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La casa delle meraviglie: Introduzione

10 Febbraio 2014

di Bartolomeo Di Monaco

(Da poco ho messo tra i libri in vendita di cui sono autore, e presenti nel mio negozio (cliccare sul bottone in alto :”I miei libri in vendita”, “La casa delle meraviglie“. Pubblicherò un po’ alla volta i 12 racconti che lo compongono, cominciando dall’introduzione. bdm)

INTRODUZIONE

Quando si è ragazzi ci prendono tante fantasie, ed è giusto che sia così. Il bambino che, secondo il poeta Giovanni Pascoli, è dentro di noi e ci accompagna per tutta la vita, in realtà è proprio nei primi anni della nostra giovinezza che si fa più spavaldo. Vi sono due passioni che accomunano tutti i bambini di questo mondo, e sicuramente le avrete provate anche voi. La prima riguarda il desiderio di fare da grande il macchinista di treni; la seconda è quella un po’ più ardita di fare l’aviatore, ossia di guidare, lassù nel cielo libero, un aeroplano. Che cosa le accomuna? Il desiderio della libertà e la volontà di non dare freno alla propria fantasia. Guidare il treno e perdersi con l’immaginazione nelle campagne e nelle città che attraversiamo, oppure guidare nel cielo un aeroplano e navigare sopra le nubi o avvicinarsi all’incandescenza del sole e dare libero sfogo a tutte le nostre credulità sull’universo, non sono fantasie, anche secondo voi, da coltivare e da amare a più non posso?

Certamente sì. Ma state attenti. Perché, nascosta dentro di voi, c’è sempre un’altra passione, mossa dagli stessi ideali fantastici, ma più umile, meno spavalda, che preferisce starsene nell’ombra, rintanata pur non avendo colpe da nascondere. Sarà infine lei, così umile, quella che si affermerà dominando sulle altre, così troppo spavalde e sfacciate. Questa passione di solito emerge nel momento meno atteso, quando la vita, anziché allungarsi tutta protesa verso la crescita, rallenta e china il capo verso l’inesorabile tristezza della vecchiaia. È una passione triste, allora? Voi, di primo impulso, direste subito di sì. Ed invece è proprio lei l’autentica passione che ci svela tanto l’amore quanto l’attaccamento alla vita; è la passione più indulgente, più paziente, che non ha fretta, sapendo già in anticipo come andrà a finire, quella, insomma, che non conoscerà tramonto e non vi abbandonerà più.

Ricordate il celebre burattino Pinocchio? Geppetto era immalinconito, oltre che dall’avanzare degli anni, dalla mancanza di un figlio, ossia da quel riscontro desiderato e vitale alla sua esistenza che è rappresentato da un figlio, e che non tutti gli uomini hanno il dono di ricevere. Ed  ecco comparire il famoso ciocco di legno. Glielo regala – ammirate il destino! – il suo nemico di sempre, l’altro falegname del paese, più benestante, pure lui senza figli, ma privo del desiderio di averne. Geppetto sente il bisogno impellente e irrespingibile di fabbricare con un ciocco di legno il sogno della sua vita: quel sogno, o meglio quella passione umile che se n’era stata nascosta dentro di lui in mezzo alle tribolazioni di tutti i giorni, un burattino, una specie di figlio, che non aveva mai potuto avere in carne ed ossa. Riceve il ciocco di legno da Mastro Ciliegia e tac il burattino in pochi giorni è fatto e viene perfino tanto mai bene che un giorno diventerà, pur tra birbonerie e marachelle, un bambino vero e, soprattutto, un bambino buono.

Il dottor Francesco Maria Bovenzi, che nei giorni in cui sto scrivendo queste avventure, è il primario del reparto di cardiologia dell’ospedale di Lucca (un reparto esemplare, che mi salvò dalle conseguenze dell’infarto da cui fui colpito la sera dell’11 novembre 2013), animato dalla sua passione di cardiologo, scrisse nel 1992 un racconto breve intitolato “‘Il ‘Mal di Cuore’ di Pinocchio” sostenendovi, con argomentazioni convincenti, la tesi che, sebbene Carlo Lorenzini (conosciuto più con lo pseudonimo di Collodi) non l’avesse mai menzionato nel suo celebre racconto, pure il burattino Pinocchio, anche quando ancora era di legno, avesse dentro di sé un cuore.

Geppetto, dunque, non solo costruì dal ciocco di legno regalatogli dal suo burbero concorrente Mastro Ciliegia un burattino, ma dentro vi inserì l’immancabile cuore, ossia quell’organo supremo che dà respiro ed alimenta non solo il corpo umano, ma tutta la vita nei suoi più ampi e variegati significati.

La stessa cosa è accaduta al personaggio che ha vissuto le avventure che sto per narrarvi. Si chiama Pietrino, è ancora vivo e vegeto; voi lo immaginerete, dal nomignolo, uno scricciolino di uomo, magro, basso, tutto pelle e ossa, braccia rinsecchite, collo esile e in procinto di scoppiare ad ogni parola che gli esca dalla gola; ed invece vi dico subito che è una specie di gigante: alto e grosso, buono come Geppetto, ha due mani grandi come quelle di Polifemo, però capaci di fare di tutto, non solo di elaborare i grandi oggetti ritrovati e riportati a nuovo, ma anche i minuti, i minimi, dove un grosso dito non entrerebbe mai. Nella sua vita non aveva mai fatto, come al contrario era accaduto a Geppetto, il falegname, ma tutt’altro lavoro, e l’aveva svolto fuori dalla sua città d’origine. Se n’era andato a vivere in una grande città toscana e lì nacquero i suoi due figli.

Poi, trascorsi gli anni, arrivò il momento della pensione, e allora quella passioncella nascosta cominciò ad arrampicarsi sulla parete del suo minuscolo nido interiore, senza fretta, piano piano, sorniona. Non che non gli si fosse rivelata nel passato, ma solo a tratti, e come se avesse voluto prima saggiare il personaggio, le sue capacità e la sua voglia di fare. Infine, sicura di sé, ossia di non avere scelto l’uomo sbagliato, questa passione tenutasi ai margini decide di prendersi la sua rivincita, e Pietrino la sente gorgogliare dentro di sé, finché non diventa ciò che è, il ruscello fresco della sua vita che sta declinando; il motore, il cuore di una giovinezza che vuole sopravvivere all’asprezza e alle regole ciniche della vita.

Spinto dal desiderio di non stare mai fermo (che è sempre stato carne della sua carne), e di muoversi indottovi da una innata e travolgente curiosità, Pietrino, amante della bicicletta (ne possiede di ogni specie e valore), se ne va quasi ogni giorno in giro per i luoghi della sua terra, e non manca mai di guardarsi intorno, come se da un momento all’altro dovesse apparirgli una qualche miracolosa visione. Quando essa davvero gli compare davanti ed è indispensabile sostituire alla bicicletta la sua auto per portarsi a casa la sua apparizione – che altro  non  ha  rappresentato,  per  chi  se ne è sbrigativamente liberato, che una cianfrusaglia ormai muta se non addirittura quasi sempre già defunta – memorizza il luogo, gira la bicicletta e in men che non si dica è di nuovo lì con la sua auto. La carica e la porta nel suo laboratorio per farne un oggetto vivo al modo che usò Geppetto quando Mastro Ciliegia – senza apprezzarne il valore – si liberò del fastidioso ciocco di legno.

Da quelle scoperte, da quelle apparizioni,  sono nate le incredibili storie che voglio raccontare. L’ordine in cui compariranno non ha niente a che fare con il giorno del loro rinvenimento. È una libertà che mi sono preso quando Pietrino mi portò, con mia moglie Raffaella, a casa sua e mi invitò a sedermi o a toccare ciascuna di quelle sue apparizioni per mostrarmi che cosa fosse mai uscito dalle sue mani miracolose.

Non vi dico quanto sua moglie Anna Lina – ormai abituata ai miracoli del marito – si spanciasse dal ridere ogni volta che mia moglie ed io sobbalzavamo dallo stupore.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart