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La casa delle meraviglie: La clessidra di Waterloo

31 Marzo 2014

di Bartolomeo Di Monaco
(Qui più informazioni sul libro)

Non credo che Napoleone avesse uno di quegli orologi che si tenevano al collo costituiti dalla sola lancetta delle ore (e perciò molto imprecisi), come lo aveva Enrico VIII, il re che divise la chiesa di Roma da quella d’Inghilterra. Gli orologi a cipolla, o da taschino, vennero più tardi nel XIX secolo e furono dotati anche della lancetta dei minuti e su questo tipo di orologi si cominciò invece a fare affidamento. L’orologio da polso, l’attuale, fu costruito alla fine del XIX secolo ed è tuttora imbattuto. Ce ne sono di varie qualità e di vari prezzi, ma secondo la mia esperienza è difficile trovare un orologio, pur di valore, che segni la stessa ora di un altro orologio, sia pure della stessa marca. Proprio come è difficile che due teste umane (ne basterebbero appena due!) la pensino allo stesso modo (e allora sì che il mondo potrebbe anche andare meglio e fare meno confusione!).

Come misurare, dunque, il tempo quando l’imperatore si trovava accampato in attesa della battaglia?   Preziosi orologi con movimento meccanico di una certa precisione e ricchi di ornamenti che adornavano le stanze della nobiltà di tutta Europa, già li conosciamo. Ma si trattava praticamente di raffinati ed utili soprammobili da sfoggiare per testimoniare la propria agiatezza. Ma quelli da campo, ossia da portarsi sui campi di battaglia, ce n’erano? Si è letto di particolari orologi chiamati pendules d’officier, che Napoleone donava ai suoi ufficiali di più alto grado, come orologi da campo, perché fossero puntuali. Ma mi piace credere, per ciò che svelerò grazie alle sorprese di Pietrino, che Napoleone tenesse in conto (e magari in aggiunta alle pendules d’officier) anche l’antica clessidra usata al tempo dei romani e mostratasi più che convenientemente sicura.

Intanto la storia. Waterloo era un piccolo villaggio belga dove si trovava acquartierato il Duca di Wellington capo supremo delle forze inglesi. La battaglia avvenne, in realtà, ad appena 5 chilometri di distanza da Waterloo. Chi volesse trovarne una mirabile descrizione dovrebbe andarsela a leggere nel celebre romanzo I Miserabili di Victor Hugo, il quale, non solo era un grande scrittore francese, ma adorava Napoleone e ne aveva seguito ed osannato le gesta vittoriose in tutta Europa. Ne parla nella Parte seconda, libro primo, ossia proprio nel capitolo di avvio intitolato Waterloo. Vi assicuro che la sua lettura è men che meno travolgente e non la dimenticherete più. Capirete come la caduta o meno della pioggia, quella volta pure torrenziale, possa aver mutato i destini della Storia. Se non fosse piovuto la vittoria di Napoleone sarebbe stata certa. Con la pioggia invece fu Sir Arthur Wellesley, I duca di Wellington, a fregiarsi della gloria, confinando all’esilio e al definitivo tramonto il grande Corso. A questo proposito, ossia a proposito della Corsica e che Napoleone fosse francese, da italiano sento la necessità di ricordare che Napoleone fu anche un italiano, poiché tali furono i suoi genitori e tale fu la sua educazione in famiglia. Solo tre mesi prima (il 9 maggio) della sua nascita, che avvenne il 15 agosto 1769, infatti, la Corsica, dopo una serie di rivolte che miravano al distacco dalla repubblica genovese, era diventata francese. Se i valori di libertà, di giustizia e di uguaglianza furono diffusi in Europa lo si deve a Napoleone, ossia ad un italiano, anche se i francesi sono ben lungi dall’ammetterlo. Per compenso, riconosco ai francesi di aver elevato in onore del grande imperatore uno dei mausolei più straordinari che si trovino nel mondo. Chiunque si rechi a Parigi non può non veder svettare sugli altri edifici la grande mole des Invalides. Vada a visitarla e vi incontrerà tutto il rispetto e tutta la superba ammirazione che i francesi nutrirono e nutrono per questo uomo.

Avrete già capito che possedere anche un piccolo oggetto appartenuto al grande genio militare è fonte di invidia per chi non la possieda e fonte di orgoglio per chi invece se la tenga custodita in qualche cassaforte di casa sua.
Pietrino non mi ha mai detto di possedere una cassaforte, e forse ce l’ha, ma tutti gli oggetti straordinari che finora mi ha mostrato, li ha tratti da luoghi comunissimi, oserei dire banali. Qualcun altro li sarebbe andati a chiudere in una qualche robusta cassetta di sicurezza di una banca americana.
E invece lui, nel ricevermi, per prima cosa si scusa della neve che ho trovato lungo l’autostrada.

“Non è colpa mia. Qualche giorno fa non era stata prevista”.

“Guarda che l’autostrada è pulitissima e il pezzo più difficile l’ho incontrato proprio a pochi metri da casa tua”.

“Meglio così. Entrate”.

Entriamo e prima di sedersi sul grande  divano nero, ci mettiamo a gironzolare per la casa. La voglia di  andarci  a  sfruculiare  con  i  miracolosi oggetti che già abbiamo conosciuti è forte, ma Pietrino ha già capito le nostre intenzioni e ci dà una calmata.

“Prima il tè e poi la sorpresa di oggi”.

“A questo punto” gli dico “non credo che tu abbia cartucce altrettanto valide da sparare di quelle che già ci hai mostrato”.

“Sei il solito scettico, Bart, ma l’oggetto che ti mostrerò oggi, ti farà ricredere. Sei mai stato deluso venendo a casa mia?”.

“Devo riconoscere che mi hai fatto passare da una sorpresa ad un’altra altrettanto stupefacente, al punto che ora sono portato a chiamare la tua bella dimora: ‘La casa delle meraviglie’”.

“Vedi di non prendermi in giro”.

“Lascio giudicare anche alle nostre donne. Se il giudizio di Anna Lina può essere scontato, ascolta quello di Raffaella.”, la quale confermò che non si sarebbe mai immaginata di trascorrere nella casa delle meraviglie momenti così esaltanti.

Il tè era di marca inglese e Anna Lina lo preparava alla maniera di quel popolo. Prima faceva bollire l’acqua nello speciale bollitore, poi riscaldava con la suddetta acqua la teiera, vi introduceva una bustina “per la teiera” e una bustina per ogni persona, vi versava sopra l’acqua bollente rimasta e lasciava che il loro contenuto si amalgamasse. Poi   ce   lo   versava   nelle   tazzine,   anch’esse rigorosamente inglesi.

Insomma a godersi quel tè aromatico e speciale passava quasi la voglia di alzarsi dal divano per andare a sentirsi raccontare le storie di Pietrino. Ma non v’è dubbio che non importava affatto conoscere dove avesse rinvenuto l’oggetto né la passione che vi aveva dedicato per restituirlo alla vita: ciò che ci interessava era il miracolo vero e proprio, la risuscitazione del tempo trascorso, d’un’epoca che era appartenuta alla Storia e di cui tutti ci eravamo dimenticati.

“Vogliamo la sorpresa di oggi” disse Raffaella, deponendo nel vassoio la tazza ed alzandosi. “In quale direzione devo andare questa volta?”. “Questa volta dovremo giocare al fuoco fuoco e all’acqua acqua”.

“Ossia?” domandai.

“Ossia che qui dove siamo, vale a dire nel salotto, è acqua acqua. Cioè siamo lontani dall’oggetto”.

“E se vado di là in cucina?” insistei. “Peggio che andar di notte”.

“Ma come si fa, allora? Dacci una indicazione.”, disse Raffaella.

“E va bene. Dobbiamo salire le scale e recarci all’appartamento superiore”.

“Ho capito.”, fece subito Raffaella”. “Ci porterai nel tuo studio di pittore”.

“Lo vedremo quando ci saremo”.

Lo studio di un pittore sembra quello di un rigattiere. Tele vuote, quadri appena avviati sperduti in qualche parte della stanza, alcuni appesi al soffitto, altri sdraiati in terra con il pericolo di essere calpestati. E poi i colori spruzzati sulla tavolozza o direttamente sul tavolo o sui tavoli da lavoro, la luce quasi sempre rimasta accesa. La radio pure, e così via. Quello del pittore è un laboratorio da mattina a sera. Un laboratorio da matti. Quando ci avemmo messo tutti e quattro i piedi dentro, Pietrino, sornione sornione, ci disse: “Acqua anche qui”.
Ci cascarono le braccia.

“Allora ti vuoi divertire con noi. Ci vuoi prendere in giro, visto che fuori nevica ci vuoi far passare la notte a casa tua”.

“Magari”, disse subito Anna Lina a cui piaceva avere ospiti a casa e passare, diciamo così a veglia, le ore della tarda sera.

“Vi aiuto”, disse Pietrino.

“Bravo.”, gli rispose Raffaella.

“Dobbiamo salire gli ultimi gradini, quelli che ci conducono  sulla  terrazza”.  È  la  terrazza  di cui parlavo e dalla quale si domina gran parte della città.

“E che cosa ci avrai mai nascosto lassù, al freddo e al gelo?”.

“Guarda” disse Pietrino “che a Pasqua ci manca ancora un bel po’ e tu già ci canti il Natale. Rimetti l’orologio”.

E dicendo orologio non ebbe più la forza di trattenere il segreto e ci rivelò che nascosta in un angolo segreto della terrazza aveva la clessidra di Napoleone:

“L’ho trovata in una vecchia fattoria non lontana da qui. Ero andato per bere alla fontana del cortile quando gli occhi mi caddero sulla clessidra. La tenevano su una panca sgangherata appena fuori dallo stallino dei maiali. Ci giocava un bambino, ma ogni tanto le dava un calcio gettandola per terra, e si allontanava dai maiali per rincorrere le galline”.

Dissi al contadino:

“Mi piace quella clessidra, potresti darmela?”.

“E tu quanto sei disposto a pagarla?”. Me lo disse a muso duro e da affarista. Era la prima volta che mi capitava.

“Non ho con me che pochi spiccioli Del resto, vedo che è già tutta arrugginita e fra poco non servirà più a nulla”.

“Guarda bell’omo che io sono furbo più di te. Questa Clessidra è arrugginita perché ha parecchi anni e quanto a durare, resisterà più di te e di me messi insieme. Quanto ci hai in saccoccia?”.

Erano ancora i tempi della lira e gli dissi che al massimo gli potevo offrire duemila lire.

“Affare fatto”, mi disse subito, dimostrandomi che la clessidra me l’avrebbe anche regalata se io fossi stato un po’ più furbo ed avessi fatto un po’ di resistenza. Ma quello che mi importava era portarmi a casa la clessidra e l’aver raggiunto il risultato mi riempiva di gioia. Quel giorno ero in auto e feci in un attimo ad arrivare da Anna Lina e mostrargliela. Vidi che rimase un po’ stupita. “Per lo stesso prezzo avresti potuto comprartene una nuova. Si vede proprio che gli oggetti vecchi ti fanno perdere la testa… Ma ancora una volta fu comprensiva e la clessidra entrò in casa per essere ben ripulita dagli anni e rilucidata”.

“Mi pare che ora, dopo avere ascoltato questo tuo lungo racconto, ci siamo ben meritati di vederla. Ma dove la tieni nascosta?”, dissi.

“Eccola”, rispose.

E dalla porticina di una piccola muratura dove venivano custoditi i panni da stendere al sole, tirò fuori la clessidra.

Tutti sappiamo come è fatta. Anche a scuola le insegnanti, soprattutto coloro che fanno storia e geografia, la mostrano agli studenti. Ci sono due ampolle opposte, separate da un sottilissimo buco. Dentro un’ampolla c’è la quantità di sabbia giusta per misurare il tempo (credo qualche decina di minuti); dopo di ché la si rivolta e la sabbia, passando per il piccolo buco, e sempre nella stessa durata di tempo, torna nell’ampolla precedente. Era un modo un po’ faticoso per misurare il tempo, ma accontentiamoci poiché quel modo non era tra i peggiori. Tra i modi peggiori per affrontare il tempo, e con esso la vita, c’era quello della guerra e quella notte tra il 17 e il 18 giugno 1815 fu terribile per entrambe le parti in contesa.

Voi ora domanderete: ma come ha fatto Pietrino ad essere così sicuro che Napoleone la notte della battaglia avesse usato quella clessidra e non una pendule d’officier?

La domanda è intelligente, anche se non esclude che sul campo di battaglia, nei pressi di Waterloo, oltre alla clessidra, non si fosse fatto uso anche di qualche altro tipo di orologio da campo, come appunto la pendule d’officier, ma Pietrino sapeva che quella era proprio la clessidra di Napoleone poiché aveva ascoltato i suoni, i rumori, le voci di quella famosa battaglia.

“Ho capito. Voi non ci credete”, disse risoluto, subito rivolto a me, che insomma ero stato preso dall’idea che qualcuno si fosse divertito a trasformarmi in una delle marionette di Mangiafuoco, e non riuscivo a nasconderlo.

Mise la clessidra sulla piattaforma del muretto, ve l’appoggiò e ci invitò ad avvicinarci ad essa, facendo il massimo silenzio. Glielo promettemmo, altrimenti non ne avrebbe fatto di nulla. Il silenzio era indispensabile affinché percepissimo il miracolo. Quando fummo pronti, afferrò la clessidra e la rovesciò in modo che la sabbia dell’ampolla superiore cominciasse a filtrare in quella inferiore.

Lo confesso. Fu una delle sorprese più stupefacenti della mia vita. Mentre i granelli scendevano, si udivano i movimenti dei cavalli, i tuoni dei cannoni, le voci dei soldati, le grida dei vari marescialli intenti a passarsi gli ordini da recapitare ai reparti, ed erano tutti ordini in francese, e infine, e più di una volta, si udì, tuonante, rapida ed irata, la voce di lui, del grande Napoleone. Si lamentava che una vittoria sicura si stava trasformando in una probabile sconfitta a causa della melma portata dalla pioggia e dalla conseguente pesantezza dei movimenti delle truppe che stavano avanzando in suo soccorso. Intuiva la sconfitta, e intuiva che il suo tempo glorioso stava tramontando, come scrisse Victor Hugo (la fine di Bonaparte «è stata decisa da qualcosa di più grande di lui perché la sua opera era compiuta»). E non ammetteva che a farlo tramontare non fosse stato un errore della sua strategia, ma il cielo, con una rovinosa pioggia che stava sporcando, come un limpido ruscello finito in un pantano, la sua gloria e il suo genio militare.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart