conto dei vari percorsi che la trama contiene.
Sappiamo che Ilda deve scoprire chi sia stato il mandante dell’assassinio di Giulietta, di cui Fabio è solo un esecutore. Per fare ciò ha cambiato nome ed ora è conosciuta come una cortigiana che ha nome Cleo, mantenuta da Aldo in una casa signorile. Tutti sanno, però, che Aldo non è affatto ricco, e dunque chi si nasconde dietro a Fabio? Chi lo finanzia? Si dice che sia il padre di Bianca, Moreno, uomo ricchissimo.
Intanto Bianca ama Aldo, e si scambiano delle lettere compromettenti.
Tutto si sta muovendo verso un fine comune: scoprire il mandante del delitto. Eppure quanti rapporti nascosti emergono nel corso di questa indagine!
Indaga anche un commissario di polizia, il cavaliere Umberto Trani, che è diventato un frequentatore dei personaggi che girano intorno al delitto.
Invernizio fa un passo indietro nel tempo, di ben quarant’anni, per mettere in scena nuovi personaggi, ossia l’avvocato Zeno Mestre, sua moglie Valeria e la loro figlia Stefana, di sedici anni, la quale “nascondeva il più feroce egoismo e dominava la madre, che non aveva la forza di opporsi alle sue volontà.”.
Sembrerebbero estranei a quegli avvenimenti, ma vedremo che non sarà così. Stefana, già ricchissima per suo conto, sposa il conte Sebastiano Rossano, addirittura più ricco di lei, e dal loro matrimonio nascerà Livio, il personaggio che abbiamo già incontrato.
Il collegamento è fatto: “Stefana amò suo figlio con una passione quasi selvaggia, e fu l’unico, vero amore della sua vita.”. Infatti, non ama del pari suo marito, che, anzi, tradisce.
Ė sua madre Valeria a scoprire il tradimento e così la perfida Stefana le risponde: “Credi che sia venuta ai bagni per far la balia al bambino? L’adoro, il bimbo, ma egli non deve essermi d’inciampo. Tu sei una mamma dalle idee antidiluviane Io, invece, sono una donna moderna: voglio avere degli amanti, schiavi sommessi, pronti a versare tutto il loro sangue per me, e li avrò! Voglio essere ammirata, e in pari tempo creduta da tutti la donna più onesta del mondo!”.
Tracotanza, superbia, cinismo paiono sommarsi nel personaggio di Stefana, madre di Livio, che ne erediterà il carattere: “Livio, crescendo, le assomigliava non soltanto nel fisico, ma soprattutto nel morale: nulla aveva di suo padre, nulla!”.
Questo ritornare al passato, per svolgerlo come una storia che si sommi con pari dignità alla principale dà il segno di una metodologia tipica del feuilleton, in cui la trama viene di volta in volta arricchita per offrirla a lettori insaziabili ed esigenti, in cerca di continue emozioni.
Stefana ha condotto una vita dissoluta, sperperando molto denaro. Ha avuto nel frattempo un figlio fuori del matrimonio, nel periodo in cui il marito Sebastiano era assente da molto tempo a causa degli affari.
Vicina a morire, si reca presso il figlio Livio e gli rivela che Fabio Ribera è suo figlio. I due, dunque, sono fratelli per parte di madre.
Ecco svelata la ragione per cui, in modo inconscio, Fabio si sente attratto da Livio e ne prova soggezione: “Tutta l’adorazione che il fanciullo aveva provata per la contessa, si riversò su Livio. Per Fabio non vi era nulla al mondo di più bello, di più perfetto del giovane conte, il quale se ne compiaceva.”.
Succede che il conte vede un giorno Giulietta, “di una bellezza più unica che rara” e se ne innamora. Giulietta, ricordiamolo, è la povera fanciulla uccisa da Fabio.

Giulietta e Livio si frequentano. Livio le ha dato un nome falso, quello di Fabio Ribera, il fratellastro, e come tale continua a presentarsi a Giulietta al fine di possederla. Una volta ottenuto il successo, da quel momento cala il suo interesse per la giovane.
La quale (intanto ha partorito una figlia, Giulia), incontrandolo, minaccia di rivelare tutto alla moglie Bianca. Livio si mette in allarme e capisce che Giulietta rappresenta per lui un grosso pericolo.
Ed ecco svelato il movente: “Ho trovato! Toglierò di mezzo una donna che mi è divenuta odiosa, getterò tanto fango su Fabio, che Ilda non dovrà più provare che orrore per lui, e tutto andrà per il meglio!”. Livio vuole possedere anche Ilda, la fidanzata di Fabio, essendo rimasto toccato dalla sua bellezza. E cosa s’inventa? Rivela a Fabio le minacce ricevute da Giulietta, e questi si offre di ucciderla per suo conto: “Fabio si era andato animando. Aveva l’esaltazione dello schiavo credente che tutto sacrificherebbe per il suo idolo. E l’idolo del povero commesso era il conte Livio. Ah! se avesse potuto leggere nel cuore di lui!”. Sarà lui, Fabio, vestito da Pierrot a uccidere Giulietta.
Non ci resta che attendere, a questo punto, che siano messi insieme i vari spezzoni che ci condurranno alla fine della storia.
Invernizio, sia in questo caso che nelle altre sue opere, sa creare trame complesse che riesce a governare con rara maestria. Il lettore si sente impegnato a conservare memoria dei dettagli di una impalcatura che non ammette distrazioni, a rischio di smarrirsi in un labirinto senza vie di uscita. Finché, ad un tratto, tutto diventa più facile; gli intrighi si sciolgono, i segreti si manifestano e, a quel punto, tutto si spiana in una sottile trasparenza.

I Misteri delle Cantine

Un anno dopo “I Misteri delle Soffitte”, esce nel 1902 quest’altro libro in cui le cantine, come là le soffitte, sono i luoghi del dolore e della disperazione
L’incipit è di altissima qualità: “Era la vigilia dell’Epifania del 1872. Un tiepido sole metteva una nota luminosa sul candido strato di neve che copriva i tetti delle case, e scioglieva sui rami i fiocchi candidissimi.
Torino aveva un aspetto allegro: la gente si accalcava nelle vie dinanzi alle vetrine fulgide.
Alle tre pomeridiane, da una bettola situata fra via Barbaroux e via Bertola, uscì un uomo male in arnese, con la faccia butterata dal vaiolo, la fronte depressa, gli occhi iniettati di sangue, la bocca enorme. Dietro a lui veniva un fanciullo di circa otto anni con in testa un berretto che gli copriva gli orecchi incorniciando un visino patito, smunto, dai grandi occhi neri, spauriti. Il suo abito era a brandelli e le dita dei piedi uscivano dalle scarpe sfondate. Egli tremava, non tanto di freddo, quanto per febbre, e teneva le manine rattrappite nelle tasche lacere dei calzoni.”.
Il ragazzo si chiama Carletto Rioneri e l’uomo che lo maltratta Biante. Lo ha preso con sé lo stesso giorno in cui la madre era morta di stanchezza per strada, mentre portava il figlio a Torino, dove avrebbe trovato un po’ di fortuna, così credeva.
L’ambientazione vede succedersi personaggi afflitti dalla miseria, che chiedono l’elemosina o si dedicano al furto. Carletto è al servizio di Biante, che si fa chiamare babbo. È una realtà brulicante e misera che ci ricorda autori come Dickens e Hugo.
Il ragazzo fa amicizia con Michele, detto anche Mignolino, o lo zoppino, e questa amicizia ci fa venire in mente Lucignolo, l’amico di Pinocchio.
Si rifugia in una cantina, e trova, in mezzo a due botti, una buca dove poter passare la notte. Nel mentre, sente arrivare delle voci e sono di persone che stanno seppellendo un cadavere: “Due uomini erano in piedi accanto alla fossa; in uno di essi Carletto riconobbe colui che aveva lasciato il pezzetto di candela acceso nel vano della scala; l’altro, vestito da signore, aveva un brutto ceffo, come quello di Biante; un terzo uomo, pure vestito da signore, giovane e bello, stava inginocchiato sull’orlo della fossa e piangeva, si disperava. Una donna, non bella né giovane, piangeva anch’essa, guardando la morta.
Carletto nulla comprendeva di quella scena; capiva peraltro che doveva stare immobile come se dormisse, perché se l’avessero scoperto, forse l’avrebbero ucciso, seppellendolo nella stessa fossa scavata per la morta.”.
Ci troviamo di fronte ad un romanzo gotico, dove oscurità, misteri e paure la faranno da padroni.
Si torna indietro di tre anni per raccontare la vita di Gerardo, uno degli uomini che hanno seppellito la morta. Viene da una famiglia ricchissima, e la madre, Lorenza Ostiglia, non aveva mancato di dargli una istruzione adeguata al suo censo.
Lo zio Dario, “ricchissimo industriale”, vorrebbe che sposasse sua figlia Alina.
Gerardo ha, intanto, fatto amicizia con Ugo Palmanova, studente di medicina, uno di quei tipi arditi che, senza bellezza né vero merito, riescono tuttavia a dominare gli altri.”.
Ugo riesce a farsi voler bene dalla famiglia Ostiglia, che resta affascinata dalla sua eloquenza e dal suo modo di fare: “Gerardo non tardò a subire il fascino dell’amico, ed Ugo, presentato alla signora Ostiglia, comprese in un lampo con quale donna avesse a che fare ed ebbe l’accortezza di mostrarsi umile riservato, così devoto per suo figlio, da accaparrarsi l’intiera fiducia della madre e lasciare in lei la più piacevole impressione.”.
Grazie a Ugo conosce una bella ma povera ragazza, Fosca, figlia di Giacinto, uomo violento, e di Maddalena, che cercava di sopportarlo, e sorella di Mignolino, lo zoppo: “Il penultimo le rimase zoppo per un calcio che essa aveva avuto dal marito durante la gravidanza.”.
La prende come amante e mette a sua disposizione un quartierino ammobiliato. Ma noi sappiamo che Gerardo è stato destinato a sposare la cugina Alina, figlia di Dario Ostiglia, della quale è invece, non corrisposto, innamorato Ugo.
Giacinto, il padre di Fosca, la quale è ancora minorenne avendo diciassette anni, ne approfitta per ricattare Gerardo e spremere soldi da lui.
Ci riesce, ma intanto Alina, la fidanzata ufficiale di Gerardo riceve una lettera anonima che la informa del tradimento, e subito si reca, accompagnata dalla propria madre, a lamentarsi con la futura suocera, la quale ottiene dal figlio la promessa di non più vedere Fosca.
Come vedete, l’intreccio forma un grumo che sarà dissolto con abilità. La Invernizio ha questa forza, di non accontentarsi di una semplice trama, e preferisce dare al lettore la dimostrazione di quanto i rapporti umani possano complicarsi, e allo stesso tempo sciogliersi come neve al sole.
Non ce niente, dunque, che non si possa risolvere con l’ausilio della mente, quando essa va a interagire con le regole della natura umana.
Il libro resta segnato dalla storia di un grande e sofferto amore, quello tra la sartina Fosca Molinaro e il ricco Gerardo Ostiglia, amore che farà sempre da sottofondo agli intrecci che seguiranno.
Fosca, delusa da Gerardo, il quale le ha preferito, costretto dalla madre, Alina, una cugina di lui, si è data alla prostituzione e un giorno, aggredita da dei malfattori (dei “barabba”) si rifugia nell’androne di un palazzo. Non sa che è il palazzo che Gerardo sta costruendo per andarvi ad abitare una volta sposata Alina.

In quel momento, nel palazzo, c’è Gerardo, che sta controllando i lavori in corso. Si incontrano, si riconoscono e si parlano, ma, ad un certo punto, Fosca sviene e, accorso Ugo, che intanto è diventato medico, questi dichiara che la donna è morta.
Occorre provvedere con urgenza affinché nessuno sappia e non scoppi uno scandalo credendo che Gerardo e Fosca si siano lì incontrati quali amanti. Quel cadavere deve sparire e affinché ciò avvenga non vi è altra soluzione: è “tagliato a pezzi” da Ugo, onde disfarsene più agevolmente, “meno la testa. Quella, volli serbarla: guardala!”.
Ugo è anche un collezionista di teschi umani (“mostrava una predilezione speciale per l’antropologia”) e ne riempie il suo studio. A Gerardo dice: “Quella testa che tu hai guardata con orrore è per me un soggetto interessantissimo di studio: il cranio è un modello del genere: ha la protuberanza dell’affetto, quella del sacrificio. Guardando quel teschio, mi sembra che la povera Fosca mi ringrazi: ‘essa’, almeno, può vederti ancora qualche volta, udirti. Con un mio speciale processo ridussi quel bel teschio così pulito, dopo averne distrutte le carni e tolta la splendida capigliatura che ho lavorata io stesso per conservarla ed ho chiusa in questo astuccio.”. Viene in mente il terribile Henri Landru (1869 – 1922).
Di Fosca si perderanno le tracce e si crederà che si sia rifugiata in America. Nessuno immagina che il suo teschio adorni, insieme con altri, il terribile ambulatorio di Ugo.
Sono trascorsi quindici anni, e ora il personaggio del dottor Ugo Palmanova diviene centrale: “era allora in tutta la pienezza della sua virilità, perché aveva quarant’anni.”; “Ugo spendeva molti dei suoi denari in beneficenze occulte, ma pochi lo sapevano. Talvolta si travestiva per recarsi nei sobborghi, nei centri popolari, onde studiarne le miserie, i vizi, i bisogni.”. Si prende cura della famiglia di Fosca, in cui Tea, la sorellina più piccola, nel crescere assomiglia sempre di più a Fosca, divenendo “una ragazza meravigliosa per bellezza.”.
La famiglia non sa della morte di Fosca e spera che un giorno ritorni a casa.
Vi ricordate Carletto, il fanciullo che chiedeva l’elemosina e subiva le percosse da parte di Biante, quando non riusciva a portare a casa nemmeno un soldo? Lo ritroviamo, ora, dopo questi quindici anni. Egli è direttore di un magazzino, il cui proprietario è Dario Ostiglia, e in cui lavora Tea. I due si sono riconosciuti, e si amano.
Ugo e Alina, la moglie di Gerardo e figlia del padrone della fabbrica Dario, cercano di mettere i bastoni tra le ruote a tale relazione. Ricordiamo che Ugo è innamorata di Alina e non ha visto di buon occhio il suo matrimonio con Gerardo: “La gracile Alina si era fatta una donna incantevole.”. E Alina è innamorata di Carletto.
Come si vede, la Invernizio ama gli intrecci complicati; il suo piacere è manifesto: più l’intreccio è complesso, più il sollievo dell’autrice si acuisce e si esplica ogni qualvolta i nodi vengono al pettine.
La scrittura resta neutra, la storia procede a freddo, coi fili intessuti da una narratrice che, ciò nonostante, riesce a non farsi coinvolgere.
La trama, seppure complessa, è disegnata a caratteri chiari e risoluti.
La verità sulla terribile morte di Fosca, rimasta per tanti anni un segreto, è rivelata dalla portinaia Agnese, in punto di morte a Lorenza Ostiglia, la madre di Gerardo. La donna non ci crede e quando giunge il medico Ugo Palmanova, per visitare Agnese, gli confida ciò che ha saputo dalla moribonda: “È vero ciò che mi ha detto colei? Mio figlio ha ricevuto in questo palazzo Fosca, che il Signore ha punito per non avere tenuto il suo giuramento di non rivedere più Gerardo? È vero che è morta di sincope, e che voi e mio figlio la seppelliste in cantina mentre più tardi voi faceste scempio di quella povera morta, trasportandone i pezzi altrove?”. Ugo nega: “Costei ha delirato!”.
Morta Agnese, Ugo minaccerà il figlio di lei, Giona affinché non sveli il segreto e questi, in presenza anche di Gerardo, giura di non rivelarlo a nessuno.
Il romanzo ha più fuochi centrali che si contendono la scena.
Tocca ora a Biante (lo ricordate? Lo sfruttatore violento di Carletto) di avere risalto quando ci viene narrato come è diventato straricco, grazie all’omicidio di una facoltosa signora nonché del suo complice con il quale era andato a combinare il furto presso di lei di titoli di credito e gioielli. Emigrato in Argentina, si era addirittura appropriato del titolo di barone Scarpa, con il quale aveva fatto ritorno in Italia. Appena l’ha veduta, nota la rassomiglianza con Fosca e vuole conquistare la bella Tea.
Fosca e Tea non soltanto sono due sorelle, ma nel romanzo rappresentano una linea continua, come se tra le due protagoniste non ci fosse uno iato, una distinzione, ma appartenessero allo stesso filo della trama.
La storia diviene complessa per i numerosi fili che vengono aggiunti a mano a mano, ed è difficile raccontarli tutti, ma non si può non sottolineare il lato macabro che rimane sempre da sottofondo. Ricordate la fine di Fosca? Ebbene, per una serie di circostanze, Ugo invierà il suo teschio ad Alina, la moglie di Gerardo, che era sempre stata gelosa di Fosca. Riceve il pacco: “Vi trovò una cassettina d’ebano, ermeticamente chiusa che essa aprì colla chiavicina consegnatale da Ugo.
Appena sollevato il coperchio, il teschio della povera Fosca apparve col suo eterno sogghigno.
Alina fu incapace di sopportare quella vista: ella lasciò cadere il coperchio e rotolò sul tappeto priva di sensi.”.
Nonostante questi lugubri passaggi, il romanzo si scioglierà in un inno al bene che sconfigge il male, offrendoci una visione della vita quale bene da cui far emergere quel po’ di felicità, sparagnina, a cui ciascuno di noi ha diritto in questo mondo.

Il treno della morte

 

Il romanzo uscì nel 1905.
Si comincia con una situazione incandescente. Valerio e Diego sono fratelli. Diego ha sposato Raimonda, ma non sa che questa era stata la donna di Valerio, il quale, tornando dall’estero e andando ospite di Diego, apprende la notizia. Raimonda ha una sorella, Isabella, rimasta sedotta da un uomo che poi è stato trovato cadavere, di cui si sono perse le tracce.
Raimonda e Valerio si erano lasciati insultandosi l’una contro l’altro. Hanno avuto anche una figlia, che Valerio ha subito sottratta e nascosta alla madre, che anela di rivederla.
Così pensa Raimonda, che sta attendendo in casa i due fratelli: “Che dirà vedendomi qui moglie di suo fratello, egli che aveva giurato che io non avrei mai portato il suo nome?… Come passò nella mia mente l’idea di sedurre Diego, di cui un giorno Valerio mi aveva descritto il carattere debole, femmineo, da sognatore, non lo so: cercai una vendetta e la trovai!… Un demone me l’aveva suggerita!”.
Isabella, intanto, non è morta, ma ha sposato il marchese Francesco Briardo, il quale è amico di Valerio. Non hanno figli e ne approfittano per chiedere a Valerio di affidar loro la sua bambina. Non sanno che è la figlia di Raimonda e dunque la nipotina di Isabella. A Valerio non par vero di dare alla sua bambina un rifugio sicuro e nasconderla in questo modo alle mire della sua ex amante.
Raimonda non ha rinunciato a cercare la figlia, però, e ora che Valerio è ospite della sua casa fa di tutto per scoprire dove l’abbia nascosta; ne spia perfino la corrispondenza: “È certo che Raimonda doveva tentare ogni mezzo per sapere dove si trovava la sua bambina e Valerio cominciava davvero ad impensierirsi, temendo che un momento o l’altro la scoprisse.”; “L’idea di rivedere sua figlia ormai non abbandonava più Raimonda: essa era persuasa che non doveva essere molto lontana da Torino, che le assenze di Valerio non avessero altro scopo, che di trovarsi con la sua bambina.”.
La bambina, che ha cinque anni, si chiama Nastia (Anastasia), un nome russo, poiché la coppia è stata in Russia presso una ricca parente e Isabella si fa passare per una principessa russa col nome di Isa Overief.
Dunque, l’intreccio, già a questo punto, è assai eccitante.
Raimonda cerca la figlia e questa, guarda un po’, si trova in casa della sorella, la quale non sa che Nastia è la figlia che Raimonda va cercando. L’unico che sa è Valerio, il quale tiene la bocca chiusa. Inoltre, Raimonda non sa che dietro il nome di Isa Overief si nasconde sua sorella Isabella. Anche quando s’incontrano per la prima volta non si riconoscono. Vi è in loro una certa inquietudine, ma nessun disvelamento. La ricerca della figlia da parte di Raimonda avrà gran parte nel romanzo.
La tecnica usata dalla Invernizio è chiara: interrompe all’improvviso una storia e ne introduce un’altra con personaggi apparentemente nuovi, i quali poi mostrano una relazione con gli altri. Il lettore è continuamente impegnato ad attendere questi innesti, i quali, una volta intervenuti, aprono una nuova luce al percorso narrativo.
Raimonda sta covando dell’odio nei confronti di Valerio, il quale si comporta come se volesse punirla di aver sposato il fratello. Raimonda arriva ad immaginare che Valerio se l’intenda con Isabella, alle spalle del marito di quest’ultima, Francesco. Confida tale sospetto al marito Diego che, ricordiamolo, è il fratello minore di Valerio.
Sappiamo anche che le due donne hanno un “fratello di latte”, Salvatore, fuggito dal manicomio, dove era stato rinchiuso per pazzo, ma non lo era. Va a trovare la sorella Raimonda e si fa riconoscere. Lei è contenta poiché sa che di lui potrà avvalersi per qualsiasi cosa di cui abbia bisogno. Il suo intento è di ostacolare il matrimonio che Isabella vuol combinare tra Valerio e Tecla una giovane milionaria, che lo ama.
Il lettore si sarà, a questo punto, domandato che cosa c’entri il titolo del romanzo con quanto è accaduto sin qui. C’entra, perché il padre di Valerio e Diego, un vecchio e rinomato ingegnere, era stato trovato morto di una sincope in uno scompartimento del treno. In quella occasione Valerio aveva detto al fratello: “Nessuno, vedi, potrà surrogare nel mio cuore l’amore di quel padre; per lui, per non recargli dispiacere, avrei rinunziato a qualsiasi felicità; ricordati bene, è stato trovato morto nel treno 1358; il 13 la morte, 58 l’età di nostro padre: segna questi due numeri fatali.”. Ma dovremo attendere un altro treno, recante il numero 1334, per ricordarci il titolo del libro: “Il treno della morte”: 13 la morte e 34 l’età: di chi?

In realtà il padre si era ucciso con un veleno che non lasciava tracce e lo aveva fatto per punire i suoi eccessi con le donne. Aveva avuto anche una relazione con Isabella. Valerio scopre la verità tra le carte lasciategli dal padre.
È da quelle lettere e da un ritratto rinvenuto tra le carte del padre che capisce che l’Isabella amata da suo padre, altri non è che la principessa Isa Overief, ossia la marchesa Isa Briardo.
Un giorno il marchese riceve, nella posta quotidiana, questo ritratto, e crede che sia stato Valerio a tenere una relazione con la moglie, e inveisce contro entrambi, considerandosi deplorevolmente ingannato. Medita una vendetta. Il ritratto si rivelerà uno strumento importante per sciogliere alcuni interrogativi, e sarà proprio esso a suscitare in Raimonda il pensiero che la moglie di Francesco sia sua sorella Isabella, creduta morta: “Dunque quell’Isabella, di cui aveva veduto il ritratto, che assomigliava alla marchesa Briardo, era proprio sua sorella!”.
La Invernizio ha reso complessa la trama, a tal punto che non la si può riassumere al completo.
Sappia il lettore, tuttavia, che si troverà nel bel mezzo di un intricato viluppo di avvenimenti in cui ogni tipo di sentimento sarà presente, dall’odio, dalla ipocrisia, dalla menzogna, dalla vendetta, dalla gelosia, dall’equivoco all’amore e al perdono. Ne uscirà fuori un dettagliato ritratto della società italiana com’era tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.
Si può dire che la forza dei romanzi della Invernizio sta nascosta proprio nella capacità di rendere avvincente la trama, più ancora che nello svolgimento puro e semplice della storia.
Verso la fine del romanzo comparirà anche un personaggio mascherato da fantasma: “E la portiera che dava adito alle sue camere si sollevò e nella penombra apparve un gigantesco fantasma, avvolto da capo a piedi in un bianco lenzuolo, che lasciava solo coperto parte del teschio dalle vuote occhiaie, privo del naso, mentre la bocca spariva sotto il funereo drappo.
Francesco, che era sempre stato superstizioso, nella sua pazzia lo era ancora più Aveva sentito dire da Michel e da Susette che a Nizza si sussurrava che in quella villa alla notte si aggirasse il fantasma di un vecchio marchese ivi morto, ed aveva sempre pensato si trattasse del proprio padre.
Ed ora dinanzi a quella apparizione non ebbe più dubbio ne pensò d’accertarsi della realtà di quel fantasma, la cui vista l’aveva fatto indietreggiare fino alla parete.
Stette immobile, muto, atterrito, mentre nel suo cervello si faceva strada l’idea che Dio avesse permesso che suo padre uscisse dalla tomba per impedirgli un delitto.”.
Nel finale, la tensione verso la morte è robusta e prende il lettore: “Al sorger del giorno sereno, mite, si ebbe l’annunzio che si erano trovati i corpi dei due sventurati, avvinti insieme, fra mezzo alle scogliere.”.
Lasciamo al lettore di scoprire chi essi siano: “Essi non erano decomposti dalla morte, ma parevano riposare tranquilli, in un’estasi di oblio. La pace che avevano sognata alfine la trovarono: le loro membra erano ormai inerti, le labbra mute, per sempre, ma i loro spiriti se ne erano andati avvinti per l’eternità.”.

La felicità nel delitto

 

Il romanzo uscì nel 1907.
La Grisa è una affittacamere. Un giorno riceve una lettera da un antico pensionante, Oscar Brandano, che le chiede di mettere a sua disposizione una camera, poiché intende trattenersi a Torino. Ha con sé la moglie e una bambina. La Grisa è meravigliata, visto che Oscar si era sempre mostrato contrario al matrimonio, e quando giunge, la moglie non dice una parola e ha il volto coperto da un velo. Oscar le dice che parla soltanto il francese, ma non è vero e la Grisa, uscita dalla stanza e orecchiando dalla serratura, la sente parlare perfettamente in italiano.
Perché questa bugia?: “Si faceva ancora queste domande mentre si spogliava per andare a letto, e concluse che in quel connubio vi era qualche mistero; ma non disperava di scoprirlo.”.
La mattina successiva, ecco la sorpresa: scopre il cadavere di Oscar, disteso sul letto. Ha in mano un coltello e tutto lascia intendere che si sia suicidato. La bambina, che ha quindici mesi, gli è vicino e sta piangendo, mentre la donna velata è scomparsa. La Grisa è convinta che si tratti di omicidio.
Nonostante il quadro tragico che ci è stato messo davanti agli occhi, questo inizio, condotto con la massima calma e linearità, mostra in modo evidente una chiarità scenica, tale da privarla dell’orrore che il lettore avrebbe dovuto patire.
È una qualità, anche questa, che va riconosciuta alla Invernizio.
Attraverso i ricordi della madre, Marta, veniamo a conoscere la vita di Oscar, sposato con una fanciulla, Gilberta, appartenente a una famiglia ricchissima. Il loro matrimonio era avvenuto in segreto, non potendo Berta (Gilberta) avere il consenso della sua famiglia che aveva su di lei progetti più ambiziosi. Dall’unione era nata una bambina di nome Dina.
Da questo racconto sappiamo, così, che i tre personaggi apparsi alla affittacamere la Grisa sono Oscar, la moglie Berta e la figlia Dina.
Dopo che dall’autopsia è emerso che Oscar è stato avvelenato, subito si pensa alla donna velata, ossia a Berta, come l’assassina, la quale lo avrebbe ucciso per motivi ancora sconosciuti.
Il titolo, “La felicità nel delitto”, ci dà una traccia? Sì, Berta non deve essere un personaggio normale; una qualche perversione la insegue.
A ciò induce a pensare la scaltra autrice: “Egli era stato colpito mentre dormiva profondamente, sognando forse colei stessa, che da lungo tempo aveva premeditato il delitto, l’aveva preparato ed era riuscita a compierlo, senza che nella vittima fosse balenato un solo sospetto ed avesse la forza di difendersi.”.
Ma Marta, la madre di Oscar, ha maturato una sua convinzione: “Ed a furia di pensare a questo, la povera signora Brandano si era convinta che quella Berta amata da suo figlio, la madre di Dina, non fosse la stessa incognita che l’aveva ucciso.”. Giura che scoprirà l’assassina e vendicherà il figlio.
In ciò l’aiuterà un suo vecchio spasimante, il conte Renzo Altena. Sul quale grava il sospetto che sia stato l’amante della moglie di un suo amico, un certo Prando (già Aliprando), e da questa relazione sia nata Gilberta, che Prando ha creduto sua figlia, fin tanto che ha rinvenuto una lettera che il conte aveva scritto alla moglie e nella quale si faceva riferimento a Gilberta come loro figlia.
Si tratta però di un equivoco, la persona che firmava le lettere con le iniziali R. A. non era Renzo Altena ma Renato Ariani, il quale, onde evitare lo scandalo, si era tolta la vita.
Già a questo punto la storia si intriga e si interseca. Ma non basta.
Quando Gilberta fa ritorno a casa, trova il padre morto; si è avvelenato e prima di morire ha lasciato una lettera in cui le rivela di aver sciolto il conte Renzo Altena dall’impegno di sposarla, poiché innamorato di un’altra. Gilberta promette di ricercare questa sconosciuta e di vendicarsi.
Ci sono già due persone, due donne, che meditano la loro vendetta contro nemici sconosciuti: Marta, la madre di Oscar e Gilberta la ex promessa sposa del conte Renzo.

Come vedete, la Invernizio ha gettato con nonchalance l’amo con cui trattenere a sé il lettore.
Le trame dei romanzi della Invernizio, non sono mai semplici; hanno necessità di complicarsi, poiché s’imbastiscono di sentimenti, più che di fatti.
Lettere che arrivano all’improvviso, campanelli che suonano alla porta in continuazione sono momenti in cui si accentuano o si dissolvono alcuni interrogativi. Spesso veri e propri deus-machina.
Valente Gorzano è un altro pretendente che si fa avanti, innamorato di Gilberta. Quest’ultima sembra tutta presa dal desiderio di scoprire il mistero della morte del padre, il quale, per diseredarla, ha bruciato molti titoli mobiliari, che l’hanno messa a terra.
Il conte Renzo Altena è al momento, per i suoi rapporti con Marta Brandano e con Gilberta Aliprando, il solo punto di collegamento tra le due storie.
Gilberta ha un’indole cattiva e vendicativa. In realtà non ha gradito che Renzo abbia ritirato la sua promessa di matrimonio, incoraggiato dal padre, e non ha intenzione di lasciare impunita la sua rivale: “Credono che io preghi per la loro felicità. Ah! che sciocchi; ma non voglio sopprimerli, voglio che soffrono quanto io soffro in quest’istante. E dire che per lui, per essere contessa, ho ucciso l’altro e ho abbandonata la mia creatura.”.
È lei, dunque, la donna velata che aveva accompagnato Oscar con la bambina nella sua camera e che poi lo aveva ucciso?
Vedremo. Intanto Gilberta ha bisogno di guadagnare per vivere e fa la cassiera nel “laboratorio di biancheria” della signora Luisa. Ma è anche, con il nome di Celeste, una “bella di notte”, dalla doppia vita.
In quel laboratorio si trova anche Carmen, una giovane che al tempo delle indagini per la morte di Oscar era stata interrogata dalla polizia poiché era stata la sua amante. Di questa tormentata relazione, l’autrice ce ne darà ampio resoconto.
È la vicedirettrice e non le piace Gilberta: “Carmen aveva trovata bellissima la nuova cassiera come le altre, ma un movimento degli occhi di Gilberta l’aveva colpita. Le parve che lo sguardo di lei non fosse sincero come il suo ingenuo sorriso. Fu l’impressione di un istante, ma bastò per non farle condividere l’entusiasmo delle sue dipendenti.”.
Troveremo che sono in molti a ricercare l’assassina di Oscar, e questo intriga il lettore, il quale ha messo in conto un nome, un personaggio, e poi si deve ravvedere, poiché anch’esso risulterà alla ricerca dell’omicida. È una tecnica che rimanda continuamente la verità, sposta il filo del traguardo sempre più avanti. Noi abbiamo ancora negli occhi la scena di Oscar trovato morto sul suo letto con in mano un pugnale e accanto la piccola Dina piangente, e attorno a questo fosco e terribile quadro, vediamo comparire e muoversi dei fantasmi, ognuno dei quali si avventa sull’uomo per ucciderlo.
Grazie a questa impressione che ci coglie ogni volta che ritorniamo al delitto, ci pare che sul proscenio della rappresentazione tutto sia in perpetuo movimento tra vita e morte. Niente può immaginarsi fermo e passivo, e ciascun personaggio vive coi e dei suoi gesti senza mai arrestarsi.
Sapremo che Oscar ha due figlie, una concepita con Gilberta e l’altra concepita con Carmen, che ha abbandonato. La sorpresa sta nel fatto che si assomigliano a tal punto da sembrare gemelle!: “Le due bambine sembravano gemelle; avevano gli stessi tratti del padre, la stessa bellezza incantatrice.”. Succede così che, essendo vicina a morire la figlia di Gilberta, di nome Dina, Carmen riesce a sostituire le due bambine e a mettere nella culla di Gilberta la propria figlia. D’ora in avanti, dunque, la bambina che cresce in casa di Gilberta si chiama Dina, ma è la figlia di Carmen.
Si deve ancora una volta sottolineare la bravura dell’autrice nel seminare lungo il percorso narrativo sorprese, eccentricità e meraviglie.
Sapete già da chi è stato ucciso Oscar. Da Berta. E sapete perché lo ha fatto? Perché quest’ultima, perfida e ambiziosa, intendeva diventare contessa, sposando il conte Renzo Altena: “Se il conte fosse giunto, se il matrimonio con questi, che la rendeva libera, potente, si fosse stabilito, ed Oscar, scopertolo, avesse mandato tutto a monte, rivelando al conte stesso i suoi rapporti con la giovane?
Bisognava ad ogni costo sopprimerlo.”; “Ella che aveva sempre deriso l’amore, e non aveva mai provato un palpito sincero per nessuno, odiava la sua stessa creatura, perché figlia dell’uomo da lei ucciso, l’uomo divenuto un ostacolo per lei, che voleva essere contessa e milionaria, ora soffriva le torture dei dannati per il conte, che non si curava di lei”.
Il lettore, dunque, conosce già il nome dell’assassina, la quale a lui si è rivelata da sé, ma l’interesse che l’autrice riesce ad alimentare sta nel fatto che egli dovrà capire come essa sarà scoperta dagli altri, e gli imprevedibili effetti.
Non rimarrà deluso. Berta-Celeste-Gilberta si rivelerà un personaggio dalla psicologia molto complessa, quasi schizofrenica: “Ma dunque quella femmina non possedeva né cuore, né coscienza; tutta la sua bontà non era che apparente, la sua dolcezza ipocrisia. Tutto in lei era menzogna e delitto.”.
La sua punizione sarà terribile e cinica.
Il lettore assisterà ad altri episodi disperati come la sparizione di Renzetto, il figlio che Gilberta ha avuto sposando Valente Gorzano, e la conseguente affannosa ricerca. Vedrà combinarsi altri due matrimoni: quello di Marta, la mamma di Oscar, con il conte Renzo Altena e quello di Carmen con il medico Martino Pracchia. Si troverà sommerso da un ritmo frenetico che l’assorbirà del tutto, quasi lo incatenasse. E poi, ricordate?, c’è da sciogliere quello scambio nella culla delle due bambine, in forza del quale Dina non è figlia di Berta, ma di Carmen. E, puntualmente, anche questo nodo sarà sciolto.
Raro trovare, perfino nei gialli, una tessitura così complessa ed abilmente costruita.


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Bart